Benvenuti nel sito di Giuseppe Pungitore, dell'ing. Vincenzo Davoli, di Mimmo Aracri ed Antonio Limardi, punto d'incontro dei navigatori cibernetici che vogliono conoscere la storia del nostro meraviglioso paese, ricco di cultura e di tradizioni: in un viaggio nel tempo nei ruderi medioevali. Nella costruzione del sito, gli elementi che ci hanno spinto sono state la passione per il nostro paese e la volontà di farlo conoscere anche a chi è lontano, ripercorrendo le sue antiche strade.

    LEGGENDA  DEL DRAGO

Il drago è il protagonista di interessanti storie che ricorrono in tanti miti d'Occidente e d'Oriente. Per gli occidentali il drago era per lo più un abitante delle caverne, feroce ma vano custode di preziosi tesori come il vello d'oro rapito da Giasone e l'oro del Reno conquistato da Sigfrido. Per gli orientali invece il drago era una creatura celeste, protettore e simbolo della Cina imperiale. I draghi si dividevano in diverse categorie:

-Draghi celesti: di colore simile ad un verde molto chiaro, erano a guardia del cielo ed erano gli unici ad avere 5 artigli per zampa;
-Draghi spirituali: di colore azzurro, erano i più venerati in quanto guardiani del vento, delle nuvole e dell’acqua, e quindi da loro dipendeva il raccolto dei contadini;
-Draghi terrestri: di colore verde smeraldo, erano i guardiani dei corsi d’acqua, regolandone il flusso e vivendo nelle profondità dei fiumi;
-Draghi sotterranei: di colore dorato, erano i custodi di grandi ed immensi tesori e dispensatori di felicità eterna; 
-Draghi rossi e Draghi neri: creature violente e bellicose, che si scontravano continuamente nell’aria causando con la loro energia violente tempeste. 

    

Immagine ralizzata da Vanessa Cardinali, tutti i diritti sono riservati, per informazioni scrivete a: vany@daltramontoallalba.itMa per tutti esso era un gigantesco rettile con o senza zampe artigliate, quasi sempre con larghe ali di pipistrello e spesso pure con le ampie fauci vomitanti fuoco. Alla sua creazione collaborarono, in misura varia a seconda della località e dei tempi, tre elementi: in primo luogo le ossa di animali fossili rinvenute in caverne preistoriche, perciò spesso denominate "grotte del drago": tale è il caso del drago di Klagenfurt, il cui monumento, eretto colà al principio del Seicento, ebbe per modello un cranio di rinoceronte velloso dell'era glaciale che fu poi gelosamente custodito nel locale municipio; in secondo luogo il fantastico ingigantimento e travisamento di comuni rettili temibili, come il coccodrillo e il serpente; in terzo luogo l'esistenza, in certe contrade, di rettili effettivamente abbastanza rispondenti alla tradizionale immagine del drago o del suo compagno basilisco: tali sono le iguane sud-americane, i varani d'Africa e d'Asia e, soprattutto, quella curiosa lucertola dell'Indonesia che, per la presenza di espansioni alari funzionanti da paracadute, s'ebbe non a torto da Linneo il nome di "Draco volans"; a quest'ultimo infatti si riferiscono evidentemente le descrizioni e le illustrazioni cinquecentesche di Girolamo Cardano, di Konrad von Gesner e di Pierre Belon. Ben più simili ai draghi delle leggende dovevano essere molti dei colossali rettili che popolavano il globo nell'era secondaria. Ma era assurdo pensare che qualcuno di essi, scampato all'estinzione databile a cento milioni di anni fa, fosse servito da spunto a qualche favola. Era assurdo... fino al 1912. In quell'anno il professor Owen del giardino botanico di Giava fece una sensazionale scoperta: indotto appunto dalle strane dicerie degli indigeni di Komodo, un'isoletta tra Sumbawa e Flores, egli allestì una piccola spedizione e scoprì, anzi, uccise addirittura uno dei misteriosi "Doeje darat", i terribili draghi che, a detta degli indiani, vivevano nel fondo della giungla. La preda si mostrò tutt'altro che inferiore alla leggenda: lungo sino a quattro metri, con le possenti zampe anteriori più lunghe delle posteriori, il lucertolone di Komodo aveva, per dimensioni e per portamento, un aspetto ben degno dei suoi lontani progenitori fossili. Il drago, sebbene senza ali, non era più un mito. 

UNA FAMOSA LEGGENDA:

SAN GIORGIO UCCIDE IL DRAGO
(da A. M. Smyth, Storie di animali favolosi)
Questa storia sui draghi, dall'aria candida, vi darà un'idea di come, 
alcuni secoli fa, degli uomini sensati accettarono questo spaventoso 
mostro.

"- Questo è il grazioso drago che hai preso - disse il soldato britannico Giorgio al suo amico romano Lucio. - Vorrei che fossero tutti come questo! Egli era in viaggio dal campo romano a Corinium o Cirencester, come lo chiamava nella propria lingua, per andare incontro all'avventura di uccidere il drago feroce che atterriva il paese. Parecchi giovani soldati romani e britannici avevano già tentato l'impresa, ed erano stati uccisi o feriti dal drago. Così Giorgio aveva ottenuto una settimana di licenza e, prese le armi e inforcato il grosso e pesante cavallo britannico, s'era messo in cammino. La sera prima raggiunse la villa di Lucio, un suo amico romano, che era venuto in Britannia con Giorgio, e si era talmente innamorato del paese che aveva comprato del terreno e aveva costruito una bella villa sul modello delle ville romane, e ora coltivava la terra e allevava cavalli. Lui e Giorgio andarono in giro per i campi e raggiunsero delle piccole vacche nere che erano una razza speciale da latte. Sdraiato accanto ad esse, la lingua fuori e gli occhi svegli c'era un bel draghetto. - Si - disse Lucio - Don è una bellezza. Migliore di qualunque cane. I lupi, le volpi e i cani selvaggi non mi danno più preoccupazione da quando l'ho ammaestrato a sorvegliare la mandria. - E' sempre così docile e fidato? - Si, sempre così! Devi sapere che lo trovai ferito sulla strada. Credo che sia andato a sbattere contro un carro da guerra, ed aera allora solamente un cucciolo, aveva un'ala rotta e la zampa anteriore schiacciata. Ma io lo portai a casa, gli misi a posto l'ala e gli bendai la zampa, e da quel momento è stato come un bambino. Qui Don! Il drago balzò in piedi e si avvicinò saltellando al suo padrone. Era alto un metro circa e lungo un metro e mezzo, con un corpo coperto di scaglie blu che sotto il ventre sfumavano nel giallo, la coda dentellata, le ali membranose grigio blu dalla forma molto delicata, quattro grandi zampe piatte, con artigli forti e bellissimi, e una testa grande e fiera. Aveva piccole orecchie armoniose, puntate in avanti e foderate di pelo grigio; aveva gli occhi gialli, lucentissimi e intelligenti; le mascelle lunghe e fornite di denti enormi. Di tanto in tanto, mentre ansava di piacere ed eccitazione alla vista del padrone, una sbuffata di fumo saliva dalla sua grande bocca rossa. Lucio e Giorgio gli grattarono le orecchie e gli diedero dei colpetti sul collo massiccio. - Non brucia le cose con il fiato come fanno gli altri draghi - disse Lucio - Un eremita che abita da queste parti e possiede uno di questi draghi, mi consigliò di dargli da mangiare molta lattuga, perchè questa diminuisce enormemente il calore del fiato. Naturalmente non può andare vicino al fienile o ad altri simili posti, ma può venire in casa, lo fa spesso e non brucia nulla per la stanza. - Ho sentito che la cosa più terribile del drago che devo combattere è che non si può stargli vicino per il calore. - Male, male - convenne Lucio - Oh sono molto diversi come dimensioni, carattere eccetera. A proposito l'hai sentita l'ultima sul tuo drago? - Ho sentito che la gente deve legare delle povere vacche fuori del villaggio, la sera, perchè la bestiaccia se le venga a mangiare la notte, e che deve metter fuori dei secchi di latte. - Molto peggio. L'ultima è che la gente lega le proprie figlie o dei parenti vecchi, insomma, tutti quelli che non sono molto utili, e li lascia divorare dal drago al posto delle vacche che,naturalmente, costano di più. A meno che la scorta delle vacche non sia terminata. - Deve esser così certamente! - disse Giorgio alquanto inorridito. - Oh non so. Voi Britanni siete capaci di tutto. Siete la gente più dura ch'io conosca, eppure sono stato nella maggior parte dei paesi dell'impero. - Bene, mi sa che farò bene a pensarci domani - replicò Giorgio. Il giorno dopo, di buon mattino, egli partì a cavallo del suo grosso baio su per le colline calcaree. Le allodole saettavano dai loro nidi sopra gli zoccoli del cavallo, e si libravano cantando nella limpida aria di giugno. Le colline erano scoperte e nude se non per qualche gruppetto di faggi e di biancospini, freschi e verdi nel sole mattutino, e ai loro piedi spuntavano le felci. Il sole risplendeva sull'elmo e sul pettorale di Giorgio, sull'armatura che gli copriva le gambe, le mani e le braccia, sullo scudo rotondo e sulla punta di ferro della lancia. La sua spada romana corta e piatta e il pugnale gli pendevano al fianco nella guaine di cuoio. In un sacco posato sulla sella, egli portava anche il pane, la carne, il formaggio e il vino che gli aveva dato Lucio. Mentre cavalcava udì picchiare degli scalpelli e dei martelli nelle cave di gesso delle colline, e il vocìo degli uomini per l'aria tranquilla. Il sole era salito al punto più alto del cielo ed egli si affrettò. Dopo poco raggiunse l'alta cima dove, nei pressi di un villaggio, viveva il drago. Fin dove poteva spingersi lo sguardo si scorgevano solo delle ondulazioni perdersi fino all'orizzonte. Eccetto per alcune capanne grigie, era una delle regioni più desolate della Britannia, e Giorgio si rese conto del perchè il drago fosse riuscito a sopravvivere così a lungo. Quei miseri contadini non dovevano essere nè armati nè abbastanza abili per scontrarsi con una bestia tanto possente e astuta. Egli arrivò fino a Uffington e fu accompagnato dal capo del villaggio. - Signore - disse il capo - fareste meglio a riposare e a rinfrescarvi fino al calar del sole, perchè il mostro dorme tutto il giorno e non si vede mai fino a sera. Allora esce a divorare la vittima... L'uomo si interruppe e scoppiò in pianto. Dall'interno della sua dimora già Giorgio aveva udito pianti e singhiozzi, e così chiese di cosa si trattava. - Signore, abbiamo tirato a sorte per sapere chi doveva sacrificare la propria figlia, ed è toccato a me, e questa sera la mia univa figlia sarà portata dagli anziani del villaggio e sacrificata al drago. Signore, è la nostra sola figlia, è sempre stata la nostra gioia e la nostra consolazione. - E si torse le mani, disperato. - E lo sarà ancora - disse Giorgio, appoggiando la mano sulla spalla del povero uomo. - Il drago ha avuto la sua ultima vittima... stanotte morirà. Egli rimase quel pomeriggio nella casa del capo, e vide che il suo cavallo era premurosamente accudito. Verso il tramonto, gli anziani del villaggio vennero a prendere la ragazza, e Giorgio le disse di andare pure con loro e di lasciarsi legare, ma di aver fiducia in lui perchè l'avrebbe salvata. Poi sellò il cavallo e seguì la compagnia. Non appena la fanciulla fu legata all'albero sacrificale si sentì sotto terra un rombo sordo. La gente del villaggio se la diede a gambe e Giorgio vide delle buffate di fumo uscire da quella che pareva una cava fuori uso. Seguì uno spruzzo di fuoco, lo strepitio si fece più forte e avanzando pesantemente si presentò il drago. Era una vista spaventosa: tre o quattro volte più grosso del Don di Lucio, e con le mascelle che eruttavano continuamente buffi di fumo e lingue di fuoco. Avanzando, ruggiva e sibilava, agitando la coda potente e dentellata. Il corpo, benchè grosso, si muoveva molto agilmente sugli enormi piedi muniti di artigli. Il coraggio di Giorgio per un istante vacillò. Non aveva immaginato che un mostro potesse essere tanto grosso e selvaggio. Ma, non potendo ormai far marcia indietro, spinse avanti il cavallo. Il drago smise di avanzare con ferocia verso la fanciulla, per attaccarlo. Il cavallo saltò di fianco, spaventato dal fumo e dal fuoco, e Giorgio dovè spronarlo per affrontare il drago. Egli stesso era mezzo asfissiato. Prese di mira la bestia con la lancia. Il drago sovrastava Giorgio in sella al suo cavallo. La lancia lo colpì sulla spalla sotto l'ala e, con gran smacco di Giorgio, guizzò via come respinta da una lastra d'acciaio. Il cavallo sgusciò di fianco e così salvò Giorgio dalla tenaglia delle enormi mascelle. Egli udì lo strepito del loro sbattere appena dietro di lui e sentì la scottatura, e allora voltò prontamente il cavallo per tenerlo fra il drago e la fanciulla prigioniera. Questo combattimento era ben diverso da qualunque altro avesse mai immaginato. Il fumo che mezzo lo soffocava gli nascondeva il drago, così che egli non poteva veder bene nè seguirne i movimenti. Era rivestito di scaglie impenetrabili, e le sole parti vulnerabili del corpo erano, forse, quelle ventrali, che Giorgio poteva raggiungere solo smontando da cavallo; ma in questo caso i suoi gesti sarebbero stati troppo lenti per eludere il mostro. Mentre cercava di architettare un piano, trascinò il drago più lontano dalla fanciulla, indietreggiando dinanzi ai suoi impetuosi attacchi. Poi l'assalì, caricandolo più volte, colpendolo in diversi punti, nel tentativo di trovare quello vulnerabile. Più volte egli sentì un colpo come se la lancia urtasse contro un corpo corazzato, ma non penetrò in nessun punto. Aveva il volto e il lato destro scottati, come il cavallo che inoltre era stato ferito da uno strappo delle fauci del mostro. La luce stava per spegnersi, ed egli comprese che doveva affrettarsi. Mentre girava il cavallo, Giorgio si rese conto che c'erano solo due punti da prender di mira, l'occhio o la gola. L'occhio era un bersaglio troppo piccolo ed era spesso nascosto dal fumo, così egli decise per la gola. Il drago, infuriato dai colpi che aveva incassato, e affiatato com'era, lo assalì ruggendo con le fauci spalancate e sputando fuoco. Giorgio avanzò arditamente, prendendo giusto di mira il fuoco con la propria lancia. Ci fu un cozzo e il cavallo cadde all'indietro perchè la lancia aveva fatto presa e si era infissa nella gola del mostro. Si alzarono tremende strida della bestia ferita, che si sollevò nel tentativo di schiacciare Giorgio sotto i piedi. In un balzo, Giorgio scivolò giù dal cavallo, sfoderò la spada, mirò diritto al fianco del mostro dove l'affondò nella giuntura fra la gamba anteriore sinistra e il corpo. Il colpo fu fatale. Il drago era trafitto al cuore. Il sangue corse rovente giù per i fianchi della collina e scavò nel suolo dei canali che sono visibili ancor oggi. Le fiamme diminuirono mentre cessavano le contorsioni, e finalmente la paurosa creatura giacque morta. Giorgio andò dalla fanciulla, piuttosto male in arnese, ma pieno di contentezza. La slegò e la riconsegnò al padre, che venne con gli abitanti del villaggio a benedirlo. Gli offrirono la ragazza in sposa, ma egli ringraziò e rifiutò, dicendo che era un soldato e non poteva ancora prender moglie. Allora il capo lo ricevette a casa sua per la notte mentre i villici facevano festa intorno al corpo del drago che poi venne bruciato. La mattina dopo Giorgio rimontò a cavallo e rifece il suo viaggio su per le colline per ritornare al reggimento."

Il perché del drago

Non si conosce a fondo il motivo della leggenda del drago costruita intorno a Francavilla.Si può supporre soltanto un rifacimento alla leggenda di San Giorgio, qui sopra riportata.

Forse il nostro popolo, molto attaccato alle tradizioni religiose e alle leggende, e stanziatosi su un territorio ricco di grotte con fiumiciattoli sotterranei, che ancora scorrono, e a detta di molto pionieri, carico di resti di antichi animali preistorici (forse dinosauri), ha riscontrato il vago villaggio della leggenda di San Giorgio in Francavilla, oppure, grazie alla conformazione del  territorio, ha potuto pensare che, in tempi molto lontani e forse ancora oggi, potrebbe esserci stato un vero drago sotterraneo, probabilmente ancora in cerca di altre vittime di cui saziarsi.

 

I ruderi medioevali

 

Francavilla Angitola, vista dall’esterno sembra un drago addormentato ma addentrandosi nelle sue piccole strade si può godere del suo stile medioevale e, seguendole fino alla fine di ripidi pendii, dove si può ammirare un piccolo parco archeologico incastonato in un luogo da lungo tempo abitato: “Pendino”. E’ un parco archeologico dove reperti archeologici concorrono a mantenere quella eredità storica che è l’abitato di Francavilla Angitola conserva in suoi diversi ambiti; queste opere edilizie documentano momenti diversi della storia di Francavilla Angitola. Essendo fabbriche cinquecentesche andate in rovina, riutilizzate e riadattate in epoche successive.

Elementi propri di un’architettura originariamente prestigiosa, come marcapiani a listello tufaceo, archi a spigoli in conci tufacei a squadro, piattabande, architravi, lesene e cornici realizzate con pietre da taglio e in alcune parti arricchite da elementi decorativi.

Particolare attenzione merita la chiesa delle grazie distrutta dal terremoto e ricostruita poi tra il 1791-1793 conserva un’artistica statua della Vergine (a. 1796) opera dello scultore Vincenzo Scrivo di Serra San Bruno. Inoltre custodisce un pregevole CIBORIO ligneo opera di un artigiano locale, riccamente lavorato con fantasiose colonnine e  mirabili intarsi.

Sulle alture di fronte la fontana “Fischìa” sono visibili, affacciandosi dal belvedere del parco archeologico, i resti della chiesa di San Pietro e il calvario greco.

Nell’attuale sito negli ultimi anni, dopo alcuni lavori di recupero e restauro si è ricavato un piacevole ambiente che viene utilizzato per varie manifestazioni.                

Imponenti sono gli avanzi di tre conventi dei domenicani, dei riformati e quello degli agostiniani.

Il primo si trova nella piazza principale del paese (Piazza Solari) e gli altri due fuori dal centro urbano.

 

Il  Santo Patrono

 

Il protettore del paese è San Foca Martire la cui festa si celebra il 5 marzo e la seconda domenica di agosto con la partecipazione di tutto il paese e dei paesi vicini; in onore del santo patrono si preparano e si portano in chiesa i “taraji”, dolci ricoperti di zucchero che hanno la forma di serpente. Intensa è la partecipazione di devoti e pellegrini alle sacre funzioni e alle processioni per le vie del paese con la statua di San Foca. La statua è ornata con una divisa militare e con la “serpe che lecca il sudore che stilla dalla fronte”.

Il nome del Santo ci riporta alla tradizione bizantina. Infatti San Foca era originario di Antiochia, ove fu martirizzato. Secondo la leggenda San Foca era un giardiniere a Sinope, dove era stimato per  la sua generosità e ospitalità. Denunciato come cristiano accolse a casa propria i carnefici che lo cercavano per metterlo a morte, ma senza conoscerlo. Dopo averli rifocillati e preparato i dettagli della sua sepoltura e scavando la sua fossa, si rivelò ad essi, pregandoli di compiere la loro missione. Così si consumo il suo martirio.

Tale leggenda ha ispirato un canto narrativo popolare: “A’Raziuoni”, dove sono narrati i principali episodi della vita di San Foca.

L’attuale statua fu data al popolo di Francavilla dai frati agostiniani del convento di Santa Maria della Croce.

L’attuale chiesa del Santo fu ricostruita dopo il terremoto del 1783 sui ruderi del castello dell’Infantado.

Essa oggi si mostra a croce latina divisa in tre navate e finemente decorata.

 

Avvenimenti

 

Gli avvenimenti più importanti si rifanno alle feste comandate, con la celebrazione del Santo Patrono, nella seconda domenica di agosto, in coincidenza con l’estate francavillese che dura  all’incirca 30 giorni.  Un’altra festività da ricordare è la Pasqua, molto sentita a Francavilla per il rito della “Cumprunta”, una farsa con le statue dei santi, trasportate dai fedeli, che rievocano la resurrezione di Cristo.

                               

   DI  Antonio  Limardi

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