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Festa  di San Foca  5 marzo 2019


    La festa del 5 marzo in onore di San Foca Martire si è svolta in un’atmosfera di grande letizia. Grazie anche  alla bella giornata hanno partecipato molti fedeli e devoti, alcuni dei quali  venuti anche dai paesi vicini. Il Parroco don Giovanni Tozzo alle 10,30 ha  celebrato la solenne funzione in onore del Santo Patrono di Francavilla Angitola.  A conclusione della Messa  sono stati portati per la tradizionale benedizione i taralli a forma di serpe, preparati con particolare cura da alcune donne di Francavilla e presentati sopra cestini graziosamente addobbati.  Dopo  la Santa Messa  per le vie del paese si è svolta la processione affollata da numerosi fedeli. A conclusione della processione sul  sagrato della chiesa la banda musicale ha  intonato  la litania; infine si è proceduto al bacio della reliquia del Santo. Il culto di S. Foca Martire, invocato in modo particolare contro i morsi di serpenti, è molto antico e rappresenta nel panorama regionale una singolare eccezione.  A tal proposito Onofrio Simonetti scrive: “Continua ed invariata tradizione addimostra antichissimo il pio affetto del popolo di Francavilla verso questo illustre Martire Antiocheno, poiché surta dalle rovine di vari paesetti, che eravi attorno, fra i quali uno detto San Foca, di cui veggonsi anche oggigiorno i ruderi a piè della scesa della Fria, all’ovest di Filadelfia. La contrada denominasi tuttavia San Foca” (O. Simonetti, Cenno biografico sovra l’antiocheno martire S. Foca, Monteleone 1892, p. 27) Martirizzato probabilmente sotto Diocleziano a Sinope nel Ponto, S. Foca è ricordato in un panegirico del vescovo S. Asterio di Amasea (primo quarto del secolo V). Secondo quest’ultimo Foca era giardiniere a Sinope, dove era stimato per la sua generosità e ospitalità. Denunciato come cristiano accolse in casa propria i carnefici che lo cercavano per metterlo a morte, ma senza conoscerlo. Dopo averli rifocillati  preparò i dettagli della sua sepoltura; dopo aver addirittura scavato la sua fossa, si rivelò ad essi, pregandoli di compiere la loro missione. Così si consumò il suo martirio. Tale leggenda ha ispirato un canto narrativo popolare: A’ Raziuoni, dove sono narrati i principali episodi della vita di S. Foca,  partendo dalla conversione alle prove di fortezza d’animo date nel suo martirio,fino al patronato antiofidico e al culto in Francavilla.

Carnevale San Costantino Calabro 5 marzo 2019


La proloco di San Costantino Calabro ormai da anni impegnata brillantemente nel sociale insieme ai suoi cittadini è pronta a dare l’ultimo saluto a Carnalavari. La manifestazione si svolta come ogni anno il martedì grasso. Che  si e’ sviluppata  lungo le principali vie del paese, a suon di musica, per terminare in Piazza Dante con tanti balli, fuochi d’artificio ed uno splendido falò. Al termine della sfilata sono stati   premiati: la maschera più bella e originale.

IL CARNEVALE DEL “DRAGO FRANCAVILLESE”  
 DOMENICA 3 MARZO  2019

 Nonostante il clima inclemente minacciasse la sfilata dei carri allegorici per le vie del centro di Francavilla, un leggero venticello ha fermato la pioggia marzolina, consentendo ai 4 carri allegorici e alle centinaia di maschere di sfilare con entusiasmante allegria per le strade principali del nostro paese. Indubbiamente il carro più spettacolare è stato quello del DRAGO, l’emblema stesso di Francavilla, con gli occhi rossi di fuoco, le ali spiegate, la coda allungata, ed il fumo acre e infernale uscente dalle narici; un autentico capolavoro dell’artigianato carnevalesco di semplice cartapesta, che avrebbe potuto partecipare anche ai Carnevali calabresi più rinomati. Insieme al carro del Drago hanno sfilato: quello molto simpatico della “PROVA DEL CUOCO” (dove le varie maschere hanno potuto ristorare la bocca e la gola); il carro dei Figli dei fiori, intitolato “PEACE AND LOVE”; il motocarro multicolore per i più piccoli, che trasportava fanciulle e bambini mascherati da pagliacci coloratissimi.  «Un successo oltre le aspettative, frutto della collaborazione messa in campo dall’Amministrazione comunale guidata dal Sindaco avv. Giuseppe Pizzonia, . C’è aria di soddisfazione nella sede  del palazzo municipale di Piazza Solari  per il “Carnevale francavillese ”, concretizzatosi con il raduno delle maschere e dei carri al Viale del  Drago, con la sfilata lungo le vie del paese e la tappa finale  in piazza S. M. Degli Angeli. Un pomeriggio di svago e di sano e puro divertimento per le tantissime persone adulti  e bambini  Un «motivo d’orgoglio», insomma, per l’Amministrazione di Francavilla Angitola . Una domenica molto speciale, all’insegna del divertimento, della libertà di espressione e dell’allegria, senza nessun limite di età.

TRE CONFRATELLI DELLA “CUSTODIA DI TERRASANTA” IN VISITA A FRANCAVILLA


Accogliendo l’invito loro rivolto con discrezione da Padre T. Rondinelli, sabato 9 febbraio sono venuti a Francavilla per una breve visita al Romitorio di Padre Tarcisio, aperto nel 2010 nel rione Pendino, tre “speciali” confratelli francescani della Custodia di Terrasanta. Anzitutto il Reverendissimo Padre Francesco PATTON, dell’Ordine dei Frati Minori, da un paio d’anni nominato “Custode di Terrasanta”. In sostanza il Rev.mo Custode P. Patton è il Superiore di tutti i Padri francescani attivi in Israele, Palestina, Giordania, Libano, Siria, Egitto, Cipro e Rodi od incardinati in alcuni conventi che, seppur situati in Italia, Spagna, Grecia, USA e Argentina, sono sotto la giurisdizione di quella speciale Provincia francescana quale è la Custodia di Terrasanta. Appartengono alla Custodia anche quei Frati, come il nostro P. Tarcisio, che, andati in pensione dopo il servizio compiuto nelle succitate regioni del Medio Oriente o del Mediterraneo orientale, sono poi rientrati nei loro Paesi d’origine.
Il Custode P. Patton, essendo stato edotto delle pregevoli iniziative religiose, sociali, artistiche e culturali realizzate da P. Tarcisio nel corso della sua cinquantennale missione in tanti Paesi della Terrasanta, nonché dell’ottimo ricordo da lui lasciato in quelle contrade mediorientali nei cuori e nelle menti dei Padri confratelli, dei fedeli cristiani e di vari musulmani, ha desiderato incontrare da vicino P. Rondinelli e visitare, in forma privata, il suo “Romitorio”. Nella visita il Custode, provenendo in autovettura da Napoli, è stato accompagnato dal Frate siriano, P. Francesco Maria SHAMIEY, e da P. Sergio GALDI D’ARAGONA, Commissario di Terrasanta per la Campania e la Calabria.
Arrivati a Francavilla poco prima di mezzogiorno, i tre Frati ospiti sono stati premurosamente accompagnati da P. Tarcisio, da Vincenzo Davoli, da Giuseppe Pungitore e da Foca Fiumara, a visitare anzitutto la chiesa Matrice di San Foca e quella della Madonna delle Grazie, e poi ad ammirare gli angoli e gli edifici più pittoreschi dei Ruderi di Pendino (anfiteatro, Pagliarola, antichi frantoi oleari, Calvario greco-bizantino ..).
Il Sindaco di Francavilla Angitola, avv. Giuseppe Pizzonia, e il Comandante dei Vigili Urbani, Giulio Dastoli (che proprio nel mese passato aveva simpaticamente conosciuto a Milano il Commissario di Terrasanta, Frate Sergio Galdi) hanno salutato e dato il benvenuto in paese ai tre Padri francescani.
   Finalmente i religiosi ospiti sono arrivati alla meta principale della loro visita, l’Oasi francescana di Pendino ossia il Romitorio dove ora abita P. Rondinelli. Partendo dal giardinetto antistante il portoncino d’accesso al Romitorio, Padre Tarcisio ne ha mostrato le stanze, i disimpegni, la scaletta interna, la cucina, il refettorio, i servizi. Tutti i vani della casa sono semplici e di piccole dimensioni, ma abbelliti e adornati da pregevoli opere artistiche ed oggetti vari d’arredamento (dipinti, stampe, vetrate, lampadari, tavolini, sediolini), quasi tutti realizzati dalle abili mani di P. Tarcisio. Un po’ dappertutto compare il marchio della Croce di Gerusalemme (la croce grande potenziata, e una crocetta greca in ciascuno dei quattro quadranti), come per ribadire che il Romitorio di Francavilla è concretamente e spiritualmente legato alla Custodia francescana di Terrasanta.
   Conversando con il Custode P. Patton e con i due confratelli, Padre Tarcisio ha voluto illustrare altre due iniziative da portare a termine a Francavilla Angitola, e che gli stanno particolarmente a cuore:
1) l’installazione, in un punto idoneo del paese, del gruppo monumentale contenente le statue di Mosè, San Foca e del serpente bronzeo attorcigliato a un bastone (prefigurazione di Cristo crocifisso) ad imitazione di quello eretto dai Francescani sul Monte Nebo (Giordania);
2) realizzazione, in un fabbricato vetusto (adiacente al Romitorio e da restaurare opportunamente), di un’esposizione permanente di libri illustranti capolavori della pittura, scultura e architettura, e di una mostra di oggetti artistici vari (quadri, pirografie su legno, stampe e opere grafiche).
   Il Padre siriano Francesco Maria, rivolgendosi ai francavillesi con un linguaggio italiano abbastanza fluente, si è compiaciuto di presentarsi non solo come “figlio” di San Francesco d’Assisi, ma anche come nativo di Damasco, luogo della conversione di Paolo, Apostolo delle Genti. Poi, contento di aver potuto incontrare l’anziano ed attivo Frate Minore francavillese, si è intrattenuto a dialogare con lui, parlando spesso in arabo, chiamandolo affettuosamente Abuna Tarcisio. I reverendissimi Padri si sono vivamente congratulati con il confratello P. Tarcisio per le sue benemerite iniziative già felicemente attuate e per gli altri due progetti, sopra menzionati, da realizzare quanto prima a Francavilla.
   Quindi P. Tarcisio, assecondato ed aiutato da alcune signore e signorine francavillesi, che hanno preparato antipasti, vivande e dolci, tipici della locale cucina contadina, ha offerto agli ospiti un gustoso pranzetto. Al fraterno e simpatico convivio, insieme alle solerti donne che avevano preparato i piatti ed apparecchiato la tavola, hanno partecipato alcuni uomini: il Sindaco, avv. Pizzonia, il Comandante dei Vigili Urbani, Giulio Dastoli, l’ing. Vincenzo Davoli, il fotografo Giuseppe Pungitore, Foca Fiumara, Vincenzo Tino, Carlo Pallone, Domenico Veneziano (congiunto di P. Tarcisio, nonché fratello di una Suora francescana elisabettina, canonicamente aggregata all’Ordine dei Frati Minori, proprio quello degli illustri ospiti.
I tre Frati hanno cordialmente salutato e ringraziato quanti avevano preparato e cucinato le gustose vivande; e il Reverendissimo Custode, P. Francesco Patton, ha simpaticamente rivelato ai francavillesi presenti che anche nel suo piccolo paese natio nel Trentino si raccontava una leggenda della “chioccia con i pulcini d’oro” simile a quella dell’antica Francavilla.
   Prima del congedo finale, P. Tarcisio ha voluto mostrare ai confratelli ospiti la bozza di stampa del suo ultimo libro.  Quindi ha consegnato a ciascun Padre copie di tutti i suoi libri già pubblicati. Analogamente l’ing. Davoli e Giuseppe Pungitore hanno donato ai tre Frati Minori, il loro libro “Il popolo di Dio in cammino” dedicato ai Parroci e Sacerdoti di Francavilla nel Novecento e perciò contenente anche la biografia di P. Rondinelli, ed il volume “I nostri anni 10 anni”, rassegna di foto e articoli apparsi sul sito www.francavillaangitola.com, che diffonde ai visitatori,“followers”sparsi nel mondo, informazioni sulle varie iniziative ed attività realizzate e promosse da Padre Tarcisio. Speriamo che codesti illustri Padri francescani tornino a Francavilla per l’inaugurazione del Monumento a Mosè, a San Foca e al “Serpente di Monte Nebo”, nonché per l’apertura dei locali restaurati adiacenti al Romitorio.

                                                                                            Testo di Vincenzo Davoli
                                                                                            Foto di Giuseppe Pungitore

 

ANTONIO  CORAPI 
CARABINIERE   MEDAGLIA  D’ARGENTO  AL VALOR MILITARE


Nacque il 17-7-1912 a Catanzaro, rione Gagliano, da Salvatore, originario di San Sostene, e da Barberio Maria Rosa; Antonio era il secondogenito della famiglia Corapi; prima di lui era nato, l’8-3-1911, il fratello Domenico. La prima fanciullezza dei due fratellini fu dolorosamente segnata dalla morte del loro padre. Salvatore Corapi, Soldato di fanteria del 48° Rgt. “Ferrara”, Salvatore partecipò alla I guerra mondiale e combatté sul fronte del Carso. Purtroppo colpito da qualche malattia (forse la febbre “spagnola” che si diffuse in Europa sul finire dell’estate 1918) rientrò a Catanzaro, dove morì il7-12-1918. Giustamente il nome di Salvatore Corapi compare nell’Albo d’onore dei Caduti di Calabria nel 1° conflitto mondiale.
La scomparsa di Salvatore fu un colpo durissimo per la giovane vedova Maria Rosa e per i due orfanelli Domenico e Antonio; nondimeno i Corapi affrontarono con coraggio e con dignità la situazione difficile in cui erano precipitati dopo la morte del capofamiglia. Addirittura, con un’iniziativa lodevole, la vedova Corapi prese in adozione un povero ragazzino, di nome Luigi Dolino, anch’esso orfano di guerra, e con l’aiuto di parenti l’allevò come se fosse il terzo suo figliolo.
   Antonio fin dall’adolescenza era ansioso di scoprire la verità nelle varie vicende umane, e perciò aspirava a fare, da adulto, il carabiniere. Nel 1930 a Roma iniziò a frequentare un corso della scuola allievi carabinieri. Arruolato finalmente nell’Arma Benemerita, di sicuro prestò servizio come Carabiniere in alcune località italiane, anche se oggi si ricordano unicamente le sue presenze nella Legione Carabinieri di Livorno e in qualche caserma di Ravenna; nello Studio fotografico Bezzi di tale città romagnola, il nostro fece le consuete foto in divisa militare. Prima di partire per l’Africa¸Antonio conobbe, frequentò e s’innamorò di Giuseppina Zinzi, giovane donna di Catanzaro. Animato da serie intenzioni, Antonio promise a Giuseppina di sposarla non appena le rigide norme sui matrimoni dei militi dell’Arma dei carabinieri glielo avrebbero consentito. Ma quando l’Italia mosse guerra all’Etiopia, Antonio dovette partire per l’Africa Orientale. Del periodo trascorso in Africa da Antonio Corapi sappiamo soltanto che era stato aggregato alla 193ª Sezione Carabinieri Reali operante nella zona della capitale Addis Abeba; negli ultimi mesi di permanenza in Africa prestò servizio presso il Comando Carabinieri Reali insediato in Addis Abeba.  A Catanzaro Giuseppina Zinzi, rattristata per la lontananza di Antonio, cadde in una profonda depressione; temendo poi, in maniera del tutto infondata, che il fidanzato volesse lasciarla, soffrì così tanto che addirittura ne morì di crepacuore.
   Il servizio del carabiniere Cantafio nell’Etiopia assoggettata sotto il dominio italiano si concluse in maniera assai tragica il 19-02-1937 nella città di Addis Abeba, durante la convulsa sparatoria ed il forsennato trambusto scoppiati dopo il fallito attentato contro il viceré Maresciallo Graziani. Il 7 gennaio 1937 Graziani aveva lasciato Addis Abeba per intraprendere un viaggio di ben tremila chilometri attraverso tante regioni e città del neonato Impero italiano d’Etiopia (Neghelli, Dolo, Mogadiscio, Giggiga, Harar, Dire Daua) con il preciso scopo di dimostrare all’opinione pubblica mondiale, e soprattutto a quella più ostile nei confronti dell’Italia, che le vie di comunicazione dell’impero erano percorribili e sicure in tutti gli angoli del vasto territorio etiopico. Quando l’11 febbraio Graziani fece ritorno ad Addis Abeba, gli giunse all’orecchio la diceria, secondo cui gli etiopici, non avendolo visto da molto tempo, si erano convinti che il viceré fosse morto e che comunque gli italiani di Addis Abeba avessero ormai le ore contate poiché molti uomini di Ras Destà, il più agguerrito ed accanito antitaliano dei grandi capi abissini, disponendo di armi moderne e automatiche, erano pronti a riconquistare la capitale. Per smentire inconfutabilmente queste false notizie Graziani intervenne il 17 febbraio alla cerimonia di sottomissione e di fedeltà all’Italia di 34 dignitari e notabili indigeni; e poiché essi tutti di razza amarica (quindi assai invisi ai Galla, ai Sidama e ai musulmani dell’Harar) Graziani pronunciò un discorso particolarmente violento contro gli usurpatori Amara, invitandoli perentoriamente ad abbandonare i territoriche avevano occupato a danno delle popolazioni che da secoli vi risiedevano. Due giorni dopo, il 19 febbraio, in occasione di una festareligiosa assai importante per i copti, la Purificazione della Vergine, nel corso della quale il Negus era solito donare a ciascun povero della capitale una moneta in elemosina, il viceré Graziani volle celebrare la ricorrenza in maniera spettacolare. Poiché qualche giorno prima era nato Vittorio Emanuele, figlio del principe Umberto di Savoia e pertanto erede al trono imperiale italo-etiopico, in omaggio al principino neonato, ma soprattutto per dimostrare che il governo italiano era ben più generoso delgoverno negussita, Graziani decise di distribuire a ciascun povero due talleri, un’elemosina nettamente superiore alla piastra che il Negus soleva distribuire (la moneta di una piastra era soltanto un sedicesimo del tallero).
   La distribuzione dei talleri si svolse nel giardino antistante l’ingresso al Piccolo Ghebbì, sede del Governo generale dell’A.O.I.-Africa Orientale Italiana. In cima alla gradinata di accesso al palazzo stava Graziani con varie autorità italiane, con alcuni capi abissini (amici fidati dell’Italia), con funzionari e giornalisti italiani, tra cui Ciro Poggiali, inviato del Corriere della Sera, testimone oculare dell’attentato, in cui peraltro riportò anche lui qualche leggera ferita. Assistevano alla cerimonia, disposti in tre file, a una quindicina di metri dai primi scalini della gradinata, i 200 notabili abissini presenti in quei giorni ad Addis Abeba. Alle loro spalle stava la folla dei circa 2500 mendicanti, poveri, storpi, ciechi, lebbrosi, radunati apposta per ricevere i talleri donati da Graziani. La distribuzione dei talleri, iniziata alle 11, avveniva col seguente rituale: ogni mendicante si avvicinava ad un tavolo, s’inchinava, baciava la terra e tendeva la mano, nella cui palma un carabiniere indigeno (zaptiè) faceva cadere i talleri. Con tale procedura per completare la distribuzione delle monete ci voleva un bel po’ di tempo. Sul far del mezzogiorno gli attentatori scagliarono la prima bomba, che andò a colpire il cornicione della pensilina sotto cui stazionavano Graziani e le autorità; tuttavia molti, non avendo visto il bagliore dell’esplosione, scambiarono il botto per il rituale colpo di cannone chesegnalava il mezzogiorno. Dopo la prima bomba gli attentatori ne scagliarono altre sette o otto, che colpirono e ferirono, più o meno gravemente, sia Graziani, sia quelli che gli erano accanto. Come si venne a sapere alcuni mesi più tardi, gli autori dell’attentato, eseguito lanciando delle bombe Breda, furono due giovani eritrei che ai tempi del Negus avevano lavorato, uno all’ufficio del catasto e l’altro, come interprete, al consolato italiano di Addis Abeba. Nell’attentato il ferito più grave fu il generale Liotta, che ci rimise una gamba e perse l’occhio destro; Graziani invece fu colpito sulle spalle e sul posteriore delle gambe da numerosissime (350) schegge schizzate fuori da una bomba che era esplosa proprio alle sue spalle. Il viceré, svenuto per il dolore e con le terga sanguinanti,fu subito trasportato al nosocomio meglio attrezzatodella capitale, il cosiddetto Ospedale Italiano (perché era stato fondato nel 1932 dall’associazione Italica Gens); là fu prontamente operato per tamponare l’emorragia dall’arteria femorale destra e quindi sottoposto a vaccinazione antitetanica. Rimase tuttavia ricoverato in ospedale ancora per diversi giorni finché non gli furono estratte tutte le schegge, per poi curaree far cicatrizzare le relative ferite diffuse sul dorso del corpo.
 Nel luogo dell’attentato, la gradinata sul cortile d’accesso al Piccolo Ghebbì, mentre gli altri feriti dalle bombe venivano soccorsi ed accompagnati al vicino ospedale Vittorio Emanuele III, i carabinieri e i soldati di guardia, dopo i primi momenti di panico e d’indecisione, provvidero dapprima a sprangare i cancelli e le uscite dal parco per evitare la fuga degli attentatori, e poi con l’aiuto dei rinforzi - sia certi avieri italiani sopraggiunti da una vicina caserma, sia diversi libici (i cosiddetti spahis, i famosi cavalieri musulmani, acerrimi nemici degli abissini copti cristiani) – aprirono il fuoco contro gli etiopi lì presenti, spingendoli ad entrare nelle sale del Ghebbì. Le sparatorie, le colluttazioni e le perquisizioni nel cortile e nelle sale del Ghebbì si protrassero per quasi tre ore. Nel primo bilancio delle vittime dell’attentato si contavano circa cinquanta feriti (insiemeai già citati Maresciallo Graziani e gen. Liotta, altri Ufficiali, autorità civili, notabili fascisti, alcuni abissini collaborazionisti, l’abuna Petros (alto prelato copto) e 4 giornalisti (tra cui il già citato Poggiali). I morti erano sette: 4 italiani (ossia un carabiniere, due soldati di sanità e un civile, il tecnico addetto agli altoparlanti della manifestazione); 3 indigeni (ossia duezaptiè-carabinieri eritrei e un chierico al seguito dell’abuna copto).
   Fuori del Ghebbì e in tanti quartieri di Addis Abeba, già nel primo pomeriggiodel 19 febbraio ’37 gli italiani scatenarono una feroce rappresaglia che si concluse solamente il 21 febbraio dopo tre giorni di efferati eccidi ai danni degli abissini di ogni età e ceto sociale, e di entrambi i sessi. Nel suo “Diario AOI. 13 giugno 1936 – 4 ottobre 1937”, scritto in quel periodo, ma pubblicato nel 1971 da Longanesi, Milano, Ciro Poggiali annotò: “Tutti i civili che si trovano ad Addis Abeba, in mancanza di una organizzazione militare o poliziesca, hanno assunto il compito della vendetta condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada. Vengon fatti arresti in massa; mandrie di negri sono spinti a tremendi colpi di curbascio come un gregge  ….. Vedo un autista che dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara ed innocente”.
Lo storico californiano Harold Marcus (“History of Ethiopia”-Univ. Californ. Press, Berkeley 1994) per descrivere il massacro di quei giorni parla di un vero e proprio “progrom” perpetrato dai fascisti italiani contro gli abitanti indigeni di Addis Abeba, indiscriminatamente uccisi, o bruciati vivi nei tucul e nelle capanne, o abbattuti dai fucili, mentre tentavano di uscirne vivi. Autisti italiani rincorrevano i malcapitati abissini per investirli con i loro camion o ne trascinavano i corpi fino alla morte dopo averli legati coi piedi al rimorchio. Donne venivano frustate a sangue, uomini evirati, bambini schiacciati sotto i pesanti scarponi militari.
   Sui quotidiani italiani del 21-2-37 venne diramata la nota dell’agenzia Stefani sull’attentato di Addis Abeba, minimizzando quanto più possibile l’entità dell’accaduto: “Alcune bombe a mano lanciate ad Addis Abeba durante una cerimonia / Il Maresciallo Graziani lievemente ferito / Il generale Liotta e l’abuna Cirillo colpiti più seriamente, al termine della distribuzione di regalie ai poveri di Addis Abeba, in omaggio alla nascita di S.A.R. il Principe di Napoli, da un gruppo di individui, infiltratisi tra i poveri, venivano lanciate alcune bombe a mano”.Sulla “Stampa” di Torino seguiva un breve commento che partiva con l’annuncio: Graziani è salvo!, proseguiva con gli auguri di guarigione rivolti al Comandante superiore dell’Aviazione in A.O.I. generale Liotta e si concludeva con le parole: L’atto isolato rientra nel campo della criminalità spicciola contro cui le nostre autorità dispongono di adeguati mezzi di prevenzione e repressione. La punizione sarà esemplare, la giustizia fascista sarà inesorabile, specie dopo le infinite prove di larga generosità.
Sui giornali del 22 febbraio apparivano le seguenti notizie: Le condizioni del Vicerè Maresciallo Graziani sono sempre più soddisfacenti. Anche quelle del generale Liotta sono migliorate (mentre in realtà ci aveva rimesso un occhio ed una gamba) … La polizia ha proceduto a duemila fermi (questa era la reazione ad un atto isolato?) … Squadre di fascisti hanno ripulito taluni quartieri sospetti della capitale. La massa della popolazione si mantiene tranquilla. In verità dal 19 al 21 febbraio in Addis Abeba, secondo le stime più attendibili furono uccisi e, in diversi modi, trucidati circa tremila etiopici; e per controllare i 90.000 indigeni ivi abitanti erano presenti nella capitale ben 30.000 nostri militari, tra nazionali e coloniali. I giornali italiani non parlarono di altri feriti, né tantomeno ricordarono i 4 nostri connazionali (3 militari ed uno civile) vittime dell’attentato.
   Finalmente nella prima decade di marzo con la pubblicazione del bollettino n. 20, riportante i nomi dei militari Caduti in Africa Orientale nel mese di febbraio 1937, tra i deceduti in seguito a ferite riportate in operazioni di polizia furono citati: il Carabiniere reale Antonio Corati (Cagliano di Catanzaro), e i soldati di sanità Vincenzo Lazzarini (Milano) e Marcello Barisan (Farra di Soligo, prov. Treviso). Prescindendo dagli errori di trascrizione del cognome (Corati anziché Corapi) e del luogo di provenienza (Cagliano anziché Gagliano), si trattava proprio dei tre militari italiani vittime del fallito attentato contro Graziani: il carabiniere Antonio CORAPI, catanzarese di Gagliano, e i due soldati di sanità del Norditalia. Dopo tale generica comunicazione pubblicata dai giornali del 9-3-1937, il successivo 7 aprile il Ministero della Guerra inviò da Roma all’Ufficio di Stato Civile di Gagliano, frazione di Catanzaro, copia dell’originale atto di morte di Antonio Corapi; l’atto di morte fu trascritto il 14-4-1937 al n. 1 della Parte II, serie C del registro morti di Gagliano del 1937. In sintesi tale documento certificava che il 19-2-1937, alle ore 13,15 nell’ospedale da campo n. 2419 di Addis Abeba, mancava ai vivi il carabiniere Antonio Corapi, della 193ª Sezione CC.RR..Il defunto, figlio del fu Salvatore e di Barberio Maria Rosa, nato il 17-7-1912 a Catanzaro, era celibe; era morto in seguito a ferita, d’arma da fuoco, nella regione toracico-addominale. L’atto di morte, firmato in originale del direttore dell’ospedale, il Maggiore medico Angelo Fusco, attestava inoltre che la salma di A. Corapi era stata sepolta nel cimitero europeo, come risultava dalla dichiarazione del Tenente Cappellano Cesare Caronia.
Purtroppo quel documento, pur contenendo tanti dati precisi e dettagliati, non diceva nulla sull’episodio in cui Corapi era stato colpito da un’arma da fuoco, né indicava il luogo, né tantomeno gli uomini che l’avevano così gravemente ferito. Ma il 19-2-1937 l’evento cruciale successo ad Addis Abeba era stato l’attentato contro il Vicerè Graziani che si trovava sulla scalinata d’accesso al Piccolo Ghebbì. Per compiere la loro impresa gli attentatori lanciarono delle bombe, ma non portavano fucili o rivoltelle; tutt’al più potevano nascondere dei pugnali o altre armi bianche. Al contrario, quelli cheimbracciavano fucili, moschetti e pistole erano i carabinieri del servizio d’ordine, gli avieri e gli spahis sopraggiunti, e qualcuno degli Ufficiali intervenuti alla cerimonia. Siccome il povero Corapi era stato colpito da un’arma da fuoco, e non da schegge di bomba, verosimilmente rimase vittima del “fuoco amico”. Dopo che gli attentatori lanciarono le loro bombe, i militari del servizio d’ordine si precipitarono a sprangare le uscite dal parco del Ghebbì per evitare la fuga degli attentatori e fermare gli abissini tumultuanti e in preda al panico. Sennonché nel trambusto generale, dopo lo scoppio delle bombe, furono proprio i militari del servizio d’ordine ed i sopraggiunti a rinforzo (carabinieri, avieri, spahis, zaptiè) quelli che cominciarono a far fuoco, sparando all’impazzata. Purtroppo il carabiniere Corapi fu presumibilmente la prima vera vittima dell’attentato, che era iniziato a mezzogiorno del 19 febbraio. Colpito all’improvviso da un’arma da fuoco, egli era stato soccorso e portato all’ospedale da campo n. 2419 (ovvero all’ospedale Vittorio Emanuele III, molto vicino al Piccolo Ghebbì). Ma il nostro giovane carabiniere come sta scritto nell’atto di morte, alle ore 13,15 era già spirato.
Per la famiglia Corapi, e specialmente per la Signora Maria Rosa Barberio, che già nella guerra 1915-18 aveva perso il marito Salvatore, la drammatica e prematura scomparsa del figlio Antonio fu un’immensa tragedia. Per confortare l’afflitta madre i Carabinieri le inviarono la cassetta con gli effetti personali del Caduto; la cassetta conteneva anche la medaglia commemorativa con gladio romano concessa dal Regno d’Italia a tutti coloro che avevano partecipato alle operazioni militari in Africa Orientale (1935-36). La medaglia commemorativa era stata conferita al Carabiniere Corapi in data 20 ottobre 1936 da Benito Mussolini, in qualità di Ministro della Guerra. In effetti la medaglia consisteva in una croce greca in rame, riportante al diritto, sulle braccia orizzontali, la scritta MERITO DI GUERRA. Sul braccio verticale superiore era riportato il monogramma coronato di Vittorio Emanuele III, che aveva istituito la decorazione; sul braccio verticale inferiore c’era invece un gladio romano, invaso da foglie d’alloro. Il retro della croce raffigurava al centro una stella a cinque punte irradiante sulle 4 braccia della croce. In realtà la medaglia con gladio romano era un semplice distintivo concesso a tutti i militari inviati in Africa Orientale; ma giustamente il Carabiniere Antonio Corapi meritava una ricompensa assai più prestigiosa. Come orfano di guerra avrebbe potuto evitare di svolgere il servizio militare, ma affascinato dall’Arma Benemerita volle servire la Patria come Carabiniere. Avendo poi sacrificato la sua giovane vita per salvaguardare l’incolumità del Maresciallo Graziani, gli doveva essere attribuita un’onorificenza di alto livello. Cosicché in data 21-7-1938, con decreto di Benito Mussolini, che allora gestiva ad interim il Ministero dell’Africa Italiana, alla memoria di Antonio Corapi fu concessa la Medaglia d’argento al valor militare. Ma non volendo presentare il nostro carabiniere come un uomo delle forze dell’ordine rimasto vittima dell’attentato, ideato per uccidere il massimo rappresentante dello Stato italiano in Africa Orientale, ossia il Viceré Rodolfo Graziani, la Medaglia d’argento concessa a Corapi venneaccompagnata da una motivazione costruita ad arte, formalmente verosimile, ma sostanzialmente falsificata. Sulla Gazzetta Ufficiale n. 66 del 18-3-1939 fu pubblicato il suddetto decreto del 21-7-38 che concedeva la seguente ricompensa al valor militare per operazioni guerresche in Africa Orientale: Medaglia d’argento al valor militare coll’annessovi soprassoldo di Lire Duecentocinquanta annue al Carabiniere del Com.do [Comando] gruppo CC. RR. [Carabinieri Reali] Addis Abeba (Alla memoria) – CORAPI Antonio   fu   Salvatore   da   Catanzaro “Venuto a conoscenza che un indigeno armato di fucile mitragliatore si aggirava minaccioso fra alcuni tucul del villaggio sparando all’impazzata, accorreva immediatamente sul luogo con altri tre compagni, e nell’intento di catturarlo, lo affrontava sprezzante del pericolo, allo scoperto, malgrado fosse preso di mira dal fuoco aggiustato del facinoroso. Colpito a morte e trasportato all’ospedale vi decedeva poco dopo, dicendosi lieto del sacrificio, compiuto per la Patria. Nobile esempio di dedizione al dovere e di elette virtù militari – Addis Abeba 19 febbraio1937”.
In verità quel giorno Corapi non si trovava in nessun villaggio di tucul, ma prestava servizio di guardia nel Piccolo Ghebbì per la consegna di regalie ai mendicanti abissini. In quei giorni Addis Abeba era presidiata da circa 30.000 militari, tra nazionali e coloniali, per cui nessun indigeno poteva andare in giro armato di fucile mitragliatore; tutt’al più qualcuno, come i due attentatori eritrei, poteva nascondere nelle sue tasche qualche bomba a mano o qualche pugnale. Poiché nella sparatoria erano stati uccisi, oltre a Corapi, altri tre italiani, ossia i due soldati di sanità ed un civile, il tecnico degli altoparlanti, questi tre uomini furonoindicati nella motivazione, non come commilitoni, ma più genericamente come “tre compagni”accorsi insieme al carabiniere Corapi per affrontare il fantomatico indigeno armato di fucile.
   Sulla tragica vicenda della morte di Corapi vorrei mettere in evidenza una strana “dimenticanza” a pag. 260 dell’Albo d’oro dei Caduti per la fondazione dell’impero, grosso volume stampato nel 1940 dall’Istituto Poligrafico dello Stato, che ricorda tutti gli italiani Caduti in quella campagna di guerra (anni 1935-36-37), elencati in base alla provincia di nascita. In quel volume, edito da un Ente rinomato qual è il Poligrafico di Stato, di ciascun Caduto erano indicati: cognome e nome; paternità, specificando con “di” il nome del padre ancora vivente, e con “fu” quello del padre defunto; il grado militare e il Corpo di appartenenza; l’anno ed il comune di nascita; i dati di morte (giorno, mese, anno, luogo e causa del decesso); in ultimo venivano dettagliatamenteregistrate tutte le eventuali onorificenze a ciascuno attribuite (Medaglie d’oro, Medaglie di argento. Medaglie di bronzo, Croci di guerra) riportando la relativa motivazione di accompagnamento. Ma nel caso di Corapi manca la prestigiosa Medaglia d’argento che gli era stata conferita nel 1938; forse perché non si ritenne opportuno pubblicare in un libro ufficiale una motivazione così palesemente artefatta. Perciò a pag. 260 dell’Albo d’oro riguardo al nostro Caduto furono stampate semplicemente queste poche righe:
“CORAPI   ANTONIO
Fu Salvatore
Carabiniere – Nato il MCMXII a Catanzaro
Deceduto il XIX Febbraio MCMXXXVII-XV  - Ospedale Vittorio Emanuele III
di Addis Abeba per ferite in combattimento”

Confrontando i tre documenti ufficiali che raccontano le circostanze della morte del Carabiniere Antonio Corapi, notiamo che il suo estremo sacrificio è stato descritto con tre diciture differenti: “per ferite in combattimento” (nell’Albo d’Oro dei Caduti pubblicato nel 1940);“morto in seguito a ferita d’arma da fuoco” (nell’atto di morte redatto nel febbraio 1937 in Addis Abeba);“preso di mira dal fuoco aggiustato del facinoroso, colpito a morte ,,,” (nel decreto del 1938 per la concessione della Medaglia d’argento al valore militare). La versione più attendibile è senza dubbio la seconda, quella riportata nell’atto di morte.
  Antonio Corapi è stato solennemente rievocato sabato 20 ottobre 2018 a Serra San Bruno (provincia di Vibo Valentia, diocesi di Squillace); al suo nominativo glorioso è stata intitolata la sede locale del Comando Compagnia Carabinieri. Il momento clou della cerimonia è stato lo scoprimento della lapide marmorea riportante la motivazione di concessione della Medaglia d’argento al valor militare al Carabiniere Caduto; fungeva da madrina la signora Ida Ingenito di Catanzaro, vedova di Antonio Corapi junior, figlio del fu Domenico, e quindi nipote ed omonimo del Carabiniere commemorato. Intervenuto insieme ad altri congiunti del Caduto, un altro figlio del fu Domenico, ossia Gregorio Corapi, ha donato alla sede Comando Compagnia, ora intitolata al valoroso zio, un bel ritratto fotografico di zio Antonio effigiato in divisa di Carabiniere.  Alla cerimonia sono intervenute numerose autorità militari, civili e religiose ed in particolare: il gen. di brigata Vincenzo Paticchio, comandante regionale in Calabria dell’Arma Carabinieri; il ten. col. Gianfilippo Magro, comandante provinciale dell’Arma a Vibo Valentia; il comandante di stazione Carabinieri di Serra San Bruno, Giuseppe Domenico Grillo; l’arcivescovo di Catanzaro-Squillace, mons. Vincenzo Bertolone; il Prefetto di Vibo Valentia, dottor Giuseppe Gualtieri; il Sindaco di Serra San Bruno, Luigi Tassone, con altri Sindaci del circondario. Tutti hanno apprezzato l’iniziativa dell’Arma Carabinieri di intitolare alcune caserme o altre sedi di comando a figure prestigiose della Benemerita, quale fu appunto la Medaglia d’argento al valor militare, carabiniere Antonio Corapi.

Ing. Vincenzo Davoli

FOTO ARCHIVIO FAMIGLIA CORAPI

 

"Antologia Francavillese - Racconti e Storie di Famiglie e Personaggi

del Paese del Drago"

 

Amerigo Fiumara promuove l'iniziativa finalizzata alla pubblicazione, con la fattiva collaborazione  del sito internet www.francavillaangitola.com, e di tutti i Francavillesi che vorranno condividerla, di una "Antologia Francavillese" (storie di famiglie e personaggi del Paese del Drago).
E’ richiesta la massima collaborazione da parte di tutti e di quanti se ne vorrà coinvolgere.
“Partire, quindi, dai nostri bisnonni per arrivare ai nostri nipoti,  che spesso disconoscono la loro provenienza, per esaltare la nostra straordinaria Comunità”.
“Scrivendo e andando a reperire anche le foto storiche significative di volti e luoghi che ci sono tanto cari”.
 A coordinare sarà lo Storico “nostrano” Foca Accetta,(foca.accetta@gmail.com) a cui si farà riferimento, che, supportato da Antonio Giancotti e da chi si renderà disponibile, ne curerà la "confezione".
Darsi da fare tutti per divulgare la notizia tra i  compaesani ovunque sparsi, con ogni mezzo a disposizione, e stimolare in loro la fattiva partecipazione all'iniziativa, sarebbe già un primo modo concreto per rendere fattibile quello che potrebbe divenire  uno strumento unico nel suo genere.
Senza porre limiti di tempo, attivare da subito la memoria e la ricerca del nostro passato familiare per riportarla nel presente . 

                        La Redazione del Sito     

 Per maggiori informazioni scrivere a: phocas@francavillaangitola.com

IL CINEMA A FRANCAVILLA.

Correva l'anno 1952, su iniziativa di Francesco Condello, alla quale furono coinvolti anche i fratelli, si realizzò la più importante opera culturale e sociale del dopoguerra a Francavilla, il cinema ITALIA.
Nonostante i dissidi politici, non vi fu opposizione a concedere il rudere comunale della secolare chiesa di Santa Maria degli Angeli.
Vi erano muri ben solidi e la struttura si manteneva quasi intatta. All'interno, erano visibili le arcate laterali. Detriti alti più di un metro coprivano il pavimento e le fosse comuni per i defunti. La porta d'ingresso era orientata verso sud, come quella di San Foca. Per i ragazzi, era il luogo adibito a fare i bisognini e per gli adulti per vari usi come vasche per la calce.
Non vi era il tetto, fu murato il portone principale per apporvi all'interno il telone dello schermo, Furono realizzate due porte, una piccola per l'entrata e una grande per l'uscita, entrambe sul lato di Corso Servelli, dove vi erano il'biviere' e a lato, verso sud, la fontana e il distributore di benzina. Fu realizzato l'abitacolo per la macchina di proiezione con porticina sul lato nord, sul quale fu costruito più tardi un coro-platea o loggione quando venne regolarmente tutto coperto da un tetto con tegole locali (ciaramidi) e soffitto con'perline' di legno.
La prima proiezione, senza il tetto, avvenne in estate con il film'L'Ebreo Errante', interpretato da un esordiente attore di nome Vittorio Gassman.
Durò 15 anni, memorabili gli ultimi anni con alla cassa il compianto Mario Condello, animo buono e sempre sorridente. Faceva entrare ragazzi e giovani privi di soldi, sorridente gli diceva:
'' Che cosa avete?', e la risposta era:''Niente o qualche noce, nocciola o castagna.''
Li faceva entrare come se avessero regolarmente pagato il biglietto. Grande bontà di una figura francavillese rispettata e da tutti riconosciuto come uomo onesto e incapace di fare del male o di offendere qualcuno. Era don Mario per quasi tutti, ma lui preferiva essere chiamato senza il don. Molti sono i ricorsi personali e amicali, nonostante il diverso posizionamento politico-ammnitrativo.
Terminate le proiezioni e chiuse le porte del cinema, era abitudine di don Mario e degli amici provenienti dal bar Barbina, fare la passeggiata notturna sotto i pioppi del Drago, sia per discutere sia per fare anche i bisognini, specialmente dietro il Calvario o nei pressi del primo ponte, dove una leggenda paesana narra che vi fosse la grotta con la chioccia c i pulcini d'oro.

Una sera, i giovani Foca Simonetti e Vincenzo Farina, combinarono uno scherzo al gruppo di amici, non certamente coraggiosi tanto che alcuni ironicamente erano definiti 'diarroici'. Nascosti nella grotta, cominciarono a emettere strani lamenti, parole incomprensibili, ma con gemiti di grande dolore e sofferenza, come se fossero feriti o addirittura moribondi. Successe lo scompiglio. Don Mario era dietro il Calvario a fare i bisognini e cappò con i pantaloni 'calati' per unirsi al gruppo, impugnando la grossa chiave della porta del cinema come se fosse una postola, altri impugnarono i 'chiavini' (chiavette), altri si domandavano se a lamentarsi fossero persone in pericolo, altri si nascosero dietro i pioppi, altri se la diedero a gambe invocando San Foca, il buio non consentiva di vedere bene, Joe Loiacono furioso diede alcune testate al tronco di un alberello, don Cosè restò immobile, assieme ad altri quattro, tra i quali qualcuno emise una sonora scorreggia. Terminati i lamenti, alcuni senza paura raggiunsero la grotta che trovarono vuota e capirono lo scherzo, altri si unirono e videro volare soltanto alcuni pipistrelli (surici con le ali).

E in poesia dialettale l'episodio fu così riportato:

Quàndu lu cìnama arrivàu
lu paìsi tùttu ribeḍàu,
dùva tàndu l’addobbàru
chiḍa chièsa si pigghjiàru
ca de l’àngiuli chiamàru
nta li tièmpi chi passàru.

Sièggi ‘e lìgnu chjiù filèra,
lu loggiùni pùru nc’èra,
la gènta currìa de sìra
cuòsi nuòvi pe vidìra
e cu l’uòcchi spalancàti
nto lenzuòlu projettàti
si vidìanu li firmàti,
si sentìanu li parràti
-benedìca cuòmu chjiòva,
ncùnu fùngiu mo si tròva
ca nèscia de chìḍa vànda
duv’èna la cèrza rànda.-
chìḍu firmàtu ci parìa
ca de vièru fòra chjiovìa.
*****

Quando il cinema arrivco/mise in subbuglio tutto il paese,/dove allora lo sistemarono/ scelsero quella chiesa che degli Angeli chiamarono/nei tempi che passarono./Sedie di legno con più file,/il loggione pure c'era,/la gente correva la sera/cose nuove per vedere/ e con gli occhi spalancati/nel lenzuolo proiettati/si vedevano i filmati,/si sentivano le parlate/-benedica, come piove, qualche fungo ora si trova/ che spunta da quella parte/dov'è la quercia grande./ quel filmato ci sembrava/ che davvero fuori poiovese./

------------

La sìra quàndu si chiudìa
tùtta quànta la cumpagnìa
a lu Ddràgu si nda jìa
nto scùru puòcu si vidìa,
mu divàcanu ḍà jìanu
mu pàrranu si sentìanu.

Nu sentièru ‘e pampinàzzi
non bastàva pè i lordàzzi,
si ntisa sùtta la grùtta
na vùci chi venìa brùtta.
-Cu ciàngia de sa manèra,
c’è ncùnu chi si dispèra.-
-Vùci ‘e fìmmina mi pàra,
mo si sènta nguscijàra,
pàra vùci de cotràra,
ncùnu l’àva de chjicàra.-
******

La sera quando si chiudeva/tutta quanta la compagnia/ al Drago se ne andava,/nell'oscurità poco si vedeva,/per defecare andavano,/parlare si sentivano./ Un sentiero di grandi foglie/non bastava per gli sporcaccioni,/si sentì sotto la grotta/una voce venire brutta./-Chi piange in qesta maniera,/ c'è qualcuno ched si dispera.-/-Voce di doinna mi pare/ora si sente lamentarsi,/ pare una voce di ragazza,/qualcuno deve raggiungerla.

-----------

Jìu ḍarrièdi lu Carvàriu
mu divàca lu dòn Màriu
e de ḍà si misa mu fùja
sènza màncu mu si stùja.

Si spagnàru Pìnu e Dìnu
ca vìttaru lu Peppìnu
pe’ pistòla a Nicolìnu
mu nci pòrgia nu chjiavìnu,
pe’ lu scrùsciu de na cimeḍa
ci scappàu la cacarèḍa
e si vitta lu Focùzzu
mu tìra lu curtieḍùzzu,
tremàva lu Cienzinùzzu,
parìa cuòmu nu ceḍùzzu
quàndu sbàtta l‘àli a mùzzu
pèmmu vòla poverùzzu,
ca si vìtta nta vianòva
vagnàtu sènza pèmmu chjiòva.

Mustafà cu dùi testàti
spaccàu dui chiùppi àti
ca lu vitta lu don Totò
e ci vinna lu trematò.
Na bùmba de piditùni
si ntìsa pe lu vaḍùni
e tùtti de ḍà sa fujìru,
la vùci pùru perdìru,
s’ardicàru, si spinàru,
ntìsaru ma non parràru,
cazzatùmbula pigghiàru
e tùtti si stroppijàru.

Cu viàtu a lu paìsi arrivàu
e lu sàntu Fòca pregàu,
cui cu li càzi calàti
fujìu nta chìḍi stràti,
patrannuòstri cu avimarìi
si sentìanu pe' chiḍi vii.
********

Andò dietro il Calvario/ per fare la cacca don Mario// e di là si mise a fuggire senza neanche pulirsi,/ Ebbero paura Pino e Dino/ nel vedere il Peppino/per pistola a Nicolino/ che gli porgeva una chiavetta,/ per il rumore di una cimella/ gli scappò la cacarella/ e si vide Focuccio/tirare un cortellino,/tremava il Cenzinuzzo,/ sembrava come un uccelluzzo/ quando sbatte le ali a casaccio/per volare poverino,/che si vide nella strada/bagnato senza che piovesse./ Mustafà con due testate/spaccò due pioppi alti/che lo vide il donj Totò/e gli venne il trematò,/ na bomba di scorreggia/si udì per il vallone/ tutti di là fuggirono,/la voce anche persero,/si vorticarono, si punsero con le spine/sentirono ma non parlarono/ capitomboli pigliarono/ e tutti si fecero male./ Chi subito al paese arrivò/e il San Foca invocò,/ chi con i pantaloni calati/ fuggirono in quelle strade,/padrenostri con avemarie/si sentivano per quelle vie.

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jùsu e sùpa li cùttùri
mpaticàru li virdùri
ca cuòmu lièbbra fujìanu
non sapìanu dùva jìanu,
cu parìa muòrtu ḍantèrra,
ḍà parìa na vèra guèrra.

Nu poèta li vèrsi dìssa
nta na lapidi si scrìssa:
-a chìḍi diarròici paisàni
chi fùrunu fòrti e sàni
cu li pìdita sparàru
pecchì tàntu si spagnàru
de li sùrici cu l’àli
nta la grùtta de stu viàli
e pe nòtra rànda glòria
si ricòrdanu nta stòria.-
Lapidi e grùtta sparìru
pùru i sùrici fujìru.
***********

Sotto e sopra le colture/calpestarono le verdure/che come lepri fuggivano/non sapevano dove andavano,/chi pareva morto a terra,/là sembrava una vera guerra./ Un poeta i versi disse/in una lapide si scrisse:/

' A QUEI DIARROICI PAESANI
CHE FURONO FORTI E SANI
CON SCORREGGIE SPARARONO
PERCHE' EBBERO TANTA PAURA
DEI PIPISTRELLI
NELLA GROTTA DI QUESTO VIALE
E PER NOSTRA GRANDE GLORIA
SI RICOPRDANO NELLA STORIA.'
Lapide e grotta sparirono
Pure i pipistrelli fuggirono.

Vincenzo Ruperto dal libro Canti, Chianti,e Risi edizioni Paprint

FILITALIA INTERNATIONAL METTE RADICI  NEL  VIBONESE


E’ una delle più grandi fondazioni per la promozione della cultura italiana nel mondo, con la sede principale a Philadelphia negli Stati Uniti, ma Filitalia international guarda anche verso la Calabria con l’apertura di nuove sedi e tra queste c’è anche quella di Vibo Valentia. Il chapter di Filitalia si pone come obiettivo quello di nutrire, incoraggiare, promuovere gli interessi e i diritti dei cittadini italiani e oriundi italiani, tramite organizzazioni, promozione e mantenimento di eventi e di attività sociali, culturali e umanitarie e dunque la provincia non poteva rimanere scoperta vista l’alta emigrazione che dal 1861 la persegue. Come sede della fondazione nella provincia di Vibo Valentia è stato scelto un paese simbolo dell’emigrazione calabrese all’estero, San Nicola da Crissa, anche perché molto legato al fondatore dell’associazione americana il cardiologo Pasquale Nestico originario di Isca sullo Ionio che nel 1987 insieme a un gruppo di italoamericani fondarono Filitalia. Nel 1991, Filitalia raggiunse l'ambito nazionale con l'aggiunta di diversi capitoli negli Stati Uniti del nord-est e nell’aprile 2007 ha raggiunto lo status internazionale. Attualmente, ci sono diversi capitoli negli Stati Uniti, in Canada e in Europa, al quale oggi si aggiunge anche la Calabria e Vibo Valentia. La missione di Filitalia è preservare e difendere il patrimonio e la cultura italiana, incoraggiando lo studio della lingua e fornendo eventi educativi per la comunità. La parola "Filitalia", infatti, significa "amore per l'Italia". Il piano prevede l’aiuto ai giovani associati attraverso un ampio programma di borse di studio, incoraggiamento per la conoscenza della lingua e della cultura italiana in tutto il mondo, promozione di eventi di networking per giovani e professionisti, solidifica la cultura attraverso eventi sportivi italiani, eventi sociali ed eventi umanitari. Anche per questo i primi ad aderire sono state persone che lavorano in questi campi, da quello universitario, passando alla medicina e per finire al mondo dell’associazionismo. In attesa del quadro dirigenziale definitivo, i fondatori di Filitalia international Vibo Valentia hanno nominato Presidente provvisorio Bruno Congiustì, editore del periodico La Barcunata, mentre gli altri quattro che faranno parte della commissione saranno l’ex funzionario del ministero dei Beni culturali Leonardo Martino, il tour operator Domenico Telesa, il fotografo Gregorio Riccio e l’editore del sito internet www.francavillaangitola.com  dei francavillesi nel mondo Giuseppe  Pungitore. Della squadra fondatrice di Filitalia Vibo Valentia, fa parte anche la presidente del Club per l’Unesco e di Medexperience Maria Loscrì, il direttore del Pronto Soccorso dello Jazzolino Enzo Natale, il docente Unical Rosario Chimirri, il ricercatore e professore Pino Cinquegrana, il dottor Paolo Tavilla e l’ex consigliere e delegato al comune di Roma Nicola Galloro.

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La Calabria raccontata da ESCHER

La Calabria, il Mito” è un’occasione per conoscere l’arte del genio olandese e l’influenza che l’architettura e i paesaggi calabresi ebbero sulla sua parabola artistica. Dal 20 novembre 2018 al 20 gennaio 2019, nel Complesso Monumentale del San Giovanni, la mostra “.
 “ESCHER. La Calabria, il Mito”, Arriva per la prima volta a Catanzaro la mostra curata da Federico Giudiceandrea e Domenico Piraina, che propone un percorso di 86 opere, alcune mai esposte in Italia come Fuochi d'artificio (1933), Sogno e Senglea (1935). 
Escher visitò l’Italia tra il 1922 e il 1936. In Calabria il grande artista si recò nel 1930, rimanendo colpito dal sole e dalla luce del Sud, dalle architetture geometriche dei paesaggi, dalle costruzioni verticali sulle rocce, dagli strapiombi sul mare, dalla stratificazione di culture antiche.
Tra le opere più importanti in mostra, testimonianza del suo viaggio calabrese ci sono Morano, Pentedattilo e Rocca Imperiale (tutte del 1930), le vedute di Scilla, Tropea, Santa Severina e Rossano del 1931. Luoghi e ricordi di Escher si potranno anche sfogliare in mostra grazie a un touch screen col diario del suo viaggio nel sud Italia.
Il ricordo della Calabria per Escher rimase indelebile, come testimonia Dream del 1935, in cui è ripresa la mantide religiosa che aveva disegnato a Pentadattilo cinque anni prima.

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Ricordi sparsi d'un tempo che fu.

DI VINCENZO ADOLFO RUPERTO
Don Giuseppe Farina sedeva sempre sul pianerottolo del suo alloggio UNRRA-Case in via Ten Servelli. Sempre sorridente ti salutava e sempre sorridente colloquiava. Donna Eugenia, sua moglie e levatriche comunale in pensione, stava difronte a lui, ma seduta dentro la stanza, stava china e pensierosa con le mani appoggiate sui bianchi capelli. Ero di casa, trattato come un familiare, il loro figlio Foca aveva sposato la zia Nina, sorella di mia madre.
L'occasione per parlare della famiglia Farina, è data da un ricordo elettorale. Giovincello di primo voto, ardente rivoluzionario
seguace dell'Ottobre Rosso, mi resi promotore di una lista elettorale che si doveva contrapporre alle liste con simboli MSI e DC. Per stringere e farla breve...., don Giuseppe si proclamava seguace del mio partito, sentiva radio Mosca e non perdeva nessun appuntamento e aveva lavorato sotto la guida di un illustre personaggio , l'on. Gennaro Miceli, allora ingegnere nel Consorzio di bonifica, del qualke aveva una stima immensa.
Accettò e firmò la candidatura, ma la lista si sciolse come neve al sole (episodio lungo a raccontare).
Fu proprio in quell'occasione che donna Eugenia, dopo avere letto una lettera del figlio Totò, mi disse 'io ti ho tirato e dopo un mese Totò ti ha fotografato'. Ho un vago ricordo di Totò, la famiglia Farina allora abitava nella casa dove oggi vi è Lorenzo Malta con la sua famiglia... Ho chiesto, poi, ai miei genitori se davvero ero stato fotografato alla vetusta età di un mese da Totò, era vero e la foto stento a pubblicarla, non voglio destare scandalo.
Mi piace riportare di Totò Farina uno scritto di Vittorio Torchia e ringrazio chi mi ha fornito le belle foto.
Tutte le vocazioni si erano ridestate e le inclinazioni melodiche , quasi innate, ma talmente abortite nel nostro borgo, avevano ora, finalmente, il quarto d’ora di notorietà e di consacrazione. Nemmeno di notte si stava più in pace. Solitari menestrelli ci furono sempre per le rare serenate ma ora, sotto ogni balcone dietro il quale dormiva o spasimava una fanciulla, sostavano orchestrine che sospiravano amori e languori.
Ma il solista di grido, l’unico, fu Totò Farina. Fiero, altero, rubacuori. Certe note prolungate del suo pistonino lasciavano incantati. Sul palco per la festa del protettore, era il gran mattatore. Mattatore di assoli e di duelli al gioco della scopa, e duravano questi ultimi dal pomeriggio all’indomani.
E’ notorio che una mattina la madre, donna Genia, levatrice comunale, uscita in giro per le solite visite, si rivide il figlio a giocare là dove l’aveva lasciato la sera avanti. Per cui, la poverina, quasi attristata, gli si avvicinò per raccomandargli di non sciuparsi la salute e d’andare a dormire
E’ rimasta anche notoria la risposta infuriata del figlio che perdeva al gioco
- Ma và lìgati ncùnu vudhièdhu, dàssami stara….- ( vai a legare qualche cordone ombelicale, lasciami in pace…
i Vittorio TORCHIA, poeta e scrittore francavillese. Dal 'Paese del Drago'- Barbaro Editore- Oppido M. RC- Prefazione di Antonio Piromalli.

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Filitalia international sbarca a Vibo

VALORIZZARE IL PATRIMONIO CULTURALE

La fondazione Filitalia international sbarca a Vibo Valentia attraverso un nuovo direttivo eletto nei giorni scorsi. Presidente è stato eletto Nicola Pirone, vice Enzo Natale e Rosario Chimirri, Segretario Maria Loscrì, Tesoriere Paolo Tavilla e consiglieri: Nicola Galloro, Domenico Tallarico, Mimmo Greco, Bruno Congiustì, Gianfranco Schiavone, Caterina Valente e Vincenzo Davoli. Nonostante le elezioni si siano svolte a San Nicola da Crissa, questa volta non c’è stata nessuna denuncia da parte di soci e candidati sconfitti, così come avvenuto in altre associazioni del paese, segno della maturità e serietà da parte dei membri associati che hanno come unico obiettivo quello di lavorare insieme alla di la della carica e condiviso la stessa linea. Il direttivo rimarrà in carica per i prossimi 2 anni nel quale avrà il compito di valorizzare il patrimonio culturale, linguistico e tradizionale italiano. Le attività saranno svolte, nel rispetto delle disposizioni stabilite dalle leggi vigenti in materia di comitato, prevalentemente tramite le prestazioni volontarie, libere e gratuite degli aderenti. Il Chapter di Vibo Valentia dipenderà direttamente dalla fondazione che ha sede a Philadelphia negli Stati Uniti, fondata nel 1987 dal dottor Pasquale Nestico molto attivo e attaccato al territorio calabrese. Poiché il numero dei soci è illimitato, in accordo con gli altri chapter del mondo è stato deciso di prolungare il tesseramento fino al 31 di gennaio. Il Chapter è apolitico e non appoggia direttamente o indirettamente nessun candidato per cariche pubbliche locali, regionali o nazionali. Infatti, è fatto espressamente divieto di propaganda elettorale di qualsiasi candidato durante lo svolgimento delle attività. Gli obiettivi di Filitalia international saranno Nutrire, incoraggiare, promuovere gli interessi e i diritti dei cittadini italiani e oriundi per le attività estere, tramite organizzazioni,promozione e mantenimento di eventi e di attività sociali, culturali e umanitarie. Filitalia è stata fondata a Philadelphia, nel 1987 dal dottor Pasquale Nestico, e un gruppo di Italo-Americani. Nel 1991 Filitalia ha assunto scopi nazionali con la formazione di capitoli in Pennsylvania, New Jersey, New York e Massachusetts. Il 15 Aprile, 2007 e` divenuta International con la formazione di capitoli in Canada` ed Europa. Tramite i suoi tanti programmi la Filitalia aiuta i giovani per mezzo delle borse di studio, programmi di supervisione e incoraggia l’insegnamento della lingua e della cultura italiana. Promuove eventi, incontri, conferenze per giovani professionisti. Le attività previste dalla Filitalia su Vibo Valentia saranno presentate nelle prossime settimane, ma già ha iniziato i colloqui con le altre associazioni di promozione presenti sul territorio provinciale. Filitalia International chapter di Vibo Valentia potrà contare anche sulla visibilità mediatica attraverso il periodico La Barcunata, il sito www.francavillaangitola.com e la web tv dei Calabresi nel mondo www.kalabriatv.it della quale è già partner dallo scorso anno.  
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19/06/2005 ore 20,30:

Lo staff è lieto di annunciare che oggi, finalmente, è cominciata l'avventura sognata da mesi: viene pubblicato il nuovo sito: www.francavillaangitola.com, grazie alla tenacia di Giuseppe Pungitore, alla determinazione di Mimmo Aracri, alla saggezza dell'ing. Vincenzo Davoli e alla intraprendenza di Antonio Limardi jr. 

   

Per maggiori informazioni scrivere a: phocas@francavillaangitola.com