Benvenuti nel sito di Giuseppe Pungitore, dell'ing. Vincenzo Davoli, di Mimmo Aracri ed Antonio Limardi, punto d'incontro dei navigatori cibernetici che vogliono conoscere la storia del nostro meraviglioso paese, ricco di cultura e di tradizioni: in un viaggio nel tempo nei ruderi medioevali. Nella costruzione del sito, gli elementi che ci hanno spinto sono state la passione per il nostro paese e la volontà di farlo conoscere anche a chi è lontano, ripercorrendo le sue antiche strade.

PREDICA DI PASSIONE (anno 2000)

Questa sera siamo chiamati non solo e non tanto a rivivere la passione di Cristo, facendone memoria, ma piuttosto a viverla: idealmente ma profondamente.

Siamo consapevoli che, da soli, non potremmo riuscirci. Per quanto forte e tenace possa essere la nostra volontà, rischieremmo ugualmente di percepirne solo in parte l’importante messaggio che da tale meditazione deve venirne fuori. E’ necessaria la grazia di Dio, per poter contemplare un così grande mistero, un mistero così doloroso.

A chi ricorrere in questo momento, per ricevere tale grazia, se non a Maria Santissima, fonte d’ogni grazia, confitta in croce con Cristo?

Sia lei ad assisterci, per farci capire ancor di più e ancor meglio l’immenso amore di Dio che, per salvarci, ci ha dato l’unigenito figlio suo.

Potessimo fare nostri i sentimenti di San Bernardo che, in un discorso sul Cantico dei Cantici, c’invita a penetrare nelle ferite di Gesù crocifisso per conoscere, sperimentare e assaporare l’amore misericordioso di Dio.   

Diceva: “Attraverso le ferite del corpo si svela il mistero del cuore, si manifesta il grande sacramento dell’amore…”

All’inizio delle nostre riflessioni, è necessario sollevare lo sguardo alla croce, da dove pende lacerato e dissanguato il figlio di Dio.

La croce: quell’orribile strumento di supplizio che, considerato infamante, veniva riservato, in genere, agli schiavi ed ai grandi criminali.

Quello strumento di morte è diventato simbolo d'amore. Dalla croce, la nostra salvezza!

Dopo due millenni di cristianesimo, noi, non me­no degli apostoli, abbiamo bisogno di capire la lezione di Gesù sul dolore, sulla sofferenza.

Per­tanto, gli ammalati, gli orfani, i traditi, i calunniati, i perseguitati, tutti gli uomini, perché tutti, chi più chi meno, siamo sofferenti, pieni di speranza ci rivolgiamo al caro Gesù, dicendogli: «Figlio di Davide, pietà del nostro dolore!".

Gesù, oggi, come allora, si ferma commosso di­nanzi alla nostra sofferenza, anche se non è ve­nuto a liberarci dal dolore ma a trasformarlo in amore. Si dice che l'amore vince tutto, ed è vero: Cristo lo ha più volte dimostrato!

Solo l'amore ha tanto potere di trasformazione, di sublimazione, di re­denzione, di fecondità! Questa sera siamo qui per capire.

v         Siamo qui per chiedergli perdono.

v         Siamo qui, per dirgli grazie.

v         Siamo qui, per ricambiare.

v         Siamo qui, per aprire il cuore alla fiducia, e per questo gridiamo: VIENI, O CROCE SANTA!

 

(dopo che è stata portata la Croce)

Salute a te, o Croce, speranza unica! Signore Gesù, noi ci prostriamo davanti alla tua croce benedetta.

(CI S'INGINOCCHIA PER UNA BREVE PAUSA).

E' una vecchia amica per te, o Signore, questa croce che i soldati ti hanno messo come giogo sulle spalle; tu l'abbracci con ferma decisione: liberamente e per amore!

La croce non è un'ap­parizione improvvisa sulla strada della tua vita; tu sei il crocifisso, tu sei l'uomo della croce: e continui a portarla nel tempo e nello spazio sulle tue già gracili spalle.

Una croce pesante su cui gravano i peccati dell'intera umanità; una croce immensa che raccoglie le croci di tutti gli uomini: l'ango­scia dei bambini che muoiono di fame,  l'avvilimento di quanti non trovano lavoro, la sofferenza di coloro che por­tano handicaps insuperabili, il grido degli op­pres­si, lo strazio di chi è afflitto da malattie in­cu­rabili, il rantolo dei moribondi...

Facci sentire di nuovo, o Signore, l'implacabile e dolce parola: «chi vuol venire dietro di me, rin­neghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Forse, oggi, riuscirà a convertire i nostri cuori. E, rientrati nelle nostre case, forse, sa­premo accettare meglio le piccole croci d’ogni giorno.

 

CANTO


Santa Madre Chiesa c’invita questa sera a fissare i nostri occhi su Cristo nel mistero della sua sofferenza e morte per noi.

Contempliamo il volto del Signore Gesù attraverso lo sguardo degli scrittori sacri che ce lo mostrano nei suoi lineamenti insieme sconvolgenti e affascinanti.

Il primo scrittore sacro è l’antico profeta Isaia, che nel quarto carme del Servo del Signore ci parla del Messia in questi termini: “uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori... Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità”. A parlare così non è tanto il popolo d’Israele per bocca di Isaia; a parlare così siamo noi, questa sera, noi credenti qui riuniti. È vero, il Messia, il servo del Signore “non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi”; è “come uno davanti al quale ci si copre la faccia”. Noi però, questa sera, davanti a lui non ci copriamo la faccia. No, lo vogliamo guardare senza alcuna paura: solo così ci è dato di vedere con chiarezza che i nostri peccati pesano sulle sue spalle e feriscono il suo cuore! Se lo contempliamo con amore, il nostro sguardo si apre a una visione commossa e grata, che suscita nel nostro cuore una profonda consolazione e una grande gioia, perché “per le sue piaghe noi siamo stati guariti”.

Sì, “egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità”.

Il secondo scrittore sacro è l’autore della lettera agli Ebrei, che contempla Gesù come il Sommo Sacerdote.

Gesù è Sommo Sacerdote, ma non è lontano da noi, non è estraneo alle nostre infermità. È quanto mai vicino e partecipe delle nostre prove e sofferenze, vuole condividere con noi anche l’esperienza suprema della morte.

Scrive: “Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà”. La sua morte è diventata “causa di salvezza eterna”.

Da qui l’invito che l’autore ci rivolge e che noi vogliamo accogliere: “Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia”.

Il terzo scrittore sacro è l’evangelista Giovanni, che nel suo lungo racconto ci fa vedere Gesù tradito e arrestato, condotto dal sommo sacerdote Anna e da lui interrogato, rinnegato da Pietro; interrogato e processato da Pilato, flagellato e coronato di spine, condannato a morte, crocifisso, morto, trafitto nel costato, deposto nel sepolcro.

Giovanni ci fa seguire a una a una le varie tappe della passione e della morte di Gesù, ci fa ascoltare le parole di Gesù e ancor più i suoi silenzi; ci fa penetrare nelle ferite e nelle piaghe di Gesù e così ci fa cogliere il senso più profondo della sua morte in croce.

Pensiamo, questa sera, allo strazio di Gesù a causa della madre angosciata e profondamente preoccupata. Pensiamo e contempliamo quanto dolore ebbe Gesù per la sua discepola Maria Maddalena e per Marta, Lazzaro e tutti gli altri. Questo fu il primo dei molteplici dolori di Cristo Gesù.

Il secondo dolore l’ebbe il Giovedì santo, allorquando predisse la sua morte e che uno di loro, dei suoi apostoli ed amici, l’avrebbe tradito.

Contristati, i discepoli dicevano: “Sono forse io, Maestro?”.

E si guardavano gli uni gli altri, non riuscendo a capire di chi egli parlasse. Giovanni, che particolarmente era amato da Gesù, stava seduto proprio accanto a lui. Allora Simon Pietro gli fece cenno di chiedergli chi fosse quello di cui parlava. E così Giovanni, chinatosi sul petto del Maestro, gli dice: “Signore, chi è?”. Gesù risponde: “E’ quello a cui porgerò il boccone che sto per intingere”. Intinto dunque il boccone, lo prese e lo porse a Giuda, figlio di Simone Iscariota. E gli disse: “Quello che devi fare, fallo subito”. Ma nessuno dei presenti capì perché gli avesse detto questo. Forse, se gli apostoli avessero individuato il traditore, l’avrebbero ammazzato di botte.

L’apostolo Giovanni, per il troppo dolore che sentiva, ne tramortì e si addolorò per Gesù; aveva capito chi fosse il traditore, ma non gli fu lecito rivelarlo. Fatta la cena, Gesù depose il mantello e preso un panno se l’avvolse attorno al corpo, quindi, versata dell’acqua in un catino, incominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con il panno del quale si era cinto. E, giunto da Simon Pietro, questi gli disse: “Tu, lavi i piedi a me?”. Quasi dicesse: Non lo farai mai! Perché non è bene che un maestro lavi i piedi ad un suo discepolo! E aggiunge: “Non mi laverai i piedi. No, mai!”. Gli rispose Gesù: “Se io non ti lavo, non avrai parte con me”. E Pietro: “Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!”. Gesù soggiunse: “Chi ha fatto il bagno non ha bisogno di lavarsi se non i piedi, ed è integralmente puro; e voi siete puri, ma non tutti”. Ovviamente, ha aggiunto queste ultime parole, alludendo a Giuda Iscariota, il traditore!

Dopo aver lavato loro i piedi, riprese il suo mantello, si rimise a sedere e disse loro: “Capite che cosa vi ho fatto? Voi mi chiamate maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il maestro e il Signore, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”. Ben lo sappiamo che cosa volesse dire con queste parole: ognuno di noi deve essere capace di servire il fratello, per amore suo.

Quindi, prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Prendete e mangiatene tutti. Questo è il mio corpo”.

Similmente fece con il calice, e disse: “Prendete e bevetene tutti: questo è il calice della nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me”.

E fece loro quel bellissimo discorso sacerdotale. Parlò a lungo: con dolcezza e con tanto amore!

Quanto sarà stato bello, da parte dei suoi discepoli, sentirsi dire: “Figlioli”, ancora un poco sarò con voi... come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri”. E, dopo che li informò della sua aspra morte e di come l’avrebbero abbandonato, Pietro gli rispose con gran fervore: “Anch’io verrò a morire con te, se ci sarà bisogno! Non ti abbandonerò”. E Gesù: “E io ti dico che, prima che il gallo canti, in questa notte, mi rinnegherai tre volte”. Cascarono le braccia a Pietro, che credeva più a lui che a se stesso.

Pensiamo quanta confusione, quanta paura, quanto dolore sentirono in quest’occasione quei poveri discepoli... E Gesù li conforta e predice loro la sua risurrezione. Ma intanto si debbono compiere le antiche profezie, e quindi Gesù e gli apostoli partirono per Gerusalemme. Passarono il fiume Cedron e si fermarono in una contrada, chiamata Getsemani, in un orto. Quindi, Gesù disse ai suoi discepoli: “Sedetevi qua, mentre io vado a pregare”.

Secondo un’antichissima tradizione, confermata anche da documenti letterari, Gesù avrebbe lasciato otto dei suoi discepoli nella grotta che si trovava presso l’orto degli ulivi. E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia.

Gesù prende con sé, a testimonianza della sua agonia, i tre discepoli prediletti, gli stessi che avevano avuto il privilegio di assistere alla sua Trasfigurazione. Poi, si staccò da loro quanto un tiro di pietra, e disse: “L’anima mia è triste sino alla morte”.

E’ facilmente intuibile il profondo dolore di Gesù. Si sente solo, abbandonato da tutti. Sa che sarà arrestato, percosso, ucciso, e sa pure di non aver mai fatto del male a nessuno.

Si prostra per terra e prega il Padre suo, dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice. Però, non come voglio io, ma come vuoi tu”. Alla sensibilità naturale, alla debolezza umana, prevale subito la ragione, il senso del dovere, l’amorevole ubbidienza al Padre. Si alza, dunque, e si avvicina ai tre prediletti, ma essi, stanchi e profondamente tristi per le rivelazioni del maestro, si erano fatti vincere dal sonno.

Gesù, prigioniero della sua umanità, nel momento in cui ha particolarmente bisogno dei suoi amici, per non venir meno, si trova solo con se stesso, solo con la sua sofferenza. E dice loro: “Non avete potuto vegliare neppure un’ora con me!”. Si alzano, sospirano un po', ricascano nel sonno.

Il Maestro, spossato, s’inginocchia, tende le mani al cielo e, in preda all’angoscia, più intensamente pregava, e il suo sudore diventò come gocce di sangue, che scorrevano in terra. Quindi, trascinandosi lentamente, torna dai suoi amici: perché essi, per quanto insensibili fossero, erano lì, e poteva vederli, toccarli. La terza volta che si trascina fino a loro, eccoli che si alzano, finalmente! E Gesù dice loro: “Dormite d’ora innanzi, e riposatevi!”. Ha compassione per loro e li lascia riposare. Il dolore e l’amore formano una perfetta simbiosi in Cristo che, giunto in agonia, ancora una volta sudò sangue. Il timore della carne, che vedeva avvicinarsi l’ora della passione, risalì con tutto il suo sangue al cuore, facendolo restare pallido e smorto.

Pensate, come dolore e amore combatterono forte in lui! Gesù ora non ha più bisogno d’altri che di se stesso. Rimane immobile, non più la faccia per terra, né rivolta verso gli addormentati. Ascolta i respiri, il russare di quei corpi; e, al di là, un rumore confuso di voci, di passi... e, infine: “Alzatevi! Colui che deve tradirmi, è vicino”.

In fretta, essi raggiungono gli altri discepoli, li svegliano: tutti si stringono intorno a Gesù, che si confonde con loro.

L’autore della vita è uno di quei nazareni barbuti, non facile a distinguersi, poiché bisogna che Giuda lo indichi. L’uomo di Keriot, infatti, aveva avuto quella triste idea del bacio: “Colui che io bacerò, è lui”. E, giunto a lui, disse: “Salve, Maestro!”, e lo baciò. Parole di traditore! Col bacio, lo salutò! E gli disse: “Amico mio, perché sei qui?”. Parole dolci, quasi volesse dire che lo perdonava, che continuava ad amarlo, nonostante il suo tradimento, nonostante quel fatidico bacio. Gesù, ancora una volta c’insegna, e con la vita, quanto sia importante perdonare, perdonare veramente, non solo a parole. Perdonare, cancellando dal proprio cuore anche il più piccolo residuo di amarezza e dispetto. Cancellando, persino la ferita, che spesso è molto profonda. Perdonare fino a poter guardare negli occhi il traditore, e chiamarlo ancora “amico”. Perché, se Cristo ha chiamato Giuda amico, è segno che continuava a volergli bene. Come prima!

Forse, addirittura, più di prima. Chissà! L’amore ha di queste assurdità! Gesù c’insegna che non c’è tradimento o delusione che possa uccidere l’amicizia e l’amore.

Dopo il bacio del traditore, i soldati si fecero avanti e li accerchiarono, ma Gesù li prevenne, e disse: “Chi cercate?”. Ed essi: “Gesù il Nazareno!”.

Gli Apostoli non si mostrarono vili subi­to; e come Pietro, con un colpo di spada, tagliò l'orecchio di Malco, servitore del sommo sacerdote, Gesù gli ordinò di rimettere la spada nel fodero: li allontana, e come una madre, per difendere i suoi figli, si fa avanti e dice: «Sono io! Lasciate andare costoro: avreste potuto pren­dermi tutti i giorni nel Tempio. Ma è la vostra ora».

Alla luce delle fiaccole, i soldati si precipi­tarono sulla preda consenziente, e gli apostoli, i suoi amici, scapparono.

 

CANTO

 

Pensate, con quanta crudeltà gli posero le mani addosso e lo presero. Chi lo legava davanti e chi di dietro, chi gli strappava la barba, chi lo pigliava per i capelli, chi lo spingeva, chi lo trascinava, chi gli dava dei pugni. Quasi non gli lasciavano neppure toccare terra! Egli stava come un agnello mansueto condotto al sacrificio.

Immaginiamo le grida, il rumore, la confusione..., ma soprattutto lo strazio, l’offesa. Povero Gesù! Spinto a destra e a sinistra, in quel terreno sassoso, lui che era scalzo, tutti i piedi gli si sbucciarono e insanguinarono. Incomincia la prima “Via crucis” di Gesù. Passato il fiume Cedron, lo portarono verso Gerusalemme.

Considerate quanto e quale dolore sentì durante questo tragitto...

E’ facile intuire anche la reazione dei passanti, soprattutto degli Scribi, dei Farisei, dei Dottori della legge, al vederlo. Chissà le urla, le minacce, le bestemmie. Forse, avrebbero voluto compiere un linciaggio; chissà gli sputi, i calci...

Un’ulteriore amarezza Gesù l’ha avuta nel constatare di essere stato abbandonato dai suoi discepoli.

Tuttavia, era preoccupato per loro, perché, nonostante lo avessero lasciato solo, in balìa del nemico, lui, Gesù, continuava ad amarli.

Maggiore sofferenza provò per il fatto di essere stato abbandonato anche dai discepoli più intimi.

Pietro e Giovanni lo seguivano da lontano, per vedere come andava a finire. Ed è da credere che almeno Giovanni sia andato a Betania, in casa di Maria Maddalena e di Marta, dove si trovava la Vergine Maria, per annunziare loro quella tristissima notizia.

E’ facilmente intuibile la loro reazione! Udita la cattiva notizia, piansero lacrime amare. Quanto e quale dolore ebbero, specialmente la sua cara ed amata madre...

Credo che essi, di notte, si siano velocemente diretti verso Gerusalemme, sperando di vedere l’amato Gesù, che nel frattempo era stato condotto da Anna, sommo sacerdote, che lo fece legare più duramente, e lo rimandò a suo suocero.

Pietro, intanto, era seduto fuori, nel cortile. Fu riconosciuto come seguace di Gesù, ma l’apostolo, spaventato, giurò per tre volte: “Non conosco quell’uomo!”. E, subito, un gallo cantò.

Pietro, addolorato e impaurito, si ricordò di ciò che aveva detto Gesù: “Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. E, uscito fuori, pianse amaramente.

La Madre Maria, con le altre donne, frattanto erano arrivate a Gerusalemme, laddove sentirono che Gesù era stato portato da Caifa.

Mentre Gesù restava legato, con un cappio attorno alla gola, si cercavano dei falsi testimoni per farlo morire.

Caifa interroga Gesù con una profonda benignità. L’accusato risponde che ha sempre parlato apertamente, nella sinagoga e nel tempio, e che non ha nulla da dire in sua discolpa.

Gesù, da Anna viene portato a Caifa, da Caifa a Pilato, da Pilato a Erode e da questi ancora una volta a Pilato. Viene sballottato a destra e a sinistra! E calci si susseguono a calci, sputi si susseguono a sputi; e insulti, pugni e flagellazioni. Povero Gesù, com’era ridotto, era tutto un livido!

Dopo il processo religioso, i capi ebrei decisero di rimettere Gesù al giudizio di Pilato, governatore romano.

La conclusione del loro processo era stata la condanna a morte, ma, secondo la legge romana, essa non poteva essere eseguita senza l’esplicita approvazione del procuratore. La voce si diffonde velocemente per tutta la città.

L’onore e la festa fattigli pochi giorni prima, chiamandolo re e salvatore, oggi si rovesciano in atteggiamenti avversi.

“Viva, viva! Osanna al figlio di Davide!”, avevano proclamato. “Muoia, muoia!”, urlano ora.

Frattanto, Pilato fece portare fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo detto Litostrotos, in ebraico Gabata e, di malavoglia, decise di iniziare il processo. Sapeva molto bene che i gran sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Pilato chiese alla folla: “Che male ha fatto costui?”.

Subito, e con gran rabbia, risposero che aveva sobillato la folla e che aveva detto che non si dovevano pagare le tasse a Cesare; quindi, si era messo contro lo Stato!

Pilato, poiché non trovava nulla contro Gesù, lo consegnò ai soldati; pensava che, una volta per­cosso, flagellato, tutto sporco di sangue e pieno di piaghe, avrebbe indotto tutti alla compassio­ne, forse anche il sinedrio!...

I soldati lo presero, dunque, e si divertirono fru­standolo ripetutamente, sadicamente, con quelle strisce di cuoio che contenevano delle pallottole di piombo.

Durante questo barbaro supplizio, Gesù non emette un solo lamento, né usa la sua potenza divina per diminuire il numero o la vio­lenza delle percosse. Quella carne tanto pura, tanto gentile, tanto bella, fu ridotta in modo tale che non v’era il più piccolo spazio che non fosse piagato e livido. La carne si arrossiva, si staccava e dappertutto scorreva il sangue.

Pensate quanto dolore, quanta sofferenza ebbe quel prezioso corpo, percosso con tanta crudeltà!

Maria Santissima seppe che Gesù veniva fla­gellato e nel suo cuore si ripercossero ad uno ad uno i ripetuti colpi che straziavano le carni innocenti del suo divin Figlio. Maria soffre per l'impotenza in cui si trova d'im­pedire quell'orribile tormento. Vorrebbe slan­ciarsi, fermare quelle verghe micidiali...

Maria soffre per la violenza inaudita di quello strazio umano. Ogni spruzzo di quel sangue, ogni bran­dello di quelle carni, sangue e carni di lei, sono una fitta lancinante nel suo petto.

Maria soffre per la durata di quel barbaro sup­plizio, prolungato fino all'esasperazione, con diabolico furore. Il suo cuore si spezza dinanzi a tanta crudeltà. Ed offre a Dio quello strazio, ripe­tendo il suo incondizionato: «Fiat!».

Siamo stati noi ad armare la mano dei car­ne­fici, a frustare le spalle di Gesù con i nostri flagelli: calunnie e diffamazioni, odi e rancori, invidie e gelosie, bestemmie e tradimenti, sacri­legi e profanazioni!

Il Figlio dell'Uomo prende su di sé tutti i nostri peccati.

Sotto quel cencio rosso, che lo copriva alla meglio, era ben visibile un altro tragico manto del medesimo colore, che lo copriva interamen­te, un altro purpureo manto a brandelli: la sua carne lacerata dalla inumana flagellazione. Il suo volto era appena riconoscibile. Era tutto gonfio per le percosse subite, sporco di polvere, bagnato di sudore, di sangue e di pus. A com­ple­tamento di ciò, la corona di spine! E Cristo continuava a soffrire, in silenzio! Era talmente sfigurato da non sembrare più un uo­mo!

Quando Pilato vide ciò che rimaneva di Ge­sù, si rassicurò: pensò, infatti, che la folla scate­nata, al vederlo, ne avrebbe sentito pietà e lo avrebbe liberato!

Si affrettò ad avvertire la folla, dicendo: «Ecco l'uomo!»

(entrano i chierichetti, portando la statuetta dell’Ecce Homo).

 

Ed essi, purtroppo, non si impietosiro­no, non caddero in ginocchio, ma, sadicamente, continuavano a gridare sempre più forte: «A morte, a morte!».

Chi potrà mai lontanamente immaginare e, so­prattutto, sentire quale fosse la pena di Maria Santissima nel vedere il suo Gesù: quelle spine penetranti, implacabili, dissanguanti, e non poter fare un gesto, niente, per eliminarle?

Pensate il dolore di Gesù, al vedere la madre! Alle sue immani pene, si aggiunge il dolore e la pena per la madre.

Perdono, Signore! Perdono, Maria!

 

CANTO

 

Dov'erano i lebbrosi guariti, gli indemoniati libe­rati, i ciechi, i sordi, gli storpi, e tutti gli altri che erano stati da lui sanati per amore?

Un grido immenso: «Crocifiggilo!» sconcertò il Procuratore.

Egli tentava di gridare più forte di loro, per farsi ascoltare: «Ma è innocente!». Allo­ra, un sacerdote si staccò dalla folla. Un gran silenzio... parlava con autorità! «Noi abbiamo una legge, e secondo la nostra legge egli deve morire, perché si è fatto figlio di Dio!». Pilato fu turbato: «Figlio di Dio...», che significa? Rientrò nel pretorio, fece avvicinare Gesù, e gli fece la stupefacente domanda: «Di dove sei tu?». Ma Cristo non rispondeva. Pilato s'impa­zientì: «Non sai che ho il potere di rilasciarti e il potere di crocifiggerti?».

Gesù, dopo tanto silenzio, risponde: «Non avre­sti nessun potere su di me, se non ti fosse dato dall'alto; per questo, chi mi ha consegnato a te, ha un peccato maggiore».

Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i giudei gridavano: «Se tu liberi costui, non sei amico di Cesare: perché, chiunque si fa Re, si oppone a Cesare!». Pilato disse ai giudei: «Ecco il vostro Re!». Ma essi gridarono: «Muoia! Muoia! Crocifiggilo!». Pilato disse loro: «Crocifiggerò il vostro Re?».

I sacerdoti, che più degli altri avevano autorità, risposero: «Noi non abbiamo altro Re che Cesa­re!» Risposta minacciosa! Pilato capì che s'era spinto troppo oltre, che non avrebbe potuto sal­varlo, senz'essere denunciato a Roma.

Trovò una scappatoia per scaricarsi dalle sue re­s­ponsabilità, e fu di lavarsi le mani in pubblico, proclamandosi innocente del sangue di quel giu­sto. Lo sciagurato popolo gridò: «Il suo sangue rica­da su di noi e sopra i nostri figli!».

E così, i servi di Pilato gli posero la croce addosso. Essa era grande e pesante. Il corpo era debole e tutto pieno di piaghe, giacchè, quando gli tolsero il mantello di porpora stracciato, tutte le carni vi si erano attaccate. Non aveva addosso carne o osso che non fosse tutto pesto; non aveva dormito affatto la notte e sempre, fino all’ora terza, era stato torturato e maltrattato e neppure si reggeva in piedi. La folla correva forte per vederlo: chi per divertimento, chi per compassione. La Madre Maria, Giovanni e le pie discepole correvano per amore. E Gesù, por­tando la croce, s'incamminò verso il luogo detto Calvario.

E’ già vicino il luogo dell'esecuzione, ma tu, Si­gnore, cadi esausto per ben tre volte. Le tue gi­nocchia non ti reggono più, le forze ti vengono meno. E cadi. Cadi per terra.

Il peso delle nostre ricadute nel peccato, del nostro attaccamento al male, della nostra durezza di cuore si abbatte su di te e ti schiaccia. Perdonaci, Signore!

Ad un certo momento Gesù, rivolgendosi alle pie donne che piangevano, nonostante fosse vietato il lamento funebre sui condannati a morte, perché considerati «maledetti da Dio», disse: «Piangete per voi stesse e per i vostri figli!». Quindi, una delle piangenti, che la tradizione chiama "Veronica", si staccò dalla folla e gli asciugò il volto con un pannolino. La Veronica ha avuto il coraggio di reagire al tradimento, all'odio, all'ingiustizia, alla viltà.

Si è schierata a viso aperto a fianco di Cristo, sfi­dan­do la forza brutale dei soldati, la severità del centurione, la rabbia dei nemici di Cristo. Una donna dolce e coraggiosa, tenera e forte. La sua memoria non è scritta nei codici, ma nel cuore di tutti. Essa è il modello di tutte le donne che por­tano nell'animo il segno di Cristo: donne che sanno amare fino a mettere a repentaglio la stes­sa vita.

Gesù avanzava ansante e barcollante, con le ve­sti sporche, insanguinate e strappate dalle re­centi cadute, con i ginocchi lacerati, con il viso bagnato di sudore e di sangue.

Quando il corteo dei condannati raggiunse il Cal­vario, un gruppo di pie donne offrì loro, quin­di anche a Gesù, un narcotico, composto di vino mescolato con mirra. Matteo parla di vino me­scolato con fiele, per sottolinearne l'amarezza. Ma Gesù «non ne volle be­re»: ha voluto conservare piena lucidità fino al­l'ultimo respiro, per meritare il nostro riscatto, la nostra salvezza!

I soldati conficcarono ben saldamente la croce per terra, spogliarono l’innocente corpo di Gesù, di ciò che gli rimaneva addosso, e quindi, prima un chiodo in una mano, poi un altro grande chiodo nell’altra mano. Levata la scala dalla croce, il Cristo rimane sospeso con le mani confitte alla croce.

Allora, un soldato, salito sulla scala di centro, pigliandolo per i piedi e tirandolo giù fino all’incavo della croce, a forza, con un altro terribile chiodo, gli conficca ambedue i piedi, l’uno sull’altro, tanto che, quasi, tutte le ossa del suo prezioso corpo si slogarono, per confermare le parole del profeta: “Hanno contato tutte le mie ossa”.

Non è quantificabile la sua sofferenza e il suo dolore! Il suo sangue prezioso scorreva copioso, l’amore sgorgava.

Pensate al dolore di Maria, nel vedere quella terribile scena, nel sentire i colpi di martello conficcare le mani e i piedi al suo amato figlio... Era la spada che le aveva profetato l’anziano Simeone, la spada che le trapassava il cuore, la vita e la persona.

Immagino che Gesù volesse dire a me, a voi, a tutti, dall’alto della croce: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”. Anche in quello spasimo, lui pensava a me, a voi! Il suo è stato un dolore mescolato con grandissimo amore. Infatti, ciò che fa maggiormente stupire è il fatto che Gesù, che sta soffrendo a causa dei suoi giustizieri, riesca a perdonarli e a pregare per loro: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Ma, nulla placa l’odio degli Scribi e dei sacerdoti.

Sono ancora lì, a prenderlo in giro: “Ha guarito gli altri, e non può salvare se stesso! Discendi dalla croce, e crederemo in te! Se tu sei il re dei giudei, salva te stesso!”. Quanto sadismo! Quanta crudeltà!

O Signore, tu pendi dalla croce. Ti ci hanno inchiodato. Ti abbiamo inchiodato! Le ferite bruciano nel tuo corpo. La corona di spine tormenta il tuo capo. I tuoi occhi sono iniettati di sangue. Le tue mani e i tuoi piedi feriti sono come trapassati da un ferro rovente. E la tua anima è un mare di dolore, di desolazione.

I responsabili di tutto questo siamo noi. Perdonaci, Signore. Perdonaci, ed aiutaci a non farti più soffrire!

Immaginiamo ancora il dolore di Gesù nel constatare che solo pochi piangevano per lui. Eppure aveva fatto del bene a tanti! Aveva guarito molti, sfamato moltissimi! Dov’erano tutti costoro?

Una persona si distingue dalle altre, gli è accanto, è il ladrone pentito che, rivoltosi a Gesù, gli dice: “Ricordati di me, quando sarai nel tuo regno”. E Gesù: “In verità ti dico: oggi sarai con me in Paradiso!”. Il ladrone pentito vede Gesù straziato, oltraggiato, abbandonato e lo riconosce come Dio.

Ha speranza di essere aiutato da colui che vede non risparmiare se stesso; lo confessa giusto e santo e tuttavia lo vede deriso, insultato e schernito pubblicamente. Il primo a cui fu dato il Regno di Dio è lui, il ladrone pentito!

D'un tratto, scoppiò un urlo lacerante, il più ina­spettato, che tutt'ora ci gela: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?».

Gesù, agonizzante sul Calvario, si sente abban­donato da tutti.

La Madre è presente, ma tenuta a debita distanza; un solo Apostolo su dodici: Giovanni; la sua gente lo ha ripudiato, la sinagoga lo ha bandito, il Tempio lo ha condannato, Roma lo ha sfinito.

La morte ti si avvicina, o Signore, e tu, nel tuo sconforto, ti rivolgi all'Eterno Padre, pregandolo, supplicandolo.

Se di fronte alla morte di un uomo noi stiamo in silenzio, come non stare in silenzio di fronte alla morte di croce del Figlio di Dio? 

Qui il silenzio penetra e riempie tutta la nostra anima. Non è però un silenzio che distrae e svanisce nel nulla. E’ piuttosto un silenzio che ci immerge prepotentemente in un mare di sentimenti e che ci scuote in profondità: siamo presi da sconcerto e ammirazione, da stupore, commozione e gratitudine, da timore, tristezza e speranza.

Siamo presi dal desiderio dell’adorazione. Soprattutto siamo presi dal bisogno di capire almeno qualcosa di un Dio che muore.

Perché Dio muore? E’ Gesù stesso a darci una risposta. Niente e nessuno costringono il Figlio di Dio a morire in croce;

è lui che sceglie in libertà perfetta di consegnarsi alla morte;

è lui che decide di dare la vita per i suoi amici;

è lui che vuole dire al mondo intero, mediante il dono totale di se stesso, il suo amore per noi. Nessun’altra ragione ha mosso Gesù.

Proprio come scrive Giovanni in apertura del suo racconto della Passione del Signore: “Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”.

Siamo dunque di fronte ad una morte che ci rivela, anzi ci comunica l’amore “sino alla fine” di Gesù per noi. Della nostra esistenza egli ha voluto condividere ogni cosa, anche la sofferenza più profonda, anche la morte. Quell’amore che il Verbo eterno di Dio ci ha manifestato con l’umiliazione del suo farsi carne umana, quello stesso amore splende in tutta la sua luminosità nel suo farsi carne crocifissa.

Ma è proprio la morte in croce che ci porta a contemplare, nei lineamenti sfigurati di Gesù crocifisso, la sfolgorante bellezza e l’inarrivabile splendore del Figlio di Dio. Sono la bellezza e lo splendore senza pari dell’amore, che si dona all’uomo per la sua salvezza. 

Già quest’aspetto centrale della morte di Gesù sarebbe più che sufficiente a nutrire il nostro silenzio: grato, commosso e adorante.

Ma Giovanni nel suo racconto della Passione si sofferma con amorevole accuratezza e con studiata insistenza su alcuni particolari che circondano la morte di Gesù: sono particolari che l’evangelista ritiene di grande significato, perché svelano alcuni tratti originali e sorprendenti dell’amore di Gesù crocifisso per noi. Anche se brevemente li voglio prendere in considerazione, per arricchire la nostra meditazione e la nostra adorazione.

Primo particolare:

L’evangelista mette bene in evidenza l’iscrizione composta da Pilato e da lui fatta porre sulla croce: “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei”.

L’iscrizione era scritta in ebraico, in latino e in greco: tutti, dunque, la potevano leggere e capire. Con questo titolo Gesù è pubblicamente proclamato re, proprio sulla croce. E’ proclamato ufficialmente re dalla più alta autorità della terra; è proclamato re per tutto il mondo, davanti a tutti, in tutte le lingue: e tutti lo vedono.

E’ vero: i Giudei volevano impedire che Gesù venisse solennemente proclamato re; per questo i sommi sacerdoti dissero a Pilato: “Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei”. Ma Pilato rispose risoluto: “Ciò che ho scritto, ho scritto”.

E’ dunque certo, per tutti e per sempre: Gesù è il re dei Giudei.

Malgrado il loro rifiuto, la sovranità regale di Cristo è definitivamente fondata e proclamata sulla croce. 

O Signore, anche noi ti confessiamo re: re nostro e di tutti gli uomini, perché sulla croce tutti hai amato e salvato, tutti ami e salvi.

La croce, tuo trono regale, è il centro di gravità della storia, il cuore spirituale dell’umanità. Veramente tutte le strade, quelle che solcano la terra e quelle che attraversano i cuori, conducono ai piedi della tua croce. 

Sono una realtà definitiva, o Cristo, le tue parole profetiche: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”.

Ti preghiamo: continua ad attirarci a Te, per trovare in te conforto e riposo, gioia e pace. Ne permittas me separari a te: non permettere che io mi separi da Te!

Giovanni è poi attento a mettere a fuoco un secondo particolare: quello delle vesti e della tunica senza cuciture. Le vesti di Gesù vengono divise dai soldati, in quattro parti, una per ciascun soldato.

La tunica, no: era senza cuciture e tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. E’ stata allora tirata a sorte: “Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte”. E Giovanni conclude: E i soldati fecero proprio così”. In tal modo egli mostra di attribuire una grande importanza a questo particolare.  In realtà, secondo la tradizione, la tunica senza cuciture è il simbolo di quell’unità della Chiesa che è il frutto della croce. La Chiesa unita e indivisa nasce qui, sul Calvario: ai piedi della croce si raduna la nuova umanità redenta, la comunità dei credenti che costituiscono un cuor solo e un’anima sola. In realtà la croce sprigiona sempre una grazia che sostiene la Chiesa del Signore nel vivere ogni giorno il bene preziosissimo dell’unità, nell’essere dunque fedele alla sua fisionomia di tunica indivisa.

L’uomo, però, spesso si allontana dalla croce e cede all’opera del diavolo, di colui che divide, e così immette nella Chiesa tensioni, contrapposizioni e divisioni.

San Cipriano ci ammonisce, con queste parole: “Non si può possedere la veste di Cristo se si arriva a scindere e a dividere la Chiesa di Cristo”.

E allora preghiamo: Dona, Signore, alla tua Chiesa di accogliere con gratitudine e di vivere con generosità la grazia della comunione e dell’unità che fluisce dalla tua morte in croce.

Dona, Signore, a tutti noi di essere sempre fedeli a questa grazia e di vincere con amore umile e coraggioso ogni forma di divisione che deturpa o cancella la bellezza spirituale della tua Chiesa. 

L’evangelista ci presenta quindi un altro significativo particolare:

mentre per i Sinottici (gli altri evangelisti) le donne assistono da lontano alla crocifissione di Gesù, per Giovanni esse sono presenti.

In particolare, ai piedi della croce, è presente la madre e, con lei, il discepolo che Gesù amava. Gesù non è solo! La madre e il discepolo sono il simbolo vivo e la primizia straordinaria della Chiesa.

Le parole di Gesù: “Donna, ecco il tuo figlio!” si rivelano allora veramente singolari nel loro contenuto: certo, dicono tutta la pietà filiale con cui il Signore prima di morire affida la propria madre a Giovanni; ma dicono anche l’intenzione di Gesù di fondare la sua Chiesa. Così ci è dato di scoprire e di ammirare un altro incomparabile dono dell’amore di Cristo crocifisso: qui, sul Calvario, la Chiesa riceve da Gesù una madre, la sua stessa madre, Maria; anzi, in Maria la Chiesa stessa diventa madre, principio di vita nuova, di quella vita che scaturisce dalla morte di Gesù. 

La croce dispiega la sua meravigliosa e inimmaginabile forza di salvezza, facendo della Chiesa una comunità non solo salvata, ma anche salvante.

Da Cristo, infatti, la Chiesa riceve la grazia redentrice: quella grazia per la quale la Chiesa stessa è costituita madre feconda, segno e luogo di una salvezza destinata a tutti.  Come non ringraziare il Signore? Per il suo donarsi in croce per amore, la Chiesa ha una madre ed anch’essa è madre!

Altro importante particolare: Per Giovanni la scena della morte di Gesù è interamente dominata dall’idea del compimento.

La Passione, e quindi l’intera esistenza del Signore, si chiude al suono della parola “Tutto è compiuto”.

Tutto è compiuto non significa “la fine è giunta”, ma “la volontà del Padre è stata compiuta, in tutto e perfettamente”.

Ma qual è la volontà del Padre se non la rivelazione al mondo che Dio è amore?  Sulla croce Gesù conduce fino al limite estremo il suo amore: “Li amò sino alla fine”, riporta Giovanni.

La Croce è il compimento della missione di Gesù, ed insieme è il compimento della storia umana: ciò che Dio doveva fare per il mondo, l’ha fatto sulla croce, con la croce.

Veramente la croce del Signore è il “compimento” nel senso più radicale del termine: è il tutto; e nulla di veramente nuovo e decisivo può ormai accadere nella storia del mondo e nella vicenda dei cuori umani! Dunque, tutto è compiuto. E tuttavia l’evangelista non si ferma qui, perché riferisce della richiesta di Gesù: “Ho sete”.  Gesù sta morendo e ha sete. Ha sete e chiede da bere, eppure sarà lui a diventare una sorgente zampillante. Per Giovanni Gesù è colui che dona l’acqua della vita. Se chiede, è per donare!

Aveva fatto così con la Samaritana, alla quale chiese da bere e poi disse di volerle donare un’acqua che disseta per sempre; e così fa ora, perché, come dirà subito l’evangelista, dal suo fianco trafitto usciranno sangue e acqua.  “E, chinato il capo, rese lo spirito”.

E’ questa un’espressione del tutto insolita, che non s’incontra in nessun altro testo greco per indicare, semplicemente, che uno è morto.

Il verbo “rese” mostra che Gesù sino alla fine ha l’iniziativa: è lui che china il capo e consegna se stesso alla morte. 

Ma ecco che al verbo “rese” si accompagna la parola “pneuma” (spirito) e così acquista un significato nuovo: Gesù dona lo Spirito, lo Spirito Santo.

Gesù conclude la sua opera nell’atteggiamento che gli è stato abituale lungo tutta la vita: il dono! Ma qui siamo al dono per antonomasia: Gesù effonde il suo stesso Spirito, lo Spirito che è Signore e dà la vita. 

Siamo ora all’ultima scena: dopo la morte. Anche dopo morto Gesù dona con amore: dona il sangue e l’acqua, ossia i sacramenti dell’Eucaristia e del Battesimo.  E ancora: i soldati non gli spezzano le gambe. Giovanni vede in Gesù il vero agnello pasquale, il cui sacrificio è compiuto, e il nuovo tempio, dal quale sgorga, come un grande fiume, l’acqua della vita.  Di quest’acqua di vita tutti gli uomini hanno, abbiamo immenso bisogno: per essere liberati da ogni male e per essere in comunione d’amore con Dio.

L’annuncio profetico di Zaccaria ogni giorno si compie: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”. 

Sì, guardiamo te, Signore! Guardiamo il tuo volto sfigurato, i tuoi occhi bagnati dalle lacrime, le tue ferite sanguinanti.

Gesù: noi guardiamo e amiamo! Ma soprattutto guardaci tu, Signore crocifisso! Guardaci, e saremo salvi! Guardaci, e saranno per noi giorni di pace e di speranza!

Gesù ci affida la Madre e alla Madre. E noi, a chi affidiamo il corpo esanime di Gesù? Naturalmente a chi, per opera dello Spirito Santo, gli ha dato la luce!

E allora, facciamola venire qui la Madre di tutte le madri, facciamola venire qui per esprimerle tutto il nostro amore, per dirle che la vogliamo sempre come Madre.

 

VIENI, O MARIA,

Madre di Cristo e Madre nostra, vieni nel nostro cuore, vieni nelle nostre fami­glie, vieni nella nostra comunità.

 

(SI ASPETTA CHE LA STATUA VENGA COLLOCATA AL SUO POSTO E, QUINDI...)

 

A te, pentiti e fiduciosi, affidiamo il corpo di colui che tutto ha dato per noi: il dolce e caro Gesù!

(SI METTE IL CROCIFISSO AL COLLO DELLA MADONNA)

       

Stando vicino alla Madonna:

Qualche anno prima, o Maria, tra le tue brac­cia riposava un bimbo:

il suo sguardo sorri­deva al tuo, il suo cuore gli batteva forte forte in petto, il suo volto era caldo contro il tuo.

Oggi, il suo sguardo è spento, il suo cuore ha cessato di battere, il suo corpo è freddo! L'Eterno Padre ti ha chiesto il sacrificio più grande: non di offrire la tua vita, ma di dargli il figlio della tua carne, della tua anima. E non è con amore esitante, rassegnato, che presenti al Padre colui che tieni nelle mani.

Una gioia misteriosa sorge dal più profondo del tuo dolore, quella di cui aveva par­lato Gesù: «C'è più gioia nel dare che nel rice­ve­re!».

Noi ti chiediamo, o Madre amata, di pregare per quelli tra noi che hanno perso una persona cara, per quelli che soffrono nella carne e nello spirito; e ti preghiamo, Madre Santissima, per tutti i di­soccupati della nostra comunità, per chi non ha ideali, per chi è demotivato e scoraggiato, per chi vive come se Dio non esistesse, per chi va alla ricerca del piacere e della gioia là dove c'è soltanto dissipazione, vuoto e aridità.

A noi insegna a fare, dei doni del Signore, un'of­ferta all'Eterno Padre. E che, nell'ultima nostra ora, siano le tue mani benedette che ci presen­tano al Padre!

Benedici le famiglie di tutto il mondo; fa’ che scoprano il ministero loro affidato. Aiuta tutti noi ad impegnarci, avendo come obiettivo non tanto l’avere quanto l’essere. Aiutaci a vivere responsabilmente, nella ricerca della santità. Aiutaci a costruire una Comunità nuova, una comunità secondo il tuo volere, una comunità in cui ci sia spazio per tutti, una comunità in cui tutti si possano sentire ed essere protagonisti e corresponsabili.

Nelle tue mani, o Maria, affido me, la nostra parrocchia, chi ha dovuto lasciare questa terra per vivere dignitosamente, e particolarmente i presenti e tutti gli ammalati ed anziani. Aiutaci, o Maria Santissima, a crescere nella fede, nella speranza e nella carità.

Aiutaci a saper mettere da parte l'orgoglio e tutto ciò che ci divide:

l’arroganza, la prepotenza, la falsità, l’omertà, l’ingiustizia, il sadismo, il disfattismo, la sfiducia, i tradimenti e tutto ciò che è tenebra e opera del demonio. Aiutaci a realizzare il nostro impegno di restaurare la Chiesa Matrice.

E perdonaci, perdona le mancanze di genero­sità e la nostra poca fede. Benedici la nostra parrocchia, le Catechiste e tutti coloro che con umiltà e semplicità prestano la loro opera a favore della stessa.

Benedi­ci la gioventù, perché sappia costruire un avvenire migliore: non un avvenire ipotetico, lontano ed irraggiungibile, ma un avvenire che sia fatto di attimi presenti da vivere intensamente, gioiosamente, fraternamente e con profitto.

Il futuro sarà migliore, gratificante, gioioso, se oggi e qui si sa vivere, costruendo per se stessi e per gli altri, avendo il coraggio di andare anche contro corrente, con l’aiuto di chi è l’unico, vero Maestro di Vita: Cristo tuo figlio, Cristo Via, Verità e Vita.

O Signore crocifisso, abbi pietà di noi e dacci sante vocazioni: vocazioni all'apostolato, voca­zioni alla vita religiosa, vocazioni al sacerdozio. Amen.

 

CANTO                                               Don Pasquale Sergi

 

 

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