Benvenuti nel sito di Giuseppe Pungitore, dell'ing. Vincenzo Davoli, di Mimmo Aracri ed Antonio Limardi, punto d'incontro dei navigatori cibernetici che vogliono conoscere la storia del nostro meraviglioso paese, ricco di cultura e di tradizioni: in un viaggio nel tempo nei ruderi medioevali. Nella costruzione del sito, gli elementi che ci hanno spinto sono state la passione per il nostro paese e la volontÓ di farlo conoscere anche a chi Ŕ lontano, ripercorrendo le sue antiche strade.

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 NEWS ANNO 2021

 

 

PUBBLICATO IL NUOVO SAGGIO SU “LA VOLANTE ROSSA” – MARZO 2021


Fresco di stampa, avvenuta nello scorso mese di marzo, per i tipi delle “4 Punte Edizioni” di Roma, viene ora pubblicato il saggio di storia contemporanea “La Volante Rossa” scritto da Carlo Guerriero e Fausto Rondinelli. Si tratta della nuova versione, riveduta e aggiornata “in diversi suoi contenuti e nelle conclusioni”, del saggio storico scritto dai medesimi autori, edito nell’anno 1996 dall’editrice “Datanews” di Roma. Per non incorrere in deplorevoli equivoci diciamo subito che questo nostro breve scritto è soltanto un annuncio, indirizzato ai followers del sito www.francavillaangitola.com, per avvisarli dell’uscita del suddetto libro intitolato “La Volante Rossa”, scritto dal francavillese Fausto Rondinelli e dal prof. Carlo Guerriero di Roma. Noi redattori del sito speriamo che gli autori, Guerriero e Rondinelli, ci forniscano presto una breve recensione del loro saggio, o qualcosa di simile, scritta da un esperto di storia contemporanea, da pubblicare sul nostro sito per fare apprezzare meglio la loro opera. Qui di seguito comunque aggiungiamo alcune delucidazioni.
Come viene segnalato nella 4ª di copertina, sia della prima sia della nuova edizione, l’intento degli autori è quello di “raccontare, senza pregiudizi e indulgenze, un frammento della nostra storia recente”, ossia la particolare vicenda della “Volante Rossa”, un gruppo di partigiani milanesi che nell’immediato dopoguerra “non depose le armi”.
Ai due autori va subito riconosciuto il merito di aver affrontato con rigore ed intelligenza critica una materia piuttosto scottante. Per la sinistra italiana le imprese della “Volante Rossa” erano state vicende particolarmente “scomode”, tant’è che spesso sono state escluse, o elegantemente eluse, dalla storiografia ufficiale sulla Resistenza e sul PCI.   Nella nuova edizione del loro saggio storico i due coautori non si limitano a rivelare e ad illustrare alcuni aspetti particolari della vicenda della “Volante Rossa”, che 25 anni or sono, al tempo della prima edizione, erano poco noti o totalmente sconosciuti, ma, in una prospettiva di più ampio respiro, tendono a rilanciare la discussione e la riflessione sugli obiettivi etici e politici, che si erano posti gli esponenti principali della Resistenza italiana, ed in modo particolare quelli della sinistra.
  Ringraziamo doverosamente i due autori per averci permesso di annunciare in anteprima la pubblicazione del loro pregevole saggio storico.

                                                                                  Vincenzo Davoli – Giuseppe Pungitore

DON CARLO DE CARDONA: I CATTOLICI COSENTINI RICORDANO
IL SUO IMPEGNO SOCIALE NEL 150.mo ANNIVERSARIO DELLA NASCITA

Don Carlo De Cardona, sacerdote nato a Morano Calabro il 4 maggio 1871, è stato l'apostolo della redenzione sociale dei contadini e dei lavoratori calabresi. Il prete moranese, subito dopo la sua ordinazione sacerdotale (7 luglio 1895) fu nominato primo segretario del vescovo mons. Camillo Sorgente, che gli affidò l'incarico di organizzare il movimento cattolico cosentino, sulla scia della Rerum novarum, dando vita alla Lega del lavoro e alle Casse rurali. Per tenere unito il suo "popolo" De Cardona diede vita a giornali e a forme organizzative sociali molto interessanti. Non c'è saggio storico sulla Calabria dei primi anni del Novecento, che non cita l'azione sociale decardoniana, come la più importante e significativa presenza dei cattolici nell'agone sia sociale che politico.De Cardona non è stato mai dimenticato a Cosenza, già nel 1966 il Comune gli dedicò una strada, 50 anni fa, in occasione del centenario della nascita fu inaugurato un medaglione bronzeo in piazza Parrasio, che fa pendant con quello posizionato dieci anni prima al papa Leone XIII, il promulgatore della Rerum novarum. A cura di un gruppo di sacerdoti e laici cattolici fu costituita la Sezione studi "Carlo De Cardona" che fino a qualche anno fa ha tenuto desta la figura del sacerdote. Per i 150 anni della nascita di De Cardona, l'Ufficio pastorale dell'Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano per i problemi sociali e il lavoro, in collaborazione con il Centro studi calabresi "Cattolici Socialità Politica", invita i cattolici cosentini a alla celebrazione eucaristica, nella Cattedrale di Cosenza, martedì 4 maggio 2021 alle ore 18, presieduta dal vicario generale mons. Gianni Citrigno; subito dopo ci sarà un omaggio floreale al medaglione che ricorda De Cardona, tra i tanti che hanno già dato la loro adesione all'iniziativa, il riconfermato presidente della BCC Mediocrati, Nicola Paldino, il segretario della Cisl cosentina Giuseppe Lavia, il presidente della Coldiretti Franco Aceto, Caterina De Rose delle Acli, Leonardo De Marco del Movimento Cristiano Lavoratori. Causa Covid-19 le altre iniziative programmate, sono state rinviate alcune a metà giugno, altre a luglio, di particolare significato la mostra bibliografica "Don Carlo De Cardona e i personaggi della Rerum novarum a Cosenza" curata dalla Biblioteca nazionale di Cosenza, che sarà consultabile anche attraverso il web. Da segnalare due passeggiate: la prima a Cosenza nei luoghi che hanno visto la presenza decardoniana, il quartiere operaio dello Spirito Santo e Cosenza Casali dove nel 1907 venne costruita la palazzina denominata "Casa operaia", primo esempio in Calabria di edilizia popolare, inoltre la visita all'istituto delle Suore minime della beata Elena Aiello che ospitò don Carlo dal 1940 al 1948; la seconda passeggiata, sulle rive del fiume Arente tra i Comuni di Rose e San Pietro in Guarano, dove la Lega del lavoro di De Cardona fece costruire una centralina elettrica che diede l'illuminazione pubblica al paese di San Pietro in Guarano, sette anni prima della città di Cosenza. Il Centro studi calabresi "Cattolici Socialità Politica" che ha già pubblicato tre quaderni "Studi e ricerche su don Carlo De Cardona e il Movimento Cattolico in Calabria", curate da Demetrio Guzzardi, nei prossimi giorni verranno presentati anche ai seminaristi del Pontificio Seminario teologico regionale "San Pio X" di Catanzaro.

DOMENICA DI PASQUA - Gesù, il Cristo è veramente risorto! Sarà il nostro saluto oggi e sempre, nei momenti felici come in quelli della paura e del buio, delle chiusure  e delle separazioni forzate, del rifugio in inutili e illusorie sicurezze che nulla possono garantirci e assicurarci: Solo il Risorto è la nostra sicurezza. Solo lui è tornato dalla morte per garantirci la Vita, quella  che non finirà mai stritolata nella morsa della paura. Gesù ci libera e ci restituisce alla Vita, quella vera.

VEGLIA PASQUALE -Il messaggio di Speranza e di Pace di Cristo Risorto riscaldi ed illumini l’anima e il cuore di tutti noi, nella certezza che Egli è la Risurrezione e la Vita”.

VENERDI’ SANTO - All’inizio della nostra meditazione, è necessario sollevare il nostro sguardo alla croce, da dove pende lacerato e dissanguato il figlio di Dio.

Un Giovedì Santo all'insegna della riflessione e della preghiera.

DOMENICA DELLE PALME 28/3/2021

La parte più  commovente della Messa  è stata,  come ogni anno,  il racconto evangelico della  Passione  di Cristo ,  recitato  a più  voci.  E’ seguita    l’omelia del  parroco.

Esposizione del Santissimo Sacramento.

LA PASQUA
Che cosa significa Pasqua?
La parola “pasqua” deriva dal verbo ebraico 'pèsah', che significa passare. Passaggio quindi. In effetti, la vita stessa è il sommo dei passaggi, dalla vita alla morte, e nello stesso tempo un contenitore di vari passaggi, dal male al bene e viceversa, dalla gioia al dolore e viceversa, dall'amore all'odio e viceversa, dalla notte al giorno e viceversa. La religione cristiana, che vede in Cristo il figlio di Dio come messia fatto uomo, ha ritenuto celebrare, attraverso i suoi grandi padri e con il consenso dei fedeli, come festa, a mio parere la più importante,la Pasqua col suo significato di passaggio.
Passaggio dalla vita alla morte del Cristo, passaggio dalla morte alla resurrezione e passaggio al Mistero. Passaggio su questa terra di un uomo, il Cristo figlio di Dio, per predicare per il bene dell'umanità, passaggio dai buoni insegnamenti, seguiti da pochi seguaci, ignorati dai molti, passaggio dalla libertà di divulgare il proprio pensiero al diniego dei governanti, voluti o tollerati dal popolo sovrano, dai miracoli e discorsi pieni di grandi insegnamenti rivolti al bene comune, spinto dall'amore e non dall'odio. La Pasqua è festa di tutti, non soltanto dalla chiesa e suoi fedeli con le millenarie tradizioni, è festa per augurare a ognuno di passare dal male al bene, dall'odio all'amore, dall'oblio delle persone care, delle buone azioni, al loro ricordo. E' una Festa di auguri per passare dal disprezzo al rispetto, dalle varie iniquità e ingiustizie sociali a un vivere civile e progredito per ognuno. E' la festa di auguri che siano abbattuti tutti i muri che impediscono i passaggi di chi chiede aiuto in mare, in terre, in cielo, in ogni luogo, emigrante o profugo che sia, vero passaggio dall'indifferenza all'umana accoglienza. Pasqua di quest'anno, è la Festa del grande augurio che finisca il male, causato dalla pandemia, per passare alla serenità di ogni famiglia.
Se Gesù è il Cristo crocifisso dall'uomo, nonostante i millenni passati, se dovesse ritornare tra di noi, come un passaggio di ritorno per essere in mezzo a noi, sarebbe accolto con le palme e i rami d'olivo della pace con rispetto e venerazione? Ci sarebbe sempre il passaggio dalla venerazione, rispetto e amore al dileggio e alla nuova crocefissione. Niente è cambiato nella sostanza, restano solo gli auguri (misteriosi).
Passaggio è ancher la Pasqua del mio paese natiìo, un paese che ha avuto un passaggio dalla vitalità, nella gioia e nel dolore della sua numerosa gente, al quasi completo spopolamento, una ferita profonda in ogni cuore di suo cittadino, non resta altro che fare gli auguri per una vera Pasqua, per un passaggio dallo spopolamento al ripopolamento. Esperienza di vita, faccio a me stesso, alle amiche e agli amici condivisori di pensiero, una Pasqua, un passaggio dal presente al passato, alla Francavilla della mia fanciullezza come si vede in foto, da me scattata dai Riformati.

Vincenzo A. Ruperto

2ª EDIZIONE DEL “DANTEDÌ” - 25 MARZO 2021
LUOGHI E PERSONAGGI DI CALABRIA NELLA “DIVINA COMMEDIA”

Nelle tre cantiche del poema dantesco furono illustrati alcuni luoghi e personaggi della Calabria o Magna Grecia. Qui di seguito li segnaliamo seguendo l’itinerario percorso da Dante: Inferno-Purgatorio-Paradiso.
I) Nei 34 canti dell’Inferno a prima vista non appaiono indicati luoghi o persone della Calabria. Tuttavia nel 7° canto, quando il Poeta descrive la punizione a cui sono assoggettati gli avari e i prodighi, una bella e concisa similitudine allude chiaramente ad un luogo mitico sulla sponda calabrese dello stretto di Messina, cioè Scilla.
Dante e Virgilio stanno attraversando il 4° cerchio dell’inferno; qui i condannati formano due schiere, distinte in base al loro peccato (avari in una fila, prodighi nell’altra). Percorrendo due semicerchi opposti, i dannati spingono col petto pesanti macigni ed avanzano fino a scontrarsi violentemente; dopo essersi vicendevolmente rinfacciati i loro peccati, si voltano e percorrono il cammino in senso inverso; si scontrano di nuovo e questo loro supplizio si ripete per l’eternità. Nella similitudine dantesca gli scontri che oppongono le schiere degli avari a quelle dei prodighi assomigliano ai ripetuti vorticosi scontri delle correnti nello stretto di Messina, dove l’onda marina proveniente da Cariddi (sponda siciliana) s’infrange continuamente con l’onda che parte dalla costa calabra. Si tratta dei versi 22 e 23 del 7° canto:
“Come fa l’onda là sovra Cariddi, /che si frange con quella in cui s’intoppa..”
Ovviamente quella in cui s’intoppa è l’onda proveniente da Scilla, da tempo immemorabile conosciuta come luogo geografico e come mostro leggendario menzionato da tanti poeti dell’antichità come Omero, Virgilio, Ovidio, Lucano.

II) La Calabria nella cantica del Purgatorio.
Nel verso 124° del canto III sta scritto il nome Cosenza; pertanto il nome di questa antica città bruzia risulta essere il primo toponimo calabrese ad essere indicato esplicitamente nella “Divina Commedia”. Per meglio comprendere le ragioni che spinsero Dante ad inserire il nome di questa città nel suo poema, ci sembra opportuno riportare dapprima le due terzine di quel canto (dal verso 124 al verso 129), e quindi presentarne la relativa parafrasi in prosa moderna:            “Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia / di me fu messo per Clemente allora, / avesse in Dio ben letta questa faccia, / l’ossa del corpo mio sarieno ancora / in co del ponte presso a Benevento, / sotto la guardia de la grave mora”.
 “Se l’arcivescovo (pastor) di Cosenza, che fu allora indotto (messo) al mio inseguimento (caccia) da (per) papa Clemente IV, avesse letto in Dio l’aspetto (faccia) della misericordia, le ossa del mio corpo sarebbero ancora a capo (in co) del ponte di Benevento collocate al sicuro sotto un mucchio di pesanti pietre”.
A pronunciare le suddette parole era stato Manfredi, re di Napoli e di Sicilia, della dinastia sveva, in quanto figlio naturale del grande imperatore Federico II. Quasi tutti i dantisti ritengono che ’l pastor di Cosenza fosse Bartolomeo Pignatelli, un alto prelato che fino al 1254 era stato arcivescovo di Amalfi, poi dal 1254 al 1266 fu arcivescovo di Cosenza, e in ultimo dal 1266 alla morte (1272) fu arcivescovo di Messina. L’arcivescovo Pignatelli, appartenente ad una nobile famiglia napoletana, acerrima nemica della dinastia sveva, fu istigato da papa Clemente IV a perseguitare re Manfredi sia da vivo, sia da morto. Pignatelli, non avendolo catturato quando era vivo, riuscì a reperire e a profanare le ossa del corpo del re svevo, che era stato nascosto e sepolto sotto un mucchio di pietre vicino a un ponte di Benevento, presso il luogo dove Manfredi era stato sconfitto ed ucciso dalle truppe di Carlo I d’Angiò, incoronato re di Napoli proprio dal suddetto papa Clemente. Da quanto sopra esposto si traggono queste conclusioni:-che “Cosenza” nel III canto del Purgatorio fu menzionata non come“topos”, luogo geografico calabrese, ma come “titolo” ecclesiastico, come uno dei vari “incarichi” vescovili conferiti al prelato Bartolomeo Pignatelli, amico del papa regnante e fiero nemico della dinastia sveva; -che il suddetto arcivescovo Pignatelli non può essere annoverato tra i personaggi  “calabresi” della “Divina Commedia”, né per nascita (in quanto nato a Brindisi) né per stirpe, poiché la sua famiglia apparteneva alla nobiltà napoletana.

III) Calabria e calabresi nella cantica del Paradiso.
Timeo - Nel 4° canto del Paradiso si leggono queste due terzine (dal 49° al 54° verso):
Quel che Timeo del’anime argomenta / non è simile a ciò che qui si vede, /
però che, come dice, par che senta./ Dice che l’alma a la sua stella riede, /
credendo quella quindi esser decisa / quando natura per forma la diede.
Le due terzine sopra proposte fanno parte di una lunga, complessa risposta fornita da Beatrice a Dante, che in quel frangente aveva la mente tormentata da certi dubbi teologici e filosofici. Uno dei dubbi, che più assillavano il poeta, riguardavala concezione sulle anime elaborata da Platone nel dialogo intitolato “Timeo”. Al tempo di Dante l’unica opera di Platone conosciuta era appunto il “Timeo”, nota grazie alla traduzione in latino composta da Calcidio. Le parole di Beatrice si soffermano su un punto delicato della dottrina platonica ossia sulla credenza che l’anima, dopo la morte del corpo, fa ritorno alla sua stella, da cui era stata staccata quando l’anima stessa era stata data al corpo per costituirne la forma. Ma prescindendo da tali sottili disquisizioni filosofiche, ci preme sottolineare il fatto che il nome “Timeo” (citato nel verso 49° del canto 4° del Paradiso perché era il titolo dell’omonimo dialogo di Platone) è propriamente il nome di un antico filosofo della città di Locri, abitantein una terra che ancora non veniva denominata Calabria, bensì Megale Hellas in greco, e Magna Graecia in lingua latina. Nell’ultimo periodo della sua esistenza, quando Platone scrisse un dialogo “riguardo alla natura” (in greco antico “perì phuseos”) ricorse allo stratagemma di fare esporre la sua concezione dell’universo (cosmologia e cosmogonia, ossia struttura e origine del cosmo) ad un grande astronomo, matematico e filosofo del V secolo avanti Cristo.A questo dotto magnogreco, diretto discendente di quei coloni greci che a partire dal VII secolo a. C. si erano insediati sulla costa ionica dell’attuale Calabria e vi avevano fondato la polis Locri Epizefiri, ossia all’illustre “Timeo di Locri” fu intitolato quest’importante dialogo di Platone. Quale grande onoranza per la nostra terra, Magna Graecia o Calabria che dir si voglia!

Catona e il “corno d’Ausonia” - Il protagonista principale dell’ottavo canto del Paradiso è un giovane re; si tratta di Carlo Martello d’Angiò (1271-1295), figlio di Carlo II d’Angiò e di Maria d’Ungheria, nonché nipote di Carlo I d’Angiò, poc’anzi ricordato insieme a papa Clemente IV. Qui di seguito riportiamo le tre terzine che vanno dal verso 58 al verso 66 dell’VIII canto, sottolineando in particolare i versi che riguardano Catona e il territorio del Regno di Napoli al tempo dei primi re della Casa d’Angiò (1265-1282):
58)  Quella sinistra riva che si lava
       di Rodano poi ch’è misto con Sorga
       per suo segnore a tempo m’aspettava
61) e quel corno d’Ausonia che s’imborga
      di Bari e di Gaeta e di Catona,
      da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
64) Fulgeami già in fronte la corona
     di quella terra che ’l Danubio riga
     poi che le ripe tedesche abbandona.

Le parole che Carlo Martello rivolge a Dante descrivono, con alcune suggestive perifrasi e senza mai pronunciare la loro denominazione geografica, i vari territori di cui lo stesso re angioino era divenuto sovrano, prima di morire giovanissimo all’età di soli 24 anni. Per prima presenta la Provenza, descritta come terra che si estende sulla riva sinistra del Rodano, dopo che in esso versa le acque l’affluente Sorga; la seconda perifrasi concerneil regno di Napoli, esclusa la Sicilia; in ultimo ricorda il regno d’Ungheria (“quella terra che ’l Danubio riga”) la cui corona gli era stata data nel 1292, quando Carlo Martello aveva appena 21 anni. Soffermandoci sulla seconda terzina possiamo dire che Ausonia è il toponimo dantesco che qui sta ad indicareil Mezzogiorno d’Italia, escludendo la Sicilia. Dal nucleo centrale del territorio di Ausonia si protende, su ciascuno dei tre mari (Tirreno, Ionio, Adriatico) che bagnano l’Italia meridionale, un corno d’Ausonia; sicché quel corno d’Ausonia  che punta verso il mar Ionio, altro non è se non la penisola di Calabria.
Nell’icastica rappresentazione geografica ideata da Dante, l’Ausonia è raffigurata come un triangolo avente i vertici a Bari (a nordest sul mare Adriatico), a Gaeta (a nordovest sul Tirreno) e a Catona(a sud sullo stretto di Messina). La voce verbale s’imborga,usata da Dante nel verso 61), deriva dal vocabolo tedesco Burg che in italiano significa “roccaforte”, “castello fortificato”.In verità nel Medio Evo tre capisaldi difensivi, tre punte fortificate del Regno di Napoli erano proprio Bari, Gaeta e Catona. Un lato di quel triangolo geografico era costituito dalla linea che collega il fiume Tronto (che sgorga nell’Adriatico) con il fiume, anticamente denominato Verde, ed oggi noto come Liri o Garigliano (che sgorga nel Tirreno); Catona,in questa raffigurazione geometrica, risulta essere il vertice opposto al suddetto lato che unisce i fiumi Tronto e Verde.
   Oggi ci si potrebbe meravigliare del fatto che Dante abbia menzionato una località piccola come Catona, anziché la più grande, e molto più antica, città di Reggio, colonia fondata dai greci-calcidesi, fiorente fin dal periodo magnogreco, ed unica località calabrese menzionata nella Bibbia, perché vi sostò brevemente l’apostolo Paolo di Tarso (Atti degli Apostoli, 28 – 13). Certamente, al tempo di Dante, Reggio era una città popolosa, un importante centro amministrativo, civile e religioso, con varie attività commerciali e artigianali, ma essendo ubicata di fronte a Messina ad una distanza quasi tripla rispetto alla minima che intercorre tra le due rive dello Stretto, non era una comoda base portuale per i traffici di merci trasportate da barconi che ogni giorno facevano la spola tra la sponda calabrese e quella siciliana; neppure era munita di rilevanti fortificazioni difensive. Viceversa la piccola Catona, al tempo di Dante, era abbastanza nota, sia come baluardo per la difesa del Regno di Napoli quasi alla punta dello Stivale, sia come punto di imbarco per la Sicilia. L’imperatore Federico II di Svevia aveva fatto edificare sulle vicine alture di Concessa, sovrastanti l’abitato di Catona,un imponente castello, di cui tuttora rimangono le rovine, a protezione della marina di Catona e delle connesse attività di pesca e di traffici marittimi con la Sicilia; molto probabilmente sulla spiaggia di Catona sorgeva anche qualche torre di guardia e di avvistamento. D’altronde Dante Alighieri, sfogliando le pagine della Cronica di Matteo Villani,poteva avervi letto che, qualche tempo dopo larivolta dei siciliani contro gli Angioini, i cosiddetti Vespri Siciliani (1282), Catona e le marine limitrofe erano stati i luoghi di raccolta della armata radunata da re Carlo I d’Angiò con l’intento di riconquistarela Sicilia e riunirla al Regno di Napoli.
Le cronache più realistiche affermano che a Catona e dintorni si radunarono almeno 5.000 soldati angioini ed altri loro alleati, tra cui circa 500 fiorentini di parte guelfa; e proprio per la cospicua presenza di questi armati fiorentini, al loroconcittadino Dante non sarà sfuggito il nome di Catona, come luogo d’imbarco delle truppe che a più riprese salparono da lì per riconquistare la Sicilia. Ma tutti i tentativi di recuperare la Sicilia alla dinastia angioina fallirono, sicché l’isola rimase sotto il dominio dei re d’Aragona.
   Nel 1955 in un giardino pubblico di Catona,su iniziativa del Municipio e dell’Azienda di Soggiorno di Reggio Calabria, venne installata una colonna marmorea su cui sono infisse tre placche in bronzo; nella superiore si vede l’effigie classica di Dante, la cui testa è ornata con corona d’alloro; nella parte mediana ci sono due pagine di un libro aperto (chiara allusione alla “Divina Commedia”) dove si leggono i versi 61 e 62 del canto 8° del Paradiso: “e quel corno d’Ausonia che s’imborga / di Bari e di Gaeta e di Catona”; in basso, la targa dedicatoria con la scritta: CATONA RICORDATA DA DANTE / RICORDA IL POETA.
Le fotografie del monumento, che Catona e Reggio hanno dedicato a Dante, gentilmente ci sono state fornite da un benemerito cittadino di Catona e nostro caro amico, il Comm. Ammiraglio Francesco Ciprioti.

Gioacchino da Fiore
Nel verso 140° del canto XII del Paradiso si trova l’unico vocabolo, in tutta la “Divina Commedia”, derivato chiaramente dal toponimo Calabria; è l’aggettivo “calavrese”, scritto con la consonante “v” poiché Dante s’attiene alla versione latina usata nel Medio Evo. Nei secoli successivi, a causa del betacismo, si affermarono invece le versioni con la consonante “b”, Calabria e calabrese.
La maggior parte del canto 12° è dedicata alla vita e alla figura di San Domenico; poi negli ultimi 20 versi San Bonaventura si compiace di presentare a Dantegli spiriti sapienti che insieme a lui stesso compongono la seconda corona di beati del Cielo IV del Paradiso. Gioacchino da Fiore, pur essendo ultimo, ma solo in senso cronologico, di quella corona di spiriti beati, vi occupa comunque un posto d’onore giacché si trova al fianco di San Bonaventura, che lo presenta a Dantecon questi efficaci e memorabili versi:
“…. e lucemi dallato / il calavrese abate Giovacchino / di spirito profetico dotato”.
Nel moderno linguaggio italiano si potrebbe dire: …… e splende al mio lato/l’abate calabrese Gioacchino / di visione profetica dotato. Per meglio comprendere il ruolo importante di Gioacchino da Fiore nel panorama della cultura religiosa medievale è opportuno aggiungere che l’Alighieri conosceva Gioacchino non solo di fama o per sentito dire, ma per aver letto i suoi scritti profetici. Ne sono la prova altre terzine del Paradiso, in cui Dante apertamente riconobbe la veridicità delle profezie enunciate dall’abate calabrese. Così dal 31° al 36° verso dell’11° canto del Paradiso possiamo leggere:
“però che andasse ver’ lo suo diletto / la sposa di colui che ad alte grida / disposò lei col sangue benedetto, /
in sé sicura e anche a lui più fida / due principi ordinò in suo favore / che quinci e quindi le fosser per guida”.
Parafrasando in italiano moderno: “affinché la Chiesa – sposa di Cristo – potesse procedere più sicura e più fedele al suo Sposo diletto, (la Provvidenza) mandò due capi (san Francesco e san Domenico) che la guidassero uno di qua, l’altro di là”. I suddetti versi di Dante, da noi sottolineati, sono addirittura la traduzione letterale in lingua “volgare” delle parole latine della profezia di Gioacchino, là dove scrisse: “Erunt duo viri, unushinc, alius inde”; ovvero “ci saranno due uomini-guida (viri), uno di qua, l’altro di là.
Qui aggiungiamo concise note biografiche sul grande calabrese: Gioacchino era nato a Celico (CS) nel 1130 circa; fu prima monaco cistercense, poi nel 1176 abate nel monastero di Corazzo nella Presila catanzarese. Si ritirò quindi sui monti della Sila, ove fondò il monastero di San Giovanni in Fiore nel 1189; l’Ordine florense da lui fondato fu approvato nel 1196 da papa Celestino III. Scrisse diverse opere, tra cui alcune dove propugnava un rinnovamento sociale e religioso della Chiesa, ed altre di carattere visionario e profetico, molto famose nel Medio Evo.
Ci piace considerare la figura dell’abate Gioacchino da Fiore -tra i personaggi storici- e la cittadina di Catona –tra le località geografiche- come le due più preziose “perle” calabresi nella “Divina Commedia”.

VINCENZO  DAVOLI

18 MARZO RICORRENZA NAZIONALE VITTIME DEL CORONAVIRUS
Oggi 18 marzo 2021 è la prima ricorrenza della “Giornata Nazionale in memoria delle vittime del corona virus”, istituita del nostro Parlamento.
Un anno, quello che appena passato, duro, difficile, drammatico, che ha sconvolto e cambiato le nostre vite, le nostre abitudini che ha inciso negativamente su tutti gli aspetti della società civile, sociale, politico, amministrativa ed economica, ma anche su quella familiare e affettiva. I numeri, circa 100.000 dicessi, attestano la drammaticità della pandemia di questo virus, a volte letale, che ha distrutto la serenità e l'operatività di una nazione. Abbiamo vissuto momenti drammatici e commoventi, ricordo le lunghe file dei mezzi dell'Esercito Italiano alle prese con questo nemico invisibile e le bare dispiegate a terra come se fossero dei caduti di guerra; ricordo anche i momenti di musica e di canti fatti dai balconi delle case, dei palazzi con le scritte “andrà tutto bene” nella speranza di sconfiggere anche con la mente il tremendo nemico. Un pensiero particolare a tutti coloro i quali hanno versato lacrime in silenzio per la perdita dei propri cari e a cui non hanno potuto nemmeno fare omaggio di un semplice fiore tenendo stretto nel cuore il proprio dolore e la propria sofferenza.
A distanza di un anno si intravede una luce di speranza grazie alla campagna vaccinale. L'auspicio è quello che il prima possibile riusciamo a ritornare alle nostre quotidianità e alle nostre libertà fortemente compromesse, rivedere ragazzi e bambini correre e giocare spensieratamente nei viali e nei parchi urbani.
Un caloroso è virtuale abbraccio a tutti indistintamente coloro che sono stati al servizio della Patria per fronteggiare il terribile virus sacrificando a volte la propria vita.
Un abbraccio e a presto.
Il Sindaco
Giuseppe Pizzonia

FRANCAVILLA VOLUME SECONDO

Omaggio alla Francavilla che fu, nella speranza che i suoi figli abbiano ancora tanto amore per conoscere i loro antenati e le loro storie di vita in famiglia, nella comunità tutta e nei vati rapporti avuti con i paesi dell'angitolano.-

1778/25
Oggi dodici del mese di dicembre dell’anno predetto, nella Terra di Francavilla, dinanzi a Noi compaiono il Magnifico Giacinto Cauzzi del fu Antonio, come Sindaco d’essa Terra, ed Università di Francavilla, ben cognito. Asserisce in presenza Nostra detto Sindaco come detta Comunità, ed Università sua Principale, tiene avanti la Veneranda Chiesa di San Pietro, Principe degli Apostoli, situata nella Contrada detta la Porta di Basso un Largo, un Planizio per comodo del pubblico, e per veduta di detta Chiesa, confina la Facciata della stessa, e strada pubblica. Quale Largo, è quello stesso in dove anticamente trovavansi fabbricate le Case di Nicoletta Vaiti, di Catarina, e Bernardo Ghaccetta, e di Girolamo Parisi, li quali per il Fondo delle medesime Case pagavano di censo perpetuo grana diciassette, e mezzo alla sudetta Ducal Corte, e poi l’Università sudetta per aver detto comodo di Largo e per veduta di detta Chiesa, ad onor della Patria medesima, comprò dette Case e le dirupò, e fabbricò, e fece detto Piano, e Largo, come attualmente si ritrova avendo pagato e paga detto annuo censo di grana diciassette, e mezzo ad essa Ducal Camera, in luogo dei nomati di Vaiti, Ghaccetta, e Parisi; detto di Cauzzi, come Sindaco s’obliga a pagare il censo perpetuo a nome dell’Università.
Tante nortizie storiche sul primo e secondo volume Francavilla e dintorni.
VINCENZO A. RUPERTO

5 MARZO 2021 SAN FOCA MARTIRE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS COVID-19

ALL’ AMMIRAGLIO FRANCESCO CIPRIOTI
ILLUSTRE DEVOTO DI SAN FRANCESCO DA PAOLA

  Rinnovando una Sua squisita, gentile consuetudine che ormai si ripete da vari anni, anche per il 2021 il nostro fraterno amico Comm. Francesco Ciprioti ci ha voluto inviare copia del pregevolissimo calendario illustrato della Marina Militare italiana. L’ammiraglio Ciprioti, dopo essere stato per lunghi anni Comandante della Capitaneria di Porto di Vibo Marina, ha mantenuto, e continua ad intrattenere,  strette relazioni di amicizia, non solo con la cosiddetta “Gente di Mare” operante nei Comuni rivieraschi del golfo di Sant’Eufemia, ma anche con certi paesi dell’entroterra, come Francavilla Angitola e Filadelfia, particolarmente devoti a San Francesco di Paola, il grande taumaturgo calabrese che per il miracoloso attraversamento dello stretto di Messina (secolo XV) salpò dalla spiaggia di Catona (Reggio Calabria) giusto a pochi metri di distanza dall’attuale residenza dell’Amm. Ciprioti, che come suo fervente devoto si onoradi portare lo stesso santo nome “Francesco”.
  Fraternamente grati per la Sua vigile e garbata “attenzione” si pregiano di inviare all’esimio Ammiraglio cordiali saluti ed auguri di ogni bene, ripetendo il classico motto di lavora sul mare “Buon vento!”
l’avv. Giuseppe Pizzonia, Sindaco di Francavilla Angitola; l’ing. Vincenzo Davoli e consorte Ida De Caria; Giuseppe Pungitore e  consorte Concetta Ciliberti; la comunità di Francavilla Angitola con i tanti conoscenti ed estimatori del Comm. Amm. Francesco Ciprioti.

Vincenzo Davoli

Questa testata dedica la prima pagina del numero di febbraio.

L’ORATORIO APERTO DA DON PASQUALE SERGI
NEI RICORDI DELLA CATECHISTA IDA DE CARIA


Ho appreso con tristezza la notizia della dipartita (il 31 gennaio 2021 a Pizzo) di don Pasquale SERGI. Di lui voglio ricordare in particolare la grande disponibilità che sempre ha profuso per la buona riuscita delle varie iniziative ed attività che venivano intraprese nell’Oratorio, l’istituzione parrocchiale prediletta dall’arciprete Sergi. Don Pasquale volle intitolare l’Oratorio a San Domenico Savio, quale faro, simbolo e modello per i ragazzi che lo frequentavano. Ricordo altresì che Egli considerava l’Oratorio come un luogo “speciale”, non solo di ricreazione dei ragazzi, ma di formazione e di aggregazione e quindi aperto non soltanto ai giovani, ma anche agli adulti e alle famiglie, in quanto spazio di incontro, di crescita, di tolleranza; il suo motto era pertanto: Oratorio, famiglia delle famiglie.
Don Pasquale Sergi aveva l’hobby della fotografia; era solito ritrarre con la macchina fotografica i momenti salienti della vita parrocchiale, quali: ricorrenze religiose, attività catechistiche, pellegrinaggi, gite, scampagnate, festicciole, recite. Con le fotografie meglio riuscite componeva poi quadri-mosaico che esponeva sulle pareti delle stanze dell’Oratorio, così che ognuno poteva riconoscersi e ricordare momenti allegri e sereni vissuti in comunità. Per ribadire la sua speciale devozione alla figura del Santo adolescente a cui l’Oratorio era stato dedicato, nell’ultimo periodo del suo lungo ministero svolto a Francavilla, don Pasquale fece installare una statua di San Domenico Savio nel cortile antistante l’edificio adibito a nuovo Oratorio.
                                                                                                                      Ida De Caria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IN MORTE DI DON PASQUALE SERGI (31 GENNAIO 2021)


Con immenso dolore dobbiamo svolgere un compito particolarmente ingrato, quello di comunicare, soprattutto ai nostri seguaci “followers” che ci seguono da lontano, la notizia dell’improvviso, prematuro decesso di don Pasquale SERGI, avvenuto a Pizzo domenica 31 gennaio, giorno caro al Sacerdote defunto, in quanto festa liturgica di San Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani e Maestro del Santo adolescente  Domenico Savio, a cui lo stesso arciprete don Sergi volle intitolare il nuovo Oratorio di Francavilla Angitola. Per don Pasquale il paese di Francavilla, più che essere stata la sede di un ministero sacerdotale particolarmente lungo, è stato soprattutto un luogo assai caro, perché qui viveva una comunità, da Lui affettuosamente considerata come la “sua famiglia acquisita”, gemella della sua famiglia naturale abitante a Pizzo.
 In questo momento di smarrimento, di confusione e di profonda tristezza non possediamo la lucidità necessaria per riuscire a stilare un ricordo esaustivo del lungo, fecondo lavoro pastorale da Lui svolto per 33 anni, dal 1978 al 2011, a Francavilla.
Anzitutto ai familiari e congiunti di don Pasquale, quindi al Vescovo Mons. Luigi RENZO e a tutto il clero diocesano, nonché ai religiosi e religiose della diocesi di Mileto, Nicotera e Tropea, esprimiamo commossi il nostro cordoglio, e a suffragio della sua anima santa di Sacerdote rivolgiamo al Signore il Requiem aeternamper i defunti alla terra e diretti al Cielo.

                             Vincenzo Davoli, Ida De Caria, Giuseppe Pungitore, Concetta Ciliberti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Commiato da Francavilla Angitola di Don Pasquale Sergi

La mia voce, il mio pensiero, i miei scritti, li conoscete piuttosto bene, come conoscete i miei sentimenti e le mie opere. Ho cercato di essere padre, fratello ed amico, senza dimenticare il mio compito di guida e testimone. Vi ho sempre spronati alla corresponsabilità e al sano protagonismo “per  e con  la Comunità”,  coinvolgendovi in molteplici attività.  Ce l’ho messa tutta, e pertanto non mi dispiace per non essere riuscito a fare di più e meglio. Nessuno di noi è perfetto in tutto, sempre e comunque. Per di più, il Signore non pretende che facciamo ciò di cui non siamo capaci. A ciascuno i suoi talenti,  a ciascuno le sue responsabilità. Sono orgoglioso di quanto,  insieme a voi,  sono riuscito a realizzare nel tempo.  Sono orgoglioso di concludere il mio ministero a Francavilla,  subito dopo la riapertura della Chiesa del Rosario,  ultimo prestigioso regalo a questa Comunità di Fede, Speranza e Carità. Quest’opera, e non le feste esterne, rimarrà imperitura nel tempo, sempre pronta ad accogliere le persone di fede, caricarle nello spirito e proiettarle nel sociale,  per un progresso comune sempre costante e migliore. Ancora una volta, ringrazio dal più profondo del cuore chi mi ha voluto bene ed ha collaborato con me specie con sacrifici: vivi e defunti,  giovani e anziani, della prima e dell’ultima ora, specialmente i catechisti che si sono succeduti nel tempo, gli animatori dell’Oratorio,  e in modo del tutto speciale il Consiglio pastorale che, per anni,  ha condiviso tutto con me,  croci comprese. - A voi tutti presenti,  - a voi assenti ma che desiderate il bene reale di Francavilla,  - al vostro nuovo parroco don Mimmo,  - alle pubbliche autorità,  auguro ogni bene.  Insieme, con l’aiuto del Signore,  mirate a traguardi migliori e duraturi . Al nostro vescovo, per cui vi sollecito a pregare sempre, così come avete fatto con me: grazie di cuore! Adesso, dopo l’intervento autorevole e decisionale del vescovo,  simbolicamente affido al nuovo parroco, in nome e per conto della comunità parrocchiale, il calice d’oro, quale segno e cementazione di passato e presente, valori spirituali e sentimentali, speranze e lacrime tramutate in un unico sacro oggetto, prezioso, bello, significativo e duraturo.  Mi piace concludere con un concetto, già espresso nell’inaugurazione di questo calice il 3 marzo 2002: “Gli ex voto, fusi, hanno formato sì un solo Calice, d'oro massiccio,  artistico e prezioso,  ma anche un solo Grande Cuore palpitante, un cuore aperto a tutti, un cuore sensibile, generoso,  oblativo. Sia di buon auspicio, perchè questa Comunità, la nostra, sia sempre più unita:  nelle intenzioni, nei sentimenti,  nei progetti, e soprattutto nel concreto di ogni giorno, e a comune vantaggio”. Amen!

Francavilla Angitola, 11 sett. 2011                                                         Don Pasquale Sergi

UNA CANTATA NATALIZIA RIVOLUZIONARIA DALL’AMERICA LATINA
In questo anomalo inverno 2020-2021 i cristiani di tutto il mondo, a causa del contagioso Coronavirus Covid 19, hanno dovuto trascorrere le varie giornate di festività natalizie in maniera particolarmente semplice e dimessa, molto diversa da certi Natali sfolgoranti e dispendiosi celebrati negli anni passati. Tuttavia grazie ad un inatteso “dono”ho scoperto un’altra, per me nuova, modalità di celebrare quelle feste, assai differente dal Natale italiano, dal Noel francese, dal Christmas angloamericano, dal Weihnachten tedesco.
Negli ultimi giorni dell’Avvento il dottor Mino Piervitali da Madrid, tramite internet, mi ha inviato i classici auguri di Buone Feste, ma questa volta vi ha allegato il video di una musica natalizia cantata in lingua spagnola. Mino Piervitali è un industriale italiano, da parecchio tempo trasferito in Spagna, dove aveva aperto una fabbrica per produrre impianti e reti di irrigazione; i suoi prodotti venivano esportati anche in America Latina, e in particolare nell’isola di Cuba. Ormai ritiratosi dall’ attività imprenditoriale, il dottor Mino è rimasto a Madrid, mantenendo però buone relazioni telefoniche o telematiche con parenti, amici e conoscenti italiani. Ho conosciuto M. Piervitali grazie alla mediazione del francavillese-romano dottor Gino Ruperto, suo cognato e mio carissimo amico. Non ho mai visto da vicino il dottor Mino, ma abbiamo preso l’abitudine di trasmetterci reciprocamente saluti e auguri nelle principali ricorrenze di ogni anno, nonché di scambiarci, in qualsiasi altro momento, varie e curiose informazioni riguardanti luoghi e personaggi della Spagna e dell’Italia. Poiché ritenevo che Mino Piervitali fosse un moderato, un liberal illuminato, mi sono proprio meravigliato di ricevere da lui una cantata natalizia così “rivoluzionaria” quale appare sin dalla prima lettura il brano intitolato “Cristo de Palacagüina”. Quando ho letto per la prima volta il testo in spagnolo della cancion ho pensato che fosse ambientata in Spagna nella zona montuosa attorno all’antica città romano-iberica di Segovia. Ma certi vocaboli strani e i toponimi Mollogalpa e Chichigalpa, con il suffisso analogo a quello della capitale dell’Honduras, “Tegucigalpa”, mi hanno indotto a pensare che si trattasse di un canto nato nell’America centrale. Dalle ricerche svolte via internet ho subito scoperto che quella canzone natalizia era in realtà un canto popolare del Nicaragua, espressione emblematica della rivoluzione sandinista e della cosiddetta “Teologia della liberazione” assai diffusa in tutta l’America latina nella seconda metà del Novecento. Composta dal musicista nicaraguense Carlos Mejia Godoy, molto apprezzato da Ernesto Cardenal (prete rivoluzionario, grande esponente della Teologia della liberazione e dell’ala cattolico-marxista del movimento sandinista), il brano divenne quasi un inno dei lavoratori in rivolta contro Ortega, dittatore del Nicaragua. Insieme ad altre musiche composte dal suddetto musicista nicaraguense (come il Credo e la messa “Misa Campesina Nicaragueña”) la cantata del Cristo de Palacagüina è divenuta molto popolare in America Latina, diffusa in diverse versioni, come sovente capita ai canti popolari più famosi. Dal Centro e dal Sud America si è diffusa in Spagna per merito soprattutto dell’attrice cantante Elsa Baeza.
  Il dottor Piervitali mi ha inviato la versione della cantautrice messicana Amparo Ochoa, cantata appunto da Elsa Baeza. Figlia del poeta e scrittore cileno Alberto Baez e della cubana Elsa Pacheco, l’artista Elsa Baeza è nata a Cuba nel 1947, ma quand’era bambina la sua famiglia si trasferì in Spagna. Dopo aver interpretato tre film, Elsa si è dedicata alla carriera di cantante, affermandosi soprattutto nella musica folk e nelle canzoni melodiche e popolari; incidendo numerosi dischi, partecipando a tournées, concerti e vari spettacoli televisivi, uno dei suoi più grandi successi è stato appunto il Cristo de Palacagüina. Qui di seguito è riportata una versione di tale canto in un linguaggio castigliano-centramericano corredata da una traduzione italiana del dottor Piervitali.

Por el cerro de la Iguana / Montaña adentro de las Segovias / Se viò un resplandor extraño/  Como una aurora de medianoche/ Los maizales se prendieran /
Los quiebraplatos se estremecieron /Lloviò luz por Mollogalpa /Por Telpaneque, por Chichigalpa

Ritornello- ==Cristo ya naciò en Palacagüina / De Chepe Pavòn y una tal Maria /
Ella va a planchar muy humildemente / La roba que goza la mujer hermosa del terrateniente.==
Las gentes, para mirarlo, se rejuntaron en un molote/
El indio Joquinle trajo quesillo en tranzas de Nagarote/ En vez de oro, incienso y mirra /
Le regalaron, segun yo supe / Cajetitas de Diriomo y hasta buñuelos de Guadalupe
Ritornello -                          ==Cristo yanaciò ……==
Jose pobre jornalero se mecatella todito el dia / Lo tiene con reumatismo en el tedio la carpinteria / Maria sueña que el hijo, igual que el tata, sea carpintero /
Pero el chavalito piensa: “mañana quiero ser guerrillero”.
Ritornello ==
Traduzione in italiano
Verso il colle dell’Iguana / Nella selva montana delle Segovie / Si vide uno strano bagliore /
Come di un’aurora a mezzanotte. / I campi di mais presero fuoco / Le lucciole tremolarono /
Una luce inondò Mollogalpa / Telpaneque e Chichagalpa.
Ritornello- Era nato Cristo a Palacagüina / Da Peppe Pavon e da una certa Maria /
Lei, molto umilmente, stira la veste, che sfoggia la bella moglie del possidente==
La gente per vederlo si riunisce in un crocchio /
L’indio Joaquin gli ha portato trecce di formaggio di Nagarote/
Invece di oro, incenso e mirra / Gli hanno regalato, come io seppi /
Dolcetti di Dioromo e persino frittelle di Guadalupe / =Ritornello=
Giuseppe, povero operaio, s’arrabatta un po’ tutto il giorno /
Ha i reumatismi e non ne può più della falegnameria /
Maria sogna che il figlio, come suo padre, faccia il lavoro di falegname /
Ma il ragazzo invece pensa: domani vorrò essere un guerrigliero.

 Mi piace immaginare questa cantata centramericana come una sorta di “Presepio vivente musicale”, adattabile persino alla Calabria, dove le Segovie diventano le nostre Serre; Mollogalpa, Telpaneque, Chicigalpa potrebbero essere paesi come Vallelonga, Capistrano e San Nicola; Palacagüina diventa Francavilla, location di molti “presepi viventi”. Senza offendere il Santo, a cui il corrente 2021 è stato dedicato come Anno Santo, San Giuseppe, ovvero il Chepe Paron, può diventare un Mastro Peppe, falegname emblematico di qualche paese calabrese. Le trecce di Nagarote potrebbero essere le trecce di mozzarella prodotte a Curinga; le cajetitas de Diriomo diventano i famosi mostaccioli di Soriano; le frittelle di Gudalupe, sostituite dalle zeppole di tanti paesi calabresi, come Filadelfia, Polia, Filogaso, Maierato; al posto dell’oro, incenso e mirra donati dai Magi: i tartufi gelati di Pizzo, i torroni del Reggino, e i frutti più amari (come il cedro o il pompelmo) tra i tanti agrumi coltivati in Calabria. La magia della Natività del Niño, del Bambino Gesù, si può diffondere per tutti i continenti e fra tutte le genti.
  

VINCENZO  DAVOLI

17 GENNAIO GIORNATA DEL DIALETTO
COSTUME VECCHIO E NUOVO
Vincenzo Ruperto

La màmma de na cummàra
parìa ca èra na cotràra
cu la fàccia rùssa e jànca
mu si mòva mài fŭ stànca,
volìa sèmpa mu fatìca
e mu si vèsta a l’antìca.
Pe prìma sèmpa s’azàva
e mu si vèsta ncignàva,
lu marìtu ‘on risvigghjiàva
ca nto lièttu rafulijàva.
Na jànca suttàna ‘e lìnu
de sùtta o’pièttu chjìnu
era accussì tànta fìna
cuòmu na cartavelìna
la mùstrava nùda nùda
beᶁa cuòmu sèmpra fŭda.
---
A lu cumò s’appojàva
la spìnzera s’aggiustàva,
lu pànnu rùssu calàva,
lu juppùni s’acconzàva,
na cùda lònga dassàva
ca chìᶁu pànnu mustràva
cu davànti lu faddàli,
cu li tièmpi frìddi e màli
non mancàva lu vancàli,
sùpa ‘a tèsta sùpa i spàḍi
calàva tùttu lu sciàḍi.
Tùtta jànca la cammìsa
sutta ‘u cuòḍu si la mìsa.
A lu spècchiu si guardàva,
tùtta tùtta si prejàva,
cu li jìjita ‘e na mànu,
stricàndusi chiànu chiànu,
si cacciava li gariḍi,
s’acconzàva li capìḍi
cu li tànti ferrettìni,
chìstu facìa li matìni,
nta lu cuòḍu li brillòcchi
nci luciànu cuòmu l’uòcchi.
Jìa la scàla pèmmu sagghjia
nu gradìnu jìu mu sbàgghjia
scivulàu ḍantèrra càtta
cu na mànu jìu mu sbàtta
dùva nc’èra na gaḍinàzza,
ammucciàta cu li vràzza
si tenìa la faccia beḍa,
si mìsa mu si ribèḍa,
nci portàru na tinèḍa
mu si làva màni e pèda,
ma tùtta pèmmu si làva
na coddàra non bastàva.
Lu marìtu jìu ma vìda
e si mìsa mu la grìda
‘bòna bòna t’acconzàsti
nda cumbìni dànni e guàsti,
hài mu ‘a fìni de vestìra
si mpiàstri matìna e sìra.
Dàssa stàra vancàli e sciàḍi
mu si vìda tèsta e spàḍi,
dàssa stàra chìḍa cùda
ca d’arrièdi tùttu chiùda,
na vèsta nòva cu la calàta
mùstra pùru la nchjianàta.-
Fùda bòna la penzàta
e si fìcia la cangiàta.
La màmma da cummàra
mo pàra na cotràra,
na cotràra posteràra,
cuòsi nuòvi vòla ‘u mpàra.
Mò non àva chjiù li còccia
ca si làva cu la dòccia
e sapùni bagnoschiùma,
ognitàntu si la fùma,
su na sèggia piccirìḍa
gàmba e còscia mu si vìda
s’assètta ùnghji mu si tìngia,
cu la vùcca fàcia ‘a grìngia
li làbbra mu pìtta rùssi,
cu la frièvi cu la tùssi
si pròva cammìsi e gònne ,
pòrta coziètti ‘e nailònne,
d’uòru ricchìni e pendàgghji
s’annassìja ‘u còcia l’àgghji,
o’màra cu lu bichìni
mùstra gàmbi e mìnni chjìni.
La màmma da cummàra
non èna chiù cotràra,
ma fìmmina rànda e nòva
mùndu nuòvu jìu mu tròva.
---
La mamma di una comare/sembrava essere una ragazza/con la faccia rossa e bianca7volle sempre faticare/ e vestirsi all'antica./ Era la prima ad alzarsi/e per vestirsi iniziava,/il marito non svegliava/che nel letto russava./Una bianca sottana di lino/di sotto il petto pieno/ era così tanto sottile/come una carta velina/la mostrava nuda nuda/bella come sempre fu./ Al comò si appoggiava/la camicetta di aggiustava,/il panno rosso calava,/il giubbone di aggiustava,/un coda lunga lasciava/ che quel panno mostrava/coo davanti il grembiule,/con i termpi freddi e cattivi/non mancava il vancale,/sopra la testa e le spalle/calava tutto lo scialle./Tutta bianca la camicia/sotto il collo se la mise./ Allo specchio si guardava,/tutta tutta si ammirava,/con le dita di una mano/ stropicciando piano piano,/si cacciava le cispe,/si aggiustava i capelli/con le tante forcine,/questo faceva le mattine,/al collo le colle/le luccicavano come gli occhi./Andava la scala per salire/andò a sbagliare un gradino/scivolò e a terra cadde,/con una mano andò a sbattere/dove c'era uno sterco di gallina,/nascosta con le braccia/si teneva la faccia bella,/si mise ad allarmare,/le portarono un tinello/per lavarsi mani e piedi,/ma per lavarsi tutta non bastava.//il marito andò a vederla/e si mise a sgridarla/buona buona ti aggiustasti/ne combini danni e guasti,/la devi finire di vestire/questi impiastri mattina e sera,/Lascia stare vancale e scialle/che si veda testa e spalle,/lascia stare quella coda/che di dietro tutto chiude/una veste nuova con la discesa/mostra pure la salita .-
/Fu buona la pensata/e si fece la cambiata./la mamma della comare/ora pare una ragazza,/una ragazza posterara,/cose nuove vuole imparare./Ora non più i foruncoli/perché si lava con la doccia/e sapone bagnoschiuma,/ogni tanto se la fuma,/su una sedia piccolna/gambe e cosce fa vedere/si siede le unghie per tingersi,/con la bocca fa la smorfia/le labbra per tingersele rosse,/con la febbre e con la tosse/si prova camicie e gonne,/porta calze di nailon,/di oro orecchini e collane/si nausea a cuoce gli agli,/al mare con il bikini/mostra gambe e mammelle piene./La mamma della comare/non è più una ragazza,/ma una adulta donna e nuova,/un mondo nuovo andò a trovare.
[1]Spinzera, camicetta di raso, di velluto, di seta.
[1] Pànnu rùssu, era il panno rosso che andava dai
seni alle caviglie, il colore poteva essere anche
amaranto.
[1] Juppùni, giubbone, era il busto di stoffa posto
sotto la camicetta con stecche di osso levigate.
[1] Cùda, la parte della gonnella arrotolata intorno
alla cintura dei fianchi lasciava cadere un
cascante (cuda) in modo tale da far vedere il
panno rosso. In caso di lutto la gonnella era disciolta
e avveniva la ‘calata’.
[1] Faddàli, era un grembiule quasi sempre nero,
ampio e attaccato al corpo con una cordicella
dello stesso colore.
[1]Vancàli, era un pezzo di stoffa lungo due
metri, rettangolare, che era posto da destra
vancale era di stoffa piuttosto pesante dai
colori sfumati rosso e nero. In origine era di
stoffa pregiata e tessuta in casa, seta o lino, tinto
con bucce di melograno (il nero) e anellina o con
altri ingredienti colorati trovati nelle campagne
o da bucce di altra frutta. (Descrizione avvocato
G. B.Petrocca in un suo inedito scritto).
[1] Sciàḍi, a sinistra sulla testa e avvolto intorno al petto.
Il scialle, era: ’un capo di vestiario
di seta o di stoffa (colore marrone per
vedovanza o età avanzata) molto lungo
e piegato doppiamente, con lunga e
ricca frangia, dalla parte delle spalle
fino al deretano.
[1] Ferrettìni, forcine per appuntare i capelli.
[1] Brillocchi, i ciondoli della catena d’oro.
[1] Gaḍinàzza, escremento della gallina.
[1] Tinèḍa, piccolo tino

 BASILE  ARACRI – NEL CENTESIMO QUINTO ANNIVERSARIO
DELLA SUA NASCITA A FRANCAVILLA ANGITOLA, IL 2 GENNAIO 1916

Articolo di Vincenzo Davoli

   Non ho avuto il piacere di conoscere e neppure di incontrare o vedere da vicino il professore Basile Aracri; cosicché oggi mi viene difficile dare un titolo efficace a queste mie frasi frammentarie scritte in suo onore in occasione del 2/02/2021. Si tratta di una giornata veramente speciale per quest’illustre Uomo francavillese, poiché in tale data ricorre sia l’anniversario della sua nascita, avvenuta a Francavilla Angitola il secondo giorno di gennaio 1916 (cioè nel vivo della Prima guerra mondiale), sia l’onomastico, in quanto il 2 gennaio di ogni anno la Chiesa festeggia un santo vescovo di Cesarea in Cappadocia, venerato come San Basilio (ovvero Basile) seguito dall’appellativo Magno, giustamente conferitogli per aver impartito ai suoi discepoli (che da Lui presero il nome di “basiliani”) sagge regole di vita monastica improntata alla carità, all’obbedienza e alla disciplina, raccomandando loro di impegnarsi non solamente nella meditazione delle Sacre Scritture, ma di lavorare anche manualmente e intellettualmente, e di prendersi cura dei poveri e dei malati.
   I genitori di Basile erano entrambi francavillesi e si chiamavano Nicola Bernardo Aracri e Vittoria Lazzaro; si erano sposati nella chiesa di San Foca il 26/8/1911. In verità Nicola Aracri, pur appartenendo ad antichissima famiglia francavillese, filiana della Parrocchia delle Grazie, e pur avendo trascorso la sua esistenza a Francavilla, era nato il 20/05/1887 a Cortale, paese di origine di sua madre, la cortalese Filomena Parisi, che aveva sposato il francavillese Bruno, ossia il nonno paterno del nostro Basile Aracri. I genitori Nicola B. Aracri e Vittoria Lazzaro ai loro figli maschi vollero dare nomi insoliti e particolari.
Al primo maschio, nato il 20/05/1913, furono dati i nomi Dante (come il sommo poeta) Bruno (come il nonno paterno) Nicola (come il padre); a Francavilla viene ricordato come “Dante Aracri”, abile falegname-ebanista.
   Il secondo maschio, nato come già detto il 2/01/1916, venne battezzato il 10 gennaio, avendo come madrina la levatrice Concetta Rauddi. A lui furono attribuiti questi tre nomi: Basile, Guido, Roberto. In verità nessuno dei tre nomi rinnovava quello di parenti o antenati né del ramo paterno, né di quello materno. Addirittura il nome “Basile” è un unicum a Francavilla; a nessun altro francavillese nato prima, oppure dopo, il benemeritoprofessore Aracri, è stato attribuito il nome Basile (ovvero Basilio). Anche gli altri due nomi, Guido e Roberto, a Francavilla sono piuttosto rari. Probabilmente il nome “Basile” gli fu dato in onore del grande Santo di stirpe greca, Basilio Magno, la cui festa liturgica viene appunto celebrata il 2 gennaio, data di nascita del piccolo Aracri. Forse il secondo nome “Guido” gli era stato dato in omaggio ad un poeta che in quegli anni era molto apprezzato, ossia Guido Gozzano, il massimo esponente italiano della poesia crepuscolare.
   Ovviamente questi scarni dati anagrafici riguardanti il cittadino francavillese Basile Aracri, e i suoi familiari ed antenati, sono stati da me reperiti nei registri comunali e parrocchiali di Francavilla. Sennonché già molti anni prima del mio arrivo a Francavilla avevo sentito parlare di un valente professore di latino e greco, di nome Basile Aracri; me ne avevano parlato mia sorella Maria e mio fratello Agostino Davoli. Questi miei congiunti, avendo studiato al Ginnasio-Liceo Classico “Francesco Fiorentino” di Nicastro, conoscevano bene il professore Basile Aracri, ma ignoravano che egli fosse nativo di Francavilla Angitola. Rievocando gli anni di studio trascorsi in quell’istituto, ricordavano non solo i nomi di molti loro compagni, ma anche quelli di alcuni professori del liceo, allora ospitato nel convento di San Domenico; soprattutto ricordavano certi docenti prestigiosi,come il preside Oreste Borrello, come i fratelli professori Italo e Ciccillo Reale, le professoresse Cerminara e Parlati, nonché il professore di Latino e Greco, Basile Aracri.
Io, pur non avendo conosciuto né mai incontrato il professor Aracri, ho comunque avuto modo di leggere due suoi scritti molto significativi. Lo scritto più lungo è la “minuta”, peraltro assai mutilata, di un elogio funebre pronunciato dal prof. Aracri il 1° novembre 1944. Il secondo scritto è l’iscrizione, composta da Basile Aracri, di una lapide marmorea collocata nel liceo “Fiorentino”. La lapide ricorda il benemerito e dotto sacerdote Don Luigino Costanzo, che fu anche nominato Provveditore agli Studi della provincia di Catanzaro nel periodo immediatamente successivo alla fine della seconda guerra mondiale. Il professore Aracri ricordò l’insigne prelato umanista con queste espressioni icastiche, fini e delicate, incise nel marmo della lapide:

A LUIGI COSTANZO
CHE
IL DOLORE DELLE COSE
TEMPRÒ
DI SERENA DOLCEZZA
E
LA VITA TUTTA
SENTÌ
COME SACERDOZIO
DI CIVILTÀ E UMANITÀ

    Dal lungo elogio funebre composto per l’improvvisa, dolorosa morte di Giuseppe Ruperto, genitore del dottor Gino, di Peppino e di Domenico Ruperto, emerge la notevole cultura umanistica del giovane professore Basile Aracri e soprattutto la sua profonda conoscenza dei temi fondamentali delle opere classiche greche e latine, scritte dai tragici, dai poeti e dai filosofi: il fato, il dolore, la gioia, il destino, l’invidia degli dei, racchiusa nell’amara sentenza, ripetuta anche da molti scrittori moderni, come Leopardi, secondo cui: è preferibile per l’uomo non essere mai nato o, appena nato, varcare subito la soglia dell’Ade.
Concludiamo questa frammentaria carrellata biografica riguardante Basile Aracri indicando brevemente i momenti più importanti dell’esistenza sua e dei suoi familiari.
-Basilio Guido Roberto Aracri nacque a Francavilla Angitola il 2/01/1916.
-Laurea in Lettere classiche all’Università di Napoli il 21/11/1941, subito seguita da una supplenza al Liceo Classico “F. Fiorentino” di Nicasto per la cattedra di Latino e Greco.
- Matrimonio con la francavillese Maria De Sibio, professoressa di Lettere alle Medie e al Liceo Scientifico.
- Dal matrimonio nacquero due figli: Nicolino (nato nel 1955, poi medico); Annarita (nata nel 1966, avvocato)
- Nel 1955 la famiglia Aracri si trasferì a Roma, dove il prof. Basile continuò la sua attività didattica nel Liceo classico “Augusto”.
- Nel 1975 la casa editrice UTET pubblicò la traduzione in italiano, svolta dal prof. Aracri di due opere latine di Petrarca: De otio religioso – Testamentum.
- Nel 1979 il prof. Basile Aracri si ritirò dall’attività didattica.
- Il 5-08-1990 morì a Vibo Valentia, dopo il ricovero nel locale ospedale. Fu sepolto nel cimitero di Francavilla.

 

AUGURI FRATERNI PER FINE ANNO MALEDETTO E SPERANZOSO ANNO NUOVO, ogni tanto ricordare le nostre tradizioni non guasta, se il tempo lo consente leggete, è storia dei nostri avi.

Di Vincenzo A. Ruperto

LA STRINA
Canto popolare francavillese
riportato e tradotto con brevi commenti
PARTE PRIMA
Coro o singola voce (era cantata da due o più persone assieme, rare volte da singola persona con altro o altri facenti la funzione del coro nei versi ripetuti.)
Fàmmi la Strìna ch'è Capudànnu,
fammìla bòna ca si nnò mi dànnu.
A' mmiènzu sa càsa vìju na carpìta 1
sa figghjia mu la vìju rìcca e zìta.
A' mmienzu sa casa viju nu palùmbu
ca nc’è l’uòru de tùttu lu mùndu.
A' mmienzu sa casa viju na sfèra,
crìju ca l’amìcu è chi si lèva.
Lèvati chjiànu chjiànu pe nòmmu càdi.
Lèvati chjiànu chjiànu pe nommu càdi.
Cacciàtinci li sièggi da li pèda,
crìju ca lu tizzùni è de ficàra.
Criju ca lu tizzùni è de ficàra
pe' cchìssu non s'appìccia la lumèra,
tornàmu arrièdi ca s’avìa scordàtu
a chiavicèḍa de lu tavulàtu,
santu Antonìnu fancìla trovàra.
Santu Antonìnu fancìla trovàra
la chiavicèḍa de li cuòsi buòni
La chiavicèḍa de li cuòsi buòni:
zìppuli, nùci e cuosi de mangiara.
Zìppuli, nùci e cuòsi de mangiàra,
fammi la strìna chi mi suòli fara.
Fammi la strina chi mi suoli fàra
ca è capudànnu e non mi po mancàra,
càpu dell’ànnu e capu de lu mìsi,
pìgghjiali prièstu si l’hài de pigghjiàra.
Pìgghjiali prièstu si l’hài de pigghjiàra
nòn mi fàra cchjiù avànti penijiàra.
Tu cuòmu lu pùa sentìra stu scilu. 2
Tu cuòmu lu pùa sentìra stu scìlu
s'hài la schiùma cuòmu li ciarrambùa, 3
sienti chi dicia la chitarra mia.
Siènti chi dìcia la chitàrra mìa,
dìcia ca li trì ùri sù passàti,
e fàcia scùru e non vìju la vìa.
E fàcia scùru e non viju la via,
mi vàju arrumbulàndu pe li stràti,
si non vi dìssa quàntu v’ammieritàti.
Si non vi dissa quantu v’ammieritàti
mi perdùna la vostra signurìa,
non hàva chi dìra cchjiù la lìngua mìa.
Non hàva chi dìra cchjiù la lingua mia
e mi perdùna la vòstra signurìa,
vi dàssu cu la pàci de Marìa.
PARTE SECONDA
Rivolta alla donna (con singola voce o con coro come all'inizio)
Signùra, mia signùra, gran signurìa,
la vostra signurìa v'arraccumàndu
de quàntu tierri vi viju patruna,
de quàntu tièrri vi viju patrùna
pe' quantu arvuri lu vientu va minandu,
siti patrùna di quàttru castèlli.
Siti patrùna di quàttru castèlli
a Nàpuli, Spàgna, Palièrmu e Messìna,
appòsta, patrùna mia, siti tanta bella.
Apposta, patruna mia, siti tànta bèlla.
Cuòmu li ruòsi rùssi a li giardìni
a li mani vi mèranu l’anelli.
A li màni vi mèranu l’anèlli
e a chìssa gùla na catìna d’uòru,
lùcia cchjiù nu capìḍu de sa trìzza
ca nò na spàta d’uòru quàndu è nòva.
A chìsta rùga nci cumbenarìa,
a chìsta rùga nci cumbenerìa
n'àrvaru carricàtu de diamànti
e a li pèda na fùnti de surgìva.
E a li pèda na fùnti de surgìva
e sùrgerianu li bellìzzi a tùtti quànti
e nta lu miènzu n'àtra cosa averìa,
e nta lu miènzu n'àtra cosa averìa:
lu paradìsu cu tutti li santi,
e a la cima na rocchetta averìa. 4
E a cima na rocchètta averìa
staciàrianu mfrìscu li duònni galanti, 5
o imperatrici, sùpa a ogni galanti,
duònni galànti sùpa ogni galànti,
o imperatrìci supa ogni regìna,
Dio mu vi ndòta de bòna dottrina.
Dio mu vi ndòta de bona dottrìna.
Lu tùrdu mu vi càza lu spirùni
e lu grammùòniu davànti a ballàra. 6
E lu grammùòniu davànti a ballàra.
Vorrìa c’avìssi li suòrti dell’àpa
chi si guvèrna cu tutti li ħjiùri.
Chi si guvèrna de tutti li ħjiùri.
Vorrìa c’avìssi li fuòrzi d’Orlàndu
e li ricchìzzi de don Càrlu Magnu.
E li ricchìzzi de don Càrlu Magnu
e la sapiènza do rrè Salamùni
tàntu m’avìti de li buòni suòrti.
Tantu m’aviti de li buoni suòrti
quantu a Roma s'àrdanu candìli,
tantu m’avìti de li buòni suòrti.
Tantu m’avìiti de li buòni suòrti
pe’quantu a Roma nc’è finièstri e puòrti,
tantu m’aviti de li buòni suòrti
pe‘ quantu a Roma nc’è lètta de pànni.
FINALE
E nui cantàmu de sùpa stu chjiànu
triccièntu sàrmi mu li fai de rànu 7
E nui cantàmu de sùpa stu scuogghjiu
triccièntu giàrri mu li fai de uògghiju.
E nui cantàmu ad usu de carrìnu 8
triccièntu gùtti mu li fai de vinu.
E nui cantàmi ad usu de lu cìgnu
ogn'annu mu vi nèscia ogni disìgnu. 9
E nui cantàmu e pàssanu li grùi
e d'ogni vàcca mu vi nda fàcia dùi.
A mmiènzu sa casa vìjiu na lumèra
stanòtte mu vi figghjia la sumèra.
A mmiènzu sa càsa vìju nu casciùni
su figghjiu mu lu vijiu nu baruni.
A mmienzu sa casa vijiu na carpita
sa fìgghjia mu la vijiu ricca e zzita.
A mmiènzu sa casa viju nu palùmbu
cà nc’è l’uòru de tuttu lu mundu.
Fàmmi la strina chi mi suòli fara
ca è Capudannu e non mi po’ mancara.
Capu de l’annu e Capu de lu misi
siti ħjiùri de tutti li misi,
si non vi dìssa quantu v’ammeritàti,
mi perdùna la vostra signurìa,
non ha chi dira cchjiù la lingua mia,
mi perdùna la vostra signurìa
vi dassu cu la paci do Messia,
vi dàssu cu la pàci de Marìa.
TRADUZIONE E COMMENTI
PARTE PRIMA
Fammi la strenna che è Capodanno,/fammela buona sennò mi danno/ Nel mezzo della casa vedo una coperta/vostra figlia che diventi ricca e fidanzata./Nel mezzo della casa vedo un colombo/perché c'è l'oro di tutto il mondo/Nel mezzo della casa vedo una sfera,/credo che l'amico sta per alzarsi./Alzati piano piano per non cadere./Alzati piano piano per non cadere,/toglietegli le sedie dai piedi,/credo che il tizzone sia di legno di fico/per questo non si accende la lucerna,/torniamo indietro perché aveva dimenticato/la chiavetta del tavolato,/Sant' Antonino fai che la trovi./Sant'Antonino fagliela trovare/la chiavetta delle cose buone./La chiavetta delle cose buone:/zeppole, noci e cose da mangiare,/fammi la strenna che mi suoli fare./Fammi la strenna che mi suoli fare/che è capodanno e inizio del mese./prendile presto se le hai da pigliare./Prendile presto se le hai da pigliare./non mi fare più avanti penare./Tu come la puoi sentire questa goduria./Tu come la puoi sentire questa goduria/se hai la schiuma come i lumaconi./Senti cosa dice la chitarra mia./Senti che dice la chitarra mia,/dice che le tre ore sono passate,/e fa buio e non vedo la via./E fa buio e non vedo la via,/mi vado rotolando per le strade,/se non vi
dissi quanto vi meritate./Se non vi dissi quanto vi meritate/mi perdoni la vostra signoria,/non ha più che dire la lingua mia/e mi perdoni la vostra signoria,/vi lascio con la pace di Maria.
PARTE SECONDA
Signora, mia signora, grande signoria,/la vostra signoria vi raccomando/di quante terre vi vedo padrona,/di quante terre vi vedo padrona/per quanti alberi il vento va scuotendo,/siete padrona di quattro castelli,/Siete padrona di quattro castelli,/a Napoli, Spagna, Palermo e Messina,/per ciò, o mia padrona, siete tanto bella./Per ciò, o mia padrona, siete tanto bella./Come le rose rosse nei giardini/alle vostre mani si addicono gli anelli./Alle vostre mani si addicono gli anelli,/e al collo una catena d'oro,/luccica più un capello della treccia/che non una spada d'oro quando è nuova./A questa ruga ci converrebbe/un albero carico di diamanti/e ai piedi na fonte sorgiva./E ai piedi una fonte sorgiva,/sorgerebbero le bellezze ad ognuno/e nel mezzo una'altra cosa avrebbe,/e nel mezzo un'altra cosa avrebbe/il paradiso con tutti li santi,/e alla cima una rocchetta avrebbe./E alla cima una rocchetta avrebbe,/starerbbero al fresco le donne galanti,/o imperatrice, sopra ogni galante/donne galanti sopra ogni galante,/o imperatrice sopra ogni regina,/Dio che vi doti di buona dottrina,/il gallo che vi calzi lo sperone/e il granone davanti a ballare./E il granone davanti a ballare./Vorrei avere le sorti dell'ape/che si governa con tutti i fiori./Che si governa con tutti i fiori./Vorrei avere le forze di Orlando/e le ricchezze di don Carlo Magno./E le ricchezze di don Carlo Magno/e la sapienza di re Salamone/tanto che abbiate delle buone sorti./Tanto che abbiate delle buone sorti/per quanto a Roma si accendono candele,/ tanto che abbiate dalle buone sorti/per quanto a Roma ci sono finestre e porte,/tanto che abbiate delle buone sorti/per quanto a Roma ci sono letti di panni.
FINALE
E noi cantiamo da sopra questo Piano/trecento salme che tu possa fare di grano/ E noi cantiamo da sopra questo scoglio/trecento giare che le riempi d'olio,/E noi cantiamo ad uso di carlino/trecento botti che le riempi di vino./E noi cantiamo come fa il cigno/ogni anno che si realizzi ogni desiderio./E noi cantiamo e passano le gru/ed ogni vacca che ve ne figli due./In mezzo la casa vedo una lanterna/stanotte che vi partorisca l'asina./In mezzo la casa vedo una cassa grande/che il figlio lo possa vedere un barone./In mezzo la casa vedo una grossa coperta/che la figlia la possa vedere ricca e fidanzata./In mezzo alla casa vedo un colombo/perché c'è l'oro di tutto il mondo./Fammi la strenna che di solito mi fai/che è Capodanno e non mi può mancare./Capo dell'anno e capo del mese/siete il fiore di tutti i mesi,/se non vi dissi ciò che meritate/mi perdoni la vostra signoria/non ha più che dire la lingua mia,/mi perdoni la vostra signoria/vi lascio con la pace del Messia,/vi lascio con la pace di Maria.
Commenti su alcune parole e versi.
1) Carpìta, era una grossa elegante coperta usata come tappeto per abbellimento delle case.
2) Scilu, significato di goduria, grande desiderio.
3) Ciarrambùa, grossa lumaca, lumacone.
4) Parte alta della rocchia, fuso o rocchetto.
5) Imperatrici, galanti ecc., elogi per la signora alla quale è rivolta la Strina, paragonandola al di si sopra di ogni donna sia essa regina o della buona società.
6) Turdu, turhjiu o simile dizione, era così chiamato il gallo non ancora dotato sessualmente, tra pulcino e galletto. Lo sperone (spirùni) era detto l'ossicino che spuntava dietro alla zampa dello stesso. Grammùniu o Grammuòniu è il granturco ossia granone o mais.
7) Sarmi, la Salma era un'unità di capacità equivalente a quattro o 5 tomoli.
8) Carrìnu, sta per Carlino, antica moneta d'oro o argento dal tintinnio piacevole.
9) Disìgnu, per comprendere bene l'equivalente italiano disegno, meglio tradurre desiderio (in dialetto sarebbe disìu).
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La Strina era un canto popolare che allietava la fine del vecchio anno e l'inizio del nuovo. Francavilla, è un paese che sorge sopra un costone lungo a schiena d'asino, la parte inferiore è detta Pendìno, perché situata in un pendio, la parte alta è chiamata Dièrto, anche Adièrto, dal latino adergere, con il significato di stare in alto. Numerose sono le 'rughe', spettacolari luoghi, dove insistono vecchie abitazioni.
A fine d'anno, era uso recarsi a sentire la messa, sia nella chiesa matrice di San Foca, sia in quella di Santa Maria delle Grazie, ognuna delle quali aveva il suo parroco.
Finita la messa, gruppi di giovani, anche anziani, iniziavano a cantare la Strina a qualche famiglia amica, i cui componenti ringraziavano offrendo zeppole, frutta secca e tanto vino.
La Strina, è un componimento poetico e storico per gli usi e costumi del tempo, richiami di miti medievali come Orlando e Carlo Magno, della Roma sede del papato con le sue numerose chiese, dove le candele ardevano notte e giorno, porte, finestre e letti di panni (materassi non di paglia o o di foglie secche del granturco), donne, uomini galanti e così via. Il richiamo al mondo rurale è forte, magistralmente virtuoso: l'ape che si nutre dai fiori, le gru, le mucche, il gallo con lo sperone che gli spunta dietro le zampe con il granturco raffigurato come se danzasse davanti, all'olio, grano e vino, cioè i prodotti tradizionali necessari per vivere.
Si cantava quasi sino all'alba, in un verso è detto che erano già trascorse le tre ore (dalla fine dell'anno vecchio). Sane tradizioni popolari non più in uso, quel mondo ormai è scomparso, tutto è cambiato.

 

 

Si apre l’anno di San Giuseppe

di NICOLA PIRONE
Si è aperto lo scorso 8 dicembre l’anno di San Giuseppe che terminerà il giorno dell’Immacolata del 2021. È stato Papa Francesco a inaugurare l’anno per celebrare il 150° anniversario della proclamazione di San Giuseppe a Patrono della Chiesa universale, emanando un decreto, con il quale ha stabilito che sia celebrato uno speciale anno, nel quale ogni fedele sul suo esempio possa rafforzare quotidianamente la propria vita di fede nel pieno compimento della volontà di Dio. In occasione dell’Anno di San Giuseppe, si concederanno speciali indulgenze, tra cui quella plenaria. La confraternita del Santissimo Rosario, guidata dal priore Vito Carnovale, che custodisce la statua del Santo, in accordo con il Parroco padre Michele Cordiano, ha deciso di esporla, per tutto l'anno. La devozione a San Giuseppe, in paese è molto antica e a lui è legato un miracolo avvenuto nel 1886. Due coniugi in età adulta, Bruno Franzè e Caterina Congiustì erano stati colpiti da numerosi lutti in famiglia. Avevano perso dodici figli quando ancora erano infanti a causa delle varie malattie dell’epoca. Quando ormai avevano perso le speranze, nel 1885 decisero di donare i propri averi agli ordini cristiani di San Giuseppe e di scolpire una statua in suo onore. Caterina, convinse il marito Bruno a recarsi a Serra San Bruno presso il maestro scultore Domenico Minichini per ordinare una statua per affinché qualcuno in futuro si ricordasse di loro e facesse una preghiera dopo la loro morte. Nella cittadina della Certosa il Minichini si diede da fare e tempo qualche anno consegnò la statua. Si celebrò una piccola festa, i coniugi Franzè avevano dei possedimenti e in più Bruno era un buon falegname. Al termine della festa, Caterina si sentì male e il medico condotto del paese, dopo una visita di controllo costatò che alla veneranda età di 56 anni aspettava un bambino. Un miracolo e dopo nove mesi la nascita di un bambino chiamato appunto, Giuseppe. Il piccolo, dovette, però crescere solamente con il papà perché la madre da lì a poco sarebbe morta. Giuseppe Franzè fu il tredicesimo figlio, l’unico rimasto in vita e si spense all’età di 88 anni. Una storia, raccontata dai pronipoti di Bruno Franzè, Filippo e Giuseppe, che spiega come la statua di San Giuseppe arrivò nel piccolo centro dell’allora provincia di Catanzaro. Prima della statua esisteva un quadro posseduto dalla parrocchia e fino al 1994 esposto nella matrice. Il simulacro di San Giuseppe appartiene alla famiglia Franzè e fino a qualche anno fa era tenuto in casa, salvo prestarlo alla chiesa in occasione della festa della Candelora e appunto il 19 marzo. La statua di San Giuseppe, raffigura un lavoratore anche nei lineamenti e nei particolari, così com’era stato raccontato nella Bibbia. Nel corso dei suoi due secoli di vita è stato restaurato due volte, nel 1955 per opera dell’artista Serrese Barillari e nel 2010 da Mario Fera. Proprio al termine del restauro, gli eredi di Bruno Franzè, Giuseppe e Filippo hanno deciso, senza perdere la proprietà di donarlo alla chiesa affinché quell’opera miracolosa potesse essere ammirato e contemplata ogni giorno dai fedeli. Nonostante la devozione, però San Giuseppe rimane un santo minore per i Sannicolesi. Infatti, fatta eccezione del giorno della Candelora e della messa che si celebra il 19 marzo, la ricorrenza passa in secondo piano. Oggi con il proclama del Papa si spera di rivalutarlo.

www.kalabriatv.it 

 

RESTAURO DEL TABERNACOLO LIGNEO DELLA CHIESA MARIA SS. DELLE GRAZIE
Carissimi.
Sono ormai due anni durante i quali la Parrocchia si sta muovendo per intervenire sul ripristino tecnico-artistico del tabernacolo settecentesco ligneo e opera di artisti meridionali, sito nella chiesa di Maria SS. delle Grazie in Francavilla Angitola. Finalmente, dopo i ritardi dovuti ai tempi tecnici – sopralluoghi, richieste di autorizzazioni alle Autorità competenti, ecc. - e alle restrizioni imposte dal Coronavirus, siamo giunti alla fase di realizzazione dell’opera. Il tabernacolo policromo si presenta ormai da tempo ultradecennale, in pessimo stato conservativo. Sono evidenti gli interventi azzardati e spesso improvvisati non si sa da parte di chi, attraverso le pitture usate e chiaramente non idonee ed incompatibili con l’originalità dell’opera, ma soprattutto il grave e profondo deterioramento da parte di agenti atmosferici (umidità) e agenti xilofagi (tarli), polvere depositatasi nel tempo, ecc. che ne hanno corroso e deteriorato tutta la struttura. Ora è venuto il momento di riportare all’originario splendore questo pezzo di arte autentica di proprietà della parrocchia e bene artistico della nostra comunità francavillese che da troppo tempo attende un intervento radicale. In Gennaio i restauratori del laboratorio di restauri “Monastia” di Vibo Valentia, nella persona del sig. Columbro Rosario, ai quali abbiamo affidato i lavori per competenza e per essere avvalorati sia dalla Sovrintendenza che dalla Rev.ma Curia Vescovile di Mileto - lo stesso laboratorio ha già eseguito brillantemente i lavori di restauro del quadro della Circoncisione del Bambino Gesù, presente nella chiesa del SS. Rosario - verranno per prelevare il manufatto e dare corso ai lavori di ripristino. L’intervento verrà a costare circa quattromila euro che non è una spesa esagerata vista la complessità dell’intervento e il valore dell’opera. Abbiamo stampato 250 buste con la dicitura: “Restauro del Tabernacolo Chiesa Maria SS. delle Grazie” in distribuzione presso la parrocchia, alcuni hanno già dato generosamente la loro offerta. E’ la gioia di veder rinascere un’opera come questa ma anche il dovere di dare giusta e dignitosa allocazione al SS. Sacramento ivi contenuto. Ringrazio anticipatamente quanti parteciperanno a questa gara di solidarietà e segno di comunione, ricordandovi che siete voi i fruitori di quanto possiamo realizzare. Un fraterno abbraccio e a presto.
Francavilla Angitola, 26 Dicembre 2020
Il Parroco
Don Giovanni Battista Tozzo 

 

NEWS ANNO 2021 

MESSAGGIO AUGURALE
Il nostro sito “www.francavillaangitola.com” augura a tutti i lettori, ed in particolare a quelli che vi collaborano premurandosi di inviarci i loro articoli, un sereno Natale ed un felice 2021. A U G U R I

francavillatv youtube
E' online un innovativo servizio di comunicazione ideato per promuovere il nostro paese, Francavilla Angitola  ed il territorio circostante. il servizio è realizzato dal sito www.francavillaangitola.com . l'obbiettivo  della nostra  web   francavillatv   è   quello di diffondere via internet in streaming con il motore di ricerca youtube  una serie di  filmati riguardanti  momenti ed eventi del nostro paese, della sua antica cultura, delle sue tradizioni religiose,  delle varie manifestazioni  che si svolgono  nel tempo,  con l'intento di far conoscere  gli angoli caratteristici non solo di Francavilla, ma  della   provincia  di Vibo Valentia. Se  volete iscrivervi  basta collegarvi con  un pc, televisore smart,  tablet,   telefonino, cliccate su youtube,  cercate  francavillatv, nella nostra pagina c’e’ il tasto rosso   iscriviti , ogni pubblicazione di un video arriverà un messaggio di avviso . Grazie

 

 

 

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PRIMA PAGINA.COM - 2006 

PRIMA PAGINA.COM - 2005 

19/06/2005 ore 20,30:

Lo staff è lieto di annunciare che oggi, finalmente, è cominciata l'avventura sognata da mesi: viene pubblicato il nuovo sito: www.francavillaangitola.com, grazie alla tenacia di Giuseppe Pungitore, alla determinazione di Mimmo Aracri, alla saggezza dell'ing. Vincenzo Davoli e alla intraprendenza di Antonio Limardi jr. 

Per maggiori informazioni scrivere a:phocas@francavillaangitola.com