Benvenuti nel sito di Giuseppe Pungitore, dell'ing. Vincenzo Davoli, di Mimmo Aracri ed Antonio Limardi, punto d'incontro dei navigatori cibernetici che vogliono conoscere la storia del nostro meraviglioso paese, ricco di cultura e di tradizioni: in un viaggio nel tempo nei ruderi medioevali. Nella costruzione del sito, gli elementi che ci hanno spinto sono state la passione per il nostro paese e la volontà di farlo conoscere anche a chi è lontano, ripercorrendo le sue antiche strade.

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  PRIMA PAGINA. COM - NEWS ANNO 2020

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LUGLIO 5-2020 XIV DOMENICA T.O.

In questo cap. 11 del vangelo di san Matteo, Gesù ci parla del modo come si presenta il mistero del Regno dei Cieli e come accoglierlo. Giovanni che si trovava in carcere manda i suoi discepoli a domandare a Gesù se fosse lui il Cristo o se bisognava attenderne un altro. Giovanni si trova spiazzato per motivi diversi. Intanto si trova in catene, lui che aveva annunciato la presenza del Cristo in mezzo a noi, poi i segni che Gesù va facendo non sembrano adatti al Messia dal quale ci si attende invece la liberazione del popolo ebraico e finalmente un riscatto sociale del popolo di Dio, come ormai da secoli la Legge stessa andava ripetendo e promettendo. Tutto questo non sembra realizzarsi in quell’oscuro predicatore nazaretano anche se compie dei segni prodigiosi. Lo stesso Giovanni aveva delineato in maniera forte il Messia con l’immagine della “scure  posta alla radice dell’albero senza frutto”(Mt 3,10).  E Gesù risponde a Giovanni proprio presentando “quegli stessi segni” con i quali il profeta Isaia aveva preconizzato  l’Unto del Signore: “i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!” (Mt 11,4-6). Se Gesù compie dunque quei segni vuol dire che è lui Colui che attendevamo e che inaugura i tempi nuovi non con la forza e la violenza ma con la misericordia e la lotta senza quartiere contro il male. A questa presentazione che fa esplicito riferimento agli oracoli di Isaia, Gesù fa seguire l’elogio di Giovanni il Battista definendolo “il più grande fra i nati di donna” (Mt 11,11). Ma nonostante ciò che Gesù dice e opera, i maestri e i saggi di Israele, conoscitori della Legge, rifiutano di credere in Gesù perché si presenta diversamente dai loro schemi mentali e figlio di un povero falegname. Mentre proprio quei poveri e piccoli verso i quali si dirige l’attenzione e la compiacenza benefica e graziosa di Gesù sono invece disposti a credergli. “I piccoli”, cioè coloro che non pongono ostacoli a credere ma che si fidano di ciò che Gesù dice e fa. Sono i semplici come Dio è “semplice”, liberi da mentalità contorte e che vogliono tutto capire prima di credere ma soprattutto che rifiutano ciò che non è “previsto”, che è inatteso e che ci spiazza completamente. Per loro si eleva stamattina “l’inno di giubilo e di ringraziamento”  di Gesù al Padre che “ha deciso nella sua benevolenza” di aprire lo scrigno del mistero  del Regno dei Cieli a loro, ma di chiuderlo a quanti pensano arrogantemente di essere i detentori della Verità e quindi di non avere bisogno di un’altra Rivelazione né di una salvezza. Gesù è il rivelatore del Padre perché è il solo a conoscerlo essendo “colui che viene dal Padre” e anzi lui lo fa conoscere liberamente a chi vuole. A questa umanità provata, schiacciata e avvilita dall’antica Legge perché incapace di osservarla, umanità stanca e oppressa che attende finalmente una liberazione, Gesù si offre come colui che “dà ristoro”, riposo e riscatto, e a portare la sua Croce, la sola che può dare salvezza da ogni male, con “cuore mite e umile” come Lui. Se la salvezza è offerta a tutti, tuttavia bisogna mettersi nella disponibilità di accoglierla fidandosi di Gesù, credendo alla sua Parola e riconoscendo in Lui l’Inviato del Padre. Già il fatto di riconoscersi “peccatori” e quindi bisognosi di salvezza, come il Battista aveva costantemente richiamato con il suo battesimo ci apre a questa “Buona Novella” e ci dispone ad accoglierla. Spesso le prove della vita - noi stiamo tentando di uscire dall’esperienza traumatica del coronavirus -  ci prostrano e ci gettano a terra. Gesù è il nostro solo rimedio a patto che ci lasciamo incontrare e trovare da lui. Non è immergendoci in una nuova FUGA, cieca, concitata e senza intelligenza, pur di dimenticare erroneamente e scioccamente quanto è successo – la nostra gente sembra essersi dimenticata quasi completamente di quei trentacinquemila morti solo in Italia per coronavirus – per “riprenderci e riappropriarci di quella vita” che sembrava avessimo perso per sempre, illudendoci che solo così ritroveremo la nostra felicità! La nostra felicità non è quel correre indefinito, senza sosta e senza un senso, nel tentativo di afferrare la felicità ma ahinoi, senza mai riuscirci, anzi ritrovandoci sempre più inquieti e insoddisfatti, vuoti e più che mai “bisognosi di Altro”. E’ Gesù che stamattina si presenta appunto come quell’Altro di cui abbiamo bisogno. Nello stesso capitolo ai versetti 16-24 Gesù aveva rimproverato e quasi schernito quella massa che pur avendo visto “i segni” che Lui compiva, continuavano ostinatamente a non volergli credere. Come non vedere in tutto questo la nostra società, quella società affamata di vita, inquieta e senza pace, alla quale  Gesù stesso dice: ”Venite a me voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28). E’ solo “riposando in Lui” che potremo ritrovare senso e nuova vitalità in tutto ciò che facciamo. Solo così potremo accorgerci che “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4) per poter così entrare finalmente nella vera Vita che è totale comunione con il divino Maestro, con il Padre, nello Spirito Santo.   AMEN!

 

  PUBBLICAZIONE DELLO STORICO FOCA ACCETTA

Articolo di Vincenzo A. Ruperto
Foca Accetta ci offre una sua graditissima nuova pubblicazione dal titolo 'FILADELFIA Città della ''Fraterna Dilezione'', edizione Libritalia Edizioni.
La sua indiscussa dote di ricercatore ha consentito di conoscere realtà storiche dei nostri borghi, ignorate o volutamente manipolate da personaggi per magnificare, con i luoghi, le loro famiglie, nascondendo o distruggendo documenti interessanti. Foca Accetta, attento e infaticabile ricercatore, ne ha rinvenuti non pochi, in archivi pubblici e privati, rendendo così giustizia alla verità storica.
Ma chi è Foca Accetta? E' socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, è autore di diverse pubblicazioni concernenti la nostra regione in età moderna e contemporanea. Tra i suoi ultimi lavori si ricordano:
-Simboli d'identità: il palazzo e la pinacoteca di Francia in Monteleone (sec.800-'900); Francesco Pasquale Cordopatri, patriota filantropo e collezionista d'antichità; Vito Capialbi e le sue collezioni.Festeggiamenti di San Foca Martire patrono di Francavilla Angitola.;Il serpente e il Drago.;Logiche di lignaggio, i Marzano di Monteleone.; Il Castrum e l'Aquila, identità e memorie storiche di Castelmonardo.;Il confessore di un re, canonico don Pasquale Tommaso Antonio Masdea.; Memorie del Drago.
Queste le ultime sue pubblicazioni, non dimenticando le numerose altre precedenti, notevolissime quelle sugli Ordini religiosi di Calabria, dagli agostiniani ai francescani riformati e domenicani.
La nuova pubblicazione 'FILADELFIA', corredata da pregevoli foto antiche, tratta con acclusa documentazione:
1) Organizzazione ecclesiastica in Castelmonardo e Filadelfia. 2) Filadelfia 1860- Sentimenti nazionali e vendette private. 3)Passaggio di Montesoro dal comune di Francavilla a quello di Filadelfia-1860-.4) Alternanza amministrativa lotte politiche tra '800 e '900.
Piacevole e amena lettura estiva per avvenimenti storici documentati dei nostri gloriosi borghi. Come amico, assieme agli altri amici, non rimane che ringraziarlo per questa pregevole pubblicazione.

 

GIUGNO 28-2020 XIII DOMENICA T.O.

OMELIA DI DON GIOVANNI BATTISTA TOZZO

Siamo ancora nel 10 cap. del Vangelo di san Matteo. Gesù dopo aver chiamato i Dodici, uno per uno  – e con loro chiama anche noi… - dopo aver dato loro quella sorta di compendio per il discepolato, in questa domenica ci dà le modalità per seguire il Signore. Cuori grandi e massimamente liberi, ci chiede il Maestro. Non si capisce quali di queste cose che Gesù ci chiede riesca ad “irritarci” di più. Saremmo tentati di… “rispondere picche” al Maestro. Non è facile chiedere a qualcuno questo distacco totale anche dai legami familiari ai quali più di ogni altra cosa noi diamo valore e importanza. Del resto nei versetti precedenti dal 37 al 39 sempre del cap. 10, Gesù aveva detto di essere venuto per “portare la spada e la divisione” proprio tra quelli di casa a causa di lui. ”Essere “attaccati” alle persone ma anche alle cose, non ci permette di seguire Gesù, diremmo che è quasi un impedimento, un ostacolo. “Non possiamo servire a due padroni….”. Addirittura l’amore eccessivo - e perciò stesso disordinato - per il padre, la madre e tutti gli altri affetti pur legittimi, non possono essere messi avanti a Gesù. Essi necessariamente devono venire dopo di Lui. Perfino l’attaccamento alla propria vita non ci rende degni del Maestro che deve venire ancor prima delle nostre presunte “sicurezze” essendo Lui la nostra sola sicurezza. Sappiamo bene quanti attaccamenti spesso inutili e che ci distraggono dal vero bene ci affliggono e spesso ci fanno soffrire. Quando non riusciamo a raggiungere un obiettivo che ci eravamo prefissati, quando non riusciamo a possedere quello che sogniamo e che desideriamo, diventiamo nervosi, inquieti, insoddisfatti e perciò stesso INFELICI! E questa ricerca spesso frenetica assorbe le nostre migliori energie che Gesù invece vuole che le impieghiamo per la missione alla quale lui ci associa e per la quale ci invia come Apostoli e discepoli. Uno sguardo semplice e limpido, come infondo Gesù ci chiede di avere ci eviterebbe tensioni e insoddisfazioni. Forse capiremmo l’essenziale che è solo Lui, il Maestro! E Gesù ci associa totalmente alla sua missione verso il mondo, fino a identificarsi con noi e a identificarci a Lui. “Chi accoglie voi accoglie me….”. Se Dio si prende cura del passero, dicevamo domenica scorsa, quanto più si prenderà cura degli amici di suo Figlio, anzi perfino “i capelli del nostro capo sono tutti contati…”! L’amore “eccessivo” e quindi “disordinato” in rapporto all’amore per il Signore dicevamo, è un impedimento perché ci fa cadere nella “paura di perdere e di rischiare ciò che abbiamo o pensiamo di avere”. Il rimedio di tutto quanto abbiamo detto è questa “accettazione della propria croce” (seconda lettura) a cui Gesù ci invita e che cambia ogni logica efficientista e utilitarista del mondo. E’ solo accettando ciascuno la sua croce che passiamo dalla morte alla vita nuova o vita da risorti come Gesù, il quale ci ricordava invece che noi siamo nelle sue mani, quindi al sicuro. Lui è la nostra garanzia e nulla fuori di Lui e dell’Amore del Padre è sicuro e garantito. Anzi addirittura se si dovesse prospettare il pericolo di mettere a repentaglio la nostra vita per Lui, dobbiamo stare tranquilli perché Lui si prende cura di noi e della nostra stessa vita più di quanto potremmo farlo noi stessi. Spesso Gesù ci invita e ci chiama alla “povertà” che non è una situazione di ristrettezza e di bisogno come noi pensiamo immediatamente, bensì quella “libertà di cuore” che ci rende liberi davanti ad ogni realtà e situazione e ci immette nella dinamica della fiducia e della fede in Dio. Non è cattiva cosa il matrimonio, ma per i discepoli del Signore può diventare un ostacolo. Gesù è il nostro Sposo! Non è cattiva cosa la ricchezza, se usata bene, ma per i suoi discepoli essa può essere un impedimento. Gesù è la nostra sola ricchezza! Non sono cattiva cosa gli affetti più sacri e giusti che noi possiamo avere, ma per i suoi discepoli possono diventare una catena al piede che ci priva della dovuta “libertà di cuore” che ci rende capaci di ”dare la vita” per il Regno e per il vangelo. Gesù e il Padre sono la nostra vera Famiglia! Senza questa libertà è molto chiaro, non è possibile seguire il Signore. Alla fine del  cap. 9 di san Luca troviamo la chiamata di Gesù ad alcuni discepoli che antepongono cose legittime ai nostri occhi, come “andare a commiatarsi da quelli di casa” o addirittura andare a “seppellire il proprio padre” prima di  seguire Gesù. Il Maestro ribadisce che anche queste cose vengono dopo, è più urgente seguire Lui e il suo Regno. Nulla può  essere anteposto al Regno di Dio, nemmeno gli affetti più cari! Chi mette mano all’aratro e si volta indietro…, non è adatto per il Regno di Dio. C’è poi una identificazione tra Gesù e coloro che sono mandati e inviati da Lui. Chi accoglie uno dei suoi perché è suo discepolo accoglie Gesù stesso e Gesù promette che “non perderà la sua ricompensa” neppure per un solo bicchiere di acqua fresca. E’ così che succede alla donna di Sunem che accoglie Eliseo e il suo aiutante perché riconosce in lui un uomo di Dio e viene premiata dal profeta con il dono di una maternità fino a quel momento impossibile. E’ significativo quell’aggettivo “fresca”, cioè l’acqua migliore. Le cose migliori, non gli scarti, vanno date con generosità e senza borbottare a chi pensiamo di accogliere e di beneficare perché le avremo date a Gesù specie se si tratta di un “suo piccolo discepolo”. Neanche questo solo bicchiere di acqua fresca sarà dimenticato o passerà inosservato agli occhi di Dio, la qual cosa avrà la sua ricompensa nel suo Regno!                AMEN!

'Il mio o il nostro paesello'

Di Vincenzo A. Ruperto
Il paese deserto, abbandonato, senza alcuna prospettiva di sviluppo sociale ed economico' ecc…ecc., sono frasi che esprimono dei giudizi derivanti dalla non esauriente conoscenza della realtà presente. Giudizi derivanti dalla conoscenza dell'antico e glorioso abitato, con i suoi rioni storici (Pendìno, Magliacane, Brossi, Fontanella, Piazza Solari, Corsi Mannacio e Garibaldi con le rughe, Tafuri, Piazza Santa Maria degli Angeli, Corso Servelli, Sorello, il Drago ecc. e le tre chiese). Non è così! Francavilla è diventata una cittadina reticolata, con diffuse ville e villette costruite in tutti i suoi 27 chilometri quadrati di territorio, dalle zone appenniniche, collinari a quelle pianeggianti. Si riscontrano anche attività produttive varie. Il territorio francavillese è tra i più olivetati di Calabria, fu ambito nell'antichità da ordini religiosi come i Basiliani, Benedettini, Cistercensi, tanto da diventare feudo dell'Abazia del Corazzo di Gioacchino da Fiore. Fu territorio tanto ambito da essere considerato come ducato, ordine nobiliare antico tra i più prestigiosi. Avevo promesso all'amico Pino Pungitore articoli in merito, alcuni già pubblicati, altri seguiranno, nella speranza che si faccia veramente conoscere la Francavilla attuale - Vedremo come, approfittando del 15cesimo anno di creazione del sito www.francavillaangitola.com . Da dove iniziare? Vediamo dalle foto.

 

 

 

 

 

 

 21 GIUGNO 2020 XII DOMENICA DEL T.O.

OMELIA DI DON GIOVANNI BATTISTA TOZZO
Siamo nel cap. 10 del vangelo di san Matteo, in cui Gesù dopo aver chiamati i Dodici, dà loro  istruzioni sul come devono comportarsi e contenersi. Gesù mostra loro l’arditezza e la preponderanza della missione per la quale li chiama e li invia, esortandoli a non contare affatto sulle loro forze né a lasciarsi prendere e sopraffare dalla paura e dal timore.  Devono sapere e deve essere molto chiaro che li manda “come pecore in mezzo ai lupi” e come le pecore di fronte al pericolo rischiano anche la vita ma è quella fiducia e totale abbandono in lui che li farà comunque trionfare! E’ così predice loro che “saranno consegnati” a governatori e tribunali ma lo Spirito li assisterà, per cui non dovranno preoccuparsi di cosa dire o cosa fare. Nel momento opportuno verrà loro suggerito cosa dire. Preannuncia che saranno odiati da tutti, perseguitati e ridotti in schiavitù a causa del suo nome, ma nonostante tutto non mancherà loro forza e sostegno da parte sua. Sta tutto qui il segreto della riuscita della missione e questo vale per i Dodici ma vale soprattutto per la Chiesa di tutti i tempi passati, presenti e futuri. L’arditezza della missione non ci dà modo di illuderci che ce la faremo da soli, è troppo grande e soverchia di forze, ma la nostra forza starà nella fiducia che noi avremo nel Maestro. Così è stato per lui così sarà anche per noi suoi discepoli. Quello che Gesù ci garantisce è la riuscita di questa missione perché nulla potrà mai fermare l’opera di Dio. Nel brano di questa domenica del T.O.  Gesù invita e ci invita a non temere queste forze avverse. Il mondo sarà sempre contro Dio, il male cercherà sempre di opporsi a lui perché vuole realizzarsi secondo i suoi principi, la forza, la prepotenza e la violenza. Così come i pericoli ci potrebbero far cadere nel dubbio e nella sfiducia, ma qui si manifesterà la natura della nostra fede ma anche della nostra fedeltà: fede in Dio o in noi stessi? Il Regno di Dio viene e si va facendo nell’umiltà, nella debolezza, senza opporsi al male e alla prepotenza, anzi consegnandosi di fronte ad esso ma con il cuore ben piantato nella sola fiducia in Dio. Del resto gli agnelli cosa possono di fronte ai lupi se non essere sbranati e fatti a pezzi? Così è stato anche per Gesù che pur se apparentemente il male lo ha dilaniato, non ha potuto tenerlo prigioniero ma la forza di Dio lo ha liberato e sciolto dai legacci della morte stessa! Questo stesso sarà il destino dei suoi inviati, ma la vittoria finale sarà sicura per merito suo e non certo per la nostra bravura ed attitudine. Questo non è un dettaglio di secondaria importanza ma sta tutto qui il mistero della capitolazione finale del male stesso. Il Bene trionferà. Diremmo che il vangelo di oggi ci invita e ci sprona a non guardare l’immediatezza della riuscita del Regno ma semmai a guardare alla riuscita e al trionfo finale del Regno di Dio su tutto e su tutti. Evitare i pericoli è giusto, ma non deve diventare il principio della nostra vita che ci distoglierebbe da ogni occupazione e agire. Dio si prende cura di noi! E’ questo il tema centrale di questa XII Domenica del T.O. . La morte è una cosa naturale, se è giusto non cercarla, è demoniaco rifiutarla. Essa è un evento naturale, anche se il peccato ce la fa vivere male e ci fa provare angoscia al solo pensiero. Essa non è la fine di tutto, ma l’inizio dell’Altro (cioè di Dio…) e della comunione con lui. La “sapienza” della carne ci chiude nella paura della morte, la Sapienza dello Spirito ci apre alla fiducia e alla vita. E’ per questo che Gesù ci invia “come pecore in mezzo ai lupi” forti di questa fiducia nell’amore del Padre che provvede e non ci lascia mai soli dimenticandosi di noi, così come non si dimentica delle creature “minime”. E’ancora una volta un forte richiamo alla fede e alla fiducia nella Croce, nella quale viene rivelata la Sapienza di Dio, mentre viene svelata la stoltezza del mondo. Se dovessimo guardare oggi i frutti del Regno, certamente ci sarebbe da scoraggiarsi: perdita della fede e mondo scristianizzato, diminuzione in caduta libera delle vocazioni, defezioni e presenza del peccato nella Chiesa stessa. Anche il sacrificio di Gesù nell’immediatezza sembrò una clamorosa “sconfitta”, tutti lo abbandonarono e fuggirono via. Ma Colui che ha già vinto sulla morte, solo alla fine ci mostrerà il suo trionfo totale e definitivo. Qui sta la nostra speranza. E Dio non si smentisce mai! Basta considerare come davanti a Dio – ci dice Gesù – neanche un passero “cadrà senza che Dio lo voglia”. Se dunque anche il passero conta ai suoi occhi, quanto più si prenderà cura di ciascuno di noi. Anzi, addirittura ogni capello del nostro capo è contato. Nella prima lettura il Profeta Geremia si sente anche lui osteggiato e perseguitato da un mondo che rifiuta Dio ed il suo operare, aspettando solo di vedere battuto e perduto per sempre il suo Profeta. Ma è anche consapevole che il Signore lo sostiene in quest’opera che non è umana ma che viene direttamente da lui e che quindi solo su di lui può totalmente appoggiarsi e sperare. Anche noi molto spesso facciamo l’esperienza di questo indurimento da parte del nostro mondo. E se così non fosse sarebbe troppo semplice, facile e tutta in piano la nostra missione ed il nostro essere cristiani. Ma come fu per il Maestro sarà anche per noi suoi discepoli. Tuttavia certa e sicuramente vincente sarà la Storia della Salvezza, non certamente per merito nostro, ma con la forza e la sapienza di Dio. Chiamati a collaborare alla sua realizzazione dobbiamo sapere che la sua realizzazione quanto ai tempi e alle modalità è opera della Sapienza di Dio.

IN NOSTRI 15 ANNI MERAVIGLIOSI PER NOI E SOPRATTUTTO PER VOI : AUGURI


Il 19 Giugno 2005 nasceva il sito www.francavillaangitola.com . Da quindici anni il nostro sito, malgrado sia privo di risorse economiche e quantunque disponga dimezzi tecnologici modesti e limitati, si è prima sommessamente proposto, e poi progressivamente imposto come il sito informatico più visitato tra quelli che diffondono immagini ed informazioni riguardanti il nostro paese. Ringraziamo tutti per l’affetto che ci avete dimostrato in questi 15 anni di lavoro, e in modo particolare quanti hanno collaborato in vario modo con noi, inviandoci loro articoli e fotografie

  Il castello del Duca dell'Infantado in contrada Eccellente.

di Lorenzo Malta
Agli inizi del 1900 Feliciano Serrao eredita dal padre Bernardino gli ex beni feudali appartenuti al duca dell'Infantado posti in contrada Eccellente nelle pertinenze territoriali del comune di Francavilla Angitola ex feudo di Mileto. Dei tre figli è Ignazio a ricevere i beni paterni in questione . Sulla superficie del fondo Eccellente è ubicato il bastione del duca dell'infantado, maestoso ed imponente , usato per la caccia ai cinghiali allora presenti . La struttura nei tempi antichi era attraversata da un"antica strada rurale che al tempo della dominazione francese fu notevolmente migliorata. Gia all'epoca di Feliciano erano stati condotti i lavori da parte della ditta John R.Dos Passos per la posa sul suo terreno del binario unico della tratta ferroviaria Battipaglia- Reggio. 'Nel 1953 Ignazio Serrao vende a due giovani imprenditori siciliani D. Faranda e N. Gitto la vasta tenuta che dalla strada litoranea giungeva fino alla strada dei Francesi. All'atto della vendita il castello risulta diviso in due quote diseguali, il Faranda ne acquista 3/4 e precisamente la porzione posta sul lato d'accesso destro e l'intera parte posteriore, il Gitto si aggiudica la parte anteriore sinistra .Purtroppo al bastione è riservato un amaro destino., Il tempo e gli eventi atmosferici presto rendono pericolante la sezione acquisita dal Faranda, dopo pochi anni egli vede crollare il soffitto rendendo parzialmente inabitabile la sua porzione. Il lato del Gitto rimane agibile e su richiesta del comune di Francavilla viene trasformato in scuola elementare per i ragazzi delle contrade Trivio - Calcarella - Barritta e Eccellente . Gli anni del boom economico sono alle porte essi impongono al Paese un processo di radicali trasformazioni. In particolare serve intervenire in modo deciso sul trasporto delle merci e sulla viabilità. Va subito potenziata la rete ferroviaria che da Salermo arriva fino allo stretto di Reggio Calabria e da qui in Sicilia insieme a questa anche quella autostradale . La linea tracciata dagli ingegneri sulle carta topografica di quella contrada prevedono che il secondo binario debba passare proprio sopra quel vecchio complesso . Così viene stabilito e a nulla valgono i numerosi interventi di personalità di spicco della politica e della cultura ( il professore Cesare Mule' la dottoressa Zinzi, Cesare Cesareo e lo stesso Natale Gitto)per risparmiare l'antico castello. Sopra la sua superficie dovranno passare i treni ed accanto le auto. I lavori iniziano il bastione si dimostra ben saldo , ragion per cui è richiesto l'uso di robusti cavi di acciaio per demolirlo, alla fine è cancellato. Alcuni grossi blocchi in pietra vengono collocati alla stazione di Eccellente altri spartiti vengono portati via.La scuola viene spostata in contrada Trivio e i possessori del complesso debbono provvedere alla sistemazione delle famiglie dei loro coloni che pure occupavano il bastione.
FINE 1ª Parte. Nella foto il dott. Nicolò Gitto, gentilmente coinvolto da me in questa ricerca mi indica l'esatta ubicazione del castello del duca dell'Infantado , ricostruito nel disegno.

 

14 GIUGNO 2020 DOMENICA DEL “CORPUS DOMINI”: SECONDO SCHEMA

OMELIA DI DON GIOVANNI BATTISTA TOZZO

Sarebbe interessante poter fare un exursus storico sulla storia della Chiesa, per vedere come nel tempo divisioni, scismi, abbandoni dell’ortodossia e creazione di nuovi modi spesso arbitrari di intendere il Vangelo, ci hanno portato ad allontanarci dalla Verità che è Gesù Cristo! Così si arriva ad una concezione vaga del sacerdozio riducendolo solo a quello comune e di conseguenza dei sacramenti, in particolare l’Eucaristia che noi oggi celebriamo nella solennità del SS. Corpo e Sangue del Signore. Non può esserci Eucaristia senza sacerdozio entrambi istituiti dal Signore Gesù Cristo nell’Ultima Cena e presenti nella Chiesa fin dai primissimi giorni. La comunione e l’Unità nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo alla quale l’Eucaristia è finalizzata è ciò verso cui TUTTI dobbiamo tendere e siamo chiamati. Nella seconda lettura di stamattina san Paolo ci dice che: “Poiché vi è un solo pane (alias l’Eucaristia…), noi siamo, benché molti, un solo corpo (la Chiesa appunto): tutti infatti partecipiamo all’unico pane”. E’ per questa Unità che Cristo si immola sulla Croce e alla quale ci chiama nella celebrazione dell’Eucaristia e che conferma quanto dicevamo. Senza Unità l’Eucaristia non ha più senso, sarebbe una profonda e terribile contraddizione. Nella lunga “preghiera sacerdotale” che Gesù prossimo alla morte, eleva al Padre per noi è a questa UNITA’ che ci vuole consacrare (Gv 17,22-23) e che lui pone come sigillo insieme al comandamento dell’amore e del servizio, appunto nell’Eucaristia. Certamente come ci dice la prima lettura tratta dall’Esodo, il Pane dal Cielo è un cibo che noi non conosciamo perché misterioso ed inaspettato, ma che Dio, in Gesù Cristo ci dona appunto nel sacramento dell’Unità che è l’Eucaristia. Nel Vangelo odierno di san Giovanni, siamo nel lungo discorso sul Pane di Vita che impegna tutto il capitolo 6 e che parte dalla moltiplicazione dei cinque pani d’orzo e i due pesci che Gesù moltiplica e fa bastare oltre ogni aspettativa per ben cinquemila uomini, tanto che ne avanza dodici canestri pieni. In questo capitolo Gesù si presenta come vero Pane di Vita, intanto perché è lui ad operare quel prodigio che però rimanda ed è rivelativo della sua persona, come del resto vogliono fare tutti i SEGNI nel vangelo giovanneo. Gesù è il vero Pane di cui tutti gli uomini abbiamo veramente bisogno. Nelle tentazioni nel deserto Gesù al demonio che lo tenta di soddisfare la sua fame “trasformando le pietre in pane” Gesù risponde che “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,3-4). Lui è la Parola del Padre che per noi è vero cibo capace di toglierci ogni fame che avvertiamo nella nostra vita. “La Parola si è fatta carne perché ogni carne ritrovi la Parola”! Quanti bisogni, veri o indotti e presunti oggi più che un tempo avvertiamo in noi, bisogni che ci tolgono la pace e la serenità del vivere, senza considerare che è altro ciò di cui l’uomo ha veramente bisogno! Questa nostra società che ormai decide ciò di cui abbiamo bisogno e ciò per cui battersi e lottare, impegnarsi e rincorrere, anche a dispetto di chi ci si pone dinanzi come ostacolo e che quindi va eliminato. E’ la “società” dei poteri forti : multinazionali, industrie, politici, banche, economisti e quanti riescono ad influire e a condizionare e determinare facilmente il nostro vivere quotidiano. Ne deriva che ci inducono a vivere secondo schemi determinati da loro ma non secondo ciò che è più giusto, vero e meglio per noi, ma a seconda della loro insaziabile SETE DI GUADAGNO E DI ARRICCHIMENTO. Mi chiedo dove sia più Dio in tutto questo? Lo abbiamo espulso, estromesso dal suo Popolo, dalla nostra vita, per ridurci a “popolo che vaga nelle tenebre”, senza più punti di riferimento certi, privo di sapienza e di intelligenza, preda e in balia di questi poteri forti che riescono ad avere la meglio su tutto e su tutti e a farci inseguire e ricercare ciò che non è necessario, facendocelo apparire bello e desiderabile, essenziale e da afferrare ad ogni costo, per farci sentire “come Dio”, come successe con il famoso albero dell’Eden! E ci accorgiamo solo dopo che abbiamo “afferrato” e mangiato…, di essere “nudi, divisi in noi stessi e più soli di prima…, paurosi perfino di Dio che invece ci ama e si fa prossimo”, sempre alla ricerca di nuovi soddisfacimenti e sempre più inquieti. Come rispecchia bene questa realtà che abbiamo appena mostrato, il dopo coronavirus; questa società ansiosa di riprendere la stessa vita di prima, le solite cose che facevamo, i soliti “sballi”, le solite vacanze abbandonati…”mollemente” al sole, la “movida”, questa nuova parola che fa tendenza come tante altre oggi e che indica un movimento frenetico e senza sosta, confusione che ci fa cadere in una sorta di torpore senza più forza di volontà né lucidità, non più padroni di noi stessi e persi, anonimi nella folla o “popolo della notte”! Le tenebre del mondo, il buio della morte, del male e del peccato, sono questi! Ma come dicevamo domenica scorsa, Dio fa sentire dentro di noi la sete, il desiderio, il bisogno mai sopito che abbiamo di Lui soltanto, instillando e provocando in noi stessi quella “inquietudine del cuore”  che solo in Dio può essere saziata e acquietata trovando pieno appagamento! Quante persone dopo una vita trascorsa e sciupata nel divertimento e nella ricerca del puro piacere, incontrano Dio e cambiano radicalmente modo di vivere ma soprattutto lo scopo ed il vero senso per cui vivere. Alla fine del lungo discorso sul Pane di Vita, la folla comincia a girare le spalle a Gesù, nonostante abbia mangiato quei pani del miracolo, per andarsene, per ritornare ad immergersi nel vuoto di una vita e di una esistenza “sballata”, affermando l’incapacità a comprendere quel discorso così  alto e spirituale che può comprendere solo chi attraverso la fede  entra in sintonia con il divino Maestro. Siamo chiamati a credere non a “capire”! Proprio loro che hanno visto dei “segni” si rifiutano di credere alla sua Parola. E’ il fallimento umano di Gesù che invece conosce e soddisfa appieno i bisogni del cuore dell’uomo. Come non vedere in queste persone i nostri fratelli separati che hanno una concezione del Pane Vivo quasi come un semplice  simbolismo e non “una realtà viva e vera”. Gesù parla in termini molto concreti e reali: parla di mangiare - masticare, di bere – trangugiare e che entrambe, mangiarebere equivalgono a CREDERE. Non c’è spazio per i fraintendimenti. E lo capiscono benissimo coloro che non volendo arrendersi alla fede, gli girano le spalle e se ne vanno lasciandolo solo perché la ritengono una cosa pazzesca, impossibile secondo loro. Non può realizzare e dare la Vita ciò che non è Vita. Se il Pane e il Vino di cui parla Gesù, non sono VERA CARNE e VERO SANGUE di Lui, non possono dare la Vita eterna nutrendosene! E’ un discorso apparentemente duro quello che solo la fede può rendercelo credibile. Ma lui non si spaventa e non cerca di fermare quella folla di “dissidenti”, anzi ne prova compassione. Ma ora rivolge ai Dodici, a noi che ascoltiamo, la famosa domanda “Volete andarvene anche voi…?”. Gesù non cerca di trattenerci obbligandoci magari con la forza. Ci lascia massimamente liberi di credere cioè di “fidarci di lui”, aspettando che la sua Parola si apra una strada nel profondo del nostro cuore, magari sostenuti e aiutati dalla sua Grazia, attraverso quel piccolo spiraglio nel nostro cuore che la nostra profonda e totale insoddisfazione di noi stessi, ha lasciato. Bella e deliziosa è la risposta di Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di Vita eterna…e noi abbiamo conosciuto che tu sei il Santo di Dio”. Gesù ci propone quale rimedio al non senso del nostro vivere, la gioia e la felicità che ci dà la piena comunione con lui, attraverso l’Eucaristia, segno della piena comunione e della Vita che è in Dio e solo in Lui: “In verità in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la Vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la Vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda”. Il mangiare-masticare la carne e il bere il sangue di Gesù ci immette stabilmente in quello stesso rapporto di Amore che c’è tra Padre e Figlio e ci fa partecipare della stessa Vita, anticipandoci quella che sarà nel suo Regno. La metafora del pane diventa la carne ed il sangue che Gesù dà per la Vita del mondo. Ma la “carne” di Gesù non è una metafora, bensì la realtà stessa del suo farsi Agnello immolato sulla Croce per tutta l’umanità. Mangiando, o meglio “masticando” Lui, entriamo in comunione d’Amore con il Padre che lo ha mandato. Questi ci immette nella Vita eterna: Gesù non ci dice che non moriremo mai ma che a causa di questo “suo donarsi per noi in cibo”,  passiamo dalla morte alla Vita cioè alla resurrezione come fu per Lui. Mangiando Lui veniamo assimilati a Lui, entrando insieme a Lui eternamente nella Vita del Padre stesso. Come dicevamo la scorsa domenica: Dio è Amore perché ci ha dato tutto di sé fino a farsi nostro cibo. Il darsi di Gesù nella sua carne e nel suo sangue è un forte richiamo alla sua passione sulla Croce. E’ lì, nella “sua ora” che ci da tutto questo, nel momento di massima rivelazione dell’Amore di Dio! Chi non mangia-crede e non beve di Lui, resta nella morte. E’ questo che ci fa pienamente felici e ci impedisce di cadere nel vuoto dell’essere, nel non senso dell’esistenza e della vita, in quella depressione che definisce il “male del vivere” e che nonostante le tante “movide” nelle quali possiamo immergerci, ci sentiamo soli e sperduti in questo mondo che sembra impazzito e privo di ogni controllo.          AMEN!

 

7 GIUGNO 2020- DOMENICA DELLA SS. TRINITA’

Da sempre l’uomo, credente o no, per un motivo o per un altro, ha voluto e desiderato conoscere Dio in maniera diretta, quasi a garanzia e tutela delle tante incertezze, paure e lati oscuri della sua esistenza che lo portano a tutte quelle domande di senso che la sua stessa vita impone senza poterle evitare, pena quella infelicità esistenziale che acuisce le sue paure di riscoprirsi creatura fragile e limitata, destinata a scomparire nella morte. Nelle letture di questa solennità troviamo delle indicazioni quanto mai preziose  che illuminano quanto dicevamo, anzi ci riempiono di gioia  e infondono speranza. Intanto la prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, la liturgia  ci presenta un Dio che si autoproclama “un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà” (Es 34,6) a queste affermazioni Mosè risponde prostrandosi dinanzi a lui e chiedendo grazia, favore e benevolenza per quel popolo dalla “dura cervice” affinché gli perdoni i peccati commessi contro di lui, per farne “la sua eredità”, cioè il popolo di sua proprietà. Nella seconda lettura, dalla seconda lettera di san Paolo ai Corinzi, dopo un invito alla “gioia” troviamo una formula liturgica  chiaramente trinitaria: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” con cui Paolo chiude la sua stessa lettera. E’ una formula con cui la Chiesa saluta spesso i fedeli, nella stessa speranza e con gli stessi sentimenti con cui la pronunciava l’Apostolo Paolo, affinché uniti in comunione di carità, possano trovare il favore del Dio uno e trino che il Figlio stesso ci ha rivelato e fatto conoscere, quello stesso favore che nell’AT veniva espresso con la formula del “Dio con noi…, Dio con voi….” ecc . Il “Dio con noi” l’aspirazione, il desiderio, il sogno che tutti gli uomini hanno sempre avuto, anche se nel più profondo segreto del loro cuore. Direi e sono convinto che anche chi non crede, pur inconsapevolmente nel profondo del suo inconscio cerca questo! “Se Dio è con noi – dice san Paolo – chi sarà contro di noi”? Avere Dio dalla propria parte significa non essere né sentirsi più soli e smarriti come spesso ci sentiamo di fronte ai pericoli, ma avere la certezza che Qualcuno si prende cura di noi e non ci lascerà mai soli e sperduti in balia delle bufere e delle tempeste del vivere quotidiano. Anzi questo Qualcuno ci porta tra le sue braccia e ci fa superare ogni ostacolo seppur con fatica e trepidazione. Nel brano di Giovanni, in questo dialogo tra Nicodemo capo dei Giudei e Gesù, questi si manifesta come la certezza, la sicurezza dell’Amore che ha spinto il Padre a mandare nel mondo il suo unigenito Figlio, “perché chiunque crede in lui  non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Non era forse questo ciò che sin dalle origini del mondo gli uomini stavamo cercando? Poteva esserci una Notizia più bella di questa? Ora non abbiamo più bisogno di cercare un dio che si prenda cura di noi, è lui stesso che ci viene incontro e si manifesta attraverso il suo stesso unigenito Figlio Gesù Cristo, Dio d’Amore, Dio che addirittura arriva a sacrificarsi  per noi, Dio che mette in gioco la sua vita per riscattarci dalla morte e dall’oblio della non vita. Questo Dio è Amore che si dona senza fine, attraverso quel Figlio  che nulla e nessuno potrà mai toglierci, anzi ci invita ad entrare in Lui, nella sua stessa Vita attraverso la fede nel Figlio – e non c’è altra via – per riceverne tutti quei benefici e conseguenze positive che non possiamo neppure immaginare con la nostra mente. Benefici e conseguenze che non sono racchiudibili e comprensibili nei confini troppo ristretti della nostra vita terrena, ma che varcano e travalicano i confini stessi dell’Eternità, l’Eternità di Dio! Così il suo “spazio” diventa il nostro spazio, il suo Regno diventa la nostra Terra verso cui tutti tendiamo e siamo diretti. Dio si è manifestato a noi per donarci la sua stessa Vita di eternità. Anzi ci ha tanto amato da mandare nel mondo il suo Figlio a sacrificarsi per noi manifestandoci così TUTTO il suo Amore, un Dio Amore che ci chiama all’Amore. E’ questo il senso del “bacio santo” di Paolo. “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita – dice san Giovanni – perché  amiamo i fratelli…. chi ama conosce Dio…. chi non ama resta nella morte”. Negli scritti di san Giovanni questo è un ritornello martellante, supplichevole e quasi benevolmente ossessivo: “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi”. Il Dio di amore esige che ci amiamo tra di noi perché la Vita risiede nell’Amore ed è l’Amore che ci fa entrare in comunione con Dio dandocene quella conoscenza tutta interiore che è Amore purissimo e che diventa essa stessa “esperienza” di Dio.  Amore e conoscenza in san Giovanni si equivalgono: non c’è amore senza conoscere e non si conosce se non si ama. Ed ecco perché il Dio dell’AT non aveva e non poteva avere immagini, perché l’amore non ha immagini se non i segni, i gesti attraverso i quali si dà e si fa conoscere e sperimentare: il farsi Crocifisso per amore degli uomini! Inutile lambiccarsi il cervello per tentare di capire come sia possibile un Dio Uno e Trino allo stesso tempo. Non ci capiremmo granché! Ma apprestiamoci invece a sperimentare un Dio, il Dio di Gesù Cristo che si manifesta nella famiglia Trinitaria: il Padre ama dall’eternità il suo Figlio in questo eterno scambio di Amore reciproco che è lo Spirito Santo! Il Figlio è Amore che è “generato” eternamente dal Padre, lo Spirito Santo è Amore che “procede” dal Padre e dal Figlio fin dall’eternità! A questa esperienza di perfetta comunione, per amare ed essere riamati, oggi più che mai siamo chiamati in nome della SS. Trinità!  L’Amore è forte come la morte dice il libro del “Cantico dei Cantici” (Ct 8,6). Dice ancora san Giovanni nella sua prima lettera:  “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10). Qui conosciamo Dio, qui si fa e sta tutta l’esperienza del Dio Uno e Trino.     AMEN!

OMELIA DI DON GIOVANNI BATTISTA TOZZO

30-31 MAGGIO 2020 DOMENICA DI PENTECOSTE

OMELIA DI DON GIOVANNI BATTISTA TOZZO
Con la solennità di Pentecoste, “cinquanta giorni dopo Pasqua”, si conclude il ciclo pasquale, la Pasqua raggiunge il suo culmine con l’invio nel mondo dello Spirito Santo, il nuovo modo attraverso il quale Cristo Risorto si manifesta presente, vivo ed operante in mezzo a noi. Quando parliamo di “Spirito” siamo in un campo totalmente diverso dal nostro, quello di esseri “terrestri e materiali” che hanno bisogno di riferimenti spazio-temporali per comprendersi e sperimentarsi, percepirsi mentre interagiscono con altri individui nostri fratelli, in poche parole per sentirsi “VIVI”! Noi uomini abbiamo bisogno di braccia e di gambe, di mezzi fatti da noi per muoverci e rapportarci agli altri, per comunicare, comprendere e farci capire, per conoscere. Quando parliamo di “SPIRITO” salta tutto questo. La stessa esperienza di cui ci parlano gli Atti degli Apostoli, non è altro che un riferire, raccontare un’esperienza “spirituale” dello Spirito di Dio e che inevitabilmente il racconto stesso subisce una “diffrazione”, una sorta di “forzatura” dialettica ed esperienziale di un qualcosa che non ha nulla di tangibile e di materiale, di visibile o comunque percepibile con i sensi. E’ ovvio che non possiamo ridurre l’esperienza dello Spirito di Dio a fiammelle che si posano sulla testa, fulmini, tuoni e vento impetuoso, terremoto e cose del genere per parlare del dono dello Spirito. Proprio perché egli è SPIRITO, ha modi misteriosi totalmente diversi dai nostri per comunicare e per comunicarsi a noi, per operare e trasformare l’uomo rendendolo “creatura totalmente nuova” e realmente immagine e somiglianza del suo Creatore, immagine fedele di Gesù Cristo, Uomo nuovo, primizia della Nuova Umanità. I segni che ci riporta il libro degli Atti e i Vangeli, sono i segni attraverso i quali Dio ci fa capire che qualcosa di profondamente misterioso ma reale, sta accadendo, anzi “ci” sta accadendo pur non comprendendone la portata. Diversamente non potevamo capire e forse neanche accorgerci di quanto stava accadendo. Quelli che abbiamo riferito sono i segni più esteriori, ma poi ci sono i segni  interiori, o se vogliamo più “spirituali” di quanto accade ed è accaduto nella realtà. Oltre a ciò che gli Apostoli hanno visto e sentito, il loro animo pauroso ed insicuro, dubbioso e pronto a ricredersi, diventa franco e senza timori, libero da umani condizionamenti, pronto ad affrontare ogni prova fino alla morte, una fede forte e incrollabile nel Maestro tornato dai morti, una convinzione lucida e serena, sicura in ciò che dicono e che fanno. E’ una cosa che non ha spiegazioni a livello razionale, anzi del tutto misteriosa e che ha dell’incredibile. Chi sono i veri Apostoli: quelli che camminavano con Gesù e che davano continuamente prova di non capirlo, di non fidarsi totalmente del Maestro e pronti ad abbandonarlo nei momenti cruciali e più compromettenti specie se si paventava il rischio della vita, o quelli che dopo la Pentecoste sembrano totalmente altri: coraggiosi, sprezzanti del pericolo, operatori di segni prodigiosi, capaci di discernere i cuori degli uomini per leggervi tutto quanto è contenuto in essi nel bene e nel male, pronti a raggiungere i confini del mondo per portare la Buona Novella loro che non si erano mai allontanati dal lago di Tiberiade, in grado di annunciare una Parola chiara e penetrante, dimostrando una Sapienza che non può essere loro, come mai avevano fatto prima? Quelli di prima sono gli stessi di dopo, solamente che c’è da credere che sia successo qualcosa di inaspettato e di insospettabile. Nessun trucco o mistificazione. Questa è stata solamente l’esperienza dell’effusione dello Spirito di Dio su quei poveri, pavidi ed ignoranti pescatori  galilei. Anche il “fenomeno” della “glossolalia”, per il quale tutti gli stranieri capivano ciò che gli Apostoli andavano esponendo e annunciando con risoluta franchezza, ciascuno nella propria lingua nativa è umanamente inspiegabile. Siamo immersi nel Mistero della manifestazione di Dio. C’è abbastanza materiale per credere o per dubitare. Nulla ci costringe. Ma chi non crede nega l’evidenza frastornante di una realtà pur misteriosa ma reale, autentica, avvenuta ad un primo gruppo di Dodici pescatori ma che continua ancor oggi nella Chiesa magari con meno clamore e spettacolarità. Un altro cambiamento dobbiamo notare in quegli uomini: la gioia. Cuori tristi e sconfortati nonostante l’esperienza delle apparizioni del Signore Risorto delle quali anzi, qualcuno ancora dubitava e che stavano ancora chiusi a porte sprangate per  paura dei Giudei che non li aveva ancora abbandonati. Difficile credere in un “Morto” che torna in vita e parla, si muove, torna a mangiare insieme a noi, entra a porte chiuse nel luogo dove si trovavano! Dopo l’effusione dello Spirito Santo escono tutti fuori e cominciano a denunciare coraggiosamente i Giudei di essere gli assassini del Figlio di Dio, invitandoli alla conversione e a farsi battezzare nel nome del Dio Uno e Trino come Gesù aveva invitato  inviandoli nel “mondo”. Ma la cosa che più li caratterizza è quella gioia inspiegabile che non li abbandonerà mai più, neppure mentre stanno per morire, testimonianza suprema e credibile dell’esperienza che hanno avuto dell’oscuro Maestro di Nazaret, crocifisso, morto e risorto il  terzo giorno.  Come dimenticare il dolore, la delusione, l’animo avvilito e disfatto dei due discepoli di Emmaus, la sera stessa della Risurrezione del Maestro, nonostante camminino per strada insieme con Lui? Era davvero necessario che Gesù tornasse al Padre per dare il via a quella trasformazione o meglio “trasfigurazione” a cui solo il suo Spirito, lo Spirito Santo, lo Spirito della Resurrezione  poteva dare corso, come avvenuto nei suoi Apostoli. Dicevamo due domeniche fa come il libro degli Atti degli Apostoli è un libro tutt’ora aperto, perché se negli scritti vediamo la Chiesa nascente corroborata, ispirata e guidata dallo Spirito Santo, bene, quel tempo è attuale e si chiuderà solo alla fine dei tempi, quando finirà il tempo e la storia terrena e si aprirà quella celeste ed eterna nel regno del Padre. In “questo tempo” lo Spirito continua ad operare, ad agire, a santificare, ad illuminare e dare sapienza e conoscenza delle cose di Dio. E’ Gesù che ci dice: “Ho ancora molte cose da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso, ma lo SPIRITO che io vi invierò dal Padre, Lui vi condurrà alla Verità tutta intera”. Comprendiamo come “l’esperienza dello Spirito” è l’esperienza più alta che possiamo fare. E’ l’esperienza a cui ogni cristiano che dicasi veramente tale, deve giungere. E tuttavia questa missione di vitale importanza che ha come fine la salvezza eterna di tutti gli uomini, cammina rispettando i tempi di crescita di ciascuno. La “Verità tutta intera” come promesso da Gesù, si fa gradualmente, man mano che lo Spirito Santo ci dà di capire e a seconda dello spazio che noi gli facciamo nel nostro cuore. Nel primo concilio di Gerusalemme, dove gli Apostoli compreso Paolo litigano per decidere se era il caso di fare circoncidere i cristiani che provenivano dal mondo ellenistico, rispetto a quelli del mondo giudaico. Si decide, non senza discussioni per il NO, cioè se crediamo che è Cristo che salva, non c’è bisogno di circoncidersi “la carne” per essere salvati. Quel rito apparteneva all’antica legge che in Gesù Cristo ora è superata dalla nuova. Nel tempo numerosi saranno i momenti in cui la Chiesa si riunirà in Concilio per pronunciarsi su verità più o meno decisivi ed essenziali per la vita spirituale dei cristiani, a seconda che lo Spirito suggerisce ad essa. In un mondo così frastornato e frastornante, dove il silenzio, l’ascolto profondo anche di se stessi, la meditazione ed il pensiero sono schiacciati dal rumore, dalla distrazione, dall’eccessivo dinamismo ed efficientismo ed in cui Dio sembra essere “morto”, assente ed escluso, torna urgente la necessità di ascoltare, meditare, pregare, relazionarsi nello Spirito a quel Dio che nulla ha risparmiato per sé ma tutto ci ha donato nel suo Unico Figlio per amore nostro. Diversamente dovremmo prendere atto non della “morte di Dio” ma dell’uomo che ha smarrito la sua peculiarità più essenziale: la sua profonda spiritualità che deriva dal suo essere figlio nel Figlio di Dio!      Amen. Cristo è Risorto, Alleluja!

  Nuove disposizioni, a partire dal 18 maggio. Per il bene di tutti, vi invitiamo a rispettare le seguenti regole.

17 MAGGIO  2020 -  VI DOMENICA DI PASQUA
OMELIA DI DON GIOVANNI BATTISTA TOZZO

Questo lungo discorso fatto a più riprese (la prima parte sembra concludersi alla fine del cap. 14 al v. 31 quando il Signore invita ad alzarsi e “andare via di là”…) che Gesù ci fa da alcune settimane e che chiamavamo “i discorsi di addio” nel Cenacolo, è di una profondità di sapienza e di rivelazione abissale. Gesù ci rivela quello che è Dio stesso: “Amore che si dona senza limiti e senza condizioni” e ci apre alla comprensione di quello che il Padre vuole da noi: lasciarci amare e credere in Lui e nel suo amore. “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho mandati perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”. Se Dio è Amore quale miglior frutto se non l’Amore? La conoscenza del Dio Amore ci porta ad amare perché solo questo lui vuole ed esige da noi. E’ questo che ci insegna il gesto e il segno scandaloso della lavanda dei piedi e fino a che punto dobbiamo chinarci sugli altri come ha fatto lui. Solo così noi potremo celebrare in verità l’Eucarestia, il segno visibile, anche se nel sacramento, del suo permanere tra di noi, in noi  e con noi. Ma Gesù stamattina vuole prepararci ad un altro evento. Lui sta per “tornare al Padre” e vuole che non ci sentiamo orfani perché ci manderà “un altro Consolatore, un altro Paràclito” che il mondo non può ricevere “perché non lo vede e non lo conosce”. Ma noi lo conosciamo perché rimane presso di noi e in noi. NOI che abbiamo ricevuto la rivelazione del Padre da parte di Gesù. NOI che crediamo nel suo Amore. NOI che stiamo uniti a Gesù come il tralcio alla Vite, perché “senza di lui non possiamo fare nulla” e lo sappiamo bene perché lo sperimentiamo ogni istante! NOI che come suoi amici viviamo il mistero della Croce, la sua Croce, come momento di rivelazione dell’Amore più grande e che a questo siamo chiamati, a confrontarci e a conformarci gradualmente. NOI amici di Gesù perché accogliamo i suoi comandamenti e ci sforziamo di osservarli aiutati dalla sua Grazia. NOI che siamo amati dal Padre perché amiamo il figlio suo Gesù Cristo. A NOI è promesso e donato in abbondanza lo Spirito Santo, Spirito del Risorto e dono della Resurrezione. Senza questo dono la Resurrezione sarebbe incompleta perché non formerebbe la Chiesa in questo tempo di attesa tra  “il già e il non ancora”, iniziato ma non ancora compiuto, almeno in noi, viandanti e pellegrini nel tempo. Siamo nel cap. XIV ai versetti 14-21 del vangelo di san Giovanni. Mentre nei versetti precedenti dello stesso capitolo dall’ 1 al 14 i verbi insistenti sono credere-conoscere-vedere-sapere, in quelli di stamattina sono amare, ripetuto fino alla fine del capitolo ben dieci volte! Questi verbi definiscono la relazione tra il discepolo, Gesù e il Padre. Mentre “credere” è azione di occhi e di intelligenza, amare è questione di cuore e di volontà che cioè desidera ciò che “vede e conosce”. In questo vangelo di Giovanni, credere-conoscere-vedere-amare indicano la stessa cosa. Amare diventa la forma più alta del credere e del conoscere. “Chi ama conosce Dio” dice san Giovanni nella sua prima lettera, perché “Dio è Amore”, chi non ama non conosce Dio e resta nella morte. La Vita di cui ci parla Gesù è “relazione amorosa” col Padre. E’ l’amore che ci mette in relazione profonda con Dio. La nostra “fede”, fatta di osservanze e di consuetudini, di esteriorità che nulla cambiano nel nostro modo di vivere, di conformismi e di assuefazione al mondo pagano e materialista del nostro post-modernismo, molto ha da imparare e da cambiare. Proprio ieri mattina durante la s. Messa, Papa Francesco metteva in guardia dalla mondanità anche la stessa Chiesa. Questo volersi conformare con il mondo esterno cercando di “truccare e abbellire artificiosamente” ogni cosa, quella ricerca sfrenata di successo e di protagonismo, di arrivismo e carrierismo. Solo l’Amore non si può “truccare”, far sembrare ciò che non è, fingere. L’Amore c’è o non c’è, non possiamo contraffarlo e camuffarlo. E’ per questo che Gesù ci porta con il suo esempio che noi dobbiamo imitare e farlo diventare il nostro stile di vita, ad altezze vertiginose, il “dare la vita per l’altro” che non vuol dire solamente che io “debba morire” per gli altri, ma mi pone in un’ottica di disponibilità, di accoglienza e di servizio totale verso i miei fratelli. E’ questo che rende la mia vita più bella e pienamente realizzata. In questa parte centrale del vangelo di san Giovanni che si snoda per ben 5 capitoli - dal 13 al 17 - l’evangelista ci sta facendo compiere un cammino di “conversione”, di cambiamento d’ottica, di rivoluzione del nostro modo di credere, di vivere e di amare, mentre ci va via, via, rivelando il vero Volto di Dio. Noi cosiddetti cristiani, ma che ancora dobbiamo “diventarlo”, nulla facciamo se non per un nostro tornaconto, spesso anche nella Chiesa, ma non per colpa della Chiesa. E’ colpa nostra se siamo egoisti, se poniamo il nostro IO al centro di tutto, se cerchiamo la nostra felicità a discapito di quella degli altri, se perdiamo la capacità di essere lievito e luce perché i modelli che il mondo ci offre ci suggestionano a tal punto da perdere il senso profondo delle cose ed il buon sapore della vita, la sapienza del vivere che consiste nel saper amare, nel servire i fratelli, nel condividere ogni cosa, nel volere il vero bene dell’altro, nel perdere la mia vita per l’altro. Pensavamo che il cristianesimo fosse andare a messa la Domenica, “Giorno del Signore” per eccellenza, qualche preghiera magari saltuaria e pure qualche elemosina…, magari a Natale, quando tutti devono essere e si sentono più “buoni”! Abbiamo faticato magari a colpi di gomitate, per farci strada nella vita e nella professione, schiacciando ed eliminando chi sembrava farci ombra e diventava un ostacolo in questo nostro avanzare nella società come un rullo compressore. Quella ragazza, Silvia Romano, liberata dalla prigionia dei sequestratori e che ha cambiato fede e anche l’abito che indossa dopo appena un mese dalla prigionia…, abbracciando quella musulmana, ma che secondo me non è molto credibile. E’ certo, se noi la fede la riduciamo a quello che abbiamo fin qui elencato…., non credo che restino motivi validi per continuare ad essere cristiani. Magari arrivando poi a gettare via la nostra vita facendoci saltare in aria per motivi ideologici, ma credo più politici…, uccidendo insieme a noi decine e decine di esseri umani innocenti! Meglio sarebbe fare professione di ateismo allora…! Perché la nostra vita non l’abbiamo donata prima per gli altri, seguendo ciò che Gesù, il Figlio di Dio, l’Unico che ha dato la sua Vita per salvarci dal male e dalla morte del peccato, ci ha insegnato? E chi perde la sua vita per me e per gli altri la trova ci dice il nostro Divino Maestro! Gesù in questo cammino di conversione e di cambiamento di mentalità ci sta chiedendo di “fidarci di Lui, di non avere paura, di avere fede in Lui, di stare uniti a Lui come il tralcio alla Vite…”. Sta qui il segreto della Vita. Se noi faremo ciò che Gesù ci chiede allora tutta la nostra esistenza starà al sicuro e nemmeno se i sequestratori ci togliessero la libertà e ci torturassero, abbandoneremmo la nostra fede perché lo Spirito della Resurrezione, datoci in abbondanza e riversato dentro di noi ci darà la forza e il coraggio per restare, nonostante tutto, fedeli a Lui. Allora saremo veramente risorti con il Risorto, allora saremo con Lui e in Lui veramente rinati a Vita nuova e già nell’orizzonte della Vita eterna che non avrà mai più fine. Nella Chiesa fin dagli albori è sempre stato così. E Gesù non si smentisce mai! Nella prima lettura tratta dal libro degli Atti, Filippo  insieme agli altri discepoli annuncia Cristo Risorto, opera segni straordinari, la sua parola converte migliaia di ascoltatori, non perché sono…più “bravi” degli altri, ma semplicemente perché si fidano del Maestro, camminano con il Maestro e parlano con la forza dello Spirito Santo nel suo Nome. Gli Apostoli….! Gente paurosa e senza coraggio che si sono venduti il Maestro per 30 monete d’argento e lo hanno rinnegato per paura di essere scoperti amici del Nazareno, ormai votato e condannato alla morte di Croce e dalla quale loro fuggono abbandonandolo al suo destino. Come mai allora sono così cambiati? Non è umanamente razionale e comprensibile. Lo Spirito Santo, Spirito della Resurrezione li ha cambiati. E’ questo il modo attraverso cui Gesù rimane con noi e ci accompagna, ci guida e ci rafforza fino alla consumazione dei secoli, quando entreremo tutti nel suo Regno per contemplare e godere dell’Amore senza limiti e senza età: il Padre di Gesù e nostro Padre nel Figlio.  Gesù non ci lascia orfani, cioè SOLI.      AMEN.            Il Signore è veramente Risorto, alleluja!
                                                                       

  10 MAGGIO 2020– V DOMENICA DI PASQUA

OMELIA DI DON GIOVANNI BATTISTA TOZZO
Siamo ancora una volta nel Cenacolo con Gesù. In queste ultime settimane diverse volte ci siamo trovati in questo luogo che è “il convenire della Chiesa” intorno al Maestro che sta lasciando le ultime istruzioni ai suoi amici più intimi, a noi. Certamente strani amici che non capiscono fino in fondo quei discorsi che Gesù va facendo. Ha lasciato un segno misterioso che noi chiamiamo “ultima cena” quasi fosse il pasto, l’ultimo del condannato a morte. E questo noi sappiamo per esperienza post pasquale che… non è l’ultimo bensì il “primo”, l’inizio. Gesù ci dice “fate questo ogni volta che ne mangiate”. E poi ci lascia quel segno non meno importante, sconvolgente e scandaloso del lavarci i piedi. Lui il Maestro e Signore si china, si abbassa davanti a noi poveri peccatori, traditori pronti a  rinnegarlo quando il pericolo si affaccia sul nostro orizzonte vitale, che  si umilia fino all’inverosimile. Lui, Gesù, il Signore dei signori! Stamattina ci fa dei discorsi strani dei quali non capiamo dove va a parare. Ci parla di una partenza ma anche di un ritorno, di una preparazione di posti che attendono ciascuno di noi e che noi dovremo un giorno occupare, ciascuno il suo. Cari fratelli, questi lunghi discorsi di addio non dobbiamo leggerli come solitamente facciamo tutti d’un fiato. Dobbiamo immaginare delle pause, dei lunghi silenzi durante i quali gli apostoli fanno quelle domande smarrite e cariche di attesa a Gesù. E’ come ascoltare la goccia d’acqua che cade in una caverna e che noi ci sforziamo di ascoltare nel silenzio più profondo. Anche noi chissà quante domande abbiamo da fare al Signore. E Gesù interrompe il suo discorso che parte dal suo Cuore divino e comprende e percepisce il loro e nostro smarrimento, le nostre paure. Specialmente in questo periodo così carico di incertezze, di aspettative, di entusiasmi che ci fanno dimenticare ogni prudenza, di paure e di smarrimenti di fronte al futuro che ci aspetta, spettri che presagiscono disoccupazione, povertà, progetti a rischio. Gesù ci dice: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me” è l’invito rivolto a TUTTI noi. Aver fede in Dio. Che significa aver fede, abbandonarsi totalmente senza riserve, fidarsi ciecamente di lui. In quale Dio noi crediamo? In un Dio che ci elimina ogni problema e ci risolve i nostri guai che DEVE prendersi cura di noi, perché diversamente a che servirebbe un dio se non ci togliesse le castagne dal fuoco? Siamo tutti pronti per ripartire, ricominciare, aspettando, sperando di poterci fare finalmente, dopo un inverno così carico di paura e rinunce, di chiusure e di mancanze di effusioni affettuose ed espressive del nostro amore verso le persone per noi più significative, le tanto sospirate e attese vacanze. Dopo un inverno così carico di morte, di incertezze, di dubbi e timori, di distacchi e distanziamenti sociali. Finalmente l’estate, il sole, il mare, la “libertà”, i viaggi verso posti incantati da favola, la ripresa di quelle attività culturali di cui ci nutriamo avidamente per crescere, per spalancare i nostri confini intellettuali e umani pur leciti. Le stesse cose solite che facevamo già prima del “FERMO” a causa del coronavirus! Gesù nel chiuso del Cenacolo ci dice che lui va via… per “prepararci un posto” e che anzi, quando l’avrà preparato tornerà per prenderci con sé affinché possiamo stare sempre con lui. Noi sogniamo le vacanze, Gesù ci vuole offrire un posto. Qui si moltiplicano le domande di Tommaso detto “Didimo”, il “gemello”, gemello a noi ma anche gemello a Gesù. Tommaso è un ricercatore vuole capire e questo spiega anche il suo rifiuto a credere quando i discepoli gli raccontano dell’apparizione di Gesù nel Cenacolo, dopo la Risurrezione. Ma in questo brano sono presenti anche le preoccupazioni per le difficoltà e i pericoli interni ed esterni della comunità, della Chiesa. I pericoli interni: difficoltà a credere, defezioni e tradimenti, divisioni, liti, dubbi. I pericoli esterni: l’ostilità dell’ambiente, oggi come allora, la secolarizzazione, la scristianizzazione e la perdita della fede. Gesù continua insistentemente ad invitarci ad avere fede in Lui. Gesù indica se stesso come la Via che conduce alla conoscenza del Padre. Ma Dio, “Nessuno l’ha mai visto”, solo Colui che discende dal Padre lo ha visto e lo conosce e lo fa conoscere a chi crede in lui. Gesù è il rivelatore del Padre ma ciò che realmente è. Dio è Amore ci dice ancora s. Giovanni. E proprio nel momento che Gesù si appresta a vivere, la sua morte in Croce, ci rivela totalmente l’amore del Padre.  Dio ha tanto amato il mondo da mandare il Figlio suo a morire per i peccatori. E’ la Croce la rivelazione più alta, totale e definitiva di Dio. E’ nella Croce che si manifesta il volto paterno di Dio. Tre personaggi: Giovanni, Giuda e Pietro. Tre personaggi che siamo ciascuno di noi che pensiamo di poter amare Dio con le nostre sole forze. Pietro quasi si scaglia quando Gesù rivela la sua imminente passione. Ancora non ha capito niente. Giovanni diversamente dagli altri tre evangelisti, non ci riporta nel racconto dell’ultima cena l’istituzione dell’Eucarestia, ma si sofferma invece e a lungo nel descriverci il gesto della lavanda dei piedi, o meglio il gesto dell’abbassamento di Dio fino all’uomo e per amore dell’uomo. Quel gesto che si concretizza e si compie sulla Croce. Un gesto che occorreva comprendere  e che va al di là di un rito vuoto. “Amatevi come io vi ho amati” e “Chi ama conosce Dio” ci dice ancora s. Giovanni. E’ nell’amore che si compie la salvezza del mondo e solo nell’amore. I tre personaggi che abbiamo citati non sono amati diversamente a seconda del loro comportamento, ma tutti alla stessa maniera. E qui sta lo scandalo della Croce! Noi spesso pensiamo erroneamente che Dio ami i buoni e i giusti, mentre per i reprobi e i cattivi riservi una “giustizia” che rimetta a posto le cose. Giuda non è stato amato meno di Giovanni e di Pietro sol perché hanno avuto atteggiamenti e risposte diverse nei confronti di Gesù. Ma tutti alla stessa maniera. Questo significa il comando del Signore “come io vi ho amati”. Il “come” diventa il discriminante che indica fino  a che punto noi cristiani, discepoli e seguaci di Cristo dobbiamo amarci e amare. Questo significa che Dio continua ad amarmi nonostante i miei innumerevoli peccati ed infedeltà. La nostra fede diventa un abbandono incondizionato tra le braccia del Padre che mi porta e mi sostiene nelle mie infedeltà, nei miei tradimenti, nei miei rinnegamenti. Non sono io ad amare Dio. Non potrei mai! Ma è Lui che ama me incondizionatamente. Certamente il peccato più grave che potrei commettere è pensare che Dio non mi ami. “Dio ha tanto amato il mondo da darci il suo Figlio”. Non siamo noi ad  amare Dio ma è Lui che ci ama per primo. In questo senso Gesù è Via, Verità e Vita. E’ Via che rivela e conduce al Padre, non può esserci altra via al di fuori di Lui. E’ Verità che mentre rivela l’Amore di Dio rivela ciò che siamo realmente: creature piccole, fragili, spaventate dalle mille difficoltà ma chiamate a fidarci di Dio e solo di Lui. E’ Vita che ci viene donata nello Spirito Santo effuso nei nostri cuori e che noi conosciamo nell’atto di amare i fratelli come Gesù ci ha lasciato come testamento, con la forza che Egli ci dà. E noi dobbiamo accettare questa nostra quasi incapacità ad amare, consapevoli che senza di Lui non possiamo fare nulla, se non lasciarci amare ed avvolgere dalla sua Grazia. Fratelli miei. Il messaggio che la Parola oggi ci porta è incoraggiante e ci rassicura non certamente nelle nostre capacità a fare tutto da soli, saremmo battuti e avremmo fallito fin dall’inizio. Ma riconoscendo i nostri limiti e spesso la nostra cattiveria, non lasciarci condizionare da quella ostilità che spesso vediamo davanti a noi negli altri e nel mondo e che ci rende più problematico amare, ma credere che l’Amore e solo l’Amore ha la meglio su tutto. Coraggio ci dice Gesù, Io ho vinto il mondo! Dobbiamo si ripartire, ma con questa sicurezza, questa certezza nel cuore che con Gesù tutto è possibile. Lui ha sconfitto la morte per eccesso di amore verso di noi e ci ha restituito a quella Vita che è la comunione e la visione del Padre. Questo è il posto che Gesù ci ha preparato. Dio non può abbandonarci!  AMEN!
Il Signore è veramente Risorto, Alleluja.
                                                                                                                                      

03  MAGGIO 2020 – IV DOMENICA DI PASQUA

OMELIA DI DON GIOVANNI BATTISTA TOZZO

Questa quarta Domenica di Pasqua, ma come corre il tempo…, troviamo il brano del Pastore Bello, come Colui che si pone come Porta d’ingresso dell’ovile delle pecore e solo attraverso la quale è possibile entrare per trovare riposo, pascolo fresco, ristoro per le nostre anime. Non è un caso che la giornata di oggi sia come ogni anno dedicata alle vocazioni. Anche qui abbiamo molto da imparare noi come Chiesa. E dico noi che cerchiamo riconoscimenti, titoli, applausi, favore e sostegno in tutto ciò che facciamo. Gesù non ha cercato tutto questo. Ed è proprio Gesù, il Buon Pastore, colui che è la Porta, a dirci come fare per appartenergli, come fare per ascoltare e riconoscere la sua voce, come diventare quasi i padroni del suo cuore divino. Chi sono coloro che presumono ed esigono di entrare dentro il recinto per altre porte, per altre vie che non sono quelle del vero Pastore? Vedete, fratelli, noi non comprenderemo mai abbastanza come Gesù Cristo Figlio di Dio non è venuto sulla terra per lasciarci chissà quale religione o vuoto rito con “l’obbligo” di aderirvi e da osservare e celebrare. Vi erano e ci sono già tante religioni con i loro riti e le proprie tradizioni, visto come noi siamo morbosamente attaccati alle “tradizioni”! Non era di questo che avevamo bisogno. Gesù il buon Pastore non viene per insegnarci una filosofia, bastavano quelle dei Greci veri maestri nel pensiero speculativo. Dio non è un concetto da capire e fare nostro ma semmai siamo noi a dover fare si che diventiamo suoi: i suoi figli! Mi preoccupo quando vedo tanti di noi che fissiamo lo sguardo sulle tante immagini con cui adorniamo e arricchiamo le nostre chiese, ma dimentichiamo di fissare lo sguardo della Fede su Colui che della Fede è il datore e il dispensatore. Mi preoccupo quando vedo quelle immaginette stucchevoli con quel pastore bellissimo sotto il profilo estetico, ma così inespressivo dal punto di vista teologico della Verità. Gesù sulla Croce non attirava lo sguardo per la bellezza, ma si faceva spettacolo d’Amore fino all’estremo limite tale da ridursi ad essere inguardabile. Qui sta tutta la teologia del Buon Pastore. Quelli che sono venuti prima di lui Gesù li chiama “ ladri e briganti” perché lontanamente dal prendersi cura delle pecore loro affidate le hanno sfruttate e si sono nutriti a loro discapito. Gesù si distingue dagli altri perché per noi ha dato tutto se stesso. Anche la sua divinità l’ha messa a nostra disposizione e nulla ha trattenuto per se stesso senza condividerlo con noi. La Resurrezione del Signore nulla avrebbe da dirci se non fosse in questa linea. Quando a Pietro sulle rive del lago di Tiberiade viene chiesto dal Risorto per ben tre volte: “Pietro, mi ami tu più di costoro?” ,il povero Pietro per ben tre volte deve rispondere affermativamente di si. Ma è un “SI” che lo porterà, come il Maestro e Buon Pastore, a dare la vita per lui donandola per i fratelli. Solo perdendosi per i  fratelli Pietro potrà manifestare il suo amore per il Maestro. Noi ci illudiamo quando entriamo nelle chiese e particolarmente quando celebriamo l’Eucarestia, tornandocene a casa senza nulla condividere con i fratelli e senza nulla fare per gli altri. Pensiamo scioccamente ed ingenuamente o forse perversamente che quattro preghiere e una messa ascoltata bastino per ingraziarci i favori divini. Come siamo lontani! Non è questo il cristianesimo. Non è così che apparteniamo al Buon Pastore. Come il Pastore Buono ha dato la vita per noi, anche noi dobbiamo dare la vita per gli altri, diversamente anche noi saremmo “ladri e briganti” a cui non importa nulla delle pecore ma solo della nostra vita.  In questi giorni lunghi e terribili durante i quali in mille modi abbiamo tentato di sconfiggere la paura, la solitudine e l’isolamento, magari illusoriamente, cantando dai balconi oppure continuando giorno e notte a stare “collegati” via Internet ai nostri amici e parenti, forse ci hanno insegnato che la VITA è un bene assoluto, da preservare e proteggere come se potessimo chiuderlo in una cassaforte, garantircelo. Ma ci hanno illusi, anzi ci siamo illusi! Gesù ci insegna che la vita ci è stata donata perché la doniamo. In questi giorni pur ammirandoli, ci siamo sentiti “fortunati” per essere rimasti “vivi”, sopravvissuti, rispetto a quanti medici, infermieri o altre categorie varie che invece hanno “perso” la vita per servire e salvare altre vite. Non abbiamo capito nulla!  Ricordo quel sacerdote che ha donato il suo respiratore per un ammalato più giovane di  lui ma perdendo la sua vita. Proprio il Buon Pastore ci insegna che la vita la ritroviamo perdendola, donandola, giocandocela a favore  degli altri. Diversamente l’avremmo persa irreparabilmente! Se non avremo imparato da questa orribile esperienza di precarietà, di fragilità e di debolezza, in cui abbiamo toccato con mano la nostra situazione di piccolezza ed il nostro essere esposti ad ogni rischio che non deve portarci alle chiusure e agli isolamenti, a guardarci dagli altri perché potenziali “untori” e trasmettitori di virus e di morte, ma semmai a restare sempre aperti e disponibili per gli altri, allora veramente e per davvero noi saremo rimasti chiusi e prigionieri della MORTE, quella vera, mentre coloro che si sono persi per gli altri avranno ritrovato per sempre e per davvero la loro vita. Questo non è un pensiero mio, ma Gesù Maestro, il Pastore Grande tornato dalla morte ci insegna tutto ciò. E’ questo il senso vero della Pasqua, oltre quelle funzioni e tradizioni che non abbiamo potuto vivere a causa del coronavirus. Se la cosiddetta “ripartenza” non sarà un ricominciare come uomini e donne nuovi nel cuore e nella mente, per ricreare rapporti nuovi e solidali con tutti, da veri fratelli, avremo perso e vissuto inutilmente questa esperienza che lungi dall’essere inutile e dannosa, poteva diventare una grande scuola e maestra di vita. Proprio ieri nella memoria di s. Atanasio, grande Vescovo, maestro e Dottore della Chiesa, il Santo Padre richiamava ai nostri amati e spesso contestati politici la necessità e il dovere in un momento come quello che ci troviamo a vivere, di restare uniti, così come pure all’Unione Europea. Uniti si vince diceva Papa Francesco, divisi e separati siamo definitivamente perduti! L’indecente spettacolo mentre si lotta per la vita e che ci stanno offrendo i nostri politici  che trovano  il tempo e la voglia di fomentare polemiche e divisioni, deve farci gridare inorriditi e scandalizzati. Così non andremo da nessuna parte. Si continuerà a tirare ciascuno per la propria strada, anonimi, separati anche se apparentemente “liberi” dove ciascuno continuerà illusoriamente la sua battaglia personale per la propria sopravvivenza, ma saremo appunto dei “SOPRAVVISSUTI” e noi non vogliamo assolutamente “sopravvivere” ma VIVERE, essere protagonisti offrendo la nostra vita ed esistenza. Consapevoli come Gesù ci ha mostrato ed insegnato che solo perdendo la vita, mettendola a servizio dei fratelli possiamo ritrovarla. Solo così ascolteremo e riconosceremo la voce del vero Pastore e lo seguiremo per la via della Vita che solo lui conosce e coloro ai quali lui stesso lo rivelerà. Si, insieme a Gesù e con Gesù soltanto “ce la faremo”, senza di Lui tutto sarà perduto! Tutto questo 2020 è un anno speciale, non perché diverso, ma perché il fermo obbligato, il silenzio che ancora tutto avvolge perfino le nostre stesse vite, deve portarci alla purificazione, alla sedimentazione di tutto quel chiasso e quella frenesia spensierata che fino ad ieri caratterizzava le nostre esistenze e le nostre storie quotidiane. Siamo nel mese di Maggio, il mese più bello dell’anno dedicato interamente a Maria, Madre del Buon Pastore, anzi… del Bell’Amore. Chiediamo a Lei che si faccia ancora nostra compagna di viaggio, che ci assista e ci illumini e continui sempre a sollecitarci ad ascoltare e seguire solo il Figlio suo Gesù,  Buon Pastore.  Con Lei maestra, la “ripartenza” sarà più bella e più sicura.   
                                                                                                                            AMEN!                   

75° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE – 25 APRILE 1945/2020
DUE PARTIGIANI FRANCAVILLESI QUASI SCONOSCIUTI: Antonio CARUSO e Foca PIZZONIA
(a cura  di Vincenzo Davoli)

Il 25 aprile 2020 si celebra il 75° anniversario della liberazione dell’Italia dall’oppressione nazifascista. Per questa importante ricorrenza vogliamo segnalare i nominativi di due cittadini francavillesi che nel periodo 1944-45 militarono nelle formazioni partigiane del Nord Italia: Antonio CARUSO e Foca PIZZONIA.
All’infuori dell’insegnante Vincenzo Caruso, unico figlio maschio del suddetto partigiano Antonio, nessun altro concittadino conosceva le vicende di questi due francavillesi, i quali, dopo aver partecipato alla prima fase della seconda  guerra mondiale come soldati regolarmente arruolati nel Regio Esercito italiano, nella seconda fase della guerra (quella dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 tra Italia e gli Anglo-americani)volendo lottare contro i nazifascisti, nel 1944 si erano aggregati ai partigiani operanti in Piemonte, entrando ambedue nelle “Brigate Garibaldi”, rispettivamente nella 177ª, Foca Pizzonia, e nella 179ª, Antonio Caruso.
Il merito di aver scoperto i loro nomi va attribuito a Fausto Rondinelli, che, grazie alle sue ricerche storicheappassionate ed accurate, è riuscito a reperire nel sito “istoreto.it”dell’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea “GIORGIO AGOSTI” le schede personali dei due partigiani nativi di Francavilla Angitola.
   Antonio CARUSO nacque a Francavilla A. il 15-09-1922, da Vincenzo e Caterina Servello. Da giovane agricoltore, prima di svolgere il servizio militare, coltivava la terra (soprattutto oliveto) posseduta dalla sua famiglia. Durante il 2° conflitto mondiale venne arruolato come Soldato il 24-05-1941; giunse alle armi il 26-01-1942 ed assegnato al 23° Reggimento Fanteria; con tale ruolo partecipò ad operazioni di guerra nei Balcani, e precisamente nella Croazia, dall’11-8-1943 fino all’8-9-1943, data in cui fu annunziato l’armistizio poc’anzi ricordato. Nei giorni successivi all’armistizio, il nostro Soldato fu catturato dai Tedeschi, che controllavano quella zona dell’ex-Jugoslavia, e subito fu trasferito in Germania, in qualche campo di prigionia o in un cantiere di lavoro, dove gli venne attribuita la qualifica di I.M.I., ossia di internato militare italiano. Non si conosce per quanto tempo l’internato Antonio Caruso sia rimasto in Germania; neppure si sa in quale data e in quali circostanze egli riuscì a rimpatriare. Ad ogni modo, in un documento (datato 15-5-1946)rilasciato dalla Commissione Regionale Piemontese per accertare la qualifica di “partigiano” e nella scheda del sopra menzionato “istoreto.it” si attesta che Antonio Caruso prestò servizio nella “179ª Brigata Garibaldi” dal 01/05/1944 al 08/05/1945 e pertanto acquisì il diritto ad ottenere la qualifica di “partigiano combattente”. La “Brigata Garibaldi”, dove per un anno intero militò A. Caruso,operava in provincia di Cuneo, e precisamente nelle Langhe e nelle valli e colline limitrofe. Da buon partigiano, il nostro Antonio assunse come nome di battaglia quello di GIMMY, un epiteto di stampo americano, allora molto popolare tra gli uomini della Resistenza.
Nel dopoguerra il Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà –CVL conferì ad Antonio Caruso il BREVETTO di PARTIGIANO – N° 053419, con la seguente motivazione: “Combatté per la libertà nella guerra partigiana che arse sui monti nei piani nelle città d’Italia contro i nemici all’umanità e alla Patria”.
Tra le firme apposte in calce al brevetto si riconoscono quelle di Ferruccio Parri, di Raffaele Cadorna, di Luigi Longo e di Enrico Mattei, futuro presidente dell’ENI.
   In data 25 ottobre 1965 il Comandante del Distretto Militare di Catanzaro, in riconoscimento dei sacrifici sostenuti da Antonio Caruso nell’adempimento del dovere in guerra, gli conferì tre distinti attestati:
-Croce al Merito di Guerra - 1^ concessione, in quanto combattente nella II guerra mondiale;
-Croce al Merito di Guerra, per internamento in Germania– 2^ concessione;
-Croce al Merito di Guerra, in seguito ad attività partigiana – 3^ concessione.


  

 

 

 

 

 

 

Tornata la pace, dopo essere stato tanto tempo lontano dai suoi cari, A. Caruso poté finalmente rientrare a Francavilla; desiderando mettere su casa e famiglia, Antonio sposò la compaesana Concettina Ciliberti e fissò la sua abitazione in via Roma 6. Dal matrimonio sono nati due figli, Caterina e Vincenzo, che portano gli stessi nomi dei nonni paterni. Entrambi i figli hanno studiato all’Istituto Magistrale e poi sono stati insegnanti elementari. Antonio Caruso è morto a Francavilla il 16 giugno 1983, all’età di 61anni.
I nipoti del partigiano “Gimmy” sono 5: quattro maschi e una femmina. Figli di Caterina “Rina” Caruso e del sindacalista “Ciccio” Russo sono i dottori: Vincenzo Russo, odontoiatra, e Antonio, avvocato.
Gli altri tre nipoti sono figli del suddetto Maestro Vincenzo “Cecè” Caruso e della di lui moglie, la Maestra Rita Cimino, originaria di Nicastro; in ordine di età sono: Antonio Caruso junior, di professione avvocato, Maria Concetta Caruso, dottoressa ingegnera informatica e delle telecomunicazioni, e Michele Caruso, dottore in legge, consigliere comunale, nonché assessore della Giunta di Francavilla Angitola.
   Foca PIZZONIA era nato il 25-02-1920 ed era il terzogenito di Paolo e di Torchia Rachele. Prima di lui erano nati la sorella Anna ed il fratello Vincenzo. I Pizzonia del ramo di Foca erano agricoltori molto capaci e laboriosi, ma soprattutto erano apprezzati come abili ed esperti potatori di ulivi, di piante da frutto e di viti. Nel primo periodo (1940-43) della II guerra mondiale si consumò la triste vicenda di Vincenzo Pizzonia.
Come soldato di fanteria Vincenzo fu mandato a combattere sul fronte montano greco-albanese, assai tormentato dal freddo glaciale di quell’inverno (1940-41; non essendo protetto da un equipaggiamento adeguato a quel rigido clima, già il 28-2-1941 gli fu riscontrato un congelamento di I e II grado ai piedi. Fu subito rimpatriato e ricoverato per le prime cure nell’ospedale militare di Bisceglie (Bari). Successivamente gli fu accordata la licenza di rientrare a casa per la convalescenza, con l’impegno di continuare a curarsi gli arti ancora non guariti e con l’obbligo di sottoporsi a periodiche visite di controllo presso l’ospedale militare di Catanzaro. Per oltre un anno Vincenzo rimase in Calabria, alternando le giornate di cura e convalescenza a Francavilla con frequenti ricoveri brevi e visite di controllo nel suddetto ospedale militare; nel frattempo si era fidanzato ufficialmente con la compaesana Maria Bilotta. Un giorno della primavera 1942 Vincenzo doveva andare a Catanzaro per sottoporsi all’ennesima visita di controllo. A causa della guerra, il servizio di corriera tra Filadelfia/Francavilla e Catanzaro c’era solo una volta alla settimana; poiché quel mattino i posti della corriera erano già tutti occupati, Vincenzo, fermamente intenzionato a raggiungere Catanzaro, salì sul tetto del bus appollaiandosi tra le valigie e vari bagagli. Ma una guardia municipale, che stava controllando la partenza della corriera, gli intimò di scendere immediatamente, e non volle ascoltare le giustificazioni di V. Pizzonia, che era stato precettato per sottoporsi a visita di controllo. Nacque un diverbio tra Vincenzo e la guardia; fra i due contendenti volarono ingiurie, spinte e ceffoni. Pizzonia fu subito fermato e quindi condotto al carcere di Filadelfia con l’accusa di aver oltraggiato un pubblico ufficiale. Fu liberato dopo alcuni giorni di detenzione a Filadelfia, ma gli fu inflitta una punizione esemplare; pur non essendo completamente guarito dal congelamento, venne trasferito all’ARMIR, cioè al Corpo di spedizione militare italiana in Russia, ed inviato a combattere in prima linea sul fronte russo del fiume Don. Trovandosi di nuovo su un fronte gelato, per di più continuamente bersagliato dai tiri d’artiglieria e dai bombardamenti dei Russi, il povero V. Pizzonia morì il 4-01-1943 in un ospedale da campo dove era stato ricoverato perché gravemente ferito da un bombardamento o mitragliamento nemico.
  Anche Foca Pizzonia fu coinvolto nella II guerra mondiale, ma per sua fortuna si trovò nelle retroguardie, in quanto arruolato nel Servizio di Commissariato come soldato della 58ªSezione di Sussistenza; pertanto Foca badava al rifornimento viveri, forse era cuciniere o preparava il rancio dei soldati, oppure era fornaio.
Nei giorni successivi all’armistizio dell’8 settembre 1943, Foca con il suo reparto si trovava nella zona di Cuneo. Per i militari italiani quello fu un periodo di grande incertezza e confusione; erano persone sbandate che non sapevano cosa fare. Incerti sulle scelte da compiere: se tornare ciascuno alla propria casa; se restare alleati dei Tedeschi; se provare a mettersi in contatto con gli Inglesi e gli Americani, che però nel settembre 1943 erano comunque lontanissimi dal Piemonte, dato che allora erano impegnati ad occupare tutta la Calabria e a predisporre uno sbarco in grande stile a sud di Salerno. Siccome Foca si trovava a più di 1000 km di distanza dal suo paese e dai suoi cari, per non incappare in guai peggiori e per non correre rischi con i fascisti e i Tedeschi, che di fatto avevano assunto il controllo della zona in cui Foca allora si trovava, ossia la parte pianeggiante della provincia di Cuneo, il nostro soldato francavillese decise, come male minore, di aggregarsi alle milizie fasciste. Viceversa i militari antifascisti del Regio esercito italiano e vari gruppi armati di partigiani (civili, contadini, operai, studenti, giovani donne ecc.) in prevalenza si rifugiarono nelle colline (come le Langhe e il Roero), nelle valli e nelle zone montane del Cuneese.
   Il 23-9-1943 Mussolini istituì la Repubblica Sociale Italiana –RSI, con sede del governo nella cittadina di Salò (BS) sul lago di Garda. Successivamente il 20-11-1943 il governo della RSI costituì la Guardia Nazionale Repubblicana –GNR, con compiti simili a quelli dei Carabinieri, ossia per vigilare sull’ordine pubblico e per tenere sotto controllo il territorio. Dalla scheda personale di Foca Pizzonia, redatta sempre da “istoreto.it”, risulta che già in data 15-10-1943 Foca era stato arruolato a Cuneo in qualche reparto della RSI. Rimase aggregato alle milizie fasciste dal 15-10-43 al 03-07-1944, assumendo il grado di Milite della Guardia Nazionale Repubblicana, allorquando la stessa GNR fu costituita ufficialmente (20-11-1943).
Stando a contatto con i fascisti italiani e i nazisti tedeschi, e non avendo concrete speranze di tornare presto dai suoi cari a Francavilla, pian piano Foca maturò l’idea di recidere i legami con questi individui che non gli piacevano affatto. D’altronde Foca e tutta la famiglia Pizzonia, compresa Maria Bilotta (che era stata fidanzata di Vincenzo) ce l’avevano a morte con i fascisti francavillesi, accusandoli di aver perseguitato Vincenzo così tanto da farlo trasferire sulla prima linea del fronte di guerra in Russia, dove poi purtroppo era morto. E maledicevano anche Mussolini, che aveva mandato tanti giovani italiani allo sbaraglio, senza vestiario e senza equipaggiamento adeguati per affrontare i climi rigidi delle montagne albanesi (1941) o della gelida steppa russa (inverno 1942-43). Inoltre Foca non se la sentiva di combattere o di andare a rastrellare quei militari italiani che si erano dati alla macchia, unendosi ad altri uomini e a donne delle bande partigiane; né tantomeno voleva rischiare di essere internato in campi di lavoro o lager di prigionia della Germania. Perciò, quando arrivò il momento più opportuno, Foca si staccò dalle milizie fasciste e s’aggregò ad una delle formazioni partigiane attive nella provincia di Cuneo. Si trattò della 177ª Brigata Garibaldi;Foca fu aggregato alla suddetta Brigata dal 04-07-1944 al 12-11-1944 con la qualifica di“Patriota”.Poiché Foca era nato in Calabria e dimostrava di essere un uomo astuto e molto scaltro, quando era partigiano gli fu affibbiato il nomignolo SCALABRINO, un nome di battaglia assai azzeccato perché negli antichi vocabolari della lingua italiana indicava certi uomini calabresi furbi e scaltri come il diavolo.
   Non sappiamo se Foca, dopo il 12-11-1944, riuscì subito a rientrare a Francavilla; comunque, quando fece ritorno a casa, riprese a lavorare in campagna e manifestò il desiderio di sistemarsi e di prendere moglie. Con l’accordo dei suoi familiari, nell’immediato dopoguerra (anno 1945) Foca sposò Maria Teresa Bilotta, ossia la donna che era stata fidanzata del fratello Vincenzo, morto in Russia nel gennaio 1943; il nome del soldato Vincenzo Pizzonia giustamente fu poi inciso sulla lapide del Monumento ai Caduti in guerra, inaugurato a Francavilla Angitola il 4 novembre 1968. Nel 1947 nacque la prima figlia di Foca e Maria; fu chiamata Rachele, come la nonna paterna. Sempre a Francavilla nacque la seconda figlia, di nome Concetta (come la nonna materna), che negli Stati Uniti viene denominata Connie. Il terzo nato fu un maschio; a lui non venne dato il nome del nonno Paolo, bensì il nome “Vincenzo”, in onore dello sfortunato omonimo zio Caduto in Russia, che era stato anche il primo fidanzato di Maria T. Bilotta, mamma appunto del nuovo rampollo della famiglia di Foca Pizzonia.
   Nel 1955 i coniugi Foca e Maria Pizzonia, con i tre figli nati a Francavilla, emigrarono negli Stati Uniti. Si stabilirono nel Connecticut risiedendo prevalentemente ad Hartford, capoluogo di quel piccolo ma popoloso Stato, sito poco ad est della città di New York. Negli Stati Uniti da Foca (ormai chiamato Frank, anche dagli amici italo-americani) e da Maria nacquero altre tre figlie, denominate in ordine cronologico: Teresa, Anna e Lucy (ovvero Lucia). Sistematosi in modo stabile negli USA ed assunta la cittadinanza americana, il nostro emigrato trascorse negli Stati Uniti tutto il resto della sua lunga esistenza.
Il francavillese di cognome PIZZONIA, denominato “Foca” nell’atto di nascita del 1920 a Francavilla Angitola; poi soprannominato “Scalabrino” quando fu partigiano nella 177ª Brigata Garibaldi; ed infine chiamato “Frank” quando visse negli USA, morì il 20 marzo 2009, all’età di 89 anni, nella città di Albuquerque, città dello Stato del New Mexico, ossia del Far West americano, dove probabilmente era stato trasferito per trascorrere l’ultimo periodo della sua vita, ricoverato e assistito in una casa di riposo per anziani.

                                                                                                                             VINCENZO    DAVOLI

POST  SCRIPTUM
Oggi 25 aprile 2020 il canale 23 di RAI Movie ha trasmesso il film documentario di Ermanno Olmi “Nascita di una formazione partigiana”, realizzato nel 1973. Tra i vari episodi della lotta partigiana il documentario ha ricordato l’efferata uccisione di Spartaco e Giovanni Barale, della 177^ Brigata Garibaldi, dove per qualche tempo militò Foca Pizzonia. Giovanni Barale (1887-1944), padre di Spartaco, fu il primo segretario della Federazione comunista di Cuneo; nel 1943 costituì una banda partigiana nella zona di Boves (CN). Il 31 dicembre 1943 G. Barale cercò di avvertire le altre brigate della zona che i tedeschi e i fascisti stavano per effettuare un massiccio rastrellamento. Purtroppo Giovanni fu intercettato dai tedeschi presso Castellar di Boves e nella sparatoria fu ferito gravemente ad una coscia; comunque trovò rifugio in una chiesa. Avvertito dell’incidente, il figlio Spartaco, con il compagno G. Rigoni, cercò di correre in aiuto al padre ferito. Ma anche i due soccorritori furono intercettati dai tedeschi ed uccisi nello scontro a fuoco (1° gennaio 1944). Poco dopo i tedeschi rintracciarono Giovanni Barale ed uccisero anche lui. La sera di quel Capodanno, 1° gennaio 1944, i soldati nazisti diedero alle fiamme i cadaveri dei tre partigiani cuneesi. Da quel momento la 177^ Brigata Garibaldi, a cui poi s’aggregò Foca Pizzonia, fu intitolata a Giovanni Barale.

 

12 Aprile 2020  PASQUA MESSA DEL GIORNO

  OMELIA DI DON GIOVANNI BATTISTA TOZZO
Con questa Domenica di Pasqua, siamo alla conclusione ma anche alla ripartenza di questo lungo cammino quaresimale che quest’anno è stato particolarmente sofferto e sentito di più perché più “pesante” ma che forse, anzi certamente ci ha aiutato a fare più Pasqua. L’altro giorno qualcuno si lamentava e mi diceva che quest’anno la gente, senza manifestazioni esterne, non sente la Pasqua. E’ perché noi purtroppo, solitamente ci fermiamo alle esteriorità. Noi invece dobbiamo arrivare al cuore, alla sostanza delle cose e di queste nostre feste. Ricordo una bella poesia del Pascoli che diceva: “C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria, anzi d’antico…”. E’ la famosa poesia  ”L’aquilone”. Io oggi avverto questa novità, in questo marasma sociale ed esistenziale nel quale ci ha gettato il coronavirus. Oggi c’è qualcosa di diverso. Gesù è risorto! Questa notte abbiamo “svelato “ il Risorto, questa immagine che è una forzatura della Risurrezione, un nostro bisogno di rappresentarci visivamente il “Mistero”, perché nessuno è stato testimone oculare del fatto della Risurrezione. Testimoni sono i Discepoli, ma del post Risurrezione, dei segni della Risurrezione: il famoso giardiniere visto da Maria che va al sepolcro come ci dicono i vangeli sinottici, per imbalsamare il corpo di Gesù, perché non c’era stato il tempo la sera del venerdi Santo. I due ladroni insieme a Gesù quella sera vengono tirati giù dalle rispettive croci, Gesù in particolare, perchè dopo il tramonto del sole sarebbe iniziato il giorno solenne della Pasqua ebraica ed essendo giorno di festa solennissima per gli Ebrei, non potevano toccare i cadaveri perché si sarebbero contaminati e dunque non potevano celebrare poi la Pasqua da “contaminati”. E’ importante questo fatto. Allora lo hanno avvolto frettolosamente in bende e messo il sudario sul capo come ci riferisce anche il vangelo di stamattina e lo chiudono nella tomba in attesa dopo la Pasqua di continuare in quest’opera di preservazione del corpo di Gesù. Nel vangelo di questa domenica, Maria di Magdala di buon mattino si reca al sepolcro per imbalsamare appunto il corpo di Gesù e con grande meraviglia vede questa grande pietra, immaginate una pietra da mulino ma molto più grande, tale che una sola persona non avrebbe potuto spostarla e che serviva per occludere e sigillare l’ingresso del sepolcro che come era uso di allora erano scavati nella roccia come delle grotte. Lì viene deposto il corpo di Gesù. Maria esterrefatta vede questa pietra rotolata via e vedendo l’ingresso libero ha modo di entrare e vedere quel primo segno: la tomba vuota. Notiamo come Dio per parlare con gli uomini, usa il loro stesso linguaggio fatto appunto di segni.  I segni sono importanti ma vanno capiti e interpretati. Il primo segno è appunto la tomba vuota. Maria non vede il corpo di Gesù ed ancora non comprende quel fatto, quell’evento. Stamattina è tutto un correre. Dopo questa scoperta Maria si mette a correre per andare a portare la notizia ai Discepoli del Signore. Maria arriva, dà la notizia e altri due personaggi a loro volta si mettono a correre, Pietro che è il più anziano e Giovanni, il più giovane, il discepolo che Gesù amava  e che la sera del giovedi aveva poggiato il suo capo sul petto di Signore. Ed essendo più giovane rispetto a Pietro, Giovanni arriva per primo, si china, per entrare infatti occorreva abbassarsi perché l’ingresso era basso e vede le bende per terra, afflosciate su se stesse, ma Giovanni non entra. Aspetta l’anziano del gruppo, il capo che era appunto Pietro il che indica il  rispetto che c’era verso di lui. Pietro quando arriva vede le bende per terra ed il sudario, piegato bene e riposto a parte. Dobbiamo spiegare come i vangeli sono i racconti post pasquali cioè dopo la Risurrezione, per cui i fatti narrati vengono rivisti e riportati alla luce della Risurrezione. Notiamo dunque il rispetto verso l’autorità di Pietro che Gesù stesso gli aveva attribuito con le parole: “Tu sei Pietro e su questa pietra (il fondamento) edificherò la mia Chiesa…”. Pietro è ancora con noi. E’ il Santo Padre che in queste sere stiamo vedendo così affaticato ma non per la fatica dei riti, affaticato per il dolore del mondo. Il Papa porta il dolore del mondo sulle sue spalle, come Gesù. Santa Caterina da Siena chiamava il Papa “il dolce Cristo in terra” e come Cristo si carica di tutti i pesi degli uomini e li porta sulla Croce per liberarci dall’oppressione di questi pesi, per liberarci dall’oppressione di questa enorme pietra tombale. Dicevamo questa notte come ieri mattina abbiamo sepolto due nostri fratelli, un fratello e una sorella, nostri paesani e chiusi in quei loculi con questa pietra tombale sulla quale possiamo scrivere e incidere le cose più impensate: “Nobiluomo”, “Nobildonna” ma non serve a niente. E’ una pietra che ci chiude ma non definitivamente. Ricordate l’episodio della vita del grande vescovo do Molfetta, don Tonino Bello, il quale un giorno vedendo la grande croce di terracotta della cattedrale, dove si stavano eseguendo dei lavori, poggiata al muro. Il parroco “poverino” in un certo senso ma provvidenzialmente ispirato nell’altro, appose un cartello di fianco con su scritto: “Collocazione provvisoria”, affinché i turisti non pensassero ch era il posto e la sistemazione definitiva. Don Tonino che oltre ad essere un grande vescovo era anche ispirato gli è balzato subito alla mente come la Croce, ma questo vale anche per la nostra croce, il coronavirus e tutte le croci che possono terrorizzarci e incutere paura, sono “collocazione provvisoria”. La nostra morte, quando anche noi saremo chiusi nel  sepolcro come i nostri due fratelli e come gli ormai quasi ventimila morti in Italia per il coronavirus, anche questi sono “collocazione provvisoria”, tumulati alcuni, cremati e ridotti a ceneri mute e poste in quelle piccole urne cinerarie, un giorno il Signore li restituirà alla Vita. Questo è il risvolto della Risurrezione. Essa non riguarda solo Gesù, riguarda ciascuno di noi. E’ questa la speranza. Il coronavirus passerà sicuramente. Troveranno un vaccino per il quale pare che siano già a buon punto. Altre malattie verranno, per altri motivi noi moriremo. Non è questo il fatto più importante. Questo è nell’ordine delle cose, nell’avvicendarsi  di esse, nel trapasso delle cose e nei trapassi epocali per cui tutte le cose che hanno un inizio avranno una fine. Ma la speranza è questa: che noi uniti a Cristo Risorto non moriremo mai. La nostra vita non finirà più, perché questo germe di eternità, attraverso l’incarnazione di Gesù, attraverso la sua passione, morte e risurrezione è stato inoculato in noi. Come il famoso serpente del Paradiso terrestre, come lo scorpione con il suo aculeo mortale aveva inoculato nell’umanità il veleno della morte, la Risurrezione di Gesù ci dà l’antidoto, ci dà il vaccino contro questa morte e quindi essa non potrà più niente contro di noi. Questa è la novità della Pasqua. E’ questa la novità di cui dicevo all’inizio e che sento circolare oggi nell’aria. Quindi non solo la paura del coronavirus, ma la speranza che Gesù risorto ci porta. Se restiamo uniti a Cristo siamo già, fin d’ora, nella Vita. A me dispiace che questa mattina l’Eucaristia possa prenderla solo io, ma essa è già entrare in questa dinamica di eternità, di vita che non finisce più. Però non perché sia una proprietà nostra, ma perché Gesù eucaristia, attraverso il pane e il vino rimarrà tra noi fino alla consumazione dei secoli. E’ tra noi e in mezzo a noi e ci fa entrare già in questa ottica di eternità, di vita che non finisce sebbene con modalità diverse come il suo corpo spiritualizzato. Se noi avessimo più fede, più fede, questo è il vero problema. Questa mattina all’insegna della tomba vuota, questi teli piegati che ancora non ci dicono granché. E’ la Parola ci dice anche il vangelo di Giovanni che illumina i fatti, che illumina gli eventi e li rende comprensibili. Lasciamo che la Parola di Dio illumini i fatti di questi giorni, le nostre paure, il nostro terrore. Illumini la fatica di quei medici che si spendono e si sacrificano per gli ammalati nelle corsie d’emergenza finalmente. Dicevamo l’altra sera la bellezza di questa classe medica della quale avevamo perso fiducia e speranza, perché ci sentivamo trattati non da uomini, non da ammalati ma come “numeri”, con freddo distacco. Finalmente anche i medici sono stati capaci di riscattarsi mettendo la loro vita a servizio della gente. Il prete è a servizio della comunità, il medico è a servizio del malato. Ognuno di noi, e qui sta la Pasqua, deve mettersi a servizio degli altri. Gesù mostra questo servizio passando a lavarci i piedi: “Voi mi chiamate Maestro e dite bene perché lo sono, ma se io il Maestro lavo i piedi a voi, anche voi dovete fare altrettanto…”. Che bellezza, che meraviglia, che miracolo! Questo è il senso della vita. La vita non è fatta per divertirsi. Quando ci sarà la ripartenza, quando sarà e che ancora non si sa, non torniamo a vivere come prima, per favore! Non torniamo a vivere distrattamente, chiusi nel proprio egoismo a dispetto e quasi nell’indifferenza verso gli altri. Rinunciamo a qualcosa di non essenziale e veramente necessario, per essere più solidali con gli altri. Camminiamo insieme, non da soli. Da soli non si va da nessuna parte. A Francavilla per certi versi siamo ossessionati dal fare. L’ossessione, la smania di protagonismo, fate attenzione. Non è il fare che conta ma il “come” facciamo. Allora le cose che noi facciamo hanno valore se le facciamo insieme, ma se le facciamo da soli non hanno alcun senso. E’ questo il senso della comunione. Gesù ci vuole salvare aiutato dal nostro consenso, dalla nostra adesione a lui. E’ questa la fede. Pasqua è passaggio dalla morte alla vita, dalla paura alla speranza, alla libertà, alla gioia. Se la Pasqua non è l’esperienza di questo passaggio, dalla paura e dalla morte alla libertà e alla Vita, noi celebriamo invano ed inutilmente riti senza senso, muti ed incapaci di dirci qualcosa o di essere significativi per la nostra esistenza! Gesù il Risorto vuole essere significativo per noi, dare consistenza e sicurezza al travaglio del nostro quotidiano vivere prigionieri delle tante paure che ci bloccano e ci attanagliano e ci impediscono di vivere! Mentre tanti fratelli sono morti e continuano forse a morire per un piccolo, banale virus, Gesù ci dona l’antidoto a tanto macello. Gesù, il Cristo è veramente risorto! Sarà il nostro saluto oggi e sempre, nei momenti felici come in quelli della paura e del buio, delle chiusure  e delle separazioni forzate, del rifugio in inutili e illusorie sicurezze che nulla possono garantirci e assicurarci: Solo il Risorto è la nostra sicurezza. Solo lui è tornato dalla morte per garantirci la Vita, quella  che non finirà mai stritolata nella morsa della paura. Gesù ci libera e ci restituisce alla Vita, quella vera: AUGURI….per una nuova rinascita e per un immediato ritorno alla vita quotidiana con il Risorto sempre vittorioso!
                                                                                               Il vostro Parroco

11 Aprile 2020  VEGLIA DI PASQUA

   OMELIA DI DON GIOVANNI BATTISTA TOZZO

Immagino o cerco di immaginare se il Signore risorto fosse vivo qui dinanzi a noi le cose che vorremmo e potremmo chiedergli. Salvaci…, liberaci…, guariscici…, fa che questo nostro povero mondo sia più bello e più vivibile, senza doverci barricare nelle case per paura. Sono cose lecite, umane, aspettandoci dal Risorto un pronto e commosso intervento, toccato dalle nostre tante problematiche e vicissitudini. In altre occasioni nel vangelo, Gesù ha addirittura pianto e si è commosso dinanzi alla sofferenza e alla morte e ha operato tanti miracoli. Lui, il Risorto, già conosce tutto, sa tutto e vede tutto. Allora, qualcuno mi dirà, perché non interviene, dov’è Dio in tutto questo trambusto che ormai da troppo tempo ci assilla e non ci fa più vivere? Immagino gli Apostoli la sera del Venerdi Santo, quando frettolosamente fuggirono, lasciando il Maestro penzolante dalla croce, cercando unicamente di mettere in salvo se stessi! E quando Gesù risorge deve “raccattare” nuovamente uno ad uno, quel gruppo che lui aveva formato e che ora in preda alla paura e alla delusione si era disgregato e disperso. Certo erano tornati al proprio lavoro di pescatori, ma ormai pur con dolore e dopo appena pochi giorni dalla sua morte, chi pensava più a quel Maestro venuto da Nazareth che equivale a dire…dai bassifondi della Palestina, ormai chiuso per sempre in una tomba, chiusa da quell’orribile, pesante lapide di pietra che muta e fredda come tutte le altre non aveva più nulla da dire loro, così come Lui ormai non  parlava e non li ammaestrava più? Stamattina abbiamo seppellito due fratelli che sono morti per motivi altri e diversi dal coronavirus. Ma la morte è sempre uguale qualunque sia la causa. Ormai ci stiamo avvicinando alla spaventosa cifra di ventimila morti per covid19, e non sappiamo se il mostro che divora e inghiotte si fermerà a questa ragguardevole cifra. Anche loro chi sepolto chi cremato e ridotto in polvere muta e senza vita. Dove sei Signore? Perché non intervieni nonostante le preghiere sofferte che insieme al Santo Padre, Papa Francesco ti innalziamo ormai da tempo? Anche noi dinanzi alla morte, ma non solo, ci fermiamo. Cessiamo di credere e di pregare. Tanto chi ci ascolta? Anche i Dodici Apostoli pensavano così dopo il venerdi. Ma ecco che quella mattina, “il primo giorno dopo il Sabato” dopo che tutti gli Ebrei avevano celebrato la loro Pesah, la loro Pasqua, e che per noi è la Domenica, il giorno del Signore, le donne che erano andate al sepolcro - loro si che avevano avuto ed avevano più coraggio di quei Dodici pescatori – per completare l’imbalsamazione del cadavere di Gesù, per preservarlo dalla marcescenza quando ad un tratto avvertono un forte terremoto e un Angelo sceso dal cielo che rotolò via la pesantissima pietra che chiudeva il sepolcro, mentre le guardie poste a sorvegliare quella tomba per timore che i Discepoli – figurarsi – fossero andati per rubarne il cadavere e poi magari mettere in giro la voce che il Maestro era risorto, caddero a terra tramortite, prive di sensi. Non solo, l’Angelo parlò loro dicendo: “Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. E’ risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto andate a dire ai suoi discepoli: E’ risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. La gioia, lo stupore grande, non ancora confuso e stravolto dalla ragione le invade e si mettono a correre, per andare a portare quella notizia sconvolgente ed inaspettata ai Dodici. Che strano anche questo. Le donne che non avevano voce in capitolo al tempo di Gesù e la cui testimonianza non aveva alcun valore, vengono scelte da Gesù per un annuncio così importante! Ma cosa ancora più strabiliante, quella corsa viene interrotta addirittura da Gesù che appare loro e dice: “Non temete; andate ad annunciare ai mie fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno”.  E’ la conferma dello stesso annuncio dell’Angelo, ma questa volta ancora più autorevole, fatto da Gesù in persona. Cosa sono tutti questi fatti. Favole? Vaneggiamenti di povere donne visionarie e facili a lasciarsi condizionare dalla loro mente fragile, pronte a farsi condizionare da chicchessia? Ma come spiegare allora come quei Dodici pescatori da lì a qualche giorno riprendono a parlare apertamente e senza paura del loro Maestro che sarebbe tornato in vita? Anzi, addirittura dopo qualche anno, sarebbero morti donando la vita per testimoniare questi fatti e quel Maestro che dicono…Risorto”! Non crediamo fratelli che quegli uomini pur rozzi e abituati a lottare con le onde del mare siano degli ingenui creduloni! L’ebreo non è di questa specie. Gli Ebrei sono troppo attaccati alla loro tradizione mosaica per credere ingenuamente e farsi uccidere per un personaggio che non ha saputo salvare se stesso dalla morte! Sono grandi domande alle quali per essere onesti con noi stessi DOBBIAMO rispondere non certamente in questa sede, ma nel nostro cuore. E’ certo che razionalmente non ci arriveremo, anzi si creerebbe ancora più confusione dentro di noi. Anche ai Dodici il Risorto chiede l’umiltà di fidarsi di quelle donne che non erano degne di credibilità perché DONNE! Ma a loro è stato concesso di ricevere quell’annuncio che avrebbe addirittura cambiata la storia, la nostra storia, quella storia che ci appartiene e che il più delle volte non accettiamo perché la vorremmo diversa da quello che è. Ma da questi fatti evidenti dobbiamo dedurre che la risurrezione di Gesù non solo non è un’invenzione della comunità che neanche immagina che Gesù possa risuscitare. Lui è morto e loro vanno per completare l’imbalsamazione del suo corpo attenendosi alla tradizione, non essendoci stato il tempo la famosa sera del venerdi, quando Gesù muore inchiodato sulla croce, poiché dopo il tramonto iniziava il giorno solennissimo della Pasqua e quei lavori non potevano assolutamente compiersi, pena anche l’esclusione dalla comunità. Cari fratelli. Anche noi comunità del Risorto, stiamo ormai da un mese chiusi nelle nostre case, impauriti per la possibilità di un contagio, paralizzati da questa malattia che si trasmette con enorme facilità. Quella nostra, per quanto facciamo per renderla il più possibile vivibile, non è vita. E’ morte, è sopravvivenza, è lasciarsi vivere non da protagonisti ma da gente battuta, sconfitta, come quei Discepoli che erano tornati delusi alla pesca e alle proprie barche. Noi al momento neanche questo! Ma se ci lasceremo interpellare da questi fatti che abbiamo ampiamente esaminato e soprattutto se quella parola ascoltata e quegli eventi celebrati in questa Notte santissima ci toccheranno nel profondo del nostro cuore, come gli Apostoli, allora nulla potrà più farci paura. La nostra storia cambierà com’è cambiata quella dei Dodici. Questa notte stessa il Signore certamente “passa”, per dirci :”Non abbiate paura. Abbiate fede in me. Se crederete in me anche voi vedrete la Gloria di Dio. Io ho vinto esconfitto per sempre la morte!”. Se crediamo, anche la nostra storia cambierà, non nel senso che avremo ciò che sogniamo e che desideriamo, ma nel senso che sentiremo profondamente che è lui, Gesù il risorto dai morti che la conduce e la guida. La Pasqua non è un’insieme di riti suggestivi che commuovono il nostro animo, ma che forse lasciano tutto come prima. Pasqua è fare esperienza del Risorto nella nostra vita, è scommettere su di lui e abbandonarsi a lui lasciandosi guidare perché sappiamo che Gesù il Signore è tornato davvero dai morti e non può più morire. Lui è il Signore della Vita, presente con noi, cammina con noi e non ci lascerà mai soli.
                                                                                                                Il vostro Parroco
 

 

10-04-2020 VENERDI SANTO O DI PASSIONE

Oggi che siamo invitati a volgere lo sguardo “ A Colui che hanno trafitto” che abbiamo trafitto…, è una giornata senza liturgia, senza celebrazione eucaristica così come pure domani Sabato Santo. La Chiesa adora silenziosa e contemplativa nella preghiera, quella Croce che divenuta “spettacolo del mondo” è causa di salvezza eterna per tutti gli uomini. Era necessario che il divino Maestro - sul cui petto ieri sera Giovanni quel discepolo che Gesù amava, ha potuto poggiare il suo capo ed ascoltarne i battiti tumultuosi certamente di turbamento, per l’imminente “Ora” estrema e fatale che Gesù doveva affrontare fin dall’origine del mondo e per la quale tutto era stato preparato, ma anche per quell’eccesso di Amore con cui Dio amava i suoi figli perduti per il peccato  - affrontasse la sua morte in Croce.  Quella morte che avrebbe annullato per sempre la condanna scritta e decretata dal peccato in cui tutti ci ritroviamo e di cui tutti siamo complici e che da soli mai avremmo potuto vincere e rendere inoffensiva. E’ caratteristica del vangelo secondo Giovanni che abbiamo appena proclamato nella lettura della “passione”, parlare ripetutamente e costantemente di una certa “Ora” che Gesù doveva attendere ed affrontare. Anche alle Nozze di Cana, Gesù orienta la richiesta miracolistica di Maria sua madre a quell’Ora, la sua Ora. E’ l’Ora che Dio ha preparato fin dall’inizio e se può sembrare anche l’ora del Male, l’ora in cui Gesù è  umanamente sconfitto  ed eliminato apparentemente per sempre, in realtà è l’Ora della Gloria di Dio “manifestata in Cristo Gesù”. “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” e dice ancora Gesù “Che dirò, Padre allontana da me quest’Ora? Ma è per questo che sono venuto. Padre glorifica il tuo nome.”. Si, effettivamente come abbiamo più volte sottolineato e detto, il linguaggio di Dio è totalmente diverso da quello dell’uomo. L’uomo manifesta smania di possesso, di potere, di forza per prevalere sugli altri, di premunirsi e difendersi dagli altri, Dio parla un linguaggio di spogliazione, di abbassamento oltre ogni limite, di consegna inerme al male e alla violenza degli uomini , di “Amore nella dimensione della Croce” e solo in riferimento ad essa, perché  “NON C’E’ AMORE PIU’ GRANDE, DI CHI DA’ LA VITA PER GLI AMICI”. E’ solo nella dimensione del DONO TOTALE che possiamo intendere e capire il linguaggio di Dio. Dove, è l’Amore ad avere l’ultima parola e la meglio su tutti e su tutto. Ed ecco perché ci viene difficile capire, ascoltare e mettere in pratica quello che Dio ci chiede. Noi tutto questo lo vediamo come un linguaggio “duro ed ostico” che rasenta la follia e la stoltezza. La Croce dice san Paolo è follia per i Giudei che cercavano miracoli e stoltezza per i Greci che invece cercavano sapienza, loro abituati ad essere terra di filosofi e di sofisti. In realtà la Croce di Gesù diventa la dichiarazione dell’Amore folle, eccessivo ed esagerato di Dio per il genere umano e manifestazione della sua Sapienza in questo linguaggio duro e rude della Croce del Figlio suo, ma anche nelle situazioni di dolore e di precarietà estrema di ogni uomo. Ci diventa chiaro come solo Dio poteva fare una cosa del genere: la Salvezza nell’impotenza spaventosa e terrificante della rozza Croce, ma resa potente ed efficace dall’azione di Dio al punto che attraverso di essa e solo con essa ha voluto salvare il mondo! Dio non si oppone né combatte fisicamente contro il Male ma si consegna liberamente per renderlo inefficace e sconfitto per sempre! Dalla dura terra arida e secca del Male, ogni male, Dio sa trarre il Bene che salva e che dà la Vita. Qui sta la nostra Fede. E’ molto espressiva la frase di Gesù quando invia i suoi Discepoli: “Ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi…”: cosa può l’Agnello di fronte a un branco di lupi? Nulla, solo e indifeso, estremamente debole e alla mercé del più forte di lui, destinato ad essere inevitabilmente sbranato e fatto a pezzi! Gesù ci chiede risoluto di non opporci al male. Ma è in questa estrema debolezza e fragilità che agisce l’Onnipotenza di Dio e che sa trasformare ogni tempesta e ogni avversità, ogni morte e ogni fallimento in vittoria e nuova vitalità. E’ la logica del Servo sofferente, come Gesù si manifesta a noi e come viene preconizzato in maniera adombrata ma che in Lui si chiarisce e si comprende definitivamente, dal profeta Isaia in particolare. Si, certamente, domani notte sarà Pasqua e sappiamo che Gesù verrà fuori da quel sepolcro che ci atterrisce e ci lascia senza fiato. Ma prima è necessario passare da quella strettoia che è la morte. Non può esserci Resurrezione, se prima non si scende nella terra e nel sepolcro. E’ così che anche la nostra morte e la nostra malattia, magari a causa di un coronavirus…., ne esce illuminata e trasformata, resa inoffensiva e che ci immette nella luce della Pasqua e della Vita che risorge vittoriosa per sempre. Alla morte dell’amico Lazzaro, Gesù dice ai Discepoli costernati: “Questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato”. Non si tratta di abbandonarci inermi alle malattie e alla morte. E’ lecito lottare contro il male, ma sempre tenendo presente che l’ultima parola, quella decisiva appartiene a Dio. Non possiamo illuderci di poter sfuggire sempre a certe esperienze anche dolorose. Anche Lazzaro, risuscitato dai morti sarebbe poi morto. E’ nell’ordine delle cose. Ma dobbiamo credere che la nostra vita, “ riposa con Cristo in Dio” e solo lui può assicurarci la Vita, quella che non ha fine. Queste feste pasquali, quest’anno diverse dal solito, più essenziali, direi quasi austere, senza frastornanti e confusionari movimenti di gente e di fedeli, senza processioni e sacre rappresentazioni per quanto suggestive e commoventi, non possiamo dire assolutamente che siano….meno pasquali o che facciamo meno Pasqua! Siamo immersi nella paura, viviamo nella precarietà, avvertiamo quante cose ci mancano fosse solo la libertà di recarci al supermercato per fare le solite compere come eravamo abituati e come ci aveva abituati la cosiddetta “società dei consumi”. Ma la Pasqua c’è tutta. C’è il Cristo crocifisso ben piantato sulla Croce in mezzo a tutte le nostre sofferenze, alle nostre malattie, alle nostre tante, troppe morti. Ieri sera dicevamo fra le tante di questa ritrovata capacità di amare e di spenderci per gli altri anche a costo della nostra integrità fisica, in un servizio totale e senza riserve. Questo è Pasqua! E questo è quanto ci chiede il Padre Celeste offrendoci quel Figlio che si immola stasera per noi, per insegnarci che l’Amore non è un gioco né una bella poesia. L’Amore ci porta a pagare per gli altri, a condividere tutto quello che abbiamo  e ci fa capire che nulla ci appartiene o possiamo dire “è mio”. Gesù nulla ha tenuto per sé, ma tutto ha voluto condividere con noi, anche la sua stessa divinità e figliolanza divina, la sua stessa vita. Qui sta tutta la forza dell’Amore che è contenuta nella Croce gloriosa del Signore Gesù e che da essa si sprigiona cambiando e dando nuovo senso ad ogni nostra realtà negativa. In tutte quelle persone che in questi lunghi giorni sono state in un modo o nell’altro protagoniste in questa guerra virale, anche per il semplice fatto di essersi lasciate relegare in casa per non allargare la diffusione del virus, è contenuta la Pasqua di Gesù e la nostra Pasqua. Forse c’è voluto il coronavirus per ricordarci che Pasqua è cambiamento, passaggio da una vita da morti, putrefatti e rinchiusi come nella “tomba” di  una vita egoistica di semplice ricerca di piaceri e di divertimenti, alla freschezza di una vita impegnata e spesa, messa a disposizione di chi è meno fortunato e che si abbassa nel servizio e nella completa disponibilità verso l’altro, in casa e fuori di casa, sul lavoro e per la strada, senza distinzioni o differenze di razza, di colore e di provenienza. Una vita “spezzata” e condivisa con gli altri come il pane fresco e profumato, come Gesù ha fatto con noi. Mi tornano in mente quei medici che contagiati dal coronavirus e poi vinta la loro battaglia con la malattia, hanno trovato ancora la forza di dare anche il proprio plasma reso immune dal virus letale, nel tentativo di salvare la vita di chi ancora era in lotta con la malattia. Questo è bello, questo è esemplare, questo è eroico e ci invita tutti a fare altrettanto, oggi e sempre, in questa lotta ancora estrema contro il male ma anche dopo, nella vita di tutti i giorni quando si tornerà a Dio piacendo alla normalità. Sono questi i segni pasquali che ci indicano come deve cambiare la nostra vita, come dobbiamo giocarcela, per non perderla nel tentativo di assicurarcela ma ritrovandola e rendendola veramente sicura spendendola e donandola, condividendola e mettendola a servizio di tutti come Cristo che è morto per tutti perché della sua morte tutti potessimo beneficiare e trarre giovamento e salvezza!
                                                                                                   Il vostro Parroco
         OMELIA DI DON GIOVANNI BATTISTA TOZZO                                                

 

 

09 Aprile  2020 – GIOVEDI SANTO - OMELIA DI DON GIOVANNI BATTISTA TOZZO

Carissimi fratelli.
Stasera siamo invitati da Gesù alla sua mensa, dove lui anticipa il dono del suo corpo e del suo sangue dati per la salvezza del mondo. Mi trovo in questa chiesa vuota, a celebrare solo il più grande dei misteri che tutti ci unisce, il più grande dei doni che un Dio poteva farci: il suo corpo spezzato e crocifisso e il suo sangue versato entrambi per la nostra salvezza, fatti e datici in cibo per noi. La prima lettura ci parla di una “liberazione”, di notte, nella veglia, quella veglia che diventerà la Madre delle veglie ed in cui affonda le radici la nostra identità di figli di Dio. La liberazione dalla schiavitù che significa “morte” verso la libertà della vita, di una progettualità, di una possibilità di realizzarsi come individui e come popolo: il Popolo di Dio. Stasera voi non siete fisicamente presenti come siete stati invece gli altri anni. Ma tuttavia siete con me, presenti come me, in questa “sala” dove Gesù , il Figlio di Dio ci apre il suo Cuore divino all’intimità con Lui e ci fa dono di tutto se stesso, senza riserve. Anche noi come gli Ebrei in Egitto, siamo schiavi della stanchezza di un isolamento “forzato”che dura ormai da più di un mese e come loro isolati, schiavi, per fare dei lavori che non avrebbero voluto mai fare per un oppressore, il Faraone d’Egitto. Ma ecco che Dio ode il grido di quel popolo senza identità, del quale vuole fare il suo Popolo, dandogli un’identità, un volto e suscita un personaggio, Mosè, per mezzo del quale vuole liberare quel popolo che lo ha invocato. In questo contesto di morte e di schiavitù Dio stesso chiede e detta una serie di norme e di procedure che diventano un “rito”, una cena che diventi “Memoriale” perenne di ciò che lui ha fatto per il suo popolo. La Cena pasquale appunto dove al centro di tutto c’è un agnello da consumarsi ed il cui sangue serve per segnare le porte di casa di ogni famiglia ebrea, per essere salvati da sicura morte. Anche Gesù quella sera come questa sera, da buon ebreo, stava celebrando forse necessariamente anticipandola, prima di morire, quella Cena e quel Memoriale per ripresentare le gesta straordinarie di Jhawè per il suo popolo santo. In questo contesto Gesù quella cena la porta ad un livello vertiginoso identificando se stesso con l’Agnello pasquale. Le sue parole “Prendete e mangiatene tutti….; Prendete e bevetene tutti…” dette sul pane azzimo e sul calice del vino fanno si che Gesù sia con noi presente sacramentalmente fino alla consumazione dei secoli. Ma questo ancora non basta. Nel bel mezzo di quella celebrazione solenne, Gesù ad un tratto si alza inaspettatamente, si cinge di un grembiule, prende un catino con dell’acqua e passa a lavare i piedi ai suoi Apostoli; piedi sporchi, piedi stanchi, piedi feriti e provati dalla stanchezza del lungo andare per le vie della vita. Fatto sconcertante e strabiliante. Mai un Maestro come Gesù, riconosciuto tale da tutti, anche da quelli che non erano dei suoi, si sarebbe inchinato davanti ai piedi di un suo discepolo…, per lavarli. Questo era un gesto che non si richiedeva neanche allo schiavo. Giovanni nel suo vangelo ci dice che Gesù, “avendo amato i suoi li amò fino alla fine”, cioè fino al massimo del dono di sé. Gesù non ci lascia solo delle belle parole in quella sera, ma ci lascia dei gesti come esempio che noi dobbiamo seguire e fare nostri per essere suoi discepoli. Siamo ancora frastornati, spaventati ed atterriti dai fatti di questo ormai lungo periodo di prova. Mentre noi siamo al chiuso delle nostre case, ormai stanchi e sfiniti per questo tempo non certo sereno e spensierato, durante il quale la nostra indipendenza della quale necessariamente siamo stati privati, altri negli ospedali lottano insonni, faticano, servono, sudano e mettono a rischio la propria vita, per tentare di salvare dal male del contagio quanti più possono, ma senza che possano essere loro stessi a determinarlo o deciderlo. Credo che non ci sia un gesto più plastico e concreto di questo, per capire un po’ di più ciò che ha fatto Gesù per noi. Gesù passa a lavarci i piedi, un gesto che inquieta e scandalizza, lo capisce bene Pietro che cerca di sottrarvisi, redarguito e rimproverato da Gesù. Lavare i piedi di qualcuno! Con questo gesto Gesù vuole significarci fino a che punto il nostro amore deve abbassarsi per definirsi discepoli del Maestro divino. Inutile illuderci delle tante eucarestie celebrate, se non siamo arrivati ancora a comprendere questo mistero del servizio, amorevole, libero e spontaneo al quale l’Eucarestia ci impegna e ci invia. Lo sanno bene quei medici che nelle corsie e nei reparti per gli infetti degli ospedali si stanno sacrificando e immolando se stessi per salvare il più possibile vite umane dal contagio del coronavirus. Non è un rito vuoto celebrare l’Eucarestia. Non è un segno lontano nel tempo che non ha più nulla da dirci. E’ san Paolo che ci ammonisce dicendoci: “Chi mangia e beve (riferendosi appunto all’Eucarestia) senza discernere il corpo ed il sangue del Signore, mangia e beve la propria condanna”! In questa fase difficilissima del nostro tempo abbiamo riscoperto tante cose. Intanto abbiamo riscoperto una classe medica che era caduta nella disistima e nella sfiducia di molti di noi. Ci eravamo quasi abituati a lamentarci, forse con ragione, del tempo e della scarsa attenzione dataci nei pronti soccorso dei nostri ospedali, lasciandoci spesso abbandonati ad attendere che qualcuno si ricordasse di noi seduti su di una sedia o distesi doloranti e pieni di paura su una barella traballante. Abbiamo ora riscoperto questo ruolo essenziale della classe medica ed infermieristica, finalmente riabilitata e meritevole di tutta la nostra considerazione e del nostro ringraziamento. Si sta riscoprendo a livello politico la necessità di “lavorare uniti ed insieme” per affrontare e superare la crisi, ogni crisi, per uscirne vincitori. Da soli si esce battuti e sconfitti irrimediabilmente. Abbiamo riscoperto il gusto e la necessità di passare più tempo con i nostri figli. Spesso per egoismo li abbiamo separati da noi immergendoli e frastornandoli con una serie di impegni e di attività non necessarie, sol perché NOI avevamo altro da fare, per quanto necessario. Stiamo ritrovando il gusto e la gioia di prepararci il pane in casa…, cosa che per i nostri nonni era la norma, prima che i nostri tanti panifici invadessero il mercato con le mille qualità di pane con cui ci nutriamo giornalmente a seconda dei nostri gusti. Stiamo riassaporando la bellezza e il gusto di passare nelle famiglie del tempo insieme a giocare, ad ascoltarci a parlare e a guardarci negli occhi, per cogliere e fare nostre tutte quelle domande e quelle richieste di “aiuto” e quel bisogno di amore di cui i nostri cuori sono gravidi ed assillati. Ci siamo ritrovati con i Carabinieri, da sempre vicini alle comunità tra cui operano, a portare personalmente la pensione a quegli anziani che non possono uscire. Anche noi pastori, Sacerdoti e Vescovi, costituiti tali in questa solennissima sera a favore del popolo di Dio, riscopriamo il bisogno che abbiamo di voi fedeli e nostri fratelli, il bisogno di dedicarci a voi per portare insieme i pesi gli uni degli altri, la sofferenza di non avervi con noi a condividere  la Parola ed il sacramento della Vita e dell’Amore che Gesù, nostro Signore, ci ha lasciato in questo Memoriale perpetuo che è la sintesi della celebrazione di questa sera speciale. Tutto questo è Eucarestia, Cena pasquale, sacro Convito dove Cristo si è fatto e si fa ogni giorno nostro cibo, nostra vita e pegno di eternità, per condividere i nostri assilli, le nostre paure, i nostri smarrimenti, i nostri dubbi e i nostri tradimenti. Lui può trasformare e rigenerare tutto questo restituendolo alla luce e alla verità. Tutto questo è Amore, quell’amore di cui Cristo è perfezione ed al quale ci invita e per il quale ci invia nel mondo. Ci voleva un virus… per farci ricomprendere quanto di essenziale forse, avevamo troppo frettolosamente dimenticato? Già si parla di ripartenza, di lenta e graduale ripresa della vita di tutti i giorni. Ma questo spirito di servizio e di condivisione di ogni situazione lieta o triste non dovrà abbandonarci mai più, pena la riduzione della celebrazione dell’Eucarestia a mera “celebrazione” senza riflesso nella vita personale e comunitaria. Papa Francesco parla spesso di una Chiesa del “grembiule”, si quel grembiule di cui stasera Gesù si cinge, per insegnarci fino a che punto il nostro amore, come il suo, deve abbassarsi per farsi SERVIZIO. Negli ospedali, nelle case, per strada, nelle fabbriche, nelle scuole e negli uffici, TUTTI siamo chiamati a “fare Eucarestia” abbandonandoci senza limiti e mettendoci a disposizione gli uni degli altri. E se questo nostro servire, dovesse portarci a “perdere la vita” ? Gesù ancora una volta ci ammonisce: “Non c’è amore più grande di chi dà la sua vita per gli altri”. Ma chi perde la sua vita per Gesù cioè per gli altri, la ritrova ed è salvo! Solo per questo la vita ci è stata donata. Coraggio, sempre avanti in questa ricerca di comprensione e di senso del nostro vivere, lavorare, soffrire, pregare, amare gli altri. Gesù è con noi e la nostra vita è nelle sue mani che mai ci lascerà da soli essendo il SOLO che può darle un senso ed un compimento, l’unico: l’Amore più grande.

 

 05 Aprile 2020 - DOMENICA DELLE PALME

OMELIA DI DON GIOVANNI BATTISTA TOZZO
Fratelli carissimi, con l’ingresso festoso di Gesù in Gerusalemme, iniziamo oggi la grande e solenne Settimana Santa, durante la quale la Chiesa universale tutta celebra i misteri della passione, morte e Risurrezione del suo Signore Cristo Gesù.
Sembra difficile parlare di “Risurrezione” in un tempo come quello che ci troviamo a vivere, e non per una nostra scelta! Sembra che la morte aleggi intorno a noi e la paura che essa comporta faccia sentire il suo fiato nauseabondo  sul nostro collo. Oggi, Domenica delle Palme, commemoriamo la passione del nostro Signore Gesù, il Maestro che ha dato e dà la vita per noi. La Vita, quella vita che ci è diventata così precaria e della cui fragilità forse, non ci eravamo accorti prima. Ci era sembrato di possederla quella Vita, di esserne i padroni, forti, sprezzanti e forse senza pietà per i più deboli. Ora ci ritroviamo tutti quanti terribilmente deboli dentro la stessa medesima barca, a lottare per non affondare, a remare contro le onde che vorrebbero travolgere la barca della nostra vita, facendoci perire miseramente e costretti a condividere lo stesso destino, quel destino che miopi ci eravamo illusi di poter costruire diverso per ciascuno e possibilmente per noi e a noi più amico! Ora quella vita che rincorrevamo e che ci rincorreva senza poterla gustare e assaporare appieno, sembra essersi inceppata, bloccata, facendoci rinchiudere tutti nelle nostre case, asserragliati e timorosi gli uni degli altri, sospettosi per potenziali contagi e quindi maggior diffusione della malattia, causata da un’invisibile nemico che è il CORONAVIRUS. Ci stiamo preparando a celebrare la santa Pasqua che per antonomasia per noi cristiani è la festa per eccellenza della gioia, della Vita che si rinnova e che ha la meglio sulla morte, la nostra morte. La Morte! Gesù ha un modo tutto suo per parlarci della morte. Gesù è il solo, l’unico che parla di una vittoria sulla morte e sul male, ogni male. Gesù è il solo che non subisce la morte, ma “si consegna volontariamente” ad essa con autorità, manifestando una forza e un potere inauditi che nessun uomo poteva manifestare né avere. Gesù ci dice che nessuno gli “toglie” la vita, ma la dà spontaneamente “per poi riprenderla di nuovo”! Quanti filosofi, maestri e sapienti abbiamo avuto, ma nessuno di essi è stato capace di salvarci, di garantirci e darci la Vita. Gesù parla della sua morte come un… “passaggio da questo mondo”: il mondo del male e del peccato, dell’egoismo e dell’avarizia, dell’orgoglio sfrenato e del delirio di onnipotenza…, al “Mondo del Padre”; mondo di pace, di gioia, di luce, Regno della vera Vita, dove ci verrà manifestata e condivisa la Gloria stessa di un Dio che ha scelto di farsi, lui infinitamente potente, infinitamente debole fino alla morte di Croce, a noi poveri uomini deboli, fragili, impauriti e messi in ginocchio da un invisibile, microscopico VIRUS. Anzi, Gesù ci promette di darci la Vita e di darcela in…abbondanza, senza fine! E lì su quella misteriosa ed immobile, inquietante e silente Croce che oggi ci viene offerta perché la guardiamo con fede viva, Gesù il Maestro, il Signore dei signori, il nostro Re che nel suo corpo trattiene e sconfigge la nostra morte. Come gli Ebrei nel deserto, vengono invitati a guardare il serpente di rame innalzato da Mosè sull’asta di legno, per essere salvati dai morsi letali dei serpenti usciti dalle sabbie del deserto, oggi siamo invitati anche noi a  guardare con fiducia e speranza quella Croce sulla quale è stato innalzato il Figlio di Dio. Anche noi, morsi dal letale coronavirus e pieni di paura, siamo invitati a guardare con ferma fiducia al Cristo innalzato sulla Croce. Più volte Gesù ci invita e ci raccomanda: “non abbiate paura…”. Sta qui tutta la nostra forza! E’ Gesù che ci chiede di “arrenderci” all’Amore di Dio manifestato in Lui crocifisso e risorto. E’ in questo abbandono leale, sincero, senza fingimenti a Cristo Crocifisso che manifestiamo la nostra fede, la sola capace di sconfiggere la morte e la paura di essa e di farci ritrovare la pace. E’ in questa apparente debolezza del Crocifisso che sta la nostra vittoria su ogni male, perché la sua “debolezza” è più forte della nostra forza che l’attuale situazione manifesta e mette ampiamente allo scoperto nella sua fragilità ed inconsistenza. Guardiamo a cosa si sono ridotte le nostre civiltà a causa di una pandemia che atterrisce tutti. Piazze vuote e senza vita, chiese, scuole ed uffici chiusi, case e famiglie asserragliate dalla paura del contagio, non più contatti affettuosi, abbracci, baci, carezze e strette di mano. Sembra che la morte regni sovrana e che le nostre speranze, i nostri programmi e progetti siano finiti per sempre. No! Certamente si riprenderà, ci riprenderemo. Magari gradualmente, lentamente ma ci riprenderemo. Coraggio: chiusi nei nostri tanti egoismi siamo perduti, uniti e aperti al fratello certamente ne usciremo vincitori, come i tanti medici e operatori sanitari ci stanno insegnando con il loro sacrificio e dedizione all’ammalato anche a costo della loro stessa vita. Il loro agire, oggi ci invia il messaggio potente e salvante della Croce del Signore Gesù. “Non c’è amore più grande di chi dà la vita per il proprio fratello”. Qui non può esserci alcuna paura ma semmai un ritrovato senso del vivere, nel servizio e nella donazione, nel portare gli uni i pesi degli altri, nella condivisione e nella ricerca dell’essenziale, di ciò che veramente conta. Solo questo può darci gioia, la gioia pasquale che il Signore Gesù, nonostante tutto ci assicura. Solo l’Amore alla fine ne uscirà vincitore! Uno slogan di questi giorni e che circola ogni momento recita : “Insieme ce la faremo”, “insieme” si, ma non da soli. Insieme a Gesù che dà la sua Vita,  perché noi possiamo avere la Vita, si, ce la faremo! Coraggio. Vi voglio tutti bene!

Anche per questo numero siamo riusciti a pubblicare nonostante il #COVID19 - MARZO 2020

 

 

CATONA – Perla calabrese nel “Dantedì” - 25 marzo 2020


Il governo italiano ha istituito il “Dantedì”, ossia una manifestazione nazionale per celebrare Dante Alighieri nella giornata del 25 marzo, dopo che gli studiosi dantisti hanno individuato tale giorno come data di inizio del viaggio ultraterreno del poeta attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso.
Qui vogliamo ricordare che nella “Divina Commedia” compaiono soltanto due toponimi calabresi, ossia il nome di Cosenza (Purgatorio, canto III, verso 124)e quello di Catona (Paradiso, canto VIII, verso 62). In verità nel canto III del Purgatorio le parole pronunciate da Manfredi, re della dinastia sveva (“Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia / di me fu messo per Clemente allora..”) non alludono ad un “topos”, ad una località denominata Cosenza, ma ad un uomo, a un prelato, un “pastore” che nella sua carriera ecclesiastica fu anche arcivescovo della città bruzia. Quasi tutti i dantisti ritengono che ’l pastor di Cosenzafosse Bartolomeo Pignatelli, un alto prelato che fino al 1254 era stato arcivescovo di Amalfi, poi dal 1254 al 1266 fu arcivescovo di Cosenza, e in ultimo dal 1266 alla morte (1272) fu arcivescovo di Messina. L’arcivescovo Pignatelli, appartenente ad una nobile famiglia napoletana, acerrima nemica della dinastia sveva, fu istigato da papa Clemente IV a perseguitare Manfredi sia da vivo, sia da morto, così da indurlo a reperire e a profanare le ossa del corpo di Manfredi, che era stato nascosto e sepolto sotto un mucchio di pietre vicino a un ponte di Benevento, presso il luogo dove lo stesso Manfredi era stato sconfitto ed ucciso dalle truppe di Carlo I d’Angiò, incoronato re di Napoli proprio dal suddetto papa Clemente. Pertanto “Cosenza” nel III canto del Purgatorio fu menzionata non come città calabrese ma come “titolo” ecclesiastico, come uno dei vari “incarichi” vescovili conferiti al prelato Bartolomeo Pignatelli, amico del papa regnante e fiero nemico della dinastia sveva.
   Assai differente è invece la citazione di Catona fatta nell’ottavo canto del Paradiso. In questo canto Dante fa parlare un altro giovane re; si tratta di Carlo Martello d’Angiò (1271-1295), figlio di Carlo II d’Angiò e di Maria d’Ungheria, nonché nipote di Carlo I d’Angiò, poc’anzi ricordato insieme a papa Clemente IV. Qui di seguito riportiamo le tre terzine che vanno dal verso 58 al verso 66 dell’VIII canto del Paradiso, sottolineando in particolare i versi che riguardano Catona e il territorio del Regno di Napoli al tempo dei primi re della Casa d’Angiò (1265-1282):
58) Quella sinistra riva che si lava
 di Rodano poi ch’è misto con Sorga
per suo segnore a tempo m’aspettava
61) e quel corno d’Ausonia che s’imborga
di Bari e di Gaeta e di Catona,
da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
64) Fulgeami già in fronte la corona
di quella terra che ’l Danubio riga
poi che le ripe tedesche abbandona.

Le parole che Carlo Martello rivolge a Dante descrivono, con alcune suggestive perifrasi e senza mai pronunciare la loro denominazione geografica, i vari territori di cui lo stesso re angioino era divenuto sovrano, prima di morire giovanissimo all’età di soli 24 anni. Per prima presenta la Provenza, descritta come terra che si estende sulla riva sinistra del Rodano, dopo che in esso versa le acque l’affluente Sorga; la seconda perifrasi concerneil regno di Napoli, esclusa la Sicilia; in ultimo ricorda il regno d’Ungheria (“quella terra che ’l Danubio riga”) la cui corona gli era stata data nel 1292, quando Carlo Martello aveva appena 21 anni. Soffermandoci sulla seconda terzina spieghiamo che corno d’Ausonia sta ad indicare la parte continentale del regno di Napoli, che Dante raffigura come un triangolo avente i vertici a Bari (a nordest sul mare Adriatico), a Gaeta (a nordovest sul Tirreno) e a Catona(a sud sullo stretto di Messina). La voce verbale s’imborga,usata da Dante nel verso 61), deriva dal vocabolo tedesco Burgche in italiano significa “roccaforte”, “castello fortificato”.In verità nel Medio Evo tre capisaldi difensivi, tre punte fortificate del Regno di Napoli erano proprio Bari, Gaeta e Catona. Un lato di quel triangolo geografico era costituito dalla linea che collega il fiume Tronto (che sgorga nell’Adriatico) con il fiume, anticamente denominato Verde, ed oggi noto come Liri o Garigliano (che sgorga nel Tirreno); Catona,in questa raffigurazione geometrica, risulta essere il vertice opposto al suddetto lato che unisce i fiumi Tronto e Verde.
   Oggi ci si potrebbe meravigliare del fatto che Dante abbia menzionato una località piccola come Catona, anziché la più grande, e molto più antica, città di Reggio, colonia fondata dai greci-calcidesi, fiorente fin dal periodo magnogreco, ed unica località calabrese menzionata nella Bibbia, perché vi sostò brevemente l’apostolo Paolo di Tarso (Atti degli Apostoli, 28 – 13). Certamente, al tempo di Dante, Reggio era una città popolosa, un importante centro amministrativo, civile e religioso, con varie attività commerciali e artigianali, ma essendo ubicata di fronte a Messina ad una distanza quasi tripla rispetto alla minima che intercorre tra le due rive dello Stretto, non era una comoda base portuale per i traffici di merci trasportate da barconi che ogni giorno facevano la spola tra la sponda calabrese e quella siciliana; neppure era munita di rilevanti fortificazioni difensive. Viceversa la piccola Catona, al tempo di Dante, era abbastanza nota, sia come baluardo per la difesa del Regno di Napoli quasi alla punta dello Stivale, sia come punto di imbarco per la Sicilia. L’imperatore Federico II di Svevia aveva fatto edificare sulle vicine alture di Concessa, sovrastanti l’abitato di Catona, un imponente castello -di cui tuttora rimangono le rovine-a protezione della marina di Catona e delle connesse attività di pesca e di traffici marittimi con la Sicilia; molto probabilmente sulla spiaggia di Catona sorgeva anche qualche torre di guardia e di avvistamento. D’altronde Dante Alighieri, sfogliando le pagine dellaCronica di Matteo Villani, poteva avervi letto che, qualche tempo dopo larivolta dei siciliani contro gli Angioini, i cosiddetti Vespri Siciliani (1282), Catona e le marine limitrofe erano stati i luoghi di raccolta della armata radunata da re Carlo I d’Angiò con l’intento di riconquistarela Sicilia e riunirla al Regno di Napoli.
Le cronache più realistiche affermano che a Catona e dintorni si radunarono almeno 5.000 soldati angioini ed altri loro alleati, tra cui circa 500 fiorentini di parte guelfa; e proprio per la cospicua presenza di questi armati fiorentini, al loroconcittadino Dante non sarà sfuggito il nome di Catona, come luogo d’imbarco delle truppe che a più riprese salparono da lì per riconquistare la Sicilia. Ma tutti i tentativi di recuperare la Sicilia alla dinastia angioina fallirono, sicché l’isola rimase sotto il dominio dei re d’Aragona.
  In virtù della sua ubicazione vantaggiosa sulla sponda calabrese dello Stretto di Messina, Catona per molti secoli continuò ad essere uno dei più frequentati punti di attracco dei barconi e degli scafi a vela che facevano la spola tra Calabria e Sicilia. Ma alla fine dell’Ottocento con l’apertura di linee ferroviarie sulle coste calabresi e siciliane, ma soprattutto con l’entrata in funzione di traghetti a vapore sulle tratte Reggio Calabria-Messina e Messina-Villa San Giovanni, cessarono per sempre i traffici di piccolo cabotaggio con base a Catona. La decadenza di Catona s’aggravò ulteriormente dopo il tragico terremoto-maremoto di Messina del 28 dicembre 1908, e nel 1927 quando cessò d’essere Comune autonomo e fu aggregata come frazione alla “Grande Reggio”.

CATONA   E   SAN   FRANCESCO   DA   PAOLA
Il nome di Catona, oltre che al sommo Dante Alighieri, è legato anche ad un altro grande italiano, un santo non solo calabrese ma della Chiesa universale, San Francesco da Paola. Tutti i suoi devoti conoscono la sua miracolosa traversata dello Stretto, compiuta usando il mantello come vela ed il bastone come albero di navicella; ma solo i devoti più eruditi sanno che il Taumaturgo Paolano salpò proprio dalla spiaggia di Catona per approdare a Messina. Avendo conosciuto e più volte visitato questo ridente paese dello Stretto di Messina, perché attratti dalla splendida figura del Santo Patrono della Calabria, nonché Patrono della Gente di Mare italiana, vogliamo salutare e ringraziare alcune persone, che abbiamo avuto il piacere di conoscere o incontrare proprio a Catona, sede di un Convento di Minimi e dell’adiacente Santuario di San Francesco da Paola, e preziosa perla calabrese del “Dantedì” – 25 marzo 2020.
Per primo ringraziamo il carissimo amico catonese, Comm. Ammiraglio Francesco CIPRIOTI, Medaglia d’oro Mauriziana, Alto Ufficiale del Corpo delle Capitanerie di Porto, devotissimo a San Francesco da Paola. Quindi salutiamo i Padri Minimi che negli ultimi 15 anni hanno svolto il loro servizio pastorale come Parroci della chiesa Santuario di Catona, elencandoli in ordine cronologico: P. Casimiro MAIO, P. Giovanni COZZOLINO, P. Giovanni TOLARO, P. Antonio CASCIARO. Non dimentichiamo il gentil sesso; perciò ricordiamo con simpatia la Preside Prof.ssa Giuseppina BARRESI, solerte collaboratrice dei PP. Minimi nelle varie attività promosse dal Santuario di Catona e che sempre ci ha accolto con garbo e squisita gentilezza; un affettuoso saluto alla giovane signorina Manuela ZADARA, anche perché negli ultimi anni è stata una preziosa e premurosa guida per il nostro amico Ciprioti, è stata un attento pilota della sua autovettura, quasi una novella “Beatrice” che ha aiutato il caro Ammiraglio a superare gli impedimenti derivanti dai suoi arti inferiori, resi purtroppo incerti nei movimenti e malfermi, a causadi malanni e malattie.
VINCENZO  DAVOLI

 

 

L'Amministrazione Comunale, ancora una volta, per il bene comune e la salvaguardia della salute pubblica, invita tutta la cittadinanza di evitare di uscire dalle proprie residenze e soprattutto dal territorio comunale. Vi ricorda che per i beni di prima necessità, per non incorrere in sanzioni penali, sono aperti al pubblico i gestori di Località Stazione, Località Molino, Località Convento, Località Frà Giuseppe, Piazza Solari, Corso Mannacio e Corso Servelli.
Pertanto:
1) Farmacia, Corso Servelli;
2) Tabacchi, Corso Servelli, Piazza Solari, Loc. Molino, Loc. Stazione;
3) alimentari, Piazza Solari, Loc. Convento, Loc. Molino, Loc. Stazione, Loc. Frà Giuseppe;
4) panetteria, Corso Servelli;
5) macelleria, Corso Servelli;
6) pescheria, Corso Mannacio.
Attenetevi scrupolosamente ai  D.P.C.M. alle Ordinanze Regionali e Sindacali.
Con l'auspicio di un presto ritorno alla normalità.
L' amministrazione Comunale.


Ad integrazione del precedente comunicato, l'Amministrazione Comunale informa che, oltre alle attività locali già menzionate, prodotti igienizzanti per la persona e per la casa possono essere reperiti anche nelle attività site in Viale del Drago, Corso Servelli e Corso Mannaccio.
Si ringrazia ancora per la collaborazione.

 INIZIATIVA LODEVOLE DELLA SIGNORA CARMELA TORCHIA IN ANELLO 


La sig.ra Carmela TORCHIA, mamma  del  vice  sindaco di Francavilla Angitola, geom. Domenico   ANELLO, che per tanti anni è stata abile e solerte maestra di taglio e cucito nel territorio francavillese, essendo donna, madre e nonna, moltosensibile all’emergenza provocata dal coronavirus COVID 19 , considerata la grande difficoltà a reperire nella nostra zona delle mascherine, ha deciso di mettere la sua esperienza sartoriale a disposizione della nostra comunità; così prontamente ha realizzato 60 mascherine artigianali in tessuto, da donare a titolo gratuito alle famiglie che ne fossero ancora sprovviste. Parte delle mascherine sano state donate oggi stesso, 20 marzo 2020, alle forze dell’ordine del territorio di Francavilla Angitola e Filadelfia,ai dipendenti del Comune di Francavilla Angitola; la rimanenza è stata consegnata alla Farmacia del dottor Raffaele Costa di Francavilla, che le distribuirà gratuitamente a chi ne avesse bisogno.
Le mascherine sono fatte in doppio strato di tessuto ed è possibile igienizzarle lavandole per un successivo riutilizzo.Hanno un’apertura superiore tra i due lembi di tessuto, così da poter inserire un panno filtrante oppure si consiglia di utilizzare la carta da forno.
Si precisa che si tratta di mascherine artigianali; non sono un presidio medico-sanitario, non hanno il marchio CE, ffp2, ffp3. Un grazie va alla sig.ra Fernanda MULTARI di Filadelfia, che ha donato il tessuto necessario alla realizzazione delle suddette mascherine.

#IORESTOACASA
Andrà tutto bene.

 

 

 

AVVISO #CORONAVIRUS
Chiarimenti dall’Ufficio di Polizia Municipale:
Le Forze dell’Ordine danno un chiarimento sulle autocertificazioni e spiegano perchè stamattina sono già partite le prime denunce.
Non è che se uno compila l’autocertificazione può andare dove vuole.
Bisogna stare a casa!
Ci si può spostare solo per:
- lavoro
- necessità
- salute
Al momento del controllo vi fanno dichiarare e firmare perchè vi state spostando.
Fatto questo la pattuglia verifica (es. chiamando in azienda, chiamando il vostro medico, etc… in base a quello che dichiarate).
Se scoprono che quello che avete dichiarato non è vero, vi beccate due denunce:
una per la violazione dell’ordinanza di salute pubblica coronavirus (art. 650 C.P.) e l’altra per dichiarazioni mendaci (art. 495 C.P.).
Fare la spesa solo nel proprio comune e per articoli di prima necessità! Fare la spesa, non fare shopping! Una persona per famiglia .
Se siete in 3 in macchina e state andando a fare la spesa, denuncia .
Max numero di persone in macchina 2, il guidatore e 1 passeggero posteriore.
“Anche chi va a piedi deve portare l’autocertificazione” .
Lo afferma il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli, in conferenza stampa sull’emergenza coronavirus.
CONSEGUENZE:
art.650 codice penale (arresto fino a 3 mesi o ammenda fino a € 206,00);
art.495 codice penale (reclusione da 1 a 6 anni)
Per favore condividetela #poliziamunicipale #iorestoacasa #insiemecelafaremo

 

  DAL SINDACO DI FRANCAVILLA ANGITOLA - RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

  DAL SINDACO DI FRANCAVILLA ANGITOLA - RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

DAL SINDACO DI FRANCAVILLA ANGITOLA - RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

FESTA  DI SAN FOCA A FRANCAVILLA ANGITOLA –5  MARZO 2020


Si è svolta la festa del Santo Patrono di Francavilla,  alle ore 10.30 l’arciprete Don Giovanni Battista TOZZO ha officiato la messa solenne, Anche quest’anno grande successo ha riportato l'offerta dei tradizionali dolci in onore del Santo Patrono a forma di serpi. La banda musicale  di Filadelfia  ha allietato la festa percorrendo le vie del paese. Alle ore 11,30 ha avuto inizio la lunga processione.  Dietro alla statua del Santo e al gonfalone comunale, recato da Gianfranco Schiavone . procedeva l’Amministrazione  guidata  dall’ avv. Giuseppe PIZZONIA. La processione si è conclusa sul sagrato della chiesa parrocchiale dove i fedeli hanno intonato la tradizionale litania.
LA STORIA  di san foca martire
San  Foca, come voi ben sapete, é nato ad Antiochia ed è vissu­to in un'epoca in cui essere cristiano significava mettere a repentaglio la propria esisten­za. Foca, attraverso la preghiera, la meditazione e la carità vis­suta, divenne imitatore di Gesù Cristo; quindi, per appartenere completamente a lui, volle essere battezzato, e, da allora, la sua vita cambiò radicalmente. A Sinòpe, lasciate le armi, polche era soldato, si dedicò alla coltivazione di un orticello, e a sfamare i viandanti che si trovavano a passare dalla sua modesta casa. E' stata appunto l'inestimabile carità verso il povero, il misero, l'affamato,a far sospettare ch'egli fosse cristiano, e come tale fu accusato e de­ciso di privarlo della vita, poiché il cristiano, in quel periodo, era considera­to nemico della patria. Persino i soldati che avrebbero dovuto ucciderlo, rimasero stupiti, scossi dall'affabilità con cui vennero accolti da quell'uomo semplice e pio. Ecco come si svolsero i fatti: alcuni soldati si sono trovati a passare dall'orto di Foca, che, affabilmente, li invitò a sfa­marsi e a dissetarsi. Dopo di ché, chiese agli ospiti il motivo del loro faticoso cam­mino. Essi risposero: “ Te lo diremo, se ci prometti di mantenere il segreto”. Foca promise, ed essi: “Siamo in cerca di  un certo Foca per metterlo a morte, ma non lo conosciamo; se tu puoi aiutarci, ci renderai un grande favore”. Foca rispose: “Quest'uomo mi è noto abba­stanza e vi prometto di consegnarvelo, ma domani, perché adesso è notte; vi piaccia quindi riposare delle sostenute fatiche “. Mentre i soldati riposavano, Foca preparava la sua anima, disponendosi alla morte. L'indomani, di buon mattino, si fece incontro agli ospiti, e, sereno, quasi sorridendo, disse loro: “Sono io l'uomo che cercate! Prendetemi, Fate di me quello che volete”. 1 soldati, pieni di stupore ed increduli, non ebbero il coraggio di ese­guire la sentenza di morte. Foca li supplicava di compiere il loro dovere, aggiungendo che lui era sereno e gioioso, e non aveva paura. E i soldati, invece di ucciderlo, lo portarono ad Antiochia, sperando che i loro capi lo avrebbero risparmiato dalla morte. Informarono il proconsole Afri­cano, il quale, grandemente meravigliato del loro racconto, affermò di volerlo conoscere ed interrogarlo personalmen­te. 1 soldati, prontamente, lo condussero al suo cospet­to. Il giudice disse a Foca: Chi sei tu, che non riconosci come Dio il nostro imperatore Traiano? A1 silenzio di Foca, che in quel momento imitava il silenzio di Gesù dinnanzi al sommo sacerdote Calfa, il giu­dice esclamò: Perché taci? E Foca: Non basta a Traiano essere chiamato imperatore, senza avere l'attributo di Dio? 1 supplizi poi, che tu mi minacci, sono da me desiderati e sono contento se tu comandi di e­seguirli. La cosa più importante, il tesoro più grande, per Foca, era l'amore di Dio, fare la volontà di Dio. Durante l'interrogatorio, improvvisamente, una luce celeste irradiò in quel punto dove essi si trovavano, e, vestiti di fiamme vampeg­gianti, apparvero tre angeli, per cui Africano, esterrefatto, cadde a terra privo di sensi. Sua moglie, Terenziana, supplicò Foca d'intervenire, promettendo che, se il marito fosse tornato in vita, si sareb­be convertita al cristianesimo. Foca pregò con gran fervore; ­Africano tornò in vita, ma invece di liberarlo lo fece condurre da Traiano. Qui, stesse accuse, stessa incrollabile fede di Fo­ca, che, essendosi affidato a Dio, sente dall'alto una voce: “Sii forte, o Foca, io sono con te; avrai un posto in Paradiso". E così, nel 107, dopo essere stato gettato in una fossa di serpenti velenosi, ed esserne uscito incolume, è stato decapitato. Nel corso dei secoli, a Francavilla e altrove, è stato invocato, supplicato; molte anime si sono consacra­te a lui, portandone il nome, diffondendo il suo fulgido e­sempio di vita cristiana. Molti sono venuti dal paese, dalle campagne, addirittura dall'estero, in questa magnifica chiesa a lui dedicata. Si sono presentati al cospetto del santo Patrono con le lacri­me agli occhi, i ginocchi flessi e lacerati, i piedi scalzi. Quante mamme hanno portato in braccio il proprio bimbo ammalato e, fiduciose, l'hanno offerto a san Foca!  Quanti voti, promesse e sacri­fici! Che magnifica fede! Quanto orgoglio, nel definirsi devoti a san Foca: da lui protetti, da lui presentati all'eterno Padre! Oggi siamo qui, per dirgli: grazie per il tuo esempio; grazie per la tua protezione contro le insidie del male; grazie per il tuo sostegno e le tue preghiere.                 

                                                                           

Si aprirà il 12 marzo il “Città di Catona – Memorial Alfonso Ciprioti”.


Il torneo nazionale di tennis di terza categoria maschile è giunto alla quattordicesima edizione e sarà, come sempre, ospitato dallo Sport Village che organizza l’evento dal 2007 per ricordare  la figura dell’ex consigliere comunale e provinciale, socio del circollo. Il “Città di Catona”, patrocinato dalla Federazione Nazionale Tennis, è divenuto negli anni un classico del tennis che raccoglie numerosissime adesioni sia dalla Calabria che dalla vicina Sicilia: atleti che si sfideranno per dieci giorni sui tre campi in terra rossa della struttura polivalente a nord di Reggio.
A sottolineare le caratteristiche della manifestazione Francesco Postorino del Palextra Club, deus ex machina del torneo, e Francesco Violante presidente dello Sport Village. «Si tratta – spiegano – di un appuntamento sportivo che nel tempo ha conquistato sempre più iscritti, tanto da permetterci di calendarizzarlo, con profonda convinzione, tra gli eventi previsti dal nostro circolo per l’arrivo della primavera tennistica. Tantissimi, infatti, sono gli atleti che hanno voluto presenziare al memorial Ciprioti in questi 14 anni, rendendoci orgogliosi sia del torneo sia del fatto che esso sia cresciuto a tal punto da essere ben conosciuto ed atteso nell’ambito tennistico calabrese, soprattutto dalle nuove leve. Ciò – concludono – è stato possibile grazie allo sforzo dello staff organizzativo capitanato da Marco Bonforte che sta lavorando alacremente per l’ottima riuscita del Città di Catona la cui conclusione è prevista il 22 marzo». 

 

Il Club Vallelonga – Monserrato valorizza i borghi e l’emigrazione Calabrese


L’identità e la memoria storica, la valorizzazione dei borghi attraverso interventi mirati all’estero che posso contribuire alla crescita della Calabria e in particolare alla Valle dell’Angitola. È questo l’obiettivo del Club Vallelonga – Monserrato di Toronto, che nella giornata di venerdì presso la sede Canadese presenterà il progetto finanziato dalla Regione Calabria con i fondi previsti per l’ex Legge 8/2008. All’iniziativa oltre al presidente Antonio Pileggi, parteciperanno anche i deputati Calabresi del Canada Judy Sgrò e Francesco Sorbara a sostegno del ministro per l’Immigrazione Marco Mendicino, nonché le docenti dell’Università di Toronto Mississagua dipartimento di lingua Italiana Teresa Lobalsamo e Adriana Grimaldi. Dalla Calabria arriveranno il professor Giuseppe Cinquegrana, antropologo e studioso dell’emigrazione, l’esperto ed editore della rivista storica e antropologica “La Barcunata” Bruno Congiustì, il regista Davide Manganaro e il direttore della web tv dei Calabresi nel mondo Nicola Pirone. Il progetto che vedrà il coinvolgimento degli atenei, quindi rivolto ai giovani, si svolgerà tra Toronto, Philadelphia e Cuba. Per l’occasione il Club Vallelonga – Monserrato ha fatto di più, poiché oltre alle conferenze all’interno delle università e scuole, ha ideato una serie d’incontri con tour operator e imprenditori esteri, per fare conoscere le bellezze della Regione ed accrescere il turismo. Tra gli incontri, particolarmente attenzione sarà rivolto a quello di Philadelphia con il Console Generale d’Italia Pier Forlano, la Filitalia International e il Console onorario di Santo Domingo Enzo Odoguardi che sarà accompagnato da diversi imprenditori italo-americani. Ai partecipanti saranno consegnati materiale informativo cartaceo e audio visivo. Per quanto riguarda l’emigrazione sono già partiti i colloqui con le strutture che si occupano del tema nei tre paesi, mentre grazie alla collaborazione con il nascente museo di San Nicola da Crissa sono stati siglati i primi accordi per lo scambio culturale, che permetterà la presenza sul territorio calabrese di visitatori. Oltre alla Valle dell’Angitola, un paragrafo del progetto sarà riservato alla Valle del Torbido nella provincia di Reggio Calabria.    
Le dichiarazioni del presidente Antonio Pileggi:“L’obiettivo principale è di promuovere la Calabria partendo dalla cultura dell’emigrazione, dando valore ai borghi e allo stesso tempo ai calabresi emigrati, che sono il primo veicolo pubblicitario per un ritorno o una visita nella propria terra. Attraverso le storie inedite raccontate con immagini e documenti si intende valorizzare dei borghi ancora sconosciuti al mondo, ma che sono ricchi di tesori. In questo senso è aperto a un pubblico giovane, da qui il coinvolgimento delle università e dei settori d’interesse. Favorire il collegamento tra i musei dell’emigrazione che si trovano nei tre paesi e in Calabria. Il progetto  ha come innovazione il raggiungimento di un pubblico giovane quale le università e che non sia particolarmente legato alla Calabria, quali discendenti o emigrati. Allo stesso tempo metterà in condizione i tour operator stranieri di potere conoscere una parte dell’Europa Meridionale ancora oggi assente dai propri itinerari o non valorizzata”.

 CARNEVALE FRANCAVILLESE : UN SUCCESSO 
Un pomeriggio di svago e di  divertimento
 Domenica 23 febbraio 2020

  «Un successo oltre le aspettative, frutto della collaborazione messa in campo dall’Amministrazione comunale guidata dal Sindaco avv. Giuseppe Pizzonia.   C’è aria di soddisfazione nella sede  del palazzo municipale di Piazza Solari  per il “Carnevale francavillese ”, concretizzatosi con il raduno delle maschere e dei carri al Viale del  Drago, con la sfilata lungo le vie del paese e la tappa finale  in piazza S. M. Degli Angeli. Un pomeriggio di svago e di sano e puro divertimento per le tantissime persone adulti  e bambini  Un «motivo d’orgoglio», insomma, per l’Amministrazione di Francavilla Angitola . Una domenica molto speciale, all’insegna del divertimento, della libertà di espressione e dell’allegria, senza nessun limite di età.

 

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CONSULTA ASSOCIAZIONI VALLE DELL’ANGITOLA
Segnaletica del patrimonio nella Valle dell’Angitola


La neo costituita Consulta delle associazioni Valle dell’Angitola con sede a Monterosso Calabro e che vede raggruppati i sodalizi culturali di 9 comuni, comincia a portare a casa i primi risultati. Dopo il convegno dello scorso mese di Agosto sulle infrastrutture Borboniche organizzato nel centro Angitolano, oggi un altro tassello sta per essere inserito al mosaico per la promozione del territorio. Negli uffici del Parco Regionale delle Serre, il presidente Antonio Parisi e il vice Bruno Congiustì hanno presentato al Commissario Pino Pellegrino un progetto per segnalare i beni patrimoniali e gli itinerari turistici attraverso una cartellonistica che riguarderà i 9 comuni che fanno parte del comprensorio. Un’idea che il Commissario dell’ente parco delle Serre ha sposato fin da subito, da quando in occasione del convegno di Agosto era stata proposta. Il Parco delle Serre si assumerà l’onere della stampa e della messa in opera, con 5 cartelli madre che racconteranno la Valle dell’Angitola e suoi tesori, posti in punti strategici come le usciti autostradali e le vie di accesso alla valle. Pannello descrittivo che comparirà in doppia lingua, italiano e inglese, mentre alle varie diramazioni stradali saranno istallati i 9 itinerari turistici, di vario interesse. Si partirà con l’itinerario naturalistico di Polia per visitare gli antichi mulini ad acqua e la felce preistorica Woodwardia radicans. L’itinerario di Bizantino – Medievale di Francavilla Angitola sarà da apripista per quello illuministico e archeologico di Filadelfia – Castelmonardo. Lungo l’ex SS110 già via Regia si incontreranno gli itinerari Borbonico con il Santuario di Mater Domini e Il Balcone delle Calabrie di San Nicola da Crissa, il Faunistico - archeologico con l’oasi dell’Angitola, i ruderi di Rocca Angitola e la Piana degli Scrisi per Maierato, il polo museale di Monterosso Calabro, lo Storico – Artistico con Nicastrello e gli affreschi di Renoir a Capistrano e quello Religioso – Paesaggistico di Vallelonga con i quadri di Andrea Cefali e la Basilica Minore di Monserrato, per chiudere con l’itinerario Basiliano e la macchia Mediterranea del bosco Fellà di Filogaso. Consulta delle associazioni Valle dell’Angitola che sabato si ritroverà a San Nicola da Crissa ospite della Filitalia International, uno dei sodalizi che per prima ha lanciato l’idea unitaria per salvaguardare il territorio.
Soddisfatto al termine dell’incontro il presidente della Consulta delle associazioni Valle dell’Angitola Antonio Parisi:<<L’incontro con il Commissario Pino Pellegrino è stato molto produttivo quanto entusiasmante. Le nostre idee sono state ascoltate e spero che da oggi in poi si comincerà a pensare in maniera positiva in questo territorio. I panelli e le indicazioni faranno capire che anche nell’entroterra esistono dei beni culturali che vanno valorizzati. Insieme alle associazioni che hanno preso parte a questa sfida, stiamo stilando un programma che avrà molta visibilità anche all’estero sfruttando le nostre piattaforme. Ringrazio quanti hanno lavorato a questo progetto e ci hanno messo passione come il Commissario Pellegrino che fin da subito ha creduto nell’iniziativa>>.

Nicola Pirone

 

Sono passati QUINDICI  anni dalla fondazione del più importante sito di cultura che abbia avuto Francavilla, ha saputo far conoscere e diffondere le tradizioni religiose e laiche suscitando ammirazione e consensi anche al di fuori dell'ambito paesano. Vero scrigno delle memorie storiche del nostro paese.

 

CARNEVALE  FRANCAVILLESE 2020
II Carnevale è tempo di baldoria, di divertimento, di spensierata allegria. E' per questo che, l’Amministrazione  comunale  di Francavilla Angitola, guidata dal Sindaco avv. Giuseppe Pizzonia  a organizzato per giorno 23, ore 15,00, una  SFILATA SU CARRI ALLEGORICI, CON BALLI IN MASCHERA per le vie del paese, Una domenica molto speciale, all’insegna del divertimento, della libertà di espressione, senza nessun limite di età.

 

Antonio Lazzaro Presidente del Consiglio 
Pizzonia vara il rimpasto 
Michele Caruso nuovo assessore allo Sport e alle Politiche giovanili


Sorta di “mini-rimpasto” in seno alla maggioranza consiliare che sostiene il sindaco Giuseppe Pizzonia. Ciò per cause di forza maggiore. Pochi giorni fa, infatti, si è svolto il primo consiglio comunale francavillese del 2020. Il primo dopo l’improvvisa scomparsa dell’assessore comunale alla Cultura Armando Torchia. Un consiglio comunale carico di vera commozione, alla vista di quel posto, ormai vuoto, dove era solito sedere proprio l’amministratore locale francavillese scomparso a dicembre. Tre i punti all’ordine del giorno. Ovvero “Surroga consigliere comunale”, “Sostituzione presidente consiglio e vice presidente” e “Ratifica delibera di giunta del 02/12/2019”. Detto ciò, prima che i lavori iniziassero, assente solamente l’ormai ex presidente del consiglio comunale francavillese Michele Caruso a causa di un imprevisto, è stato osservato un minuto di silenzio e ai posto dove sedeva solitamente Armando Torchia è stato deposto un mazzo di rose rosse.  Il Sindaco Pizzonia  ha ricordato l’impegno e lo spirito che ha contraddistinto il compianto Armando Torchia nella sua esperienza amministrativa. Per Anna Fruci, consigliera comunale di maggioranza con delega alle Pari opportunità, «è stato strano, insolito e triste andare nella sala consiliare e vedere quella sedia, che per molti è una semplice sedia, vuota. Nessuno di noi si aspettava di dover vivere una sensazione come questa. Quella sedia che tu occupavi, oggi era vuota. un bouquet di fiori rossi in modo che ti arrivi quell’affetto “esplosivo” che tutti noi proviamo tuttora per te. Ci manchi tanto prof. Senza di te nulla è più come prima, adesso che puoi, guidaci tu. Un bacio al cielo». Anche per Domenico Anello, vice sindaco, non è stato per nulla facile vedere quel posto in Consiglio vuoto, dove è stato adagiato quel mazzo di rose rosse, questo per il fatto che «il nostro territorio ha perso una persona speciale, cordiale e sincera che in questi 2 anni e mezzo ci ha insegnato tanto con i suoi modi pacati e ben voluto da tutti. Ricordo la bellissima giornata di due giorni prima della tragedia quando siamo stati insieme a pranzo nella tua scuola del cuore con i tuoi splendidi colleghi e amici che ti hanno voluto un grande bene. Grazie a te,  ha aggiunto  tante cose siamo riusciti a fare, sono sicuro che dove sei sicuramente sarai già il “numero uno” e il più ben voluto. Riposa in pace caro amico».  A raccogliere il pesante testimone di Armando Torchia è stato proprio Michele Caruso, nominato nuovo assessore comunale allo Sport, Politiche giovanili e Sviluppo economico. A ricoprire la carica di presidente del consiglio comunale sarà, invece, Antonio Lazzaro (in sostituzione del dimissionario Caruso) che, in memoria dell’amministratore locale scomparso, ha voluto ricordare le sue doti e la voglia di fare bene per il proprio paese. Fra i banchi del civico consesso farà ingresso anche la “newentry” Rosario Giampà, ovvero, il primo dei non eletti, sempre nella lista di maggioranza. Infine, è stata ratificata la rateizzazione del pagamento inerente la spazzatura dell’anno precedente così per fare in modo che, a fine mandato, il bilancio comunale sia privo di debiti. 
FOTO - Il presidente Antonio Lazzaro e il neo assessore Michele Caruso

 AUGURI  DALL’ESTREMA  AMERICA  DEL  SUD

Tra i consueti messaggi augurali, che ci si scambia all’arrivo dell’anno nuovo, uno è arrivato da molto lontano. Ce l’ha mandato dalla remota Patagonia (Argentina) - dove da poco tempo è iniziata la stagione estiva dell’emisfero australe - il dottor Mario Roccuzzo, valente odontoiatra e soprattutto mio caro nipote, in quanto figlio primogenito di mia sorella Carmen Davoli. Concedendosi una pausa dalla sua intensa attività dentistico-sanitaria svolta a Torino, Mario Roccuzzo con la moglie Silvia Ronchetti, docente/ricercatrice di Chimica e Tecnologia dei materiali al Politecnico di Torino, ha voluto visitare quella regione, sita agli antipodi dell’Italia (Patagonia e Terra del Fuoco), scoperta da Ferdinando Magellano, e meglio conosciuta grazie agli scritti sia dell’italiano Antonio Pigafetta (diarista della spedizione guidata dal suddetto navigatore portoghese). sia del britannico Bruce Chatwin.Mario e Silvia hanno inviato gli auguri di “Buon anno dal Perito Moreno”, corredandoli con una fotografia che li ritrae con i loro volti sorridenti avendo per fondale il grande, spettacolare ghiacciaio denominato “Perito Moreno”.
Consultando Wikipedia vi si apprende che il “Perito Moreno” fa parte dell’enorme calotta glaciale denominata in spagnolo “Los Glaciares” che per volume è la terza nel mondo tra le riserve di acqua dolce, superata soltanto dalla Groenlandia e prima ancora dall’Antartide.Il ghiacciaio “Perito Moreno”, con l’intero Parco nazionale argentino “Los Glaciares”, per la sua bellezza, per l’interesse glaciologico e geomorfologico, e per la fauna parzialmente in pericolo di estinzione, è stato dichiarato nel 1981 Patrimonio mondiale della Umanità da parte dell’UNESCO.
Il dottor Mario Roccuzzo, pur essendo nato ed operando a Torino, è profondamente legato in generale alla Calabria, terra di nascita di sua madre Carmen Davoli, e specialmente ai territori del Lametino e del Vibonese. Dopo essersi laureato in Odontoiatria all’Università di Torino, M. Roccuzzosubito ebbe modo di incontrare e conoscere il famoso professore Mario Giancotti (da Piscopio/Vibo Valentia), luminare delle discipline dentistiche. L’illustre dentista prof. Mario Giancotti manifestò il suo apprezzamento per l’ottima preparazione del giovane dottore, che si era brillantemente laureato con il primo corso di Odontoiatria istituito a Torino.
Per il nostro sito www.francavillaangitola.com è un motivo di orgoglio e di vanto essere seguiti e ricordati da personaggi così importanti, seppure estranei al piccolo mondo francavillese.
                                                                                                                            Vincenzo DAVOLI

 

Ma la cavalla di Francavilla parla ancora?http://www.francavillaangitola.com/news/STELLINA.jpg


Vi ricordate della bellissima incredibile storia di Stellina, la cavallina “parlante” di Francavilla Angitola? Sono passati anni da quando siamo venuti a conoscenza di quei "fatti" strani, di quell’uomo con la barba che conversava con il suo cavallo, pensavamo allora si trattasse di qualche contadino intento a ricevere dal suo cavallo uno strano rapporto di "obbedienza" ai suoi comandi. Il "caso" di Francavilla Angitola fu  poi successivamente affrontato dai media di mezzo mondo quando lo psicologo Vincenzo Viscone, dopo anni di serio silenzioso studio e sacrificante ricerca, decise di svelare i frutti del suo paziente lavoro facendo conoscere le sue esperienze scientifiche con una cavallina di nome Stellina. Toccò agli esperti etologi delle università internazionali studiare e approfondire tutto il resto. Non sappiamo se sia stata veramente abbattuta una barriera nelle comunicazioni tra uomo e animali. Certamente e oggettivamente non sappiamo ancora cosa significò quel "dialogo" che "vedevamo realizzarsi" tra uomo e animale e animale e uomo, e se tutto ciò abbia avuto un vero significato. Per anni Francavilla Angitola, centro del vibonese a pochi chilometri da Filadelfia, è stata meta continua di giornalisti, operatori di ripresa e fotografi delle agenzie, semplici curiosi e corrispondenti delle testate giornalistiche di tutto il mondo. Il Tg Uno, T3, T3 Regione, radiogiornali Rai, Rete 4, Radio Cuore, Radio Studio G, la prima pagina de Il Messaggero, Il Secolo XIX di Genova, Visto, La Gazzetta del Sud, il Domani, Il Giornale della Calabria, Il Quotidiano, Le Calabrie, Cronaca Vera, L'Artiglio, Rete Kalabria, Il Mattino di Napoli, Il Corriere di Milano, l'Agi, l'Ansa e grandi testate estere come il The Sunday Times, il Daily Mail di Londra, Le Matin della Svizzera, France Soir della Francia, si interessarono di Viscone, tutti chiesero di contattare Vincenzo e la sua cavalla "Stellina". Oggi la notizia ha già fatto il giro di tutto il mondo. Ma cerchiamo di ricordare l’incredibile storia nei dettagli: Vincenzo Viscone, oggi 53 anni, è uno psicologo nato a Filadelfia. Da anni è residente a Francavilla Angitola ed è proprio nelle campagne di Francavilla Angitola che il dottor Viscone ha scoperto una cosa sensazionale che porterebbe a clamorosi capovolgimenti della scienza dell'etologia. Vincenzo Viscone ha elaborato, durante i suoi lunghi studi, un linguaggio che utilizza il sistema binario e ha realizzato un codice di comunicazione di intermediazione specifica - con un cavallo. Il cavallo in questione è in realtà una cavalla e si chiama Stellina. Lo psicologo ci disse che durante alcune sue sperimentazioni si accorse che l'animale rispondeva ad alcuni stimoli verbali. "Le cose sono andate avanti molto lentamente - ci dice Viscone - all'inizio ho dovuto insegnare a Stellina tutti gli elementi che la circondavano nell'ambiente, come si fa con i bambini, con pazienza, tramite catene associate, ripetendo molte volte parole e concetti. Poi, solo dopo, ho utilizzato il codice binario, quello dei computer, e finalmente ho avuto risposte dal cavallo. E' stato questo il momento più bello dell'esperienza", ci racconta emozionato lo psicologo, "quando ho capito che le mie parole avevano un senso nel cervello di Stellina e quando attraverso risposte basate sul sì e sul no, sul positivo e sul negativo, sull'uno e sullo zero, ho visto che mi dava risposte logiche e che, cosa importantissima, non si contraddicevano mai e mai, chiedendo più volte in periodi diversi la stessa cosa, si avevano risposte diverse. Stellina dimostrava di rispondere in piena coscienza". Stellina per dire sì o no, successivamente alla domanda dello psicologo, e solo successivamente, indirizzava il muso alle mani del dottore Viscone e toccava con il muso il pugno chiuso per rispondere no o la mano aperta per rispondere sì. Oggi, da anni, quel cavallo non è più a Francavilla Angitola, si trova in un maneggio della vicina Maida, in provincia di Catanzaro. Il dottore Vincenzo Viscone, ha in questi anni tenuto, giorno per giorno, un diario che lui definisce "equidiario". In questo libro di viaggio nel mondo misterioso e sconosciuto della natura. Viscone ha appuntato minuziosamente tutte le esperienze, le prove, gli insuccessi e i successi delle varie giornate di lavoro con Stellina. Poi ci mostra una pagina che porta la data di un giorno di anni fa, è una pagina in bianco con una scritta in rosso. C'è scritto solo eureka. Quell' espressione, quel giorno, corrisponde al momento in cui il dottore Vincenzo Viscone ha avuto quel primo contatto straordinario con la mente cosciente, attiva e quasi umana di Stellina. Il dottore Viscone paga ancora quotidianamente questo suo successo scientifico, questa sua ricerca sconfinata al di là del credibile. Molti non credono,altri sono indifferenti. Noi crediamo che questo fatto meriterebbe di essere ancora seriamente recuperato, affrontato, studiato, comparato. Viscone è uno studioso serio con conoscenze profonde della psicologia. Crediamo che questo caso, ripetiamo, ancora da studiare, sovvertirà se provato il mondo degli studi dell'etologia e dell'ambiente scientifico internazionale. Ma, per adesso, istituzioni, stampa, studiosi, si sono già dimenticati di Stellina, di Vincenzo e delle inedite ricerche di etologia sviluppate a Francavilla Angitola.
Franco Vallone

 

  Lo storico prof. Antonio Galloro di San Nicola Da Crissa,  ci ha fatto la gradita sorpresa di inviarci un suo studio di onomastica calabrese. Si tratta della sua ennesima opera letteraria che come al solito non manca di scrupolosita' e precisione. Edita dal periodico "la Barcunata". Lo ringraziamo cordialmente e volentieri pubblichiamo  il materiale  inviatoci, http://www.francavillaangitola.com/ANTONIO%20GALLORO.jpg perché possa essere apprezzato dagli appassionati lettori del nostro sito .
ANTONIO GALLORO
ORIGINE  STORICO-LINGUISTICA
DEI  COGNOMI
IERACITANO  E  CÁLLIPO
STUDIO DI ONOMASTICA CALABRESE
_________      STAMPATO IN PROPRIO__________
SAN NICOLA DA CRISSA (VV), 10 MAGGIO 2010
INTRODUZIONE
Lo studio che riguarda l’origine dei nomi di persona (cognomi) e di luogo (toponimi) è una scienza assai complessa, non soltanto perché alla loro formazione concorrono elementi linguistici eterogenei, appartenenti cioè a diversi ceppi idiomatici, che sono di non facile identificazione ed al cui etimo, quindi, non sempre è possibile risalire, ma anche e soprattutto a causa delle continue modifiche e trasformazioni, che essi sono costretti a subire da parte dell’inesorabile Tempo, che, sulla Terra, durante il suo veloce e violento passaggio, secondo la giusta considerazione del poeta latino Ovidio, divora ogni cosa: Tempus edax rerum (1).
A questi cambiamenti e deterioramenti, a cui l’uomo non può porre rimedio alcuno, in quanto rientrano nel ciclo naturale della precarietà della sua esistenza terrena e sfuggono pertanto al suo diretto controllo, si aggiungono le deformazioni dovute alle inesatte trascrizioni anagrafiche da lui medesimo apportate nel corso dei secoli ed imputabili a sua esclusiva incapacità ed incultura.
È esattamente a causa di queste alterazioni che i cognomi e qualsiasi altra forma di dizione (o parlata) popolare, con il passar degli anni, finiscono per smarrire sempre più la loro identità originaria, per assumere una forma diversa e, poi ancora, un’altra, fino a divenire, alla fine, del tutto irriconoscibili (2).

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19/06/2005 ore 20,30:

Lo staff è lieto di annunciare che oggi, finalmente, è cominciata l'avventura sognata da mesi: viene pubblicato il nuovo sito: www.francavillaangitola.com, grazie alla tenacia di Giuseppe Pungitore, alla determinazione di Mimmo Aracri, alla saggezza dell'ing. Vincenzo Davoli e alla intraprendenza di Antonio Limardi jr. 

Per maggiori informazioni scrivere a: phocas@francavillaangitola.com