Benvenuti nel sito di Giuseppe Pungitore, dell'ing. Vincenzo Davoli, di Mimmo Aracri ed Antonio Limardi, punto d'incontro dei navigatori cibernetici che vogliono conoscere la storia del nostro meraviglioso paese, ricco di cultura e di tradizioni: in un viaggio nel tempo nei ruderi medioevali. Nella costruzione del sito, gli elementi che ci hanno spinto sono state la passione per il nostro paese e la volontà di farlo conoscere anche a chi è lontano, ripercorrendo le sue antiche strade.

 

VENERDI’ SANTO-

 

Azione Liturgica con Predica della Passione - Processione del Cristo morto.

 

 

 

Alle ore 17.30 nella chiesa affollata di fedeli  ha avuto inizio  l’azione liturgica  commemorante  la passione e morte  di Gesù Cristo.  Il momento focale  della cerimonia  è stata  la “Predica  della Passione” con  il commovente  rituale   del­la "chiamata"; il sacerdote "chiama" la Vergi­ne Addolorata e consegna alle sue braccia il Figlio morto. A1 termine della funzione religiosa  è iniziata  la lunga proces­sione penitenziale del Cristo morto ,  accompagnato  dalle statue  di San Giovanni,  della Madonna Addolorata e  dell’ Ecce Homo, e dal personaggio vivente rappresentante  il  Cireneo  che  si sostituisce  a Gesù  nel portare  la pesante Croce. La  processione  si è snodata nelle vie di  Francavilla arrivando fino  al  Calvario (Viale del Drago),  dove è  stato acceso  un  grosso falò,  a cura  di  Domenico Costa  e Dino Malta.   Un tempo , prima delle modifiche  apportate ,   la processione  del Cristo Morto  si svolgeva  anche alla luce  del sole nel mattino del Sabato Santo.  

 

 

PREDICA DI PASSIONE (anno 1995)

 

(Ti adoriamo e ti benediciamo...)

Per comprendere fino in fondo la “Passione di Cristo”, è necessario predisporre il proprio animo, più che la propria mente, all’ascolto e alla meditazione. Ciò che ci accingiamo a fare, infatti, non vuole essere semplicemente un richiamare alla mente dei fatti storici, per quanto importanti e trasformanti siano.

Questa particolare azione liturgica, idealmente, deve portare ciascuno di noi nei luoghi in cui Cristo visse, ma non per assumere il ruolo di spettatori, ma per condividere le pene del Signore, per sentire dentro la dolorosa morte di Cristo, vivendola con gli stessi sentimenti di Maria Santissima, di Giovanni, dei suoi amici più cari.

        Certo, per sentire la voce dei lamenti e dei tormenti di Cristo Gesù, non basta la nostra buona volontà, è necessaria la grazia di Dio, senza la quale non è possibile contemplare un mistero così doloroso.

        A chi ricorrere in questo momento, per ricevere tale grazia, se non a Maria, fonte di grazia, confitta in croce con Cristo? Sia lei ad assisterci, per farci capire ancor di più e meglio l’immenso amore di Dio che, per salvarci, ci ha dato l’unigenito figlio suo.

        All’inizio della nostra meditazione, è necessario sollevare il nostro sguardo alla croce, da dove pende lacerato e dissanguato il figlio di Dio.

La croce: quell’orribile strumento di supplizio che, considerato infamante, veniva riservato, in genere, agli schiavi ed ai grandi criminali.

        Tre alberi dominano la storia del mondo. Il primo è «l'albero della conoscenza del bene e del ma­le», nel quale «inciamparono» i nostri progenitori Adamo ed Eva: è l'albero della «caduta»! Il se­condo è l'albero al quale Giuda si è impiccato: è l'albero della «disperazione»! Il terzo è l'«albero della croce», sul quale si è immolato Cristo per redimere l'uomo dalla  disperazione eterna: è l'albero della «salvezza»! Quello strumento di morte, è diventato simbolo d'amore. Dalla croce, la nostra salvezza!

Dopo due millenni di cristianesimo noi, non me­no degli apostoli, abbiamo bisogno di capire le lezioni di Gesù sul dolore, sulla sofferenza. Per­tanto, gli ammalati, gli orfani, i disoccupati, i calunniati, i perseguitati, tutti gli uomini, perché tutti, chi più chi meno, siamo sofferenti, pieni di speranza ci rivolgiamo al caro Gesù, dicendogli: «Figlio di Davide, pietà del nostro dolore!".

Gesù, oggi, come allora, si ferma commosso di­nanzi alla nostra sofferenza, anche se non è ve­nuto a liberarci dal dolore ma a trasformarlo in amore.

Si dice che l'amore vince tutto, ed è vero: Cristo lo ha più volte dimostrato! Solo l'amore ha tanto potere di trasformazione, di sublimazione, di re­denzione, di fecondità!

Solleviamo il nostro sguardo alla croce, da dove pende lacerato e dissanguato il Figlio di Dio. Dai patimenti atroci di Cristo la nostra trasformazio­ne. A lui la pena, a noi la salvezza!

Questa sera siamo qui per capire. Siamo qui per chiedergli perdono. Siamo qui per dirgli grazie. Siamo qui per ricambiare. Siamo qui per aprire il cuore alla fiducia, e per questo gridiamo:

VIENI, O CROCE SANTA!

 

(dopo che è stata portata la Croce)

Salute a te, o Croce, speranza unica!


Signore Gesù, noi ci prostriamo davanti alla tua croce benedetta.

(CI S'INGINOCCHIA PER UNA BREVE PAUSA).

 

E' una vecchia amica per te, o Signore, questa croce che i soldati ti hanno messo come giogo sulle spalle; tu l'abbracci con ferma decisione: liberamente e per amore! La croce non è un'ap­parizione improvvisa sulla strada della tua vita; tu sei il crocifisso, tu sei l'uomo della croce: Da secoli tu cammini davanti a tutti con la croce sul­le spalle. Una croce pesante su cui gravano i peccati dell'intera umanità; una croce immensa che raccoglie le croci di tutti gli uomini: l'ango­scia dei bambini che muoiono di fame,  l'avvilimento di quanti non trovano lavoro, la sofferenza di coloro che por­tano handicap insuperabili, il grido degli op­pres­si, lo strazio di chi è afflitto da malattie in­cu­rabili, il rantolo dei moribondi...

Facci sentire di nuovo, o Signore, l'implacabile e dolce parola: «chi vuol venire dietro di me, rin­neghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Forse, oggi, riuscirà a convertire i nostri cuori. E, rientrati nella nostre case, forse, sa­premo accettare meglio le piccole croci di ogni giorno.

(CANTO)

Gesù è afflitto e umiliato, la sua passione è stata vergognosissima, durissima e lunghissima. Molteplici sono state le sue sofferenze.

Il primo dolore fu a causa della madre sua e dei suoi amici più cari.

        Dopo che ebbe mangiato in Betania con Maria, Marta e Lazzaro, venendo il tempo della passione, Gesù dovette partire. Io credo che essi, la Maddalena e gli altri discepoli, vedendolo partire di lì per andare a Gerusalemme, lo pregassero dolcemente ma insistentemente perché non andasse, per paura che morisse.

Io credo che la Madonna Santissima più volte l’abbia supplicato in tal senso. La sua grande sensibilità, il suo immenso amore materno, certamente, l’avranno portata a dissuaderlo. Immagino gli abbia detto: “Deh! Figliolo mio, caro mio Gesù, non andare, lì ti aspetta la morte...”.

Tutti quelli che erano amici suoi, tutti quelli che gli volevano bene lo pregavano, quindi, che non andasse a Gerusalemme.

E, a questa preghiera, Gesù rispose: “Il Padre mio mi ha mandato in questo mondo perché facessi la sua volontà. Io devo fare la volontà di colui che mi ha mandato”. Ed essi lo pregano e ripregano.

E Cristo riprese: “Io debbo andare perché si adempiano le Scritture e sia fatta la volontà del Padre mio”.

        Può darsi che Maria, piangendo, dicesse a se stessa: “Capisco, figlio mio, l’importanza del tuo sacrificio per la salvezza delle anime. Anche se con profondo dolore, condivido, l’apprezzo e voto me stessa al sacrificio e al dolore.

        Pensiamo, questa sera, allo strazio di Gesù a causa della madre angosciata e profondamente preoccupata. Gesù avrà cercato di consolare l’afflitta madre, dicendole: “Madre mia, io risusciterò il terzo giorno e me ne andrò nella gloria. Raduna i miei discepoli, perché ricevano la grazia dello Spirito Santo e vadano per tutto il mondo a predicare l’amore del Padre che mi ha mandato per salvarli dalle pene dell’inferno.

Gesù avrà aggiunto: il mio tormento è grande, pur tuttavia devo obbedire al Padre mio. Sta tranquilla, Madre mia, e dammi la tua benedizione.

Credo che, piangendo, ella dicesse: Va’, con la benedizione del Padre tuo celeste e con la mia!

        Pensiamo e contempliamo quanto dolore ebbe Gesù per la sua discepola Maria Maddalena e per Marta, Lazzaro e tutti gli altri. Questo fu il primo dei molteplici dolori di Cristo Gesù.

        Il secondo dolore l’ebbe il Giovedì santo. Nel Vangelo si dice che i discepoli domandarono a Gesù: “Dove vuoi che prepariamo per la pasqua?”

La cena pasquale propriamente detta comprendeva: agnello arrostito, pane azzimo, erbe amare, una salsa speciale, ottenuta con la mescolanza di frutti diversi, nella quale si intingevano le erbe, e infine quattro coppe di vino.

        Perché gli apostoli hanno chiesto a Gesù dove avrebbero dovuto apparecchiare l’agnello pasquale?  E’ semplice: infatti, Cristo era povero, poverissimo, e non aveva una casa di sua proprietà. Rispose loro: “Andate in Gerusalemme e troverete un uomo con una brocca d’acqua. Seguitelo nella casa dove entrerà. Poi, direte al padrone di casa: Il Maestro ti dice: Dov’è la sala in cui posso mangiare la pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà una grande sala, al piano superiore, già arredata per noi. Là preparate per la pasqua”. E, giunta l’ora, mangiarono tutti assieme.

        Ad un certo punto della cena, Gesù disse: “ Con grande gioia ho desiderato mangiare questa pasqua con voi”.

CANTO

 

        Quindi, predisse la sua morte e che uno di loro l’avrebbe tradito. Contristati, ognuno dei discepoli diceva: “Sono forse io, Maestro?”. I discepoli si guardavano gli uni gli altri, non riuscendo a capire di chi egli parlasse. Giovanni, che particolarmente era amato da Gesù, stava seduto proprio accanto al Maestro. Allora Simon Pietro gli fece cenno di chiedergli chi fosse quello di cui parlava. Egli, chinatosi sul petto di Gesù, gli dice: “Signore, chi è?”. Gesù risponde: “E’ quello a cui porgerò il boccone che sto per intingere”. Intinto dunque il boccone, lo prese e lo porse a Giuda, figlio di Simone Iscariota. E gli disse: “Quello che devi fare, fallo subito”. Ma nessuno dei presenti capì perché gli avesse detto questo. Forse, se gli apostoli avessero individuato il traditore, l’avrebbero ammazzato di botte. L’apostolo Giovanni, per il troppo dolore che sentiva, ne tramortì e si addolorò per Gesù; aveva capito chi fosse il traditore, ma non gli fu lecito rivelarlo.

        Fatta la cena, Gesù depose il mantello e preso un panno se l’avvolse attorno al corpo, Quindi, versata dell’acqua in un catino, incominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con il panno del quale si era cinto.

E, giunto da Simon Pietro, questi gli disse: “Tu, lavi i piedi a me?”. Quasi dicesse: Non lo farai mai! Perché non è bene che un maestro lavi i piedi ad un suo discepolo. E aggiunge: “Non  mi laverai i piedi. No, mai!”. Gli rispose Gesù: “Se io non ti lavo, non avrai parte con me”. E Pietro: “Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!”. Gesù soggiunse: “Chi ha fatto il bagno non ha bisogno di lavarsi se non i piedi, ed è integralmente puro; e voi siete puri, ma non tutti”. Ovviamente, ha aggiunto queste ultime parole, alludendo a Giuda Iscariota, il traditore!

        Dopo aver lavato loro i piedi, riprese il suo mantello, si rimise a sedere e disse loro: “Capite che cosa vi ho fatto? Voi mi chiamate maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il maestro e il Signore, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”. Ben lo sappiamo che cosa volesse dire con queste parole: ognuno di noi deve essere capace di servire il fratello, per amore suo.

        Quindi, prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Prendete e mangiatene tutti. Questo è il mio corpo”. Similmente fece con il calice, e disse: “Prendete e bevetene tutti: questo è il calice della nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me”.

E fece loro quel bellissimo discorso sacerdotale. Parlò a lungo, con dolcezza e con tanto amore.

        Quanto sarà stato bello, da parte dei suoi discepoli, sentirsi dire: “Figlioli”, ancora un poco sarò con voi... come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri”.

        E, dopo che li informò della sua aspra morte e di come l’avrebbero abbandonato, Pietro gli rispose con gran fervore: “Anch’io verrò a morire con te, se ci sarà bisogno! Non ti abbandonerò”. E Gesù: “E io ti dico che, prima che il gallo canti, in questa notte, mi rinnegherai tre volte”. Cascarono le braccia a Pietro, che credeva più a lui che a se stesso.

        Pensiamo quanta confusione, quanta paura, quanto dolore sentirono in quest’occasione quei poveri discepoli... E Gesù li conforta e predice loro la sua risurrezione. Gesù li amava veramente, teneramente. Chissà quante altre belle parole e quanti insegnamenti diede loro! Egli era in loro ed essi erano in lui. Giuda se n’era già andato, giacchè il giorno prima l’aveva venduto per trenta denari ai sacerdoti, ed aveva promesso di consegnarlo nelle loro mani.

        Gli apostoli erano attenti, ma sconcertati! Il Maestro compiva gesti e pronunciava parole che avevano tutto il significato di un testamento. Gesù vede lontano, sa che i suoi saranno odiati e perseguitati, ma sa anche che, nel suo nome e per il suo nome, proprio i suoi si divideranno. Gesù ha una grande pena per i suoi; allora prega il Padre: “Padre santo, conserva nel nome tuo coloro che mi hai dato, affinchè siano una cosa sola, come noi; consacrali nella verità”. Gesù, forse, aveva più dolore per i suoi che per se stesso, perché li amava intensamente.

        Dopo il canto dei Salmi, Gesù e gli apostoli partirono per Gerusalemme. Passarono il fiume Cedron e si fermarono in una contrada, chiamata Getsemani, in un orto. Da questo momento, gli avvenimenti precipitano, la passione ha inizio.

L’orto nel quale si fermarono per riposarsi e per pregare, era familiare a Gesù, poiché egli vi aveva trascorso parecchie notti, durante il suo soggiorno a Gerusalemme. Quivi giunti, Gesù disse ai suoi discepoli: “Sedetevi qua, mentre io vado a pregare”.

        Secondo un’antichissima tradizione, confermata anche da documenti letterari, Gesù avrebbe lasciato otto dei suoi discepoli nella grotta che si trovava presso l’orto degli ulivi. E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Gesù prende con sé, a testimonianza della sua agonia, i tre discepoli prediletti, gli stessi che avevano avuto il privilegio di assistere alla sua Trasfigurazione. Poi, si staccò da loro quanto un tiro di pietra, e disse: “L’anima mia è triste sino alla morte”. E’ facilmente intuibile il profondo dolore di Gesù. Si sente solo, abbandonato da tutti. Sa che sarà arrestato, percosso, ucciso, e sa pure di non aver mai fatto del male a nessuno.

Si prostra per terra e prega il Padre suo, dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice. Però, non come voglio io, ma come vuoi tu”. Alla sensibilità naturale, alla debolezza umana, prevale subito la ragione, il senso del dovere, l’amorevole ubbidienza al Padre.

Si alza, dunque, e si avvicina ai tre prediletti, ma essi, stanchi e profondamente tristi per le rivelazioni del maestro, si erano fatti vincere dal sonno.

Gesù, prigioniero della sua umanità, nel momento in cui ha particolarmente bisogno dei suoi amici, per non venir meno, si trova solo con se stesso, solo con la sua sofferenza. E dice loro: “Non avete potuto vegliare neppure un’ora con me!”.

Si alzano, sospirano un po', ricascano nel sonno. Il Maestro, spossato, s’inginocchia, tende le mani al cielo e, in preda all’angoscia, più intensamente pregava, e il suo sudore diventò come gocce di sangue, che scorrevano in terra.

        Quindi, trascinandosi lentamente, torna dai suoi amici: perché essi, per quanto insensibili fossero, erano lì, e poteva vederli, toccarli. La terza volta che si trascina fino a loro, eccoli che si alzano, finalmente! E Gesù dice loro: “Dormite d’ora innanzi, e riposatevi!”. Ha compassione per loro e li lascia riposare. Il dolore e l’amore formano una perfetta simbiosi in Cristo che, giunto in agonia, ancora una volta sudò sangue vivo che cadde fino a terra.

        Il timore della carne, che vedeva avvicinarsi l’ora della passione, risalì con tutto il suo sangue al cuore, facendolo restare pallido e smorto. Pensate, come dolore e amore combatterono forte in lui! Gesù ora non ha più bisogno d’altri che di se stesso. Rimane immobile, non più la faccia per terra, né rivolta verso gli addormentati. Ascolta i respiri, il russare di quei corpi; e, al di là, un rumore confuso di voci, di passi... e, infine: “Alzatevi! Colui che deve tradirmi, è vicino”.

        In fretta, essi raggiungono gli altri discepoli, li svegliano: tutti si stringono intorno a Gesù, che si confonde con loro. L’autore della vita è uno di quei nazareni barbuti, non facile a distinguersi, poiché bisogna che Giuda lo indichi. L’uomo di Keriot, infatti, aveva avuto quella triste idea del bacio: “Colui che io bacerò, è lui”. Quasi dicesse: Che non fugga, come altre volte ha fatto! E, giunto a lui, disse: “Salve, Maestro!”, e lo baciò. Parole di traditore! Col bacio, lo salutò!

        Credo che Gesù l’abbia abbracciato. E gli disse: “Amico mio, perché sei qui?”. Parole dolci, quasi volesse dire che lo perdonava, che continuava ad amarlo, nonostante il suo tradimento, nonostante quel fatidico bacio. Gesù, ancora una volta c’insegna, e con la vita, quanto sia importante perdonare, perdonare veramente, non solo a parole. Perdonare, cancellando dal proprio cuore anche il più piccolo residuo di amarezza e dispetto. Cancellando, persino la ferita, che spesso è molto profonda. Perdonare fino a poter guardare negli occhi il traditore, e chiamarlo ancora “amico”. Perché, se Cristo ha chiamato Giuda amico, è segno che continuava a volergli bene.

Come prima! Forse, addirittura, più di prima. Chissà! L’amore ha di queste assurdità!

Superare la sofferenza cocente che provoca l’offesa di un amico, non è cosa da poco. E’ facile perdonare un estraneo, uno che per noi non è nulla. Ma, appena un amico ci “delude”, ci “tradisce”, la prima reazione istintiva è di farla finita, di interrompere i nostri rapporti con lui, e per sempre.

        Gesù ci insegna che non c’è tradimento o delusione che possa uccidere l’amicizia e l’amore. Io, nonostante mi sia più volte sforzato, non sono riuscito ancora, e credo di non poterci mai riuscire, a capire come ci possa essere inimicizia o indifferenza tra genitori e figli, o tra fratelli.

Per me, queste cose sono contro natura, cose che difficilmente il Signore potrà perdonare, nonostante la sua immensa bontà.

        Dopo il bacio del traditore, i soldati si fecero avanti e li accerchiarono, ma Gesù li prevenne, e disse: “Chi cercate?”. Ed essi: “Gesù il Nazareno!”. “Sono io!”. E come ebbe detto loro: “Sono io!”, indietreggiarono e caddero per terra.

CANTO

 

        Dopo quel fatidico bacio, vi fu un po' di tumulto. Gli Apostoli non si mostrarono vili subi­to, perché sicuri che il loro Maestro fosse onni­potente; e come Pietro, con un colpo di spada, tagliò l'orecchio di Malco, servitore del sommo sacerdote, Gesù gli ordinò di rimettere la spada nel fodero: li allontana, e come una madre, per difendere i suoi figli, si fa avanti e dice: «Sono io! Lasciate andare costoro: avreste potuto pren­dermi tutti i giorni nel Tempio. Ma è la vostra ora». Alla luce delle fiaccole, i soldati si precipi­tarono sulla preda consenziente, e gli apostoli, i suoi amici, scapparono.

        Pensate, con quanta crudeltà gli posero le mani addosso e lo presero. Chi lo legava davanti e chi di dietro, chi gli strappava la barba, chi lo pigliava per i capelli, chi lo spingeva, chi lo trascinava, chi gli dava dei pugni. Quasi non gli lasciavano neppure toccare terra! Egli stava come un agnello mansueto condotto al sacrificio.

        Immaginiamo le grida, il rumore, la confusione..., ma soprattutto lo strazio, l’offesa. Povero Gesù! Spinto a destra e a sinistra, in quel terreno sassoso, lui che era scalzo, tutti i piedi gli si sbucciarono e insanguinarono. Incomincia la prima “Via crucis” di Gesù. Passato il fiume Cedron, lo portarono verso Gerusalemme.

        Considerate quanto e quale dolore sentì Gesù durante questo tragitto... E’ facile intuire anche la reazione dei passanti, soprattutto degli Scribi, dei Farisei, dei Dottori della legge, al vederlo. Chissà le urla, le minacce, le bestemmie. Forse, avrebbero voluto compiere un linciaggio; chissà gli sputi, i calci...

        Un’ulteriore amarezza Gesù l’ha avuta nel constatare di essere stato abbandonato dai suoi discepoli. Tuttavia, era preoccupato per loro, perché, nonostante lo avessero lasciato solo, in balìa del nemico, lui, Gesù, continuava ad amarli. Maggiore sofferenza provò per il fatto di essere stato abbandonato anche dai discepoli più intimi. Pietro e Giovanni lo seguivano da lontano, per vedere come andava a finire. Ed è da credere che almeno Giovanni sia andato a Betania, in casa di Maria Maddalena e di Marta, dove si trovava la Vergine Maria, per annunziare loro quella tristissima notizia. E’ facilmente intuibile la loro reazione! Udita la cattiva notizia, piansero lacrime amare. Quanto e quale dolore ebbero, specialmente la sua cara ed amata madre...

        Credo che essi, di notte, si erano velocemente diretti verso Gerusalemme, sperando di vedere l’amato Gesù, che nel frattempo era stato condotto da Anna, sommo sacerdote, che lo fece legare più duramente, e lo rimandò a suo suocero.

        Pietro, intanto, era seduto fuori, nel cortile. Fu riconosciuto come seguace di Gesù, ma l’apostolo, spaventato, giurò per tre volte: “Non conosco quell’uomo!”. E, subito, un gallo cantò. E, Pietro, profondamente addolorato ma nel contempo avviluppato dalla paura, si ricordò di ciò che aveva detto Gesù: “Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. E, uscito fuori, pianse amaramente.

        La Madre Maria con le altre donne, frattanto erano arrivate a Gerusalemme, là dove sentirono che Gesù era stato portato da Caifa. Vanno là, ma non lo possono vedere; odono un grande tumulto. Cercavano dei falsi testimoni, per incolpare e condannare Gesù. Immaginiamo il dolore, lo strazio di Maria, nel constatare questo!

        Venuta la mattina, tutti i gran sacerdoti e gli anziani del popolo, tennero consiglio contro Gesù, per farlo morire. All’interrogatorio privato di Caifa, segue il processo religioso in piena regola, davanti al numero legale del sinedrio.

Allora, Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, preso da rimorso, restituì ai gran sacerdoti i 30 pezzi d’argento, dicendo: “Ho peccato, tradendo il sangue innocente”, e si allontanò, e andò ad impiccarsi. Credo che Cristo abbia perdonato anche Giuda. E’ vero: ha tradito, ha compiuto un atto dissennato, suicidandosi; ma, si è pentito, fino a punirsi con l’impiccagione!

        Intanto, i soldati preso Gesù dalla casa di Anna, lo conducono con aspra violenza in casa di Caifa. Ancora una volta, per le strade, urla feroci, invettive, calci e pugni.

        La Madre stava in un luogo nascosto per vederlo; si voleva avvicinare: per rincuorarlo, asciugargli il sudore copioso, baciarlo, ma... non le era permesso. Gesù era in mezzo a tanta folla, a tante armi che non fu mai maltrattato allo stesso modo nessun ladrone o assassino, come invece fecero con lui.

        Dunque, entrò in casa di Caifa, quello che nel consiglio, che era stato fatto contro Gesù, aveva profetato che era conveniente che un uomo solo morisse per il popolo.

Mentre Gesù restava legato, con un cappio attorno alla gola, si cercavano dei falsi testimoni per farlo morire.

        Caifa interroga Gesù con una profonda benignità. L’accusato risponde che ha sempre parlato apertamente, nella sinagoga e nel tempio, e che non ha nulla da dire in sua discolpa.

        Gesù, da Anna viene portato a Caifa, da Caifa a Pilato, da Pilato a Erode e da questi ancora una volta a Pilato. Viene sballottato a destra e a sinistra! E calci si susseguono a calci, sputi si susseguono a sputi; e insulti, pugni e flagellazioni.

        Povero Gesù, com’era ridotto! Tutto un livido! Gli avevano pestato la faccia e tutta la persona, gli hanno dato botte sul capo con le canne, gli hanno strappato la barba e i capelli. Quanto dolore!

        Dopo il processo religioso, avvenuto nelle prime ore del Venerdì, nella casa di Caifa, i capi ebrei decisero di rimettere Gesù al giudizio di Pilato, governatore romano. La conclusione del loro processo era stata la condanna a morte, ma, secondo la legge romana, essa non poteva essere eseguita senza l’esplicita approvazione del procuratore.  La folla corre, la voce si spande per tutta la città.

        L’onore e la festa fattigli pochi giorni prima, chiamandolo re e salvatore, oggi si rovesciano in atteggiamenti avversi. “Viva, viva! Osanna al figlio di Davide!”, avevano proclamato. “Muoia, muoia!”, urlano ora.

        Frattanto, Pilato fece portare fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo detto Litostrotos, in ebraico Gabata e, di malavoglia, decise di iniziare il processo. Sapeva molto bene che i gran sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia.

Pilato chiese alla folla: “Che male ha fatto costui?”. Subito, e con gran rabbia, risposero che aveva sobillato la folla e che aveva detto che non si dovevano pagare le tasse a Cesare; quindi, si era messo contro lo Stato!

        Pilato, poiché non trovava nulla contro Gesù, lo consegnò ai soldati; pensava che, una volta per­cosso, flagellato, tutto sporco di sangue e pieno di piaghe, avrebbe indotto tutti alla compassio­ne, forse anche il sinedrio!...

I soldati lo presero, dunque, e si divertirono fru­standolo ripetutamente, sadicamente, con quelle strisce di cuoio che contenevano delle pallottole di piombo. Durante questo barbaro supplizio, Gesù non emette un solo lamento, né usa la sua potenza divina per diminuire il numero o la vio­lenza delle percosse.

        Quella carne tanto pura, tanto gentile, tanto bella, fu ridotta in modo tale che non v’era il più piccolo spazio che non fosse piagato e livido. La carne si arrossiva, si staccava e dappertutto scorreva il sangue.

        Pensate quanto dolore, quanta sofferenza ebbe quel prezioso corpo, percosso in questo modo da tanta crudeltà!

        Maria Santissima seppe che Gesù veniva fla­gellato e nel suo cuore si ripercossero ad uno ad uno i ripetuti colpi che straziavano le carni innocenti del suo divin Figlio.

Maria soffre per l'impotenza in cui si trova d'im­pedire quell'orribile tormento. Vorrebbe slan­ciarsi, fermare quelle verghe micidiali... Maria soffre per la violenza inaudita di quello strazio umano. Ogni spruzzo di quel sangue, ogni bran­dello di quelle carni, sangue e carni di lei, sono una fitta lancinante nel suo petto.

Maria soffre per la durata di quel barbaro sup­plizio, prolungato fino all'esasperazione, con diabolico furore. Il suo cuore si spezza dinanzi a tanta crudeltà. Ed offre a Dio quello strazio, ripe­tendo il suo incondizionato: «Fiat!».

        Siamo stati noi ad armare la mano dei car­ne­fici, a frustare le spalle di Gesù con i nostri flagelli: calunnie e diffamazioni, odi e rancori, invidie e gelosie, bestemmie e tradimenti, sacri­legi e profanazioni!

Il Figlio dell'Uomo prende su di sé tutti i nostri peccati: l'egoismo, l'orgoglio, l'avarizia, l'ingiu­stizia, la disonestà, il preferire al sacro il profa­no, lo sciupìo della vita...

        Sotto quel cencio rosso, che lo copriva alla meglio, era ben visibile un altro tragico manto del medesimo colore, che lo copriva interamen­te, un altro purpureo manto a brandelli: la sua carne lacerata dalla inumana flagellazione. Il suo volto era appena riconoscibile. Era tutto gonfio per le percosse subite, sporco di polvere, bagnato di sudore, di sangue e di pus. A com­ple­tamento di ciò, la corona di spine! E Cristo continuava a soffrire, in silenzio! Era talmente sfigurato da non sembrare più un uo­mo!

        Quando Pilato vide ciò che rimaneva di Ge­sù, si rassicurò: pensò, infatti, che la folla scate­nata, al vederlo, ne avrebbe sentito pietà e lo avrebbe liberato!

Si affrettò ad avvertire la folla, dicendo: «Ecco l'uomo!». Ed essi, purtroppo, non si impietosiro­no, non caddero in ginocchio, ma, sadicamente, continuavano a gridare sempre più forte: «A morte, a morte!».

        E’ facile pensare che la Vergine Maria, vedendolo così malconcio, abbia gridato: “O figlie di Gerusalemme, venite a vedere se c’è un dolore simile al mio. Vedete, come l’hanno ridotto il mio bene, come l’hanno rovinato il mio figlio, quelle piaghe, quelle spine, quanto sangue!...” Chi potrà mai lontanamente immaginare e, so­prattutto, sentire quale fosse la sua pena nel vedere il suo Gesù: quelle spine penetranti, implacabili, dissanguanti, e non poter fare un gesto, niente, per eliminarle?

        Io penso che i suoi occhi si siano incontrati con quelli di Gesù. E penso che si sia rivolta a Maria Maddalena, a Giovanni e alle altre donne, dicendo: “Ohimè! Non vedete quanto male gli hanno fatto?”.

Io penso che si siano messi a piangere, abbracciandosi l’un l’altro con molto dolore. Pensate il dolore di Gesù, al vedere la madre! Alle sue immani pene, si aggiunge il dolore e la pena grande per la madre. Perdono, Signore! Perdono, Maria!

CANTO

 

Dov'erano i lebbrosi guariti, gli indemoniati libe­rati, i ciechi, i sordi, gli storpi, e tutti gli altri che erano stati da lui sanati per amore?

Un grido immenso: «Crocifiggilo!» sconcertò il Procuratore. Egli tentava di gridare più forte di loro, per farsi ascoltare: «Ma è innocente!». Allo­ra, un sacerdote si staccò dalla folla. Un gran silenzio... parlava con autorità! «Noi abbiamo una legge, e secondo la nostra legge egli deve morire, perché si è fatto figlio di Dio!».

Pilato fu turbato: «Figlio di Dio...», che significa? Rientrò nel pretorio, fece avvicinare Gesù, e gli fece la stupefacente domanda: «Di dove sei tu?». Ma Cristo non rispondeva. Pilato s'impa­zientì: «Non sai che ho il potere di rilasciarti e il potere di crocifiggerti?».

Gesù, dopo tanto silenzio, risponde: «Non avre­sti nessun potere su di me, se non ti fosse dato dall'alto; per questo, chi mi ha consegnato a te, ha un peccato maggiore».

Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i giudei gridavano: «Se tu liberi costui, non sei amico di Cesare: perché, chiunque si fa Re, si oppone a Cesare!». Pilato disse ai giudei: «Ecco il vostro Re!». Ma essi gridarono: «Muoia! Muoia! Crocifiggilo!». Pilato disse loro: «Crocifiggerò il vostro Re?».

I sacerdoti, che più degli altri avevano autorità, risposero: «Noi non abbiamo altro Re che Cesa­re!» Risposta minacciosa! Pilato capì che s'era spinto troppo oltre, che non avrebbe potuto sal­varlo, senz'essere denunciato a Roma. Trovò una scappatoia per scaricarsi dalle sue re­s­ponsabilità, e fu di lavarsi le mani in pubblico, proclamandosi innocente del sangue di quel giu­sto. Lo sciagurato popolo gridò: «Il suo sangue rica­da su di noi e sopra i nostri figli!».

        E così, i servi di Pilato gli posero la croce addosso. Essa era grande e pesante. Il corpo era debole e tutto pieno di piaghe, giacche, quando gli tolsero il mantello di porpora stracciato, tutte le carni vi si erano attaccate. Non aveva addosso carne o osso che non fosse tutto pesto; non aveva dormito affatto la notte e sempre, fino all’ora terza, era stato torturato e maltrattato e neppure si reggeva in piedi.

La folla correva forte per vederlo: chi per divertimento, chi per compassione. La Madre Maria, Giovanni e le pie discepole correvano per amore. E Gesù, por­tando la croce, s'incamminò verso il luogo detto Calvario.
        E’ già vicino il luogo dell'esecuzione, ma tu, Si­gnore, cadi esausto per ben tre volte. Le tue gi­nocchia non ti reggono più, le forze ti vengono meno. E cadi. Cadi per terra. Il peso delle nostre ricadute nel peccato, del nostro attaccamento al male, della nostra durezza di cuore si abbatte su di te e ti schiaccia. Perdonaci, Signore!

        Ad un certo momento Gesù, rivolgendosi alle pie donne che piangevano, nonostante fosse vietato il lamento funebre sui condannati a morte, perché considerati «maledetti da Dio», disse: «Piangete per voi e per i vostri figli!».

Quante mamme piangono per i loro figli! Mai vi­ste tante mamme piangere come nel nostro se­colo: mamme di giovani morti in guerra; mamme di sequestrati, scomparsi nel nulla; mamme di figli violentati e malmenati; mamme di vittime del terrorismo; mamme di criminali; mamme di dro­gati...

        Quindi, una delle piangenti, che la tradizione chiama "Veronica", si staccò dalla folla e gli asciugò il volto con un pannolino. La Veronica ha avuto il coraggio di reagire al tradimento, all'odio, all'ingiustizia, alla viltà. Si è schierata a viso aperto a fianco di Cristo, sfi­dan­do la forza brutale dei soldati, la severità del centurione, la rabbia dei nemici di Cristo. Una donna dolce e coraggiosa, tenera e forte. La sua memoria non è scritta nei codici, ma nel cuore di tutti. Essa è il modello di tutte le donne che por­tano nell'animo il segno di Cristo: donne che sanno amare fino a mettere a repentaglio la stes­sa vita.

        Gesù avanzava ansante e barcollante, con le ve­sti sporche, insanguinate e strappate dalle re­centi cadute, con i ginocchi lacerati, con il viso bagnato di sudore e di sangue.

        Quando il corteo dei condannati raggiunse il Cal­vario, un gruppo di pie donne offrì loro, quin­di anche a Gesù, un narcotico, composto di vino mescolato con mirra. Matteo parla di vino me­scolato con fiele, per sottolinearne l'amarezza. Ma Gesù «non ne volle be­re»: ha voluto conservare piena lucidità fino al­l'ultimo respiro, per meritare il nostro riscatto, la nostra salvezza!

        O Signore Gesù, è giunta la tua ora. Quelle mani che avevano gua­ri­to i malati, che avevano accarezzato i bambini e dato tanti segni di perdono; quei piedi che era­no passati sulle strade della Palestina per fare del bene a tutti e portare l'annuncio del Vangelo, quelle mani e quei piedi stanno per essere tra­passati dai chiodi.

        Immaginate con quanta furia, senza nessuna regola e, soprattutto, senza nessuna ragione, lo crocifissero. Conficcarono ben saldamente la croce per terra, spogliarono l’innocente corpo di Gesù, di ciò che gli rimaneva addosso, e quindi, prima un chiodo in una mano, poi un altro grande e grosso chiodo nell’altra mano.

Levata la scala dalla croce, il Cristo rimane sospeso con le mani confitte alla croce.

Allora, un soldato, salito sulla scala di centro, pigliandolo per i piedi e tirandolo giù fino all’incavo della croce, a forza, con un altro terribile chiodo, gli conficca ambedue i piedi, l’uno sull’altro, tanto che, quasi, tutte le ossa del suo prezioso corpo si slogarono, per confermare le parole del profeta: “Hanno contato tutte le mie ossa”.

        Quanti dolori, credete, che avesse in quelle sacratissime mani e nei suoi santissimi e preziosissimi piedi? Non è quantificabile la sua sofferenza e il suo dolore! Il suo sangue prezioso scorreva copioso, l’amore sgorgava.

        Pensate al dolore di Maria, nel vedere quella terribile scena, nel sentire i colpi di martello conficcare le mani e i piedi al suo amato figlio... Era la spada che le aveva profetato l’anziano Simeone, la spada che le trapassava il cuore, la vita e la persona.

Immagino che Gesù volesse dire a me, a voi, a tutti, dall’alto della croce: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”. Anche in quello spasimo, lui pensava a me, a voi!

Io immagino che Gesù, dall’alto della croce, volesse dire: “O voi tutti, che passate per la strada, considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio”. Il suo è stato un dolore mescolato con grandissimo amore. Infatti, ciò che fa maggiormente stupire è il fatto che Gesù, che sta soffrendo a causa dei suoi giustizieri, riesca a perdonarli e a pregare per loro: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Ma, nulla placa l’odio degli Scribi e dei sacerdoti. Sono ancora lì, a prenderlo in giro: “Ha guarito gli altri, e non può salvare se stesso! Discendi dalla croce, e crederemo in te! Se tu sei il re dei giudei, salva te stesso!”. Quanto sadismo! Quanta crudeltà! Un’ombra sul loro compiacimento: quell’iscrizione che Pilato ha fatto fissare sulla croce: “Costui è il Re dei Giudei”. Essi tentano di convincere Pilato perché consenta una correzione: “Che si è detto Re dei Giudei!”. Ma, il procuratore non ne può più e, forse, l’angoscia lo strazia. Li congeda bruscamente: “Ciò che ho scritto, ho scritto!”.

        O Signore, tu pendi dalla croce. Ti ci hanno inchiodato. Ti abbiamo inchiodato! Le ferite bruciano nel tuo corpo. La corona di spine tormenta il tuo capo. I tuoi occhi sono iniettati di sangue. Le tue mani e i tuoi piedi feriti sono come trapassati da un ferro rovente. E la tua anima è un mare di dolore, di desolazione. I responsabili di tutto questo siamo noi. Perdonaci, Signore. Perdonaci, ed aiutaci a non farti più soffrire!

        Immaginiamo ancora il dolore di Gesù nel constatare che solo pochi piangevano per lui. Eppure aveva fatto del bene a tanti! Aveva guarito molti, sfamato moltissimi! Dov’erano tutti costoro?

        A un certo momento, Gesù volge lo sguardo verso la Madre afflitta, alla quale non aveva potuto risparmiarle quell’immane dolore, e le dice: “Donna, ecco tuo figlio”. E a Giovanni disse: “Ecco la tua madre”. Ricordiamocelo: Gesù attraverso Giovanni ha voluto affidare sua madre a ciascuno di noi, fino a farla diventare nostra madre. Grazie, Gesù!

        Pensiamo, per un momento, al ladrone pentito che, rivoltosi a Gesù, gli dice: “Ricordati di me, quando sarai nel tuo regno”. E Gesù: “In verità ti dico: oggi sarai con me in Paradiso!”. Il ladrone pentito vede Gesù straziato, oltraggiato, abbandonato e lo riconosce come Dio. Ha speranza di essere aiutato da colui che vede non risparmiare se stesso; lo confessa giusto e santo e tuttavia lo vede deriso, insultato e schernito pubblicamente. Il primo a cui fu dato il Regno di Dio è lui, il ladrone pentito!

        D'un tratto, scoppiò un urlo lacerante, il più ina­spettato, che tutt'ora ci gela: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?».

Gesù, agonizzante sul Calvario, si sente abban­donato da tutti. La Madre è presente, ma tenuta a distanza; un solo Apostolo su dodici: Giovanni; la sua gente lo ha ripudiato, la sinagoga lo ha bandito, il Tempio lo ha condannato, Roma lo ha sfinito.

La morte ti si avvicina, o Signore, e tu, nel tuo sconforto, ti rivolgi all'Eterno Padre, pregandolo, supplicandolo.

        Tutto si compie: la tunica senza cuciture è tratta a sorte. Avendolo sentito gridare «Elì! Elì!», dei soldati credettero che chiamasse Elia. E intanto l'uomo doloroso ripassa la sua parte versetto per versetto. E dice ancora: «Ho sete!».

La sete fisiologica gli era provocata dalla gran perdita di sangue a causa dei flagelli, delle spine e dei chiodi. I soldati, ignari, gli offrono per dissetarlo la «posca», una bevanda composta di vino o di aceto diluito con acqua, allora in uso. Ma c'era in Cristo un'altra «sete» che la posca non poteva certo attenuare: quella sete di re­denzione che l'aveva divorato fin da fanciullo e che lo aveva spinto sul Calvario, quella sete di salvare me, voi, tutti noi, l'umanità intera.

        Ad un tratto, Gesù dice: «Tutto è compiuto!»; e, chinato il capo, spirò, ma lanciò prima quel grande grido misterioso per cui un centurione si batté il petto dicendo: «Quest'uomo era vera­mente il figlio di Dio...».

        In quell’istante “tutto si è compiuto”, ma ha avuto anche inizio la storia della salvezza, è nato un mondo nuovo. Grazie al suo sacrificio! Pensiamo ancora una volta a Maria, la corredentrice del genere umano. Quando vede che il suo diletto figlio è spirato e il suo capo reclinato, ebbe tanto smisurato dolore che, superangosciata, cadde tra le braccia delle sue amiche.

Pensate al dolore di Maria Maddalena, di Giovanni e delle altre... Si lamentano, si dolgono, piangono...

        Ad un certo momento, il velo del tempio si divise in due parti; la terra tremò; le pietre si spezzarono; i monumenti si aprirono, molti morti risorsero, forse per testimoniare il barbaro supplizio, l’ingratitudine di quell’iniquo popolo e la morte del Redentore.

        Quindi, a richiesta dei giudei e secondo l'ordine di Pilato, i soldati finirono i due ladroni spezzan­do loro le gambe. Siccome Gesù era già morto, si accontentarono di un colpo di lancia. Si tramanda che un soldato, un certo Longino, che era quasi cieco, con una lancia colpì il costato di Cristo, provocandone una grandissima ferita, da cui uscì sangue e acqua. E parte di quel sangue andò negli occhi a Longino, che subito fu illuminato dalla Grazia, si pentì, si convertì e poi morì martire di Cristo. Dopo quel colpo di lancia, la folla si disperse.

        Quindi, Giuseppe di Arimatea e Nicodemo chiesero ed ottennero il permesso di provvedere alla sepoltura di Gesù. Lo deposero delicatamente dalla croce per affidarlo alla Madre e poi seppellirlo.

Maria era stata costretta ad assistere all’agonia del figlio da una certa distanza. Quanto avrebbe voluto essergli accanto per confortarlo, asciugargli il sudore, curargli le ferite! Ora può dare sfogo a tutta la sua tenerezza: può baciargli il viso, le mani, le membra straziate. Lo lava con le sue lacrime.

        Facciamola venire qui la Madre  di tutte le madri, facciamola venire qui per esprimerle tutto il nostro amore, per dirle che la vogliamo sempre come Madre.

 

Vieni, o Maria, Madre di Cristo e Madre nostra, vieni nel nostro cuore, vieni nelle nostre fami­glie, vieni nella nostra comunità.

 

(SI ASPETTA CHE LA STATUA VENGA COLLOCATA AL SUO POSTO E, QUINDI...)

 

A te, pentiti e fiduciosi, affidiamo il corpo di colui che tutto ha dato per noi: il dolce e caro Gesù!

 

(SI METTE IL CROCIFISSO AL COLLO DELLA MADONNA)


        Stando vicino alla Madonna:

Qualche anno prima, o Maria, tra le tue brac­cia riposava un bimbo: il suo sguardo sorri­deva al tuo, il suo cuore gli batteva forte in petto, il suo volto era caldo contro il tuo. Oggi, il suo sguardo si è spento, il suo cuore ha cessato di battere, il suo corpo è freddo! L'Eterno Padre ti ha chiesto il sacrificio più grande: non di offrire la tua vita, ma di dargli il figlio della tua carne, della tua anima. E non è con amore esitante, rassegnato, che presenti al Padre colui che tieni nelle mani. Una gioia misteriosa sorge dal più profondo del tuo dolore, quella di cui aveva par­lato Gesù: «C'è più gioia nel dare che nel rice­ve­re!».

Noi ti chiediamo, o Madre amata, di pregare per quelli tra noi che hanno perso una persona cara, per quelli che soffrono nella carne e nello spirito, e ti preghiamo, Madre Santissima, per tutti i di­soccupati della nostra comunità, per chi non ha ideali, per chi è demotivato e scoraggiato, per chi vive come se Dio non esistesse, per chi va alla ricerca del piacere e della gioia là dove c'è soltanto dissipazione, vuoto e aridità.

Ti supplichiamo, Madre, di confortare tutti coloro che a causa della guerra sono rimasti privi dell'affetto dei loro cari e senza una casa. A noi insegna a fare, dei doni del Signore, un'of­ferta all'Eterno Padre.

E che, nell'ultima nostra ora, siano le tue mani benedette che ci presen­tano al Padre!

Benedici le famiglie di tutto il mondo; fa’ che scoprano il ministero loro affidato. Aiuta tutti noi ad impegnarci, avendo come obiettivo non tanto l’avere quanto l’essere. Aiutaci a vivere responsabilmente, nella ricerca della santità.

        Nelle tue mani, o Maria, affido me, la comunità di Francavilla e particolarmente i presenti e tutti gli ammalati ed anziani. Aiutaci, o Maria Santissima a crescere nella fede, nella speranza e nella carità.

Aiutaci a saper mettere da parte l'orgoglio e tutto ciò che ci divide; aiu­taci a costruire un futuro migliore per la comu­nità in cui viviamo.

Aiutaci a realizzare il nostro impegno di restaurare la Chiesa Madre. E perdonaci, perdona le mancanze di genero­sità, il nostro egoismo, la nostra dissipazione, la nostra poca fede. Benedici la nostra comunità, benedici i Catechisti che con amore e abnega­zione prestano gratuitamente la loro opera per l'educazione religiosa dei nostri ragazzi, benedi­ci i giovani dell'Oratorio, perché riescano a superare tutte le difficoltà che man mano si presenteranno e sappiano costruire un avvenire migliore: per loro stessi, per le loro famiglie, per il bene degli anziani e dei loro coetanei, per la comunità tutta.

 
O Signore crocifisso, abbi pietà di noi e dacci sante vocazioni: vocazioni all'apostolato, voca­zioni alla vita religiosa, vocazioni al sacerdozio. Amen.

(CANTO)


Francavilla Angitola, venerdì santo ‘95

Don Pasquale Sergi

 

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