Benvenuti nel sito di Giuseppe Pungitore, dell'ing. Vincenzo Davoli, di Mimmo Aracri ed Antonio Limardi, punto d'incontro dei navigatori cibernetici che vogliono conoscere la storia del nostro meraviglioso paese, ricco di cultura e di tradizioni: in un viaggio nel tempo nei ruderi medioevali. Nella costruzione del sito, gli elementi che ci hanno spinto sono state la passione per il nostro paese e la volontà di farlo conoscere anche a chi è lontano, ripercorrendo le sue antiche strade.

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SCORCI DI NATALE A FRANCAVILLA - 2018

Alcune delle immagini ammirate a Francavilla nel periodo natalizio sono le luminarie ed il presepe allestito all’interno del Comune di Francavilla.


 

 

 

Nicola Pirone ricevuto dal presidente dell’ordine dei giornalisti cubani L’AVANA

- Un colloquio di oltre un’ora e mezza con al centro la stampa calabrese, italiana e cubana, si è svolto nel pomeriggio di martedì a L’Avana, capitale di Cuba. Nella sede della Upec (Unione dei giornalisti cubani), il presidente Ricardo Ronquillo e l’intero direttivo dell’organo nazionale di stampa, hanno ricevuto il nostro collaboratore Nicola Pirone, accompagnato dal produttore del notiziario di Cubavision Juan Gutierrez e da Yoima Acuña, mente del programma per bambini “Amanacer feliz”. Organizzatore dell’incontro è stato il giornalista cubano Carlos Manuel Serpa, il quale più volte ha apprezzato il modello di stampa italiano. È la prima volta in assoluto che un giornalista calabrese viene ricevuto con tutti gli onori dall’ordine dei giornalisti cubani. Durante l’incontro sono stati diversi i temi affrontati, dalla politica nazionale a quella internazionale passando per il giornalismo, con Cuba che si appresta a un cambio di tendenza. Particolarmente affascinante, per gli organi superiori del giornalismo cubano, è stato l’accostamento con la Calabria che fino a ora conoscevano solo grazie a qualche video di kalabriatv.it e le notizie, non sempre positive, pubblicate dai media internazionali. Nell’incontro si è parlato molto della nostra regione e di ciò che può offrire al mondo. In conclusione dei lavori il presidente della Upec Ronquillo ha regalato al giornalista calabrese il codice etico in dotazione alla stampa cubana e due manuali in uso agli studenti di giornalismo in Cuba, ricevendo in cambio la “Peperina” la penna calabrese a forma di peperoncino che proprio la web tv dei Calabresi nel mondo sta diffondendo. Infine, i membri della Upec, per una sempre più attiva collaborazione hanno invitato il giornalista della nostra testata a un incontro nazionale per il prossimo 28 gennaio, giorno in cui la stampa cubana celebra il pensatore José Martì. Inoltre, sono stati avviati dei contatti affinché kalabriatv sia vista in chiaro nell’isola, alla quale sarà dedicato uno spazio da concordare. <<È un momento storico per la Calabria e per i media che rappresento - ha commentato Nicola Pirone - perché finalmente anche all’estero il nostro lavoro è apprezzato. Insieme al presidente Ronquillo e al suo staff abbiamo intrapreso una serie d’iniziative che vedranno Cuba e la Calabria sempre più vicine. Abbiamo discusso delle varie analogie nei nostri mondi e sulle nuove strategie che la stampa cubana sta per intraprendere. Entrambi alla fine dell’incontro abbiamo espresso il desiderio di continuare ancora a lungo questa collaborazione, in particolare creando degli spazi informativi anche qui a Cuba. Hanno particolarmente apprezzato video e articoli pubblicati in questi mesi dove si è parlato del loro paese e riconosciuto ancora una volta la bellezza della Calabria>>. Infine, kalabriatv, sarà parte attiva di due distinti progetti che vedranno come protagonisti la Calabria e Cuba nei prossimi mesi di febbraio e aprile, in particolare modo i riferimenti saranno il quinto centenario della fondazione di Avana e il quinto centenario della canonizzazione di San Francesco di Paola, un Santo conosciuto anche nel paese caribeño, tanto da dedicare un intero quartiere nel quale oltre a tanti emigranti calabresi hanno vissuto anche lo scrittore Ernest Hemingway e il rivoluzionario Camilo Cienfuegos.

COMPIANTO  PER  L’IMMATURA  DIPARTITA  DI  P. ROCCO  BENVENUTO


Prima dell’alba dello scorso martedì 28 novembre, nella sua stanza presso il Convento dei Minimi adiacente alla Parrocchia di San Rocco – Santuario di San Francesco di Paola a Pizzo, è improvvisamente deceduto, vittima di un micidiale infarto cardiaco, il Rev.mo Padre Rocco BENVENUTO da Corigliano Calabro. La morte prematura (Padre Rocco aveva 58 anni) ha bruscamente interrotto il suo operoso cammino di Padre Minimo, di Sacerdote impegnato nel ministero presbiteriale, di studioso acuto e rigoroso della vita del Santo Paolano, di storico delle vicende dei vari rami dell’Ordine, di autore e scrittore di libri ed articoli, autentiche pietre miliari nella storiografia attinente all’umile frate calabrese, venerato come fondatore dell’Ordine dei Minimi, come intermediario di grazie a favore della povera gente, come soccorritore di chi si trova in pericolo (in qualità di Patrono dei marittimi italiani) e come celeste Patrono della Calabria e dei suoi figli e discendenti disseminati in tutti i continenti.
Come organizzatori dell’ultraventennale Festa della Gente di Mare in onore di San Francesco di Paola, dei numerosi incontri che abbiamo avuto il piacere di avere con Lui, ci piace ricordare il Suo magistrale intervento, sabato 17-7-2010 a Filadelfia, in occasione della 17^ edizione della Festa. Padre R. Benvenuto, che allora era Correttore provinciale dei Minimi, ossia il Padre Superiore della provincia religiosa di Calabria, Puglia e Messico, fu da noi invitato a svolgere la relazione ufficiale del convegno religioso-culturale che nel pomeriggio di quel giorno si svolse nell’Auditorium di Filadelfia. A quell’importante manifestazione, oltre alla folla di cittadini e di devoti al Santo Paolano, erano presenti diverse autorità ecclesiastiche, civili e militari e membri di varie associazioni: anzitutto Mons. Luigi Renzo, vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, con i due parroci di Filadelfia; i sindaci di Filadelfia e di Francavilla Angitola, rispettivamente ing. Francesco De Nisi e dottor Carmelo Nobile; il presidente del Consiglio comunale di Tropea (antica sede vescovile) Nino Valeri; il vice comandante Giuseppe Chiarelli della Capitaneria di Porto di Vibo Marina, il ten. col. Giovanni Legato della Guardia di Finanza/Reparto operativo aeronavale di ViboValentia; molti cittadini di Pizzo, tra cui i marittimi e i marinai dell’ANMI, accompagnati dal Maresciallo (CP) Domenico Malerba, terziari e fedeli guidati da P. Domenico Crupi (allora attivo a Pizzo), vari membri della Cooperativa “La voce del silenzio” al seguito del dottor Francesco La Torre e della compianta dott.ssa Adriana Maccarrone; giovani della Protezione Civile del Vibonese; il dottor Giovanni Bianco da Nicotera (altra sede vescovile) console del TCI e rappresentante della UGCI (giuristi cattolici del Lametino); ex-carabinieri e loro familiari, di Fuscaldo e Paola, guidati da Antonio Lo Gullo. Dopo la relazione del filadelfiese prof. Vito Rondinelli, Padre Benvenuto espose la sua relazione, intitolata “Attualità della Regola di San Francesco”. Non potendo trattare tutti gli aspetti della Regola, Padre Rocco si soffermò soprattutto sulle disposizioni concernenti gli iscritti del T.O.M. (Terzo Ordine Minimo) esaltandone la validità anche nel nostro tempo, come ad esempio la norma che, già nel Cinquecento, vietava ai terziari di praticare l’usura. A conclusione del suo intervento Padre Rocco, come Correttore provinciale dei Minimi, elogiò il nostro Comitato per le varie iniziative realizzate in tanti anni d’attività, ed invitò tutti i presenti e i devoti a San Francesco ad assecondare una proposta partita dalla base dei fedeli, ossia quella di proclamare San Francesco di Paola “Patrono mondiale della Gente di Mare”. Alla fine del convegno l’insigne artista di Monterosso Cal., lo scultore prof. Giuseppe Farina, si compiacque di donare il crest, da lui creato per commemorare la 17^ Festa della Gente di Mare, al benemerito relatore P. Rocco Benvenuto.
   Recentemente, nel numero di fine maggio 2018 di “La Civiltà Cattolica”, i severi ed esigenti redattori della prestigiosa rivista dei Gesuiti, nel recensire l’ultimo libro pubblicato da Padre Rocco, riconobbero le preclare doti di ricercatore rigoroso dello studioso calabrese, che appunto aveva curato l’edizione critica della più antica biografia del Santo Paolano, finora scoperta. Ricordiamo il titolo di quest’ultima opera, edita nel novembre del 2017 dall’editore Rubbettino di Soveria Mannelli: ANONIMO CALABRESE – VITA DEL GLORIOSO PADRE SAN FRANCESCO DI PAOLA  /  LA PRIMA BIOGRAFIA SULL’EREMITA SCRITTA IN  CALABRIA, a cura di Rocco BENVENUTO. Nella recensione apparsa sulla predetta rivista gesuitica si legge tra l’altro: “Il libro riveste un’importanza particolare: è l’edizione critica della prima biografia sull’eremita scritta in italiano da un anonimo frate calabrese, oggi custodita nella Biblioteca Universitaria di Barcellona.
L’Autore ci fa conoscere il rapporto del santo con la natura e gli animali, ma soprattutto la sua attività taumaturgica. Di Francesco vengono descritti i doni soprannaturali quali la profezia, il discernimento degli spiriti, la liberazione dal maligno. Un’altra caratteristica evidenziata dall’anonimo biografo, importante e non molto nota, è quella di un uomo ben diverso da quell’«illitterato et idiota» diffuso dall’agiografia dominante. Piuttosto è un Francesco convincente oratore, capace di affascinare anche ecclesiastici intellettuali, soprattutto per la ricchezza di riferimenti biblici, come è testimoniato sia a Tours, dove fu obbligato a trasferirsi fino alla morte, sia a Roma, davanti alla Curia romana.
  La lunga introduzione redatta da  P. Benvenuto è molto analitica, ricca di riflessioni critiche e opportunamente attenta a differenziare la “Vita”, opera dell’anonimo calabrese, da quell’alone leggendario che fin da subito ha circondato la figura del santo. Si apprezza anche la cura che P. Benvenuto ha riservato agli aspetti linguistici del testo, originariamente redatto in lingua italo-calabrese, intessuto di termini dialettali e carente nella punteggiatura”.
Conversando col giornalista Roberto Losso del “Quotidiano del Sud” sul lungo e certosino lavoro di ricerca storica, religiosa, linguistica e filologica opportunamente condotto prima di dare alle stampe la suddetta “Vita” redatta dall’Anonimo calabrese, Padre Benvenuto ebbe a confessare: “Alla base di tutto c’è un rapporto personale con il Fondatore della famiglia religiosa alla quale appartengo. Come ogni figlio che cerca di ringraziare il proprio genitore per il prezioso dono della vita, così, nel mio piccolo, cerco di esprimere la mia gratitudine per il grande dono che mi ha fatto sforzandomi non solo di conoscerlo in modo scientificamente molto rigoroso, ma condividendo il frutto di questo lavoro”.
L’improvvisa e prematura scomparsa di Padre Rocco è un’incommensurabile perdita, anzitutto per la Sua diletta Mamma e per i Suoi cari congiunti, quindi per la congregazione dei Frati e Padri Minimi delle varie Province ecclesiastiche sparse sulla Terra, per i terziari e fedeli del Santo Taumaturgo Paolano, e per il mondo della cultura calabrese e italiana, laica e religiosa. Come giustamente ha  affermato, al termine della prima Messa in suffragio della Sua anima benedetta, celebrata il 29 novembre nel Santuario di San Francesco a Pizzo, l’Arcivescovo di Reggio Calabria-Bova, Padre Giuseppe Fiorini Morosini, benamato confratello del Defunto, “Padre Rocco Benvenuto è stato il più acuto studioso della Vita e delle Biografie riguardanti San Francesco di Paola, nonché il MASSIMO scrittore e storico dell’Ordine dei MINIMI”.

    Vincenzo DAVOLI, presidente del Comitato organizzatore della Festa della Gente di Mare in onore di San Francesco di Paola, anche a nome di Giuseppe Pungitore e Gianfranco Schiavone.                                                   

 

IL NUOVO  VOLUME DI VINCENZO RUPERTO
 “UN BORGO DUCALE DELL’ANGITOLA NEL SECOLO DEI LUMI: FRANCAVILLA. FONTI E RELIQUIE STORICHE”                                                                   

“Dedico questo lavoro a chi vuole studiare e far conoscere la storia di un borgo che non fu avaro nel dare dignità e decoro all’intera Calabria” dice  Vincenzo Ruperto , già impegnato nel sindacato e giornalista pubblicista.
50 anni e più di ricerche, studio e passione per conoscere il passato del Borgo natìo.
Un passato che, nonostante angarie feudali e tremendi 'flagelli' come epidemie e terremoti, non fu privo di dignità e decoro per rendere vivibile l'intera comunità con le sue arti, il suo commercio e le sue industrie.
Fu il passato dei nostri antenati, in maggioranza lavoratori della terra come braccianti, proprietari o censuari del feudatario o degli enti ecclesiastici, non mancarono coloro che vivevano nobilmente o cole loro professioni, numerosi gli ecclesiatici. Conoscere il passato per vivere il presente.
Migliaia di nomi e cognomi, di toponimi sia di Francavilla sia di paesi limitrofi o distanti.  Il nuovo  volume di VINCENZO RUPERTO, e’ in edizione numerata.

MOSTRA DI  GIUSEPPE PISERÀ

LA POETICA DELL’OGGETTO TECNICO

In occasione della festa di San  Foca Martire,  che si è  svolta  nei giorni 10-11-12  agosto 2018, a Francavilla Angitola è stata allestita una bellissima  mostra  curata con dovizia di particolari da  Giuseppe  Piserà . Le opere esposte sono circa 50 fra oggetti di design, disegni originali, modelli ed elementi architettonici,  realizzati dall’ Ing. metalmeccanico  francavillese, emigrato  nella città di  Gloucester  in Inghilterra  da oltre 40  anni.
 Da molti anni Giuseppe  Piserà ha coltivato  l’hobby   di costruire  oggetti  in alluminio e in  legno compensato, modanato in varie  forme, e  realizzati  interamente a mano  libera.   La  rassegna di lavori realizzati da Piserà  presentava   oggetti di design dell’Italia, della Calabria,  animali (come la figura del drago, il cavallino Ferrari, pesci ) e altri oggetti artistici.   Uno stile in cui l’aspetto puramente formale del design assume un ruolo secondario per lasciare il posto all’utilità degli oggetti, alla loro economicità e all’uso ragionato dei materiali. “Non smettere mai di osservare il mondo con occhi curiosi": questa è la regola sulla quale si basa il lavoro di Piserà, creando pezzi unici o edizioni d'arte in serie limitata, interamente costruiti e decorati a mano, puntando sul valore del progetto associato all'unicità della lavorazione artigianale.

Presentazione  a Filadelfia (VV) del libro di Foca Accetta "Il Castrum e l'Aquila - Identità e memoria storica di Castelmonardo e Filadelfia nell'opera di Pasquale Laureani"

IL CASTRUM E L'AQUILA

Il 10 novembre 2018 (ore 17,00) presentazione  a Filadelfia (VV) del libro di Foca Accetta "Il Castrum e l'Aquila - Identità e memoria storica di Castelmonardo e Filadelfia nell'opera di Pasquale Laureani"
L'evento si terrà presso la storica sede della Società Operaia di Mutuo Soccorso. L’opera di Pasquale Laureani: Abbozzo storico di Filadelfia, edita nel 1873, rappresenta il primo “progetto” di recupero della memoria storica e dell’identità di un luogo lontano nel tempo: Castelmonardo, e del suo doppio, edificato dopo il terremoto del 1783: Filadelfia. Il presente volume: Il Castrum e l’Aquila, vuole essere un omaggio ad un personaggio per vari motivi ignorato e sottovalutato, ma da riscoprire, nella consapevolezza che rappresenti la singola Onda evocata da Italo Calvino, provocata dalla convergenza e dal confronto di onde diverse che, differenziandosi per velocità, forza e direzione, hanno segnato, e continuano a segnare, la fisionomia storica ed identitaria di una comunità.
Foca Accetta (Catanzaro 1963), socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, è autore di diverse pubblicazioni di relative alla Calabria in età moderna: L’albero della Libertà. Modernizzazione e innovazione nell’Intendenza di Monteleone durante il Decennio francese, a cura di F. Accetta e G. Floriani, Vibo Valentia 2008; Ordini religiosi e congregazioni d’osservanza in Calabria (secc. XV-XVIII), in G. Ernst e R. Calcaterra, «Virtù ascosta e negletta», Milano 2011; simboli d’identità: il palazzo e la pinacoteca di Francia in Monteleone (secc. XVIII-XIX), in M. D’Andrea, Vincenzo Nusdeo sulle tracce della storia, Vibo Valentia 2012; Francesco Pasquale Cordopatri: patriota filantropo e collezionista d’antichità, in A. Anselmi, Collezionismo e politica culturale nella Calabria vicereale borbonica e postunitaria, Roma 2012; Vito Capialbi e le sue “collezioni: biblioteca museo archeologico e monetiere, in “Rogerius”, XVII, n. 2/2014, e in “Rogerius”, XVIII, n. 1/2015; Memorie familiari genealogie e prove di nobiltà, in “Studi Calabresi”, n. 9, 2016; Logiche di lignaggio. I Marzano di Monteleone tra strategie e conflitti, in M. D’Andrea e M. Corrado, in Achille Solano. Ricercatore gentiluomo, Vibo Valentia 2018.

CENTENARIO   DELLA   MORTE  DI FRANCESCO  PORCHIA  (2/10/1918)
E   DELL’ARMISTIZO   FRANCO-TEDESCO (11-11-1918) NELLA  1ª   GUERRA MONDIALE

Martedì 2 ottobre a Sambiase di Lamezia Terme i nipoti e discendenti di Francesco Maria Porchia, Caporale dell’89° Reggimento fanteria “Salerno”, hanno voluto commemorare con una funzione religiosa il loro antenato in occasione del centenario della sua morte, avvenuta mercoledì 2 ottobre 1918, quasi al termine della I guerra mondiale,che sul fronte italiano finì il 4 novembre, e su quello francese l’11 novembre 1918. Francesco MariaPorchia morì in terra di Francia, nel dipartimento dell’Aisne, sul fronte di guerra dello Chemin des Dames. La Santa Messa è stata celebrata alle ore 18da Mons. Armando Augello, amabile sacerdote sambiasino ed insigne teologo calabrese, in una chiesetta campestre particolarmente cara al defunto e ai suoi discendenti e parenti, quella della Madonna di Portosalvo. Per una suggestiva concomitanza il 2 ottobre, data della morte dell’avo Francesco, nel calendario religioso è dedicato agli Angeli Custodi; per tale ragione in questo giorno si festeggiano i “nonni”, onorati come “custodi terreni” dei cari nipoti.
   Francesco Porchia era nato a Sambiase nella casa avita del rione Miraglia, da Gaspare e da Raffaela Porchia, il 25 marzo 1884, festività dell’Annunciazione a Maria; è bello immaginare che gli fosse stato datocome secondo nome “Maria”, proprio perché era nato nel giorno di questa importante festa in onore della Madonna. I genitori, Gaspare e Raffaela, erano, tra loro, lontani parenti e per tale ragione portavano lo stesso cognome. I Porchia appartenevano al ceto medio-alto della borghesia sambiasina; in particolare Gaspare era cugino di 2° grado degli autorevoli fratelli Porchia, tra cui Pasquale (famoso notaio, attivo tra Ottocento e Novecento) e Domenico, insigne Magistrato, Consigliere di Cassazione e Procuratore Generale della Corte d’Appello a Cagliari. Costui, essendo vissuto per gran parte della sua vita lontano dal paese natio (a Lucca, Reggio Calabria, Siracusa, Roma, Cagliari) cambiò la desinenza del proprio cognome e divenne Domenico Porchio; al suo nome, con desinenza “o”, è intitolato l’asse viario che dall’antica piazza di Sambiase sale alla chiesa dell’Addolorata, attraversando il rione della Miraglia. Ovviamente Giustiniano, figlio del Presidente Domenico, e quindi cugino di 3° grado di Francesco,aveva il cognome “Porchio”, anche se dai compaesani era chiamato Giuggiù Porchia, e dai parenti più intimi, come i tre figli che sarebbero nati da Francesco, veniva affettuosamente salutato come “zio Giuggiù”.Analogamente al caro cugino Francesco, anche Giustiniano Porchio partecipò alla Grande Guerra, ma per fortuna rincasò sano e salvo a Sambiase, dove dapprima venne eletto Sindaco e poi nominato Podestà.
 Francesco M. Porchia rimase figlio unico, in quanto la mamma Raffaela morì in giovane età; fu zia Luisa, sorella di papà Gaspare, che si prese cura del nipote giovinetto. Nel 1910 Francesco Porchia sposò Maria Cristina Zaffina, figlia secondogenita di Lorenzo, facoltoso proprietario terriero di Sambiase. Carmela, figlia primogenita di Lorenzo Zaffina, era sposata con l’agricoltore Vincenzo Cristaudo.
Da Francesco e da M. Cristina nacquero tre figli: la prima fu chiamata Raffaela (nata nel 1911); dopo di lei nacquero due maschi, Gaspare (nato nel1912) e Francesco (nato nel 1916, un anno dopo che l’Italia era entrata in guerra contro l’Austria-Ungheria).Francesco e Cristina con i loro bambini andavano spesso a trovare papà Lorenzo Zaffina, che insieme alla moglie, alla figlia Carmela e al genero Vincenzo Cristaudo di solito dimoravano a Cerasolo, la bella tenuta ricca di vigne, di piante d’ulivo, di vari alberi da frutto (fichi, ciliegi, peri, gelsi, agrumi ..); assai comoda da raggiungere per quelli che abitavano in paese poiché si trovava a due passi dalla stazione di Sambiase, subito sotto la linea ferroviaria Sant’Eufemia-Catanzaro. A grandi e piccini piaceva molto restare in quella campagna; gli adulti potevano seguire da vicino e controllare le varie coltivazioni del terreno e la raccolta dei frutti; i bambini, femminucce e maschietti, tutti nipoti di nonno Lorenzo, a loro volta potevano divertirsi e giocare serenamente all’aria aperta.
Come detto sopra, Francesco Porchia non aveva fratelli né sorelle, ma prese a voler così tanto bene a Vincenzo Cristaudo, da trattarlo più da fratello che noncome cognato. Viceversa V. Cristaudo, che di suo possedeva anche un oliveto e una “Felicetta” (terreno irriguo dove coltivava ortaggi vari e legumi squisiti) ubicati accanto allachiesetta campestre di Portosalvo, ogni anno, per la prima domenica di settembre, esigeva simpaticamente chei cari cognati e nipoti Porchia venissero alla fiera campestre e alla festa religiosa della Madonna di Portosalvo, che, dopo la compravendita di animali e prodotti agricoli, e dopo la celebrazione della Messa, si concludeva in un’allegra scampagnata con le tradizionali, saporite vivande caserecce, per finire con scorpacciate di gustosi fichidindia, frutti tipici di quella stagione. All’andata o al ritorno dalla fiera di Portosalvo la famigliola di Francesco e Cristina Porchia amava passare da Spartivento, per salutare zio Giuggiù, che da buon agronomo spesso dimorava nella sua casa di campagna ivi costruita.Purtroppo questo modo di vivere tranquillo, pacifico, semplice e georgico era destinato a cessare, in primo luogo a causa della entrata in guerra dell’Italia (24 maggio 1915) e in un secondo tempo, per la partenza di Francesco Porchia, richiamato sotto le armi ed inviato al fronte.
Essendo trascorsi più di cento anni da quelle vicende, non abbiamo notizie specifiche dei primi tre anni di guerra (1915, 1916 e 1917) del nostro Francesco. Non si sa in quale data egli fu richiamato alle armi, né quando fu mandato sul fronte di guerra, né in quale periodo poté tornare in licenza per riabbracciare i suoi cari; è verosimile che nella primavera del 1916 sia venuto in licenza a Sambiase per la nascita del terzogenito, che fu chiamato Francesco.  L’unico dato assolutamente certo è che Francesco M. Porchia era inquadratocol grado di Caporale nell’89° Reggimento fanteria, una delle due unità della Brigata “Salerno”; accenniamo comunque alle principali operazioni militari svolte in quel triennio dallo stesso 89° Rgt., anche se non abbiamo prove che il Caporale Porchia viabbia effettivamente partecipato.Nel 1915, all’inizio della guerra, l’89° Rgt. “Salerno”, dipendente dalla 3^ Divisione fanteria, fu stanziato nella base di Cividale del Friuli; posizionato poi prevalentemente in seconda linea, non fu coinvolto in azioni di guerra rilevanti. Nella primavera del 1916 la Brigata “Salerno” (89° e 90° Rgt.) in treno fu trasferita dal Friuli all’altopiano di Asiago (prov. di Vicenza). Lassù a metà maggio l’89° Rgt. fu impegnato in prima linea a resistere alla violenta offensiva scatenata dall’esercito austro-ungarico, la cosiddetta Strafexpedition. Essendo stato pesantemente colpito dall’attacco austriaco, l’89° Rgt. fu spostato nelle retrovie. Dopo un breve riposo il Reggimento tornò in prima linea e, con l’aiuto di altre truppe di rinforzo mandate su quel fronte, riuscì a bloccare l’offensiva nemica. A fine estate la Brigata “Salerno” fece ritorno sul fronte orientale, posizionata nelle trincee del Carso, settore di Doberdò, presso Gorizia. Nell’ottobre 1917, dopo la rotta di Caporetto, l’89° Rgt., quasi accerchiato dai reparti austriaci e tedeschi, e notevolmente decimato, ripiegò in disordine sulla linea del Piave.
Finalmente proviamo a ricostruire le vicende del Caporale Francesco Porchia nel fatidico 1918,indicando dettagliatamente date e luoghi della sua “campagna di guerra” in terra di Francia. Nella primavera del 1918, a sostegno delle armate francesi e dei loro alleati, che già vi combattevano da quasi quattro anni, fu mandato in Francia anche un grosso contingente italiano, posto sotto il comando del gen. Alberico Albricci. Si trattava del 2° Corpo diArmata, costituito con due grandi unità: la 3^ e la 8^ Divisione di fanteria. A loro volta l’89° e il 90° Reggimento formavano la 3^ Divisione.Il caporale Porchia ed i commilitoni dell’ 89° vennero inviati in Francia, viaggiando a bordo di 48 treni che seguirono l’itinerario della Riviera ligure (frontiera di Ventimiglia). Il 27 aprile 1918 tutti i reparti della 3^ Divisione erano stanziati nel campo di istruzione e acclimatamento di Mailly le Camp, villaggio tra le storiche città di Troyes (a sud) e di Reims (a nord). Anche il 19°Rgt. “Brescia” si accampò a Mailly; durante la sosta in quel campo, un soldato, arruolato a quel reggimento come volontario, vi compose dei mirabili versi. Era Giuseppe Ungaretti, poeta italiano, seppur nato ad Alessandria d’Egitto, che, mandato a combattere in terra di Francia, non esita a confessare in “GIROVAGO-Campo di Mailly maggio 1918” le sue ansie errabonde di andare alla ricerca di un luogo purtroppo irreperibile, un “paese innocente”:
“In nessuna/ parte/ di terra/ mi posso/ accasare/ A ogni/ nuovo/ clima/ che incontro/ mi trovo/ languente/ che/
una volta/ già gli ero stato/ assuefatto/ E me ne stacco sempre/ straniero/ Nascendo/ tornato da epoche troppo/ vissute/ Godere un solo/ minuto di vita/ iniziale/ Cerco un paese/ innocente”.Chissà quanto anche Francesco Porchia, abituato a vivere e operare in un paese rurale, si sentisse “spaesato” a sostare in un paese della pianura francese il cui suolo, già utilizzato per colture agricole di ogni genere, era stato trasformato per esigenze militari in un enorme accampamento, persino nel toponimo, a cui era stata aggiunta l’apposizione “le Camp”!
Ancora Ungaretti, ricordando quella sosta a Mailly, alcuni anni dopo annotò: “Ci fermammo prima al Camp de Mailly. Era il deserto, la Champagne Pouilleuse, quella «pidocchiosa», come usano chiamarla. Totalmente di gesso, salvo, di rado, pini rattrappiti. È un paesaggio triste e non c’erano che baracche per i soldati”.
   Dopo un mese di permanenza in Francia, a fine maggio la 3^ Divisione fu impegnata, nel settore del fiume Ardre, in combattimenti difensivi per respingere l’attacco tedesco mirante a conquistare Epernay, uno dei centri principali di produzione dello “Champagne”. I reparti italiani si difesero strenuamente e il tentativo dei tedeschi di sfondare le nostre linee fu bloccato.
Battaglia di Bligny – Il 15 luglio 1918 l’esercito imperiale tedesco lanciò l’attacco che diede inizio alla 2^ battaglia della Marna. In particolare i reparti italiani (tra cui l’89° Rgt), coinvolti in aspri combattimenti nel settore di Bligny, furono costretti a ripiegare fino al villaggiodi Courmas, dove comunque si attestarono e riuscirono a bloccare l’avanzata dei tedeschi, pagando tuttavia un prezzo altissimo, perché dal 15 al 23 luglio il nostro Corpo d’armata perse, tra morti, feriti e prigionieri, quasi undicimila uomini.
Di nuovo Ungarettiricordò, alcuni anni dopo, questi luoghi e gli scontri attorno a Bligny e ad Epernaycon le seguenti annotazioni in prosa: “Dopo un certo tempo, fummo trasferiti sul fronte di Champagne, non più la Champagne Pidocchiosa, ma la Felice, quella dei vigneti. Precisamente il mio Reggimento era schierato davanti a Epernay. Scrissi alcune poesie durante quel periodo. Ci furono combattimenti duri, non era per noi un fatto straordinario”. Ma già in quei giorni di luglio 1918, in una breve pausa dagli incandescenti scontri, forse trovando riparo in qualche anfratto del bosco di Courton, riuscì a scrivere concisi ed icastici versi, come quelli sublimi di “SOLDATI-Bosco di Courton luglio 1918”:

Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”.
Un altro giovane italiano, poi divenuto famoso come scrittore e giornalista, partecipò alla battaglia di Bligny; era il diciasettenne volontario del Corpo degli Arditi, Kurt Suckert, in seguito noto con lo pseudonimo di Curzio Malaparte. Rievocando i suoi trascorsi di combattente della Grande Guerra in alcuni articoli pubblicati parecchi anni dopo dal “Corriere della Sera”, Malaparte ricordò molti episodi della battaglia di Bligny. Scrisse che i tedeschi nel lanciare a metà luglio 1918, unformidabile e micidiale attacco contro italiani, francesi ed altri alleati, fecero uso di carri armati e impiegarono lanciafiamme e proiettili contenenti gas o liquidi velenosi. Gli italiani dovettero combattere su un terreno privo di trincee e camminamenti, e senza ricoveri. Per rallentare l’avanzata tedesca, i nostri incendiarono il bosco di Bligny: “A Bligny il bosco era pieno di migliaia di morti e di feriti; noi eravamo rimasti senz’acqua, senza pane, senza cartucce, senza bombe a mano, senza mitragliatrici … Il nemico tornò per la ventesima volta all’assalto con le sue tanks e i suoi lanciafiamme, e i nostri gli si buttarono addosso, vociando e sghignazzando. Nell’immenso bosco pieno di fumo s’udivano urli di feriti e scoppi di risa, voci terribili e strane. E in realtà il nemico fu fermato a Bligny non dal fuoco delle nostre poche mitragliatrici e degli scarsi cannoni, ma dalla meravigliosa pazzia di quei contadini”.
A causa dellegravi perdite sofferte, il nostro contingente lasciò le prime linee e ripiegò nelle retrovie,per riposarsi e per riordinarsi con nuovi reparti giunti dall’Italia; in particolare la 3^ Divis. s’accampò per una quindicina di giorni a Venault les Dames (dipartimento Marne). Poco prima di ferragostola Divisione avanzò più a nord verso il settore di Varennes en Argonne. Il 21 agosto il gen. Albricci assunse il comando di quel settore, che vedeva affiancate la 3^ Divis. italiana e la 36^ Divis. francese, con la nostra 8^ Divis. in posizione di riserva. Quel settore risultò relativamente tranquillo: le nostre truppe erano impegnate in operazioni di pattugliamento e solo raramente furono colpite dal tiro delle artiglierie tedesche; cosicché i nuovi soldati da poco giunti dall’Italia poterono ben amalgamarsi con quelli già arrivati nel mese d’aprile.
   A metà settembre 1918 l’intero contingente italiano (e con esso il Caporale F. Porchia, che era a capo di una squadra di lettighieri-infermieri incaricati di andare a soccorso dei soldati feriti in combattimento) fu spostato ad ovest, verso il settore di Soissons, nella valle del fiume Aisne. Posto alle dipendenze della 5^ Armata francese e schierato a sinistra delle truppe francesi, in base agli ordini impartiti dal Maresciallo Foch, il Corpo d’armata italiano doveva attaccare frontalmente l’altopiano dello Chemin des Dames.
Al pari di Verdun, della Marna, delle Argonne, questo fu uno dei fronti più tristemente famosi della 1^ guerra mondiale in Francia; qui si svolsero tre distinte battaglie (nel 1914, nel 1917, nel 1918). Su questo altopiano dal nome suggestivo, nei sanguinosi combattimenti che qui si svolsero, perirono o rimasero mutilati alcune centinaia di migliaia di militari (francesi e coloniali vari, senegalesi, marocchini, indocinesi; inglesi e dei domini britannici, Canada, Australia, Nuova Zelanda, ecc,; russi; italiani, con prevalenza di meridionali).
Il nome francese, che in italiano si traduce “Strada delle Signore”, era stato attribuito alla strada frequentemente percorsa nel Settecento dalle carrozze che portavano le due Dames (Madame reali), ossia le principesse Adelaide e Victoire, figlie di re Luigi XV, a far visita ad una loro amica aristocratica che era solita villeggiare nel suo castello di campagna, sito nei paraggi. L’antica strada correva sul crinale dell’altopiano dislocato tra la valle dell’Aisne (a sud) e la valle dell’Ailette (a nord); il terreno calcareo era ricoperto di boschi lussureggianti, poi quasi completamente distrutti dagli aspri, ripetuti combattimenti che vi si svolsero.
Poco dopo l’inizio della Grande Guerra (settembre 1914) i tedeschi, dopo aver sconfitto francesi e britannici nella “prima battaglia della Marna” erano riusciti ad occupare interamente lo Chemin des Dames. Dopodiché l’Esercito germanico, rimasto padrone incontrastato di quel territorio dal novembre 1914 alla primavera 1917,
nell’altopiano calcareo, attraversato da numerose grotte naturali e artificiali, aveva installato diversi fortini e nidi di mitragliatrici; nel sottosuolo aveva aperto camminamenti, gallerie, vere e proprie strade sotterranee. Vi furono sistemati magazzini e depositi di armi e munizioni, sale di comando e un ospedale; tutti questi locali erano al riparo dai tiri micidiali dell’artiglieria pesante.
Nella primavera del 1917 (dal 16 al 25 aprile) lo Chemin des Dames fu teatro di una delle più cruente battaglie di tutta 1^ guerra mondiale; gli storici ricordano quei sanguinosi eventi o col nome di “Offensiva Nivelle” oppure con quello di “Seconda battaglia dell’Aisne”. Nivelle è il cognome del generale che nel dicembre del 1916 era stato nominato Comandante supremo delle Forze Armate francesi, in sostituzione del gen. Joffre.Per porre fine alla guerra che si trascinava da più di tre anni, Nivelle aveva messo a punto un piano in base al quale, con un attacco pesante alle linee tedesche, la Francia avrebbe vinto la guerra nel giro di pochi giorni, con perdite limitate a circa 10.000 uomini. Dovevano partecipare all’offensiva un milione e duecentomila soldati e 7000 pezzi di artiglieria; l’operazione principale doveva essere un poderoso assalto contro le postazioni tedesche installate sul crinale dello Chemin des Dames. Purtroppo l’offensiva del gen. Nivelle ebbe un esito disastroso; i tedeschi che, grazie ai servizi di controspionaggio,avevano scoperto il piano predisposto dal Comandante francese, per contrastare efficacementel’attacco nemico, si appostarono su una munitissima linea di difesa che correva poco sotto il crinale dello Chemin des Dames, da cui erano in grado di dominare tutto il terreno circostante. Già nel primo giorno di battaglia i francesi persero oltre 40.000 uomini (molti dei quali appartenevano a battaglioni senegalesi). In quella offensivadella primavera 1917, svoltasi prevalentemente sullo Chemin, i francesi persero almeno 200.000 uomini; gravi furono le perdite nelle file degli alleati: 160.000 soldati britannici e 5.000 soldati russi;i tedeschi persero 163.000 uomini. Per il gen. Nivelle fu uno smacco gravissimo; non potendo difendersi dalle aspre critiche dei tanti Ufficiali che non avevano approvato il suo piano di guerra, e non potendo reprimere il grave malcontento che serpeggiava tra le file dei soldati e che già era sfociato in diversi episodi di ammutinamento, il generale Nivelle (che dai detrattori venne chiamato “le boucher, il “macellaio” dello Chemin des Dames) fu destituito da Comandante supremo nel maggio 1917 e sostituito con il gen. Pétain.  Ad ogni buon conto vogliamo precisare che all’offensiva “Nivelle” dell’aprile 1917 non parteciparono gli italiani; i quali invece, giunti sul fronte francese nella primavera del 1918, furono tra i protagonisti della riconquista definitiva dello Chemin des Dames (settembre-ottobre 1918).
   Il 24-9-1918 l’intero II Corpo d’Armata italiano venne dislocato di fronte al fiume Aisne, subito ad oriente della città di Soissons; il nostro contingente costituiva l’ala sinistra della 5^ Armata francese. Nei piani del Maresciallo Foch queste truppe dovevano varcare l’Aisne e riconquistare definitivamente lo Chemin des Dames, che dal novembre 1914 era rimasto in mano all’esercito tedesco. Il 27 settembre gli italiani, agli ordini del gen. Albricci, iniziarono ad avanzare; il 28 settembre i primi nostri reparti varcarono l’Aisne. A sinistra l'ultima cartolina postale inviata il 28-9-18 dal Caporale Francesco al padre Gaspare Porchia.

Il 29 settembre occuparono il villaggio di Soupir, semidistrutto dai vari combattimenti che qui s’erano svolti. Quindi cominciarono ad incalzare i tedeschi che arretravano verso lo Chemin des Dames. Ovviamente i reparti germanici, seppur con i ranghi ridotti a causa dei numerosi, cruenti scontri fin allora combattuti, ben annidati su quel munitissimo altopiano opposero una tenace resistenza; oltre ai tiri delle bocche di fuoco, ai colpi di fucile e alle raffiche di mitragliatrici, lanciarono contro gli italiani anche bombe all’yprite. Pur sottoposti al micidiale e incessante fuoco nemico i reparti italiani continuarono lentamente ad avanzare; alla fine anche i tedeschi furono costretti a retrocedere e ad abbandonare le loro postazioni. Il giorno 11-10-1918 italiani e francesi riuscirono ad occupare l’intero territorio dello Chemin; ma quella conquista fu pagata a cara prezzo.
Mercoledì 2 ottobre 1918, mentre insiemeai commilitoni dell’89° Rgt. e a militari di altri reparti italiani, era impegnato nelle rischiose operazioni belliche di occupazione del crinale dello Chemin des Dames, perse la vita il trentaquattrenne Caporale Francesco Maria Porchia. In mancanza di un resoconto dettagliato delle modalità del suo decesso, possiamo romanticamente immaginare che Egli, come capo di una squadra di barellieri, sia stato mortalmente colpito dal fuoco nemico proprio mentre correva in soccorso di compagni d’armi che giacevano feriti sull’aspro terreno dove divampavano i combattimenti. Il Caporale Porchia morì in località Arbre e venne provvisoriamente sepolto nelle immediate vicinanze.In francese il vocabolo arbre corrisponde all’italiano “albero”. Nelle carte topografiche militari francesi di zone in aperta campagna appare sovente il toponimo Arbre, poiché dove non c’erano case, monumenti, cippi stradali, piloni o edicolette religiose, veniva scelto come punto di riferimento qualche albero d’alto fusto (pioppo, platano, tiglio, faggio …) facilmente riconoscibile rispetto agli arbusti della boscaglia circostante. Il luogo, presso cui Francesco Porchia morì, era detto Arbre de Cerny;“Cerny en Laonnois” è il nome del villaggio, nel cui territorio si trovava, prima delle distruzioni provocate dalla guerra, un alto tiglio (tilleul,in lingua francese). Partendo da Cerny e procedendo lungo lo Chemin des Dames in direzione ovest, dopo pochi chilometri di percorso, sul ciglio destro dell’antica strada si notavaappunto quell’albero; siccome era stato piantato poco lontano da un viottolo che dalla destra dello Chemin saliva al villaggio di Courtecon, l’albero era indicato talora come Arbre de Cerny, talvolta come Tilleul de Courtecon. Nella planimetria a sinistra presso "A. de Cerny" si notano i tracciati delle trincee di guerra. I due villaggi furono completamente distrutti a causa dei tanti e micidiali scontri che vi si svolsero nel corso della Grande Guerra; Courtecon non fu più ricostruito, mentre il sito di Cerny sur Laonnois è stato spostato di alcuni chilometri verso sud, cosicchéil nuovo villaggio è stato costruito ex-novo sull’asse stradale ammodernato dello storico Chemin des Dames.
   Dopo la conquista dell’intero settore dello Chemin des Dames (11/10/1918) il contingente italiano, e in primo luogo le pattuglie di cavalleria e fanteria, si mise ad inseguire le truppe tedesche, ormai costrette a ritirarsi. Il 14 ottobre gli italiani occuparono Sissonne, importante crocevia stradale, dove sostarono quasi venti giorni per rifiatare e riorganizzarsi. Il 6-11-1918 le nostre truppe liberarono Rozoy sur Sierre; poi, superando le ultime resistenze frapposte dai tedeschi, gli italiani continuarono ad avanzare verso nord e il giorno dell’armistizio franco-tedesco (11 novembre 1918) era arrivati praticamente al confine con il Belgio, liberando le città di Rocroi (di manzoniana memoria), di Fumay e Revin.
Negli anni immediatamente successivi all’armistizio, in moltissime località della Francia nord-orientale, per dare una dignitosa sepoltura ai Caduti dei vari esercitiche là si erano scontrati, furono realizzati diversicimiteri
militari, di dimensioni variabili, dai piccoli sacrari con una decina di tombe, alle immense necropoli nazionali francesi, con molte decine di migliaia di Caduti sepolti in tombe singole o raccolti in ossari (nel caso di soldati non identificati). I militari italiani Caduti nella conquista dello Chemin des Dames (settembre-ottobre 2018)furono riesumati dalle tombe provvisorie e quasi tutti traslati nel Cimiteromilitare di Soupir, quella località poco a sud del crinale dello Chemin, conquistatadai nostri soldati il 29-9-1918.
Soupir dista appena una quindicina di km da Arbre de Cerny, il luogo dello Chemin des Dames dove era deceduto Francesco Porchia, il 2 ottobre1918. Tra le 593 spoglie di nostri soldati, inumate nelle tombe singole del Cimitero militare italiano di Soupir, quella del Caporale Porchia (89° Rgt.) è stata posta nel riquadro 2 – fila E – tomba 12. Per numero di soldati sepolti, quello di Soupir (con 593 Uomini), tra la dozzina di sacrari militari italiani che custodiscono i nostri Caduti in Francia nella I guerra mondiale, è secondo solo a quello di Bligny, dove furono raccolte le spoglie di circa 4400 nostri soldati, morti prevalentemente nella sanguinosa battaglia svoltasi in quei paraggi dal 15 al 23 luglio 1918.
Il nome del Caporale Francesco Porchia è segnato sulla lapide del Monumento ai Caduti in guerra di Sambiase ubicato in piazza “5 Dicembre”, in passato intitolata al Generale Armando Diaz, Comandante Supremo del Regio Esercito italiano.
             

               Vincenzo  DAVOLI
    Nipote del Caduto Francesco M. Porchia

 

FESTA DELLE FORZE ARMATE E COMMEMORAZIONE DI TUTTI I CADUTI

4 novembre 2018


Quest’anno la cerimonia del IV Novembre, Festa delle Forze Armate e Commemorazione di tutti i Caduti in guerra. Per ovviare al pericolo di pioggia le fasi principali della cerimonia civile (Benedizione della corona d’alloro, appello dei Caduti e discorso del Sindaco) si sono svolte dentro la chiesa di San Foca.  La Messa solenne delle ore 10,30 è stata celebrata dal Parroco Don Giovanni Tozzo.  In forma ufficiale era presente il Sindaco, avv. Giuseppe Pizzonia, accompagnato da altri membri della Giunta con il gonfalone del Comune. Il trombettiere ha intonato il Silenzio e la banda musicale  di  Filadelfia ha eseguito l’Inno di Mameli.

Inaugurazione  monumento dei caduti  

4 novembre 1968

Il  monumento  è stato  inaugurato il 4 -11-1968  per il 50° anniversario della vittoria. Fu  benedetto dall’ arciprete Vincenzo Condello.  Il sindaco del tempo, Francesco Condello,  consegno’  ai reduci della Prima Guerra Mondiale  e ai familiari dei  Caduti un attestato d’onore e gloria, e  una medaglia ricordo.

RICORDANDO   IL  “IV NOVEMBRE” 1918


A cento anni di distanza da quel felice avvenimento vogliamo ricordare il 4 novembre 1918, giorno dell’armistizio e della vittoria dell’Italia contro l’Impero austroungarico, ma senza indulgere in rievocazioni trionfalistiche e in commemorazioni retoriche che vorrebbero presentare i nostri combattenti, Caduti, feriti, mutilati o semplici reduci, come se fossero stati tutti quanti degli eroi. In verità l’anno 1918, sia prima del IV Novembre, come anche dopo quella fatidica data, fu costellato di drammi, di lutti e di sofferenze che colpirono non solo i soldati combattenti sui diversi fronti di guerra, ma anche quelli ricoverati in ospedali e infermerie, i poveri militari relegati nelle lugubri prigioni austriache o tedesche, e infine colpirono (nell’autunno 1918 e nell’inverno 1918-19) anche i civili, di ogni età, di entrambi i sessi, di qualsiasi condizione sociale e di ogni territorio europeo, col diffondersi della micidiale epidemia denominata “la spagnola”.
Riguardo ai militari Caduti in guerra è bene precisare che nel 1918, oltre a quelli deceduti nei soliti fronti italiani (Carso, Monte Grappa, Piave, Asiago, Trentino ecc.) bisogna aggiungere quelli inviati in Francia a combattere, al fianco delle Divisioni francesi e loro alleati, contro le poderose Armate t
edesche. In questa sede ricordiamo i nominativi dei militari francavillesi Caduti nell’anno 1918, elencandoli seguendo l’ordine cronologico della loro morte. Dei 25 militari francavillesi deceduti a causa della 1ª guerra mondiale, ben 7 morirono nell’anno 1918.
BONELLI Michele, morto il 7 gennaio a Francavilla a seguito di malattia contratta in guerra.
SERVELLO Giuseppe, morto il 26 gennaio a Bassano del Grappa, per ferite in combattimento.
BUCCINNÀ Pietro Paolo, morto il 15 giugno a Epernay (Francia), per letali ferite da schegge.
BILOTTA Vincenzo, morto il 7 settembre a Barcellona Pozzo di Gotto, vittima della febbre spagnola.
GRILLO Pietro, morto il 18ottobre all’ospedale di Girgenti, ora Agrigento, forse per la spagnola.
IELAPI Francesco, morto il 20 dicembre all’osp. militare “Vittorio Emanuele” di La Spezia, per malattia.
SIMONETTI Leoluca, morto il 30 dicembre nella 6ª Sezione di Sanità di Hall, città del Tirolo presidiato dagli italiani dopo la vittoria del “IV Novembre”. Morì di broncopolmonite, ivi c
ontratta per il clima rigido.
   Nel centenario della partecipazione dei nostri militari calabresi a combattimenti della 1ª Guerra mondiale in territorio francese, oltre al suddetto Pietro Paolo Buccinnà, vogliamo ricordare altri due Caduti ed un reduce.
BILOTTA Carmelo fu Vito, di Filadelfia, commilitone di Buccinnà Pietro, in quanto arruolato nello stesso 2° Rgt. Genieri. Per gravi ferite in combattimento anch’egli fu ricoverato nel 55° ospedaletto di Epernay, dove morì il 19-7-1918. Bilotta e Buccinnà furono entrambi sepolti nel grande Cimitero militare italiano di Bligny, dove sono state ricomposte le spoglie di circa 4500 militari Caduti in Francia nella 1ª guerra mondiale.
PORCHIA Francesco Maria, di Sambiase, nonno materno di Vincenzo Davoli. Caporale dell’89° Rgt. Fant. “Salerno”. Caduto il 2/10/1918 in località Arbre (Chemin des Dames) mentre soccorreva, come capo dei barellieri, i commilitoni giacenti feriti. Sepolto nel Cimitero militare italiano di Soupir, dove si trovano le spoglie di 593 militari italiani.
GRILLO Foca, di Francavilla Angitola, fratello di Pietro, indicato sopra come soldato deceduto a Girgenti.
Foca Grillo era il nonno materno dell’ing. Foca Antonio, dell’ins. Mimmo e di Barbara Lazzaro. Emigrato giovanissimo negli Stati Uniti, avendo preso la cittadinanza americana volle arruolarsi nell’esercito americano (47° Rgt. Fanteria). Combatté sul fronte francese e dopo la vittoria contro l’esercito tedesco (11 novembre 1918) restò per poco tempo con le truppe statunitensi che presidiavano una zona della Germania. Infine ritornò negli Stati Uniti sano e salvo, prescindendo da una leggera ferita.

                                                                                                                   di Vincenzo Davoli

DOMENICO  ANELLO  ELETTO  CONSIGLIERE PROVINCIALE


Nelle   elezioni  provinciali  di  secondo grado  della provincia di Vibo Valentia tenutesi il 31  ottobre  2018  è stato eletto presidente  l’ Avv. Salvatore Solano, sindaco di Stefanaconi  appoggiato dalla lista “Rinascita Vibonese”,  di orientamento di centro destra,appoggiata dal Senatore Giuseppe Mangialavori. Tra i consiglieri  che sostengono  il neo presidente Solano è stato eletto  il  geom. Domenico Anello, Vice Sindaco di  Francavilla Angitola  ed esponente di Forza  Italia.  Anello   entra  in consiglio provinciale  grazie  a  15  voti  in fascia  A ;   3  in fascia  B;   11 in fascia C; 4  in fascia  E  per un totale  25  voti  e  6.444   voti ponderati.
Congratulazioni   al geom.  Anello,  unico rappresentante  del Comune di Francavilla Angitola  in  seno  al  nuovo  Consiglio provinciale di  Vibo Valentia.

Gli studi di Vincenzo Ruperto sulla storia dell’Angitolano

di NICOLA PIRONE
FRANCAVILLA ANGITOLA – La storia dell’Angitolano e dei suoi paesi si arricchisce sempre di più, in particolare dopo i lavori pubblicati da Vincenzo Ruperto da Francavilla Angitola, che dopo 50 anni di ricerche, studio e passione per conoscere il passato del borgo natio ha deciso di confezionare un prodotto già visibile a tutti gli appassionati di storia sul sito www.francavillangitola.com diretto da Giuseppe Pungitore.  Un passato che, nonostante angarie feudali e tremende 'flagelli' come epidemie e terremoti, non fu privo di dignità e decoro per rendere vivibile l'intera comunità con le sue arti, il suo commercio e le sue industrie. Ruperto racconta il passato degli antenati, in maggioranza lavoratori della terra come braccianti, proprietari o censuari del feudatario o degli enti ecclesiastici, non mancarono chi viveva nobilmente, con le loro professioni e i numerosi ecclesiastici. Per necessità di sintesi e ricchezza di documentazione si è preferito trattare maggiormente l'età dei Lumi, dal 1600 alla fine del 1700, per conoscere meglio il passato e fare vivere il presente Migliaia di nomi e cognomi, di toponimi di tutto l’Angitolano e i paesi che lo formano sono riportati in una pubblicazione da 700 pagine che per il momento è solamente in digitale e al cui interno trovano spazio: catasto onciario; platea ducale con i beni come l'ex feudo di santa Maria del Corazzo, de benedettini di Salerno, dei Basiliani, platee delle chiese e conventi; documenti su famiglie di notabili locali o di altri comuni; religiosità cattolica e greco orientale, confraternita del Rosario; terremoto del 1783 e la cassa sacra; la grande disputa sulla riedificazione della nuova Francavilla; documenti vari di copia concessione del ducato di Francavilla e di tutto il principato di Mileto alla famiglia Mendoza De Sylva, scritti di Angelo e Giulio Accetta e di Tommaso Mannacio; foto varie. <<La Calabria – ha commentato Vincenzo Ruperto - era una regione molto importante per l'economia del Regno. Furono edificate torri di guardia in tutto il territorio costiero per difendersi dai Turchi. Anche nel territorio di Francavilla, come si vedrà, furono costruiti torri e anche il castello. Sotto la dominazione spagnola si verificò la discesa, dal nord Italia e anche dalla Spagna, di ricchi commercianti attratti dalla grande produzione di prodotti molto richiesti sul mercato europeo, come la sete, sali, ferro e vari altri prodotti, specialmente agricoli. All'inizio del 1600 cominciarono ad arrivare e a bene insediarsi a Monteleone e anche a Francavilla, i genovesi come i Lavagna, i Serra, Lamberti, i Solari che da Asti si erano stabiliti a Genova. La famiglia dei Solari, verso la fine del 1600, attraverso il matrimonio di Michele con una De Cairo, appartenente a una delle più antiche e ricche famiglie francavillesi, arrivarono e Francavilla per stabilirsi sino ai nostri giorni. Con il passare degli anni, negli atti notarili e anche nelle normali corrispondenze, a livello locale, la famiglia Mendoza De Sylva citava solo il titolo di Duca dell’Infantado, aggiungendo soltanto quello di Principe di Mileto. Dopo il 1700 Pizzo fu la sede prescelta. Le cause tra feudatari nella Regia Udienza non mancarono. Importante per la mole di documentazione storica prodotta  fu la causa iniziata nel 1743 tra la duchessa dell’Infantado e il marchese di Vallelonga. I Castiglione Morelli ebbero sempre mire espansionistiche sul territorio degradante lungo il fiume Angitola. Già Nicastrello era divenuto un casale di Vallelonga. Proprio in una causa è stata allegata copia del diploma reale con il quale, tra i tanti privilegi, si consentiva agli eredi e successori di Diego Urtado de Mendoza di giudicare i suoi sudditi anche se il reato fosse stato commesso in altro territorio fuori dei loro feudi. San Nicola fu consolidata come pertinenza della baronia di Vallelonga mediante vendita fittizia, per 38.000 ducati, dal marchese Diego Castiglione Morelli a Ottavio di Gaeta>>.

PRIMA PAGINA.COm -  ANNO 2018

VITO   SIMONETTI
REDUCE  DA  CEFALONIA  E  DALLA  PRUSSIA  ORIENTALE

   Vito Pasquale Luigi SIMONETTI nacque a Francavilla Angitola il 4-02-1909, da Antonio, possidente, e da Maria Teresa Condello, casalinga. Fu il primo maschio della sua famiglia, che ap-parteneva al ceto medio del paese, sia dal lato paterno (i Simonetti erano proprietari terrieri ed agri-coltori) sia da quello materno (i Condello erano da molte generazioni a Francavilla i “molinari” per antonomasia). Vito nacque nella casa avita, situata sul lato sinistro del corso del paese, poco sotto  “Tafuri”,tra il corso stesso ed il vico parallelo; l’indirizzo ufficiale di casa Simonetti era allora:vico http://www.francavillaangitola.com/personaggi/vito%20simonetti%20drd.jpgCorso Nuovo n° 11. Prima di lui era nata (settembre 1907) Vittoria Barbara; dopo Vito nacquero due maschi, Michele (nel 1910) e Vincenzo (nel 1916), una donna - Barbara Rachele, del 1918 - ; poi altri due maschi, Giuseppe Luigi (del 1919) e Pasquale Giuseppe (del 1921).
   Da giovane, Vito si occupò della conduzione delle terre di famiglia, ed in particolare s’impegnò nell’olivicoltura, nell’orticoltura, agrumicoltura e frutticoltura; dai Condello invece imparò il mestiere di mugnaio ed apprese i segreti dell’arte molitoria.
  Oggi non si sa dove Vito fosse stato mandato a svolgere il servizio militare in tempo di pace, né si conoscono  con precisione le varie tappe della sua esperienza militare durante la guerra. Comunque gli eventi cruciali ed importanti della sua esistenza furono dapprima il coinvolgimento nell’eccidio di Cefalonia (a cui scampò come per miracolo) e poi la dura prigionia in Germania. Quando l’Italia entrò nella seconda guerra mondiale, Vito Simonetti fu richiamato sotto le armi e fu arruolato come soldato nella Divisione “Acqui”. Nell’estate del 1943 egli faceva parte delle truppe italiane che presidiavano l’isola greca di Cefalonia, nel mar Jonio.    
   Fino alla data dell’8-09-1943 la situazione degli Italiani a Cefalonia era stata molto tranquilla; i nostri fraternizzavano volentieri con la popolazione locale e si verificarono non solo unioni, ma pure alcuni matrimoni  tra militari italiani e donne isolane.   Ma dopo l’armistizio dell’8 settembre (stipulato dagli Italiani con gli Angloamericani) la situazione cambiò radicalmente.  Nei due giorni susseguenti all’armistizio, i Tedeschi, che a Cefalonia contavano soltanto su 1800 uomini (rispetto ai diecimila militari italiani presenti nell’isola) avviarono con prudente cautela delle trattative con il comandante della Div.Acqui, gen. Gandin. Nel frattempo però il ten.col. Hans Barge faceva affluire nell’isola nuove truppe ed armi pesanti tedesche. L’11 settembre Barge mandò un ultimatum agli Italiani, con l’intimazione di consegnare le nostre armi ai Tedeschi. I nostri non cedettero; anzi, il 13 settembre, le batterie del capitano Renzo Apollonio aprirono il fuoco su due grossi pontoni da sbarco tedeschi che volevano scaricare i loro uomini dalle parti di capo San Teodoro. Il comandante Barge rispose con un altro ultimatum che conteneva l’ambigua promessa di far rimpatriare i soldati italiani che consegnavano le loro armi ai Tedeschi. Allora il gen. Gandin chiese ai suoi uomini di pronunciarsi su tre alternative: - il mantenimento della collaborazione con i Tedeschi; - oppure l’accettazione di consegnare loro le nostre armi; - o infine la resistenza armata contro di essi.Tramite un rapido referendum i nostri militari scelsero la via della resistenza armata contro le ingiunzioni tedesche. Il 15 settembre iniziarono le ostilità, che si protrassero fino al 22 settembre: decisivi furono gli interventi di artiglieria pesante e di mezzi corazzati, e soprattutto di 200 aerei Stukas che mitraglia-rono e bombardarono le nostre truppe. Dopo otto giorni di eroica resistenza e dopo la morte in com-battimento di oltre 1300 Italiani, i superstiti asserragliati attorno al capoluogo dell’isola - Argostoli -  quasi completamente distrutto, alle ore 14 del 22-09-43 issarono la bandiera bianca e capitolarono. La vendetta tedesca fu terribile; Hitler stesso aveva ordinato che a Cefalonia «a causa del tradimento della guarnigione non devono essere fatti prigionieri di nazionalità italiana, il generale Gandin e i suoi ufficiali responsabili devono essere immediatamente passati per le armi». Il 24 settembre il gen. Antonio Gandin fu fucilato alla schiena; 340 ufficiali furono giustiziati a gruppetti nel cortile della tristemente famosa “Casetta rossa” nella penisola di San Teodoro, presso Argostoli.  Il cappellano, padre Romualdo Formato, nel suo libro L’eccidio di Cefalonia così presentò la strage: «Tentare di descrivere in tutti i particolari la varia e multiforme opera di decimazione consumata dai tedeschi contro i nostri reparti, sarebbe impresa del tutto impossibile. Pochissimi sono i superstiti che possono raccontare….Ogni consuetudine di guerra fu trascurata e vilipesa! Ogni norma di diritto internazionale fu affogata nel sangue».  Molto esiguo fu il numero di nostri militari sopravvissuti ai massacri di Cefalonia. La Guida Verde Michelindella Grecia (ed. 2002) scrive che essi furono soltanto 34. Il nostro Vito Simonetti fu, per l’appunto, uno dei pochissimi sopravvissuti alla carneficina.   È assai difficile stabilire tutta la verità su come Vito sia riuscito a salvarsi e a sopravvivere all’ec-cidio perpetrato a Cefalonia; la sua vicenda presenta alcuni passaggi rocamboleschi, tante zone di ombra e, viceversa, così pochi elementi sicuri, da destare il sospetto che si tratti di una storia par-zialmente inventata, o desunta dalla trama di qualche fiction o film ispirati a episodi della 2ª guerra mondiale. In verità il nostro Simonetti non amava raccontare le sue vicissitudini di guerra e di pri-gionia; forse temendo di non essere creduto dai Francavillesi, mantenne su tali drammatiche vicende un dignitoso riserbo; solamente a qualche intimo familiare rivelò, peraltro in modo fram-mentario, quanto gli era successo a Cefalonia. Questa mia ricostruzione del modo in cui Vito riuscì a scampare all’eccidio, si basa sui ricordi dello stesso Simonetti (a me pervenuti indirettamente per voce di qualche nipote); sui libri di memorie dei Cappellani, don Luigi Ghilardini e padre Romualdo Formato, testimoni oculari delle stragi; sulla testimonianza preziosa del caporale Pietro D’Agostino (di Feroleto Antico) che, come scampato all’eccidio di Cefalonia e come reduce da campi di prigionia in Germania, visse vicende analoghe a quelle di Simonetti.  Il nostro Vito era uscito indenne dai sanguinosi scontri tra Italiani e Tedeschi, svoltisi dal 13 al 22 settembre nell’isola greca di Cefalonia. Dopo la resa delle nostre truppe, Simonetti, insieme a migliaia di suoi commilitoni, era stato catturato dai Tedeschi. Subito ebbe inizio l’azione di rappre-saglia contro i nostri militari. I Tedeschi si accanirono, in primo luogo e con spietata efficacia, con-tro gli Ufficiali italiani, che vennero uccisi a gruppi ristretti o giustiziati addirittura uno alla volta.I nostri militari di truppa, essendo dieci volte più numerosi  rispetto agli Ufficiali, subirono da parte della Wehrmacht un “trattamento” parzialmente differente. Qualche migliaio di nostri soldati, in particolare quelli che sembravano meno riottosi di carattere, più sani di salute e più robusti come struttura fisica, scamparono alle stragi, non già per ragioni umanitarie, ma per motivi puramente economici. Infatti i Tedeschi intendevano trasferirli in Germania per sfruttarli come manodopera a buon mercato, adibendoli ai lavori più pesanti e pericolosi, in miniere, cantieri, fabbriche e aziende agricole. Invece altri soldati più sventurati vennero massacrati a Cefalonia nella rappresaglia messa in atto prontamente dai Tedeschi. Per lo più questi soldati furono uccisi a raffiche di mitragliatrice, dopo averli radunati in gruppi più o meno folti. L’episodio più grave avvenne in una scuola dove man mano erano stati riuniti 600 nostri soldati, che alla fine vennero falciati dalle raffiche di mitra. Quasi a suggellare ignominiosamente la loro morte, i cadaveri delle povere vittime, anziché essere seppelliti nelle fosse, venivano recuperati dai soldati tedeschi, quindi trasportati sulla costa, e dopo averli adeguatamente  zavorrati con carichi pesanti venivano buttati in fondo al mare prospiciente l’isola. Vito Simonetti fu coinvolto in una di queste esecuzioni di massa; sennonché il nostro soldato, colpito solo di striscio dai tiri del plotone d’esecuzione o dalle raffiche di mitra, cadde a terra tramortito venendo subito coperto e quasi riparato dai corpi dei commilitoni che gli crollavano addosso. Terminata la micidiale sparatoria, nel mentre i Tedeschi si accingevano a recuperare i ca-daveri, per trasportarli sui loro automezzi verso il mare, il nostro Vito, per quanto fosse rimasto gravemente ferito sul fianco posteriore sinistro all’altezza dell’addome, era riuscito a liberarsi dalla morsa degli altri cadaveri (probabilmente con l’aiuto di qualcuno che di nascosto aveva assistito alla strage); quindi era stato allontanato di soppiatto dal luogo del massacro. Nei giorni seguenti Vito fu in qualche modo curato; quindi la sua lunga ferita fu ricucita applicandogli dei punti di sutura.   Non si sa se la cura e l’intervento di sutura siano stati prestati a Vito da parte di sanitari italiani oppure tedeschi; comunque il nostro ferito rimase nelle mani dei Tedeschi, che oramai avevano assunto il controllo dell’isola. Inopinatamente, grazie a questa ferita, Vito scampò una seconda volta alla morte. Infatti i Tedeschi tra fine settembre e primi d’ottobre 1943 predisposero il trasferimento dei prigionieri italiani, catturati a Cefalonia e a Corfù, verso i campi di concentramento e di lavoro in Germania. Per far evacuare dalle due isole questi prigionieri, i Tedeschi disponevano allora di tre piroscafi che, per quanto venissero stivati fino al massimo, non potevano trasportare con un unico viaggio tutta la massa dei nostri militari catturati. Perciò nella prima fase dei trasferimenti dalle isole Jonie verso la Germania furono imbarcati su queste navi da trasporto prevalentemente i prigio-nieri più efficienti o quelli che, quantomeno, si trovavano in discrete condizioni di salute, rinviando ad un secondo tempo il trasporto degli altri, più malandati, ancora infermi o convalescenti, ovvero feriti in via di guarigione, com’erano allora il francavillese Simonetti e il feroletano D’Agostino.  Sennonché per colmo di sventura uno dopo l’altro quei tre piroscafi, urtando contro mine disseminate a migliaia nel mar Jonio o colpiti da bombe sganciate  da aerei inglesi, colarono a picco provocando la morte di migliaia di prigionieri su di essi imbarcati. Il primo piroscafo affondò il 28 settembre 1943; il secondo colò a picco l’11-10-43 ed il terzo affondò il 13-10-43.     Così scrisse il cappellano don Formato: «Se fossi partito il 13 u.s. (13 ottobre 1943) sarei morto in mare, come tanti miei fratelli, i cui cadaveri sono stati portati lontano dalle onde e inghiottiti dalle acque. Qualche cadavere è stato portato a riva, ma in uno stato così orrendo ed irriconoscibile che né io, né il Caporale Pietro D’Agostino…siamo riusciti ad identificare».  A causa di queste gravi sciagure i trasporti dall’isola di Cefalonia furono per qualche tempo sospesi. Finalmente il 3-11-43 un altro piroscafo partì dal porto di Argostoli per trasferire i militari italiani superstiti verso i campi di concentramento e di lavoro sparsi nei paesi del III Reich (Austria, Germania, Boemia e Moravia, Polonia). È probabile che anche Simonetti sia stato evacuato da Cefalonia il 3-11-1943, per essere destinato ad un campo di prigionia e di lavoro coatto della Germania settentrionale.  Il viaggio, prima in nave e poi in treno, che partendo da Cefalonia aveva come destinazione ul-tima qualche località della Germania del nord, già di per sé faticoso ed estenuante per l’eccessiva durata, diventava per i prigionieri un’esperienza terribile poiché si svolgeva in condizioni letteral-mente bestiali. Il cappellano don Accorsi così scrisse nel suo libro“Fuellen -Il campo della morte”:   «Per giorni sepolti vivi nel carro di ferro, e la fame, e la sete, e il rullo delle ruote che macinano, e l’incubo e la morte, la morte di molti! E non è finito!... Un carro sudicio immondezzaio ha inghiot-tito i nostri poveri stracci e sotto e sopra i nostri stracci, i fratelli moribondi». Come altri presi prigionieri a Cefalonia, anche Vito Simonetti fu costretto a percorrere un lunghis-simo itinerario per giungere a destinazione. È verosimile che per compiere l’intero viaggio dall’isola greca alla meta finale, situata nella lontana Prussia nord-orientale, ci sia voluto più di un mese, a causa dei frequenti rallentamenti nella marcia dei treni, di continue improvvise fermate lun-go la linea ferroviaria, dei molti trasbordi da un convoglio all’altro, e di presumibili soste presso qualche “Durchgangslager”, ossia in quei “campi di transito” dove i prigionieri potevano, alla bell’e meglio, lavarsi e pulirsi, nonché ricevere qualche misero rancio. Ho incontrato parecchie difficoltà a individuare il nome esatto e l’ubicazione precisa della località dove Simonetti venne internato al termine del lungo viaggio di trasferimento. I suoi parenti mi dicevano genericamente che Vito era stato tenuto prigioniero nella Germania del nord. Per fortuna mi han dato in visione, ed ho potuto esaminare con cura, un documento ufficiale rilasciato a Simonetti dai Tedeschi. Grazie a questa opportunità, non solo ho potuto vedere una sua foto di quel triste periodo, ma da quel documento sono riuscito anche ad estrarre ed acquisire dati, informazioni e varie interessanti notizie. Il 13 ottobre 1944 le autorità tedesche rilasciarono a Vito Simonetti, che sicuramente allora era sprovvisto di documenti di riconoscimento, un “Vorlaeufiger Fremdenpass”, cioè un “Passaporto provvisorio per stranieri”.       L’autorità che rilasciò quel passaporto era indicata tramite un timbro  “Der Landrat”, ossia “Il Consiglio regionale”,  entità  del Reich germanico presente nei capoluoghi
di distretto, più o meno equivalente alla Prefettura o alla Questura di una provincia italiana. Sulle pagine del passaporto di Simonetti appare una stampigliatura con bollo circolare che porta al centro l’immagine di un’aquila posata su una svastica (la croce uncinata, simbolo del III Reich); lungo il bordo del bollo è riportata per esteso la denominazione del Landrat che rilasciava il passaporto. Con molta difficoltà si riesce a leggere la seguente scritta in tedesco: Landrat des Kreises………., ossia  Consiglio regionale del distretto di…….Il nome del capoluogo di distretto, inciso sul timbro con caratteri gotici e molto minuscoli è davvero difficile da decifrare; tuttavia confrontando paziente-mente questo nome inciso sul timbro con quello che era stato scritto a mano con la penna su due pa-gine del passaporto, sembra di poter leggere qualcosa come “Hätzen”, oppure “Lätzen” o “Lötzen” . Nel territorio della Germania attuale però non c’è nessun capoluogo di distretto con un nome del genere. Per fortuna poco tempo fa, nel libro di Martin Gilbert “La grande storia della seconda guerra mondiale”, ed. Arnoldo Mondadori, 2010, a pag. 725 mi è capitato di leggere questa frase:     “Sul campo di battaglia, il 23 gennaio (1945), la IV Armata tedesca, che aveva presidiato la fron-tiera della Prussia orientale, si ritirò dalla fortezza di Lötzen”. Così scoprivo finalmente che in Prussia orientale, all’estrema periferia dei territori del III Reich, c’era una città di una certa impor-tanza denominata in lingua tedesca Lötzen. Dopodiché consultando l’Atlante internazionale del Touring Club Italiano (ed.1977), nell’indice dei nomi ho scoperto che la città prussiana di Lötzen, che si può scrivere anche Loetzen, da quando è passata alla Polonia, ha assunto il nome polacco di Gizycko. Fu proprio quella Loetzen (ora Gizycko) la città dove Vito Simonetti venne deportato come Internato Militare Italiano – I.M.I..
   Oggi Gizycko è una città di 31.000 abitanti; ubicata su un istmo tra due specchi d’acqua pittore-schi, è diventata un importante centro di villeggiatura della regione dei Grandi Laghi della Masuria nella Polonia nord-orientale. Nel Medioevo i monaci tedeschi cavalieri dell’Ordine Teutonico ave-vano colonizzato quella regione insediandovi villaggi e cittadine (fortificate con torri, castelli o for-tezze) talvolta abbellite con palazzi, chiese ed altri edifici monumentali. Questa regione fu la culla di uno Stato che nei secoli successivi crebbe in estensione, in fama e in potenza militare, espanden-dosi dal piccolo Ducato originario fino a diventare il grande Regno di Prussia. Nell’ambito della Prussia orientale la regione dei Laghi Masuri, di cui Lötzen faceva parte, fu teatro di eventi impor-tanti nella storia tedesca: ad esempio nella I guerra mondiale, nel 1914, proprio in questi luoghi l’ar- mata tedesca, sotto il comando del feldmaresciallo Hindenburg, riportò grandi vittorie sull’esercito zarista russo. Poi nella II guerra mondiale, ad appena 30 km ad ovest di Loetzen, nella foresta di Rastenburg (ora detta in polacco: Ketrzyn) Hitler aveva fatto insediare il suo Quartier generale, de-signato con il lugubre nome “Tana del lupo” (Wolfsschanze). Da quel luogo ai margini del Reich, il Fuehrer seguiva l’andamento della guerra sia lungo il fronte russo, sia nel resto d’Europa; da quella “tana del lupo” Hitler impartì ordini, direttive, comandi che sconvolsero il mondo e distrussero la vita di milioni di esseri umani.
   Lassù nel Quartier generale di Rastenburg, il 20 luglio 1944 il Fuehrer visse ore particolarmente drammatiche. Alle 12,42 di quel giorno, fortunosamente scampò ad un attentato messo in atto dal conte von  Stauffenberg, Ufficiale delle forze tedesche della riserva; l’esplosione della bomba uccise quattro Ufficiali in riunione con Hitler, mentre il Fuehrer se la cavò, riportando solo una lieve scalfitura ad una mano. Per quanto colto di sorpresa e scosso dall’attentato, Hitler recuperò subito il suo sangue freddo ed immediatamente prese le prime spietate contromisure per scoprire ed eliminare i congiurati che avevano ordito il complotto. Nel pomeriggio di quella stessa giornata a Rastenburg doveva arrivare Mussolini, per incontrarsi con Hitler e con lui fare il punto dell’anda-mento della guerra. All’arrivo il Duce si congratulò con il Fuehrer per lo scampato pericolo; poi l’incontro tra le due delegazioni proseguì in un’atmosfera alquanto tempestosa. Hitler era visibil-mente agitato e furibondo per il complotto ordito da esponenti delle sue stesse Forze armate. Il col-loquio con il Duce procedette in modo frammentario e sbrigativo, continuamente interrotto da mes-saggi in arrivo,  da squilli di telefono, dagli ordini concitati  che Hitler impartiva a destra e a manca,
a chi gli era vicino e a chi si trovava a Berlino. Dopo un rapido accenno alle difficoltà che in quel momento la Germania attraversava, il Fuehrer deviò il colloquio verso il suo tema preferito, quello delle armi nuove e segrete che presto avrebbe messo in campo e che avrebbero ribaltato in suo favo-re le sorti della guerra. Alla fine del colloquio Mussolini, perorando la causa di migliaia di nostri soldati che, dopo essere stati catturati dai Tedeschi, erano costretti a lavorare in Germania, discri-minati e sfruttati sotto lo status di internati militari, anziché di prigionieri di guerra, ottenne da Hitler la promessa che in futuro sarebbero stati utilizzati in modo più consono alle loro capacità e attitudini, ed avrebbero goduto di un trattamento migliore. Forse anche Vito Simonetti ne trasse qualche beneficio; il rilascio del passaporto ne costituirebbe la prova.
   Esaminiamo attentamente tale documento, partendo dalla fotografia che ci offre una nitida imma-gine di Simonetti al tempo della sua permanenza a Loetzen. Vito è ritratto in abito civile; sotto un giubbotto grigio indossa una maglietta in tinta scura, con una chiusura lampo. L’espressione del volto, lo sguardo dei suoi occhi sembrano velati da una patina di malinconia. Simonetti, seppur di-messamente vestito, si presenta nel complesso come un uomo di aspetto gentile, dai lineamenti http://www.francavillaangitola.com/personaggi/vito%20simonetti%20dr.jpgregolari, con il volto dalla pelle liscia, pulito, senza rughe o segni di cicatrici. Su due angoli della foto era stato impresso il bollo del Landrat. Al di sotto c’è la firma del titolare “Simonetti Vito”, vergata con calligrafia molto chiara. Di fianco alla firma appare un bollo circolare con la dicitura in italiano “Comitato Regionale Lombardo”; venne impresso un anno dopo quando Vito, finalmente rimpatriato, aveva sostato a Milano.
Tutte le pagine del passaporto furono punzonate al bordo inferiore con il numero  38816G42.
La pagina dei dati personali venne compilata nel modo seguente (in carattere corsivo e tradotti in italiano sono riportati i dati che nel documento originale furono compilati a mano ed in tedesco):
      -    Nazionalità:  italiana
      -    Mestiere:  mugnaio
-          Luogo di nascita: Francavilla Angitola, prov. Catanzaro
-          Data di nascita: 9 febbraio 1909
-          Residenza o luogo di soggiorno:  temporaneamente a Lötzen
-          Corporatura: media
-          Viso:  rotondo
-          Colore degli occhi:  castano
-          Colore dei capelli:  nero
      -    Segni particolari:  taglio ricucito con sutura sul fianco posteriore sinistro e due dita senza le   
            unghie.
Il taglio sul fianco sinistro corrisponde a quella ferita che Simonetti riportò a Cefalonia nei giorni della rappresaglia tedesca. L’indicazione delle “due dita senza le unghie” è invece un particolare assai strano: i Francavillesi, che lo conoscevano, ricordano che Vito al ritorno dalla prigionia aveva alcune dita, non solo prive di unghie, ma parzialmente amputate delle falangi. Non si sa come mai Vito avesse subito queste amputazioni alle dita; se siano da addebitare a ferite non curate a dovere o invece a infezioni; oppure se siano state provocate da torture inflittegli, o più semplicemente se fossero conseguenza di qualche infortunio accidentale alle mani occorsogli mentre lavorava al http://www.francavillaangitola.com/personaggi/vito%20simonetti%20br.jpgservizio dei Tedeschi. La questione delle dita amputate rimane avvolta nel  mistero. Comunque per tali mutilazioni gli venne giustamente corrisposta una pensione minima da invalido di guerra.
   Come ambito territoriale di validità il passaporto valeva unicamente nel Reich germanico e in Italia. Riguardo alla durata di validità c’era scritto:   “Il passaporto non è più valido a decorrere dal 24 ottobre 1944, a meno che non venga prorogato”.                     Seguiva la seguente certificazione:
“Si attesta qui di seguito che il titolare è la persona ritratta nella fotografia e che ha vergato di suo pugno la firma posta sotto la foto stessa. Lötzen, il 13 ottobre 1944”.
L’autorità emittente era indicata con la stampigliatura “Der Landrat” e con una firma illeggibile poste a fianco del bollo ufficiale – l’aquila sopra la svastica. L’ultima pagina compilata dall’autorità
tedesca conteneva un visto d’uscita, impresso su una pagina bianca con apposita stampigliatura. Nel visto è scritto:     “74/44        -       Franco di tasse per il rilascio      -     Annotazione di visto a Vito Simonetti  per  un solo viaggio di uscita  dal territorio del Reich, attraverso  un valico  di frontiera ufficialmente riconosciuto, con meta l’Italia.
Il visto può essere utilizzato per attraversare la frontiera fino al 24 ottobre 1944.
                    Lötzen, il 13 ottobre 1944
                                       Il Landrat
                                                        firma illeggibile”
Per quanto illeggibile, la firma sul visto è la stessa di chi rilasciava il passaporto.
   In realtà il rilascio del passaporto abbinato ad un visto d’uscita di validità così breve (10 giorni ap-pena) nascondeva molti inganni. In quel periodo gli stessi cittadini tedeschi incontravano difficoltà a viaggiare individualmente e liberamente nel territorio del Reich. A maggior ragione gli internati militari, come Vito Simonetti, in Germania non avevano alcuna libertà e possibilità di movimento.  I loro viaggi erano “trasporti” a gruppi, effettuati a bordo di autocarri militari o di carri merci ferro-viari, sotto la scorta di pattuglie tedesche di vigilanza; erano per lo più faticosi trasferimenti da un campo di lavoro/prigionia all’altro. Nell’autunno del 1944 la situazione delle truppe tedesche ai confini orientali del Reich si fece drammatica; il 16 ottobre l’Armata Rossa irruppe nella Prussia orientale. Le strade, che passavano per quelle contrade e che attraversavano città come Loetzen e Rastenburg, subito si riempirono di sfollati e profughi che fuggivano verso occidente. Quel 16 otto-bre l’avanguardia dell’Armata Rossa arrivò a soli 50 chilometri da Loetzen. Forse, sotto l’incalzare delle truppe sovietiche, le autorità tedesche decisero di spostare verso occidente anche gli internati italiani; quindi, illudendoli di dargli un permesso per rientrare finalmente in Italia, fornirono loro un passaporto. Anche se il visto d’uscita aveva una validità assai breve, quel passaporto costituiva pur sempre per i nostri internati un prezioso documento d’identità personale. In assenza di informazioni precise io arrischio a collocare la partenza (o meglio l’evacuazione) di Simonetti da Loetzen in una data compresa tra il 16 ottobre e il 20 novembre 1944, giorno in cui Hitler lasciò per sempre il suo Quartier generale di Rastenburg. Dopodiché nel racconto delle vicende di Vito Simonetti, non aven-do trovato – per un periodo di tempo abbastanza lungo – nessuna notizia su di lui, sono costretto a fare un volo nello spazio e nel tempo, saltando da Loetzen/Prussia Orientale (novembre 1944) a Milano (probabilmente a maggio/giugno 1945).  Per fortuna sono riuscito a ricavare, da quel prezioso passaporto tedesco, qualche informazione frammentaria sul passaggio di Vito per il capoluogo lombardo, al momento del suo rimpatrio; pec-cato che non sia segnata alcuna data, cosicché non si può sapere quanto sia durata la sua sosta a Milano. Un timbro a bollo circolare ci informa che Simonetti passò presso un “Comitato Regionale Lombardo”, non meglio identificato. Sicuramente si recò presso il “Comando Piazza di Milano”del C.L.N.A.I. – C.V.L., ossia Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia – Corpo Volontari della Libertà, che aveva assunto il governo amministrativo della città; il passaggio di Simonetti attraverso gli uffici del CLNAI è confermato sia da un bollo circolare, sia da una stampigliatura rettangolare che porta una dicitura molto significativa “assistenza militari internati in Germania”.  Simonetti passò ancora da un altro ufficio del Comitato Liberazione Nazionale, così precisamente designato: “C.L.N. – Città di Milano – Ufficio Assistenza Rimpatriati Germania”. Nei suddetti uffici ed in altri centri d’accoglienza di Milano, non menzionati esplicitamente, Vito trovò aiuto, assistenza materia-le, vitto e alloggio.   Qualche organismo assistenziale, forse del CLN, gli diede del danaro contante; precisamente un timbro attesta l’erogazione della somma di mille lire: “Pagato il sussidio in L. 1000”, seguito dalla firma di Simonetti a mo’ di ricevuta.     Sul passaporto sono riportati altri due appunti interessanti.
- 1) La parola “Indumenti” seguita da una sigla e dal numero 200 (coperto da un tratto di penna, come per fare una cancellatura); dovrebbe segnalare che a Vito, rimpatriato dalla Germania, erano stati forniti degli indumenti.

- 2) Un indirizzo scritto a matita:  “S. Lucia Foglietti  /  Via G. Uberti  2   /     MI”.
Chi era questa donna? La S. potrebbe indicare “Signora” o forse “Suora”; chissà se era un’addetta http://www.francavillaangitola.com/personaggi/vito%20simonetti%20cr.jpgall’accoglienza dei militari rimpatriati? Forse una familiare di qualche eventuale compagno di prigionia di Simonetti? O chissà quale altra persona?
   Dopo la sosta a Milano, Vito Simonetti poté finalmente tornare a casa, in famiglia, alla sua terra natale. Ma per il resto della sua esistenza, come un marchio incancellabile, come stigmate indelebili portò, impressi sul suo corpo e nel profondo del suo animo, i segni delle sofferenze fisiche e morali patite prima a Cefalonia e poi in prigionia. Sebbene fosse un uomo di gradevole aspetto ed il primo maschio di una stimata famiglia, Vito non volle prendere moglie. Introverso, schivo e riservato, diffidente con gli estranei, anziché sprecare il suo tempo con la gente del paese, preferiva trascorrere le sue giornate in campagna, a vigilare sui lavori e sui raccolti agricoli stagionali. Nel tardo pomeriggio ritornava nella casa paterna; nella quiete domestica assaporava momenti di serenità; alle volte giocava e scherzava con qualcuno dei nipoti, circondato dall’affetto dei familiari. Vito Simonetti morì all’improvviso a Francavilla il 7 ottobre 1965, all’età di 56 anni.
   Non avendo avuto modo di conoscerlo personalmente mi piace rievocarne la figura negli anni della sua maturità tramite i versi affettuosi del “ritratto” che gli ha dedicato suo nipote, il dottor Enzo Simonetti:
Zio  Vito
Grande, calvo, senza più riccioli,
col sorriso sempre sul viso.
Ad ogni tuo passo, della casa degli avi,
vibravan le travi pazienti ed antiche.
Sulle mani, sul corpo, dolenti
di Cefalonia le stimmate avevi.
Non le ostentavi, a chi di noi domandava,
rispondevi: - Dovere -,
poiché nella Patria credevi.
Camicie a scacchi, sol per te
da Ninì preparate.
Di velluto l’immensa giacca indossavi.
Nelle tasche, che mai avean fine,
arance, nespole e mandarini
dalla valle dei Duchi portavi.
Da Cottura, tornando per casa,
mandorle, prugne e ciliegie rosate,
per le sorelle ed i nipoti adorati.
Quell’ultima sera, la famiglia d’intorno,
a lungo giocasti con Materesa,
poi salutasti dicendo: - Presto ritorno -,
Al mattino, venne piangendo Michele
per dire a Luigi della tua dipartita.

Poche delucidazioni per meglio individuare località e persone indicate nella poesia:
-   Ninì: colei che confezionava camicie a Vito era la cognata Nina Rondinelli, moglie del fratello Giuseppe Luigi Simonetti, e madre di Vincenzo, autore della poesia.
valle dei Duchi: valletta piuttosto pianeggiante sulla riva sinistra del rio Talagone; essendo      facilmente irrigabile era terra particolarmente ubertosa; suddivisa in minuscoli fazzoletti vi si coltivavano ortaggi e legumi prelibati, nonché diverse specie di agrumi e altre piante da frutto. La gente di Francavilla la chiama valle dei “Luchi”; ma essendo posta immediatamente a ponente e sotto il castello dei Duchi dell’Infantado, secondo Enzo Simonetti doveva essere un tempo l’orto più bello, il giardino d’agrumi, il “barco dei Duchi”, antichi Signori di Francavilla.                                         -    Cottura: in molti paesi calabresi questo toponimo designa quegli appezzamenti rurali, spesso in vicinanza dei centri abitati, dove, per la feracità del suolo e la felice posizione ed esposizione del terreno, si praticavano le coltivazioni più redditizie e più pregiate, la  coltura per eccellenza, in dialetto “cottura” .                                                                                                                                          -    Materesa: vezzeggiativo per Maria Teresa Simonetti, la nipotina con cui zio Vito amava giocare; figlia di Luigi e sorella di Vincenzo, autore della poesia.                                                                                        -    Michele e Luigi, entrambi fratelli di Vito Simonetti.

                                      ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
   Concludendo il racconto delle vicissitudini di guerra e prigionia di Vito Simonetti, voglio esternare questa mia considerazione. Vito, primo maschio dei Simonetti, come internato militare venne trasferito, a sua insaputa, a neppure 30 km di distanza dalla “tana del lupo”, il luogo da cui Hitler dirigeva le operazioni e controllava l’andamento della guerra. A sua volta Vincenzo, terzo maschio dei Simonetti, per rispettare il giuramento di fedeltà allo Stato italiano, come funzionario amministrativo del Ministero degli Interni, seguì a Salò il governo della Repubblica Sociale Italiana, trovandosi così vicinissimo a Mussolini. Pertanto le alterne vicende della guerra portarono i fratelli, Vito e Vincenzo Simonetti, a risultare i due francavillesi che si trovarono più vicini “topograficamente” ai due attori principali sulla scena del secondo conflitto mondiale, il Fuehrer tedesco e il Duce italiano. Nessun altro francavillese venne a trovarsi tanto vicino ad Hitler come capitò a Vito Simonetti; nessun francavillese fu vicino a Mussolini quanto lo fu Vincenzo Simonetti.

                                                                                                         VINCENZO  DAVOLI

(Fonti: archivio Ins. Vincenzo Simonetti; trascrizioni di Vincenzo Davoli)

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LEGAMI TRA IL SITO DI FRANCAVILLA ANGITOLA E IL MONDO GRECANICO

Negli ultimi mesi il nostro sito www.francavillaangitola.com ha stabilito speciali relazioni di amicizia con il mondo e la gente dell’antico e nobile territorio “grecanico” nell’estremità meridionale della provincia di Reggio Calabria. Già dal mese di giugno viene diffuso dal nostro canale YOUTUBE FRANCAVILLATV un video riguardante la “Festa della Tarantella” svoltasi il 17 giugno scorso a Gallicianò di Condofuri; tale video ha ottenuto un enorme successo ottenendo più di diecimila visualizzazioni in soli 3 mesi (un vero record per il nostro canale). Ora invece pubblichiamo un lungo articolo, redatto dall’ing. Vincenzo Davoli, dedicato ad un eroico militare di Montebello Ionico, Francesco FOTI, Caduto nel 1936 nella campagna di guerra d’Africa Orientale e perciò decorato con Medaglia di Bronzo al valor militare

FOTI Francesco
Uscito indenne dalle prime due guerre in cui aveva combattuto (guerra italo-turca del 1911-12, e guerra mondiale 1915-18), Francesco Foti fu poi l’unico “montebellisciano” a morire durante la campagna di guerrain Africa Orientale (1935-1939).Francesco nacque a Montebello Ionico il 18-11-1890, figlio primogenito di Natale Foti e di Giuseppa Cozzucoli; denunciando la sua nascita all’Ufficiale di Stato Civile di Montebello, il padre diede al neonato ben quattro nomi: Francesco Paolo Leonardo Giovanni. I primi due nomi Francesco Paolo indicano chiaramente che la famiglia Foti era molto devota a San Francesco di Paola. Dopo Francesco, i coniugi Foti ebbero altri 5 figli, di cui 2 maschi e 3 femmine.
foti 1.jpg   Dopo aver studiato alla scuola elementare, Francesco cominciò presto a lavorare in campagna insieme a suo padre Natale. Dichiarato abile alla visita di leva, fu poi arruolato nelle file della fanteria. Non avendo reperito il suo Foglio matricolare, non sappiamo in quali reggimenti e in quali città egli abbia prestato servizio militare;ma una bella fotografia, che ritrae Francesco in divisa militare, con il volto adornato da due pittoreschi baffi con le punte all’insù, grazie all’indirizzo del fotografo che l’aveva scattata, ci fa capire che il giovane Foti prestava servizio militare a Torino, forse agli inizi del 1912. Probabilmente in quello stesso anno fu mandato in Libia per combattere nella guerra che l’Italia aveva mosso alla Turchia per conquistare una colonia sulla sponda africana del Mediterraneo.
foti 2.jpgNel 1915, quando l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria, Francesco fu richiamato alle armi e mandato sul fronte di guerra. Del periodo della 1ª guerra mondiale si conserva una fotografia, piccola di formato, ma molto interessante. Francesco Foti vi è ritratto in tutta altezza, mentre posa ai piedi della scala d’accesso ad una casa. Ha la testa coperta col cappello da soldato di fanteria, fatto di stoffa floscia e con visiera rigida di colore scuro. Sul suo volto spiccano le nere sopracciglia e i baffi più corti, ma anche più folti di quelli che esibiva nella foto di Torino. Sotto la corta mantellina, lasciata aperta, Francesco indossa il completo militare in grigioverde, con la giacca chiusa sul collo, e i pantaloni inseriti negli alti stivali. Appoggia sul petto le braccia conserte e tiene le gambe leggermente di sbieco,
Con l’armistizio del 4-11-1918 finirono le operazioni di guerra sul fronte italo-austriaco, e Foti, rientrato in paese, riprese a lavorare in campagna, coltivando i terreni di proprietà della sua famiglia. Poi nel 1920, risultando ancora libero da vincoli coniugali,pur essendo arrivato all’età di 30 anni, Francesco, per migliorare le proprie condizioni economiche, decise di emigrare per qualche tempo negli Stati Uniti. Rimase in America per alcuni anni; lavorando alacremente raggranellò un gruzzoletto di dollari, e con quel denaro, quando rimpatriò, poté acquistare un oliveto nelle campagne di Montebello.
Finalmente nel 1926, all’età di 36 anni, Francesco si unì in matrimonio con Concetta Giordano. Le nozze furono celebrate nel paese di origine della sposa, ossia a Pentedattilo, il vicino, pittoresco borgo dell’area grecanica, territorio di antica, nobile lingua e cultura. I coniugi si sistemarono a Montebello, dove Francesco svolgeva l’attività di agricoltore, lavorando nelle sue diverse terre, coltivate a seminativi, ad oliveto, a “giardino” di agrumi. La loro unione fu allietata dalla nascita di 4 figli, due maschi e due femmine: al primogenito, nato il 1° gennaio 1928 fu dato lo stesso nome del nonno paterno, Natale Foti; il secondo, nato nel gennaio 1931, fu chiamato Domenico; Giuseppa venne al mondo a giugno del 1934; ed infine Francesca, nacque nel gennaio 1936, quando suo papà Francesco (che purtroppo mai poté vederla da vicino) era già arrivato in Africa Orientale.
   Nell’inverno 1934-35, e più precisamente tra il 5 e l’11 febbraio, Mussolini, sia come Capo del Governo, sia in qualità di Ministro della Guerra, emanò ordini di “mobilitazione per misure di carattere precauzionale” alle Divisioni dell’esercito “Gavinana” e “Peloritana”, e nel contempo richiamò alle armi i militari della classe 1911. In effetti queste due prime Divisioni e successivamente altre unità sia del Regio Esercito (“Sila”, “Sabauda”, “Gran Sasso”), sia della Milizia (tra cui la “21Aprile”, la “1° Febbraio” e la “28 Ottobre”) vennero mobilitate o appositamente costituite per essere inviate, principalmente in Eritrea, e in misura minore in Somalia, per poi intervenire nella guerra in Africa Orientale che l’Italia avrebbe mosso,mirando alla conquista dell’impero d’Etiopia. Galvanizzati dalla martellante propaganda fascista che presentava l’Etiopia come un paradiso terrestre, un territorio ricchissimo di risorse naturali, agricole e minerarie, decine di migliaia di italiani si arruolarono volontari nelle file delle Divisioni di Camicie Nere della Milizia. In particolare il 7-8-1935 fu costituita una nuova Divisione della Milizia, denominata “Tevere”, ed articolata in 4 Legioni di Camicie Nere, tra cui la 219ª “Vittorio Veneto”, formata da ex-combattenti della Guerra 1915-18e comandata dal lombardo Consolegenerale Enzo Galbiati, anch’egli reduce e ferito nella Grande Guerra. Il nostro Francesco Foti, che già aveva combattuto nelle due precedenti guerre (prima in Libia nel conflitto italo-turco, poi nella Grande Guerra contro l’Austria-Ungheria), seguendo l’esempio di tanti ex-combattenti., volle partecipare come volontario alla spedizione in Africa Orientale e così fu assegnato come Camicia Nera alla 219ªLegione che appunto raggruppava i legionari, che erano veterani di guerra.
Era passato poco tempo da quando la sua domanda di arruolamento nella Legione era stata accolta, che subito Francesco dovette prepararsi a partire per l’Africa Orientale. Prima di lasciare Montebello, Francesco affidò i 3 figlioletti (Natale, Domenico e Giuseppa) e la cara moglie alle cure dei suoi genitori, Natale e Giuseppa, che, per quanto fossero anziani, erano assai attenti e premurosi verso i nipotini e la nuora Concetta. D’altra parte la stessa Concetta passava un periodo particolarmente delicato, essendo in avanzato stato di gravidanza, con la previsione di partorire a gennaio 1936 il suo quarto bambino; per tale ragione era accudita con attenzione e cura sia dai predetti suoceri che daisuoi genitori ed altri familiari (i Giordano di Pentedattilo).
Nell’ottobre del 1935 Foti partì dalla Calabria per raggiungere Capua, dove in caserma o nei vicini accampa-menti venivano radunati i legionari in procinto di partire per l’Africa. Dopo un breve periodo di preparazione militare, alquanto approssimativa, la Legione “Vittorio Veneto”, insieme a tutte le altre unità della Divisione “Tevere”, fu spostata a Napoli, dove il 13 dicembre 1935 fu passata in rivista da Re Vittorio Emanuele III. Il giorno seguente, 14 dicembre, ben 2600 legionari (tra cui probabilmente il nostro Foti) s’imbarcarono a Napoli sul piroscafo “Sardegna”. A bordo della nave, insieme a ufficiali e sottufficiali, c’era il gen. Enrico Boscardi, comandante della “Tevere”. La sera del 14-12-1935 la nave salpò da Napoli. Il resto della Div. “Tevere” fu imbarcato su altri piroscafi. Dopo circa 14 giorni di navigazione i legionari sbarcavano a Mogadiscio; di modo che l’intera Divisione arrivò in Somalia tra la fine del 1935 e i primi giorni del 1936. Tuttavia lo sbarco a Mogadiscio era un’operazione molto lunga e complessa: poiché i fondali del tratto di mare antistante il capoluogo somalo sono poco profondi, i piroscafi, non potendo attraccare ai pontili, si fermavano al largo. Dalla nave i passeggeri venivano trasbordatisu natanti a chiglia piatta (tipo le “maone”) o su barconi a motore o su motoscafi veloci (questi ultimi ovviamente riservati agli ufficiali e ad altri personaggi eminenti), che li trasportavano fino alla terraferma. Quando il mare era calmo o leggermente mosso, i passeggeri trasbordavano sui natanti scendendo con una scaletta; le merci, come anche i passeggeri, nel caso di mare agitato, scivolavano invece su dei teloni calati dal ponte della nave per mezzo di gru. Trascorreva mediamente una mezz’ora per ogni viaggio di spola dalla navealla terra, sommando il tempo di trasbordo da nave a barcone, il tempo di viaggio e quello per lo sbarco finale sul pontile; cosicché per lo sbarco completo di tutti i passeggeri e di tutte le merci (zaini, armi, munizioni, strumenti e attrezzi vari) trasportate da una grossa nave come la “Sardegna” occorrevano parecchie ore, se non addirittura qualche giorno. All’inizio del nuovo anno, 1936, il nostro legionario, Francesco Foti, venne comunque acquartierato in uno dei vari accampamenti o fortini, sorti a Mogadiscio o negli immediati dintorni. Quando finalmente si sistemò, Francesco ricevette la notizia che a Montebello la moglie aveva felicemente dato alla luce (gennaio 1936) una seconda femmina, a cui fu dato il nome Francesca.
La Legione “Vittorio Veneto” si fermò dalle parti di Mogadiscio per oltrequattro mesi (da gennaio a maggio 1936), e in quel periodo non prese parte ad alcun combattimento. Di quel lungo periodo trascorso da Foti a Mogadiscio gli eredi conservano un documento interessante. Si tratta di una cartolina postale scritta di pugno da Francesco e inviata alla moglie, indicata col seguente indirizzo: Alla Signora / Giordano Concettina Foti/ Montebello Ionico / Prov. di Reggio Calabria. Era un modello speciale di cartolina postale stampata apposta per le Forze Armate Africa Orientale, esente da tassa per l’Italia e le sue colonie; metà della facciata riservata alle comunicazioni del mittente era occupata da una cartina geografica dell’Africa Orientale. Poiché la scala di rappresentazione era molto ridotta (1:30.000.000) sembrava che le due antiche colonie italiane di Eritrea e di Somalia fossero abbastanza vicine, mentre la distanza in linea d’aria tra i porti di Massaua e di Mogadiscio era di 1800 km, e il viaggio via mare da Massaua, sul Mar Rosso, a Mogadiscio, nell’Oceano Indiano, durava almeno una settimana. Francesco scrisse la cartolina in data 2-5-1936; sul bollo di partenza si riesce a leggere: Mogadiscio – 05/5/36; sul bollo d’arrivo si legge: Montebello Ionico – 26/5/36.   Ecco il testo della cartolina:
foti 3.jpg“Cara sposa, vengo spesso a farti sapere delle mie buone notizie riguardo la salute e mi auguro sentire lo stesso da te e tutti in famiglia. Sono contento che nella tua mi dicevi che Giuseppina si è guarita e questo è il mio piacere. Non altro da dirti, ricevi i miei saluti assieme e baciami i nostri cari figli e saluto ai miei genitori, come pure a tutti i tuoi di famiglia e infine a(t) te con affetto di cuore che sempre ti ………   tuo aff.mo sposo   Ciccio -- Somalia Italiana 2-5-1936 “. 
   Il tono di tutta la cartolina è molto affettuoso e assai rasserenante; notiamo in particolare come i nomi delle persone siano scritti nella versione diminutiva, perché ritenuta più familiare; già nell’indirizzo, al posto di Concetta compare il diminutivo “Concettina”; l’inizio è “Cara sposa”; poi “mie buone notizie”…“sono contento”; quindi  la gioia nell’apprendere che “Giuseppina è guarita e questo è il mio piacere”; “baciami i nostri cari figli” ... “con affetto di cuore” …. “tuo aff.mo sposo Ciccio”. Da questo breve scritto si intuisce che, nonostante l’enorme distanza e i tempi lunghi di trasmissione della corrispondenza (ci volevano tre settimane perché la posta dalla Somalia arrivasse in Calabria; ed altrettanti in senso opposto) i coniugi Ciccio (ossia Francesco) e Concettina si scambiavano frequentemente notizie sulle condizioni della famiglia e sullo stato della loro salute; comunque dallo scritto non trapela nessuna notizia su eventuali preoccupazioni, pericoli o disagi sofferti nei lunghi mesi che Francesco trascorse a Mogadiscio; in questa cartolina, scritta il 2-5-36 e spedita da Mogadiscio il 5-5-36, Foti non accenna ad una partenza del suo reparto verso l’Etiopia. Dopo l’occupazione di Harar (8 maggio 1936) e la proclamazione dell’impero italiano d’Etiopia (9-5-1936) anche Foti e i legionari della “Vittorio Veneto” si mossero dalla Somalia ed arrivarono dapprima ad Harar e, alcuni giorni dopo, a Dire Daua, vivace cittadina commerciale e soprattutto la principale stazione della ferrovia Addis Abeba – Gibuti, unica linea ferroviaria di collegamento tra l’Etiopia e l’Oceano Indiano (golfo di Aden).
Con l’inizio della stagione delle grandi piogge (maggio-giugno), le vie di comunicazione dell’Etiopia (più che altro erano piste carovaniere) divenivano impraticabili; le nostre truppe ed il personale italiano civile, presentinell’Etiopia centrale e in Addis Abeba, in quel periodo potevano essere riforniti solamente attraverso la ferrovia di Gibuti. Per proteggere l’arteria ferroviaria e difendere la linea e i treni da eventuali attacchi di ribelli o di briganti furono installati lungo il percorso diversi presidi militari, affidati a reparti del Regio Esercito o a legionari della Milizia. Alla legione “Vittorio Veneto”, dove militava Foti (Camicia Nera della 1ª Compagnia) ed alla 220ªLegione fu assegnato il compito di controllare il tratto di 35 km da Dukam (km 43 da Addis Abeba) fino a Moggio (km 78).Mentre a giugno la ferrovia fu esposta a qualche azione di disturbo, tentata da banditi comuni, nella settimana dal 6 al 12 luglio fu invece colpita da una serie di gravi e cruenti attacchi da parte della grossa e ben munita banda che si era formata nelle alture circostanti sotto il comando del degiac Ficrè Mariam. Il degiac (alto dignitario della corte del Negus, con grado militare quasi equivalente al nostro “generale”) aveva radunato alcune migliaia di soldati abissini sbandati, di arbegnuoc (o patrioti combattenti) e di ribelli armati vari (i cosiddetti shiftà).Per le perdite elevate subite dai nostri militari in quei giornidi luglio 1936 (oltre a centinaia di feriti, si contarono 72 morti, di cui ben 22 erano calabresi), quegli attacchi ai treni, alle stazioni, ai presidi e ai villaggi vicino alla ferrovia furono l’episodio più grave avvenuto in Africa Orientale dopo la fine ufficiale della guerra e la proclamazione dell’impero (5-9 maggio 1936).
Gli attentati alla ferrovia (con rotaie divelte e linee telefoniche tagliate);i vari attacchi alla linea ferroviaria, ad alcune stazioni, e a treni che percorrevano la tratta Moggio-Dukam; gli assalti contro nostre postazioni di presidio e contro depositi di munizioni, seguiti da scontri e combattimenti aspri e cruenti, nonché la ribellione antitaliana degli indigeni locali, furono provocati dalla falsa notizia, diffusa ad arte, che Addis Abeba fosse circondata e stava per essere riconquistata dalle milizie dei figli di Ras Cassà, e che gli italiani con il viceré Graziani, assediati nella capitale, stavano per essere sopraffatti. Qui ricordiamo solamente quegli episodi in cui direttamente, o indirettamente, fu coinvolto la C.N. Foti.La località più importante della tratta ferroviaria Dukam-Moggio era denominata Les Addas dai francesi, che erano proprietari della ferrovia per Gibuti; in italiano era chiamata Addà (oppure Ada). Posta a circa 1900 metri d’altitudine, Les Addas era conosciuta ed anche frequentata come meta di escursioni e di visita a 5 pittoreschi laghi, siti nelle vicinanze, e all’Azienda Agraria di Biscioftù, il più vasto ed attrezzato centrosperimentaledi colonizzazione agricola dell’Etiopia. La zona maggiormente colpita dagli attentati e dagli attacchi abissini del 6 e 7 luglio fu proprio il territorio attorno al presidio militare italiano, al villaggio indigeno e alla stazione di LesAddas. Il Centurione Angelo Dragoni, comandante della 1ª Compagnia del 219° Battaglione della Legione “Vittorio Veneto” era a capo delle Camicie Nere che presidiavano quella zona. Già nella notte tra il 5 e il 6 luglio nel presidio di Addà si erano uditi numerosi colpi di fucile sparati a circa 6-7 km verso ovest, in direzione di Addis Abeba; nella mattinata del 6 luglio un plotone di CC.NN., guidato dal Capomanipolo Pietro Fanti, fu mandato in ricognizione verso quella zona, da dove nella notte erano giunti gli spari. Dopo aver oltrepassato per un paio di km la località di Biscioftù, il plotone di Fanti si trovò di fronte un gruppo di armati abissini così numeroso, che subito dovette arrestarsi e schierarsi in ordine di combattimento per contrastare l’attacco nemico. Poi, vista la netta superiorità numerica di quegli armati del degiacFicrè, il plotone ripiegò a Biscioftù. Per aiutare le CC.NN. di Fanti a fronteggiare gli abissini, davanti a Biscioftù furono piazzate due mitragliatrici pesanti Fiat, ed anche grazie al loro intervento i nostri fermarono l’attacco sferrato in quel luogo, sito ad ovest degli Addas.
Nel primo pomeriggio del 6 luglio FicrèMariam sferrò un altro poderoso attacco; dopo aver occupato il villaggio indigeno di LesAddas, puntò ad assalire la vicina stazione ferroviaria; ma i legionari di quel presidio ferroviario (tra cui la C.N. Foti) pur contando su una forza nettamente inferiore al nemico, resistettero agli assalti abissini. Non riuscendo ad occupare la stazione degli Addas, alcune centinaia di armati del degiacFicrè si spostano di un km verso levante andando all’assalto di un treno viaggiatori che era diretto ad Addis Abeba. Oltre a numerosi viaggiatori civili (diverse donne e bambini, dieci prigionieri abissini, alcuni dipendenti postali e qualche impiegato italiano mandato in missione ad Addis Abeba) a bordo del treno si trovavano una trentina di militari di truppa (tra cui 25 carabinieri che scortavano i prigionieri) e 5 Ufficiali di vari Corpi e di vario grado. Al violento fuoco dei fucilieri abissini i nostri risposero sparando con moschetti e fucili (e i pochi Ufficiali, con le loro pistole) e contrattaccarono con le raffiche di una mitragliatrice piazzata sul vagone di coda del treno stesso. Nella gragnuola della fucileria il treno dovette arrestarsi; messo in allarme dalla sparatoria ininterrotta, un plotoncino di Camere Nere arrivò di corsa dalla vicina stazione degli Addas ed aiutò quelli del treno a rintuzzare l’attacco nemico; scortato da queste Camicie Nere, il treno riprese la sua marcia e subito raggiunse la stazione degli Addas, dove però regnava, soprattutto tra gli indigeni, molto spavento e gran confusione. Comunque verso le 17,30 il treno ripartì alla volta di Addis Abeba. Sennonché, dopo aver percorso quasi 6 km, il treno all’improvviso sobbalzò; la locomotiva deragliò e tutto il convoglio si bloccò presso un casello ferroviario, denominato Zalalakà. Per impedire la circolazione dei treni, in quel punto era stati asportati diversi metri di rotaie; e in prossimità degli Addas erano stati tagliati i fili del telefono, sia dal lato ovest (verso Addis Abeba) sia sul lato est (verso Gibuti). Sotto i colpi di fucile delle bande abissine appostate nei paraggi, subito caddero uccisi il ten. col. Mercanti ed alcuni carabinieri. Gli altri riescono a scendere dal treno e trovano riparo dietro il recinto e dentro il fabbricato del casello.  Nonostante la penuria di munizioni e l’esiguo numero di uomini armati (appena una quarantina dei difensori poteva disporre di un fucile o moschetto) gli asserragliati di Zalalakà tengono testa per quasi ventiquattro ore ai ripetuti attacchi delle bande abissine o ai tiri micidiali dei cecchini acquattati in quelle lande acquitrinose. Avendo capito, a causa della sparatoria persistente, che il treno era stato fermato ed assalito dai ribelli abissini, il Centurione Dragoni del 219° Battaglione partì a piedi dagli Addas con 30 volontari (molte Camicie Nere e 5 della Guardia di Finanza) per andare a soccorrere i viaggiatori del treno bloccato a Zalalakà; ma contrastati dagli uomini di Ficrè, solo una dozzina di volontari e lo stesso Dragoni arrivarono salvi al casello assediato, quando era già iniziata la sera del 6 luglio. Ormai consapevole del gravissimo pericolo in cui si trovavano gli asserragliati nel casello, sia i viaggiatori superstiti del treno deragliato, sia i 12 volontari venuti con lui dagli Addas, il centurione Dragoni sparò nel buio della notte 3 razzi rossi per segnalare alla guarnigione più vicina, quella di Addas, il grave pericolo che incombeva sul casello di Zalalakà e per invocare l’intervento di soccorsi. Agli Addas il Capomanipolo Iridio Mantovani vide comparire nel cielo i 3 razzi rossi, sparati appunto per chiedere soccorso; subito radunò 34 Camicie Nere del Plotone Comando, 1ªCompagnia del 219° Btgl, per andare con un camion a soccorrere gli assediati di Zalalakà; dei 34 legionari, ben 15 erano calabresi. Ma il drappello del Capomanipolo Mantovani fece purtroppo una brutta fine; avventurandosi verso ponente eattraversando terreni accidentati, il camion ebbe difficoltà d’orientamento sia per la notte oscura, sia perché fuorviato dagli spari che provenivano da tante direzioni. Procedendo al buio e sotto la pioggia a dirotto, il camion dei soccorritori vagò per tutta la notte, e si spinse molto più ad ovest, senza accorgersi di aver oltrepassato di vari chilometri la zona del casello di Zalalakà. All’alba di martedì 7 luglio i legionari si ritrovarono addirittura nei pressi di Dukam, e subito furono circondati da forze nemiche nettamente superiori. I soccorritori ed il Capomanipolo si difesero strenuamente sparando tutte le cartucce di cui disponevano; lanciate le ultime bombe a mano, cercarono alla fine di difendersi con le baionette ed i pugnali.Morirono tutti quanti, eccetto la C.N. Vincenzo Brunetti, che, gravemente ferito e coperto dal cadavere di qualche suo commilitone, fu ritenuto morto dagli abissini assalitori, che scapparono velocemente al sopraggiungere di un treno mandato in soccorso dei nostri soldati.
Intanto nel crepuscolo del 6 luglio anche la situazione agli Addas era diventata assai critica; a causa del taglio delle linee telefoniche la stazione era isolata, non poteva comunicare con le stazioni vicine, né lanciare fonogrammi con richieste di soccorso.Oltre a contare alcuni feriti ricoverati in qualche stanza adibita ad infermeria, la guarnigione di Les Addas si era indebolita fortemente, dopo che ben 65 nostri militari erano andati in soccorso dei viaggiatori del treno deragliato a Zalalakà (dapprima il drappello del Centurione Dragoni; e poi il tentativo del drappello di Mantovani, conclusosi tragicamente). Approfittando delle gravi difficoltà in cui si trovavano i nostri militari rimasti a difendere Les Addas (tra i quali era la C.N. Francesco Foti) la banda di Ficrè Mariam, sul far della sera del 6 luglio, tornò ad attaccare il presidio e la stazione. Proponendosi di annientare definitivamente il presidio e di occupare la stazione, l’attacco riuscì particolar-mente violento, poiché questa volta si mossero insieme sia gli armati di Ficrè, muniti di efficienti fucili, sia gli abitanti di Addas, i quali, pur essendo disarmati o brandendo armi rudimentali, erano insorti anch’essi contro i conquistatori italiani. Nell’oscurità della sera e nel buio della notte gli scontri a Les Addas furono molto furiosi; a guidare i nostri legionari, posti a difendere quell’importante presidio, erano rimasti solamente due Tenenti, e più precisamente i Capi manipolo Fanti e Bellinello. Contro gli attaccanti che vantavano una netta superiorità, le Camicie Nere opposero una fiera resistenza; i combattimenti furono tanto intensi che agli orecchi degli assediati presso il casello di Zalalakà arrivava nitida l’eco di quanto stava succedendo agli Addas: sparatorie ininterrotte, scoppi di bombe a mano, urli vari, esplosioni, crepitii di mitragliatrice. Grazie alle motivazioni che accompagnano la concessione di onorificenze al valor militare (Medaglia d’Oro per Pietro Fanti; e Medaglia di Bronzo per Francesco Foti ed altri 8 suoi commilitoni) possiamo ricostruire le circostanze in cui il nostro legionario Foti eroicamente morì.
   Il Capomanipolo P. Fanti della 220ª Legione, che nella ricognizione fatta al mattino di quel 6 luglio, dalle parti di Biscioftù, era stato leggermente ferito, quando rientrò agli Addas assunse di fatto, insieme a Bellinello, il comando del plotone di CC.NN. posto a difesa di questa località. Quando i ribelli di Ficrè Mariam andarono all’attacco, il Com.te Fanti fronteggiò coraggiosamente gli irruenti avversari, finché non venne assalito alle spalle da nuclei nemici edagliabitanti del villaggio insorto;a quel punto Fanti e i legionari che riuscirono a seguirlo (tra cui il nostro Foti del 219° Battaglione), con grande ardimento e sprezzo del pericolo si aprirono la strada a colpi di bombe a mano per mettersi in una posizione più idonea alla difesa. Quando poi Fanti s’accorse che i nemici stavano per impadronirsi di un deposito di munizioni, insieme ai legionari rimastigli vicino, corse a difendere quel deposito. Francesco Foti e i suoi commilitoni combatterono valorosamente perché il nemico non si impadronisse del deposito munizioni, e cessarono di battersi soltanto quando caddero, colpiti a morte, davanti al deposito che invano i ribelli avevano cercato di conquistare. Insieme a Foti, davanti a quel deposito munizioni, la sera del 6-7-1936, morirono altre 8 Camicie Nere. Tutti quei 9 Caduti erano dell’Italia meridionale; qui ricordiamo quanto meno i nominativi dei cinque calabresi Caduti per difendere il deposito:
Camicia Nera scelta Angelo Nicastri di Falerna (CZ); C.N. Luigi Sinopoli di Satriano (CZ); C.N. Giuseppe Costa di Grotteria (RC); C.N. Foti Francesco di Montebello Ionico; C.N. Pellegrino Giuseppe di Careri (RC).
A tutti i 9 venne concessa la Medaglia di Bronzo al valor militare (alla memoria) con la seguente motivazione, uguale per tutti:“Legionario di un plotone di CC.NN. posto a difesa di importante posizione attaccata da forze ribelli soverchianti e dagli abitanti del villaggio insorti, dava prove di ardimento e di sprezzo del pericolo e si apriva la strada a colpi di bombe a mano. Accortosi che i nemici stavano per impadronirsi di un deposito di munizioni, accorse col proprio Ufficiale ed i suoi compagni a difesa del deposito stesso compiendovi nuovi atti di valore finché colpito a morte cadeva sul posto che aveva strenuamente difeso- Les Addas 6 luglio 1936”.
   Riguardo al Capomanipolo Pietro Fanti vogliamo ricordare che, piazzandosi a difesa del deposito munizioni, venne ferito al volto dallo scoppio di una bomba lanciata dai ribelli, in maniera così grave da restare cieco per il resto della sua esistenza. Ma l’eroico Ufficiale, vincendo il grandissimo dolore agli occhi, continuò a dare disposizioni per l’estrema difesa del deposito. Quando finalmente sopraggiunsero i rinforzi, lo trovarono vivo anche se esausto per il sangue perduto; stringendo ancora nelle sue mani ferite due bombe a mano da lanciare addosso agli assalitori, si dichiarò orgoglioso di aver impedito col proprio sacrificio la conquista del deposito.  A P. Fanti, esaltato come “fulgido esempio di virtù militare” fu concessa la Medaglia d’Oro al valor militare.
Grazie al sacrificio di Fanti e di tante Camicie Nere, i nostri legionari, pur perdendo momentaneamente il controllo della stazione di Addas, si asserragliarono davanti al deposito munizioni e sulle alture sovrastanti i laghetti di Biscioftù, e così riuscirono a contenere gli assalitori, mantenendoli a distanza grazie alle micidiali raffiche delle nostre mitragliatrici pesanti.
   Quella stessa sera del 6 luglio un centinaio di Camicie Nere del 219° Battagl., guidate dal Console Galbiati, partite dal presidio di Moggio a bordo di 4 autocarri per andare a soccorrere quelli di Addas, di cui non si avevano più notizie dopo l’interruzione delle linee telefoniche, appena giunsero alla stazione di Addas ingaggiarono una lotta furibonda contro gli abissini che l’avevano occupata. Combattendo per tutta la notte e senza esclusione di colpi, con tutte le armi di cui disponevano, con i moschetti e con le baionette, con lanci di bombe a mano, con pistole e pugnali, i legionari soccorritori riuscirono a ricacciare gli abissini dalla stazione e respinsero le loro controffensive. La riconquista della stazione fu però pagata a caro prezzo: tra i soccorritori si contarono morti e feriti, tra cui lo stesso Console Galbiati. Colpito gravemente all’avambraccio destro da un proiettile che gli fratturò il radio, Galbiati fu in qualche modo soccorso e sommariamente medicato; il braccio ferito fu stretto tra due stecche di legno e fasciato con qualche pezza di stoffaapprontata lì per lì come una benda. Poi, col braccio ferito appeso al collo e con la divisa tutta imbrattata di sangue, Galbiati riprese subito a combattere e non si fermò se non quando i suoi legionari ripresero il controllo della stazione.
   Il mattino del 7 luglio alla stazione di Addas si presentò uno scenario terrificante, una devastazione paurosa: il terreno era cosparso di decine di morti, sia abissini sia italiani; da più parti s’udivano grida e lamenti di feriti. In quella situazione caoticai nostri legionari si preoccuparono anzi tutto di rintracciare i commilitoni feriti, di metterli in salvo portandoli in luoghi riparati e di approntare ad essi le prime cure. Solo in un secondo momento provvidero a recuperare i cadaveri dei loro compagni, disseminati nei diversi luoghi di Addas dove italiani e abissini si erano scontrati. Non fu impresa semplice riuscire a rintracciare i cadaveri di tutti i nostri soldati periti in quei combattimenti; per di più alcuni cadaveri, essendo orribilmente deturpati, trucidati o mutilati, non sempre venivano immediatamente identificati.In un primo sommario bilancio delle perdite sofferte dalle nostre Legioni, quando ancora non erano stati identificati tutti i cadaveri dei soldati scomparsi, la Camicia Nera Francesco Foti e tre suoi commilitoni, deceduti per difendere il deposito munizioni, vennero annoverati tra i “dispersi”nel bollettino n° 13, intitolato ALBO DELLA GLORIA, contenente i nominativi dei militari Caduti in A.O.I.- Africa Orientale Italiana, nel mese di luglio 1936; il bollettino fu pubblicato il 7 agosto sui principali quotidiani italiani. Anche nella prima comunicazione ufficiale della sua scomparsa, Francesco Foti per due volte fu indicato come disperso.
Gli eredi conservano la minuta di una lettera che il Console Enrico De Biase, allora comandante della 163ª Legione di Reggio Calabria, indirizzò a qualche gerarca fascista della federazione reggina o di Montebello Ionico per avvisarlo della scomparsa di Foti; nella lettera è riportato il telegramma firmato addirittura dal Capo di Stato Maggiore della Milizia(MVSN) gen. Luigi Russo. Ecco il testo completo del manoscritto:
“Il comando generale della M.V.S.N. telegrafa: «Camicia nera Foti Francesco di Natale 219 legione disperso scontro ribelli avvenuto Les Addas Biscioftù giorno 6 luglio – indirizzo famiglia Montebello Ionico. Capo di S.M. f.to Russo».
   Affido pertanto alla S.V. il delicato incarico di partecipare con tutta cautela quanto sopra alla famiglia rivolgendo vivissime e sentite parole di conforto a nome di S.E. Russo Capo S.M. della Milizia mie personali et legionari 163.
   Come da accordi presi dallo scrivente con il Segretario federale V.S.  comunicherà la notizia anche al  segretariopolitico ed al Podestà coi quali se lo crederanno si recherà dalla famiglia del disperso.
V.S. curerà inoltre di richiedere alla famiglia stessa una fotografia del loro congiunto trasmettendola allo scrivente coi cenni biografici (anzianità di iscrizione al Partito, benemerenze, professione ecc.) specificando se celibe o coniugato. In quest’ultimo caso comunicherà il nome della moglie ed il numero dei figli.             
    Il console
comandante la legione
f.to Enrico De Biase “
    Per ripristinare l’ordine e riprendere il controllo del territorio limitrofoalla linea ferroviaria, il Viceré Mar. Graziani inviò da Addis Abeba la brigata del gen. Gallina, forte di 3000 ascari eritrei, conosciuti come acerrimi nemici degli abissini. Ma prima che gli ascari arrivassero nel pomeriggio del 9 luglio agli Addas ed a Moggio, i ribelli abissini, per evitare di scontrarsi con i temuti avversari, si erano già dileguati. Non avendo potuto colpire i ribelli armati, gli ascari eritrei si accanirono contro gli abitanti dei villaggi abissini, che erano insorti contro l’Italia: né si limitarono a distruggere e bruciare i loro tucul e villaggi, ma depredarono i loro raccolti, razziarono tutti i loro animali (bovini, ovini, caprini, galline...) e, per potersi muovere piùfacilmentesenza essere intralciati dai capi di bestiame più lenti, macellavano per primi gli animali più grossi e più pesanti.
foti 4.jpg   Intanto si concludevano le operazioni di rinvenimento e di identificazione dei cadaveri dei militari periti nei sanguinosi scontri con gli abissini. Finalmente fu ritrovato anche il cadavere del legionario Francesco Foti; la sua identità venne accertata sia dal Centurione Dragoni, comandante la 219ª Legione, sia dal Centurione Emilio Palmarocchi. Quando la sua salma fu infine ricomposta, la bara venne benedetta dal cappellano della Legione, il Centurione don Luigi Rutto, e quindi sepolta nel cimitero militare italiano allestito agli Addas.Gli eredi di Foti conservano una foto della sua tomba, scavata ai piedi della grande croce cimiteriale; un semplice cartello, inchiodato ai bracci di una piccola croce in legno, che recava la scritta  
DIVIS. CC.NN.  TEVERE/
219^ LEGIONE  / C.N. FOTI FRANCESCO, serviva ad indicare l’ubicazione della sua tomba nel cimitero.
Il 7-9-1936 quando fu pubblicato il 14° bollettino dei nostri Caduti in A.O.I., Foti e gli altri 44 militari, che nel precedente bollettino erano stati segnalati come dispersi nei vari scontri avvenuti nelmese di luglio 1936, furono riconosciuti come sicuramente deceduti.Nel frattempo gli affranti congiunti del povero Foti, accogliendo la richiesta del Console De Biase, gli avevano trasmesso una fotografia del loro Caduto, con diversi dati biografici e di famiglia. Fu così preparato un breve articolo commemorativo del Caduto Foti da pubblicare su Il Popolo d’Italia, il quotidiano ufficiale del Partito Nazionale Fascista. Si conosce il giorno (11) e l’anno (1936) ma non il mese in cui il trafiletto apparve sull’organo del PNF; verosimilmente fu pubblicato l’11 agosto oppure l’11 settembre 1936. Titolo dell’articolo: Foti Francesco: Presente!Dopo le prime 6 righe di testo fu inseritala fototessera del Caduto; concentrato in una colonna, questo è il testo completo del trafiletto:
foti 5.jpg
Foti  Francesco : Presente!
MONTEBELLO  JONICO,   11   --
Fra i Caduti nell’azione contro l’orda dei selvaggi
ribelli, è pure compreso Foti Francesco di Natale,
da Montebello Jonico,veterano della guerra libica,
cuipresepartenegli  anni1911- 1912e della
guerraitalo-austriaca, durante la quale combatté
ininterrottamentedal1915 all’armistizio.
Il povero Foti era volontario della gloriosa divi-
Sione Tevere, alla quale apparteneva, sin dall’otto-
bre 1935.
Ottimo giovane sotto tutti i rapporti, fascista del-
la prima ora,lasciafra tutti i suoi camerati, il più
sentitoeamarorimpianto, perché tutti lo stima-
vano e lo circondavano di vero affetto.
Lascia inoltre la giovane moglie e quattro teneri
bambini,dicuil’ultima è nata dopo la sua parten-
zaper l’A.O..
Al Segretario del suo Fascio, il Foti così scriveva
dalla zona dicombattimento:«Sono orgoglioso di
servireanch’iola Patria e il Fascismo, inqueste
terre lontane, dove certamente liquideremo     i
 vecchi conti».
Tutte le Camicie Nere del Comune di Montebello,
dalla riva del mare, riunite intorno al nome glorio-
sodi Foti Francesco,levano ben alto il braccio    gagliardo, nell’espressione virile del saluto romano
e gridano profondamente commossi:
Camerata Foti Francesco:  Presente!

   Nel 1940 l’Istituto Poligrafico dello Stato pubblicò un grosso volume intitolato ALBO D’ORO DEI CADUTI PER LA FONDAZIONE DELL’IMPERO, contenente i nominativi degli italiani deceduti nella campagna di guerra in Africa Orientale negli anni 1935, 1936 e fino a maggio 1937. I Caduti furono ripartiti in ordine alfabetico in base alla provincia di nascita; nel capitolo della provincia di Reggio Calabria, a pagina 788, venne presentato: FOTI Francesco  /  di Natale  /  Camicia Nera della M.V.S.N. – nato il 1910 a Montebello Ionico  /  deceduto il 7 luglio 1936 XIV – Les Addas in combattimento  /  Medaglia di Bronzo sul campo  /  alla memoria. Quindi era riportato il testo completo della motivazione per la quale era stata concessa, alla memoria, la suddetta Medaglia di Bronzo. Il numero romano XIV stava ad indicare l’anno 14° dell’Era Fascista, contata a partire dalla Marcia su Roma (28-10-1922.

Abbiamo già scritto che al Francesco Foti, per aver difeso con altri 8 commilitoni il deposito munizioni presso Les Addas, fu subito conferita sul campo la Medaglia di Bronzo al valor militare. L’anno seguente, su proposta di Mussolini, allora Ministro della Guerra, e dopo la registrazione del provvedimento alla Corte dei Conti il 19-8-1937 (reg. 32 – foglio 351), il Re Imperatore Vittorio Emanuele III in data 20 agosto 1937 sanzionò la predetta concessione della Medaglia di Bronzo, con l’aggiunta del soprassoldo di lirecento annue, alla memoria della Camicia Nera Foti Francesco. Natale Foti, figlio primogenito del Caduto Francesco, come cimelio prezioso di famiglia custodisce l’attestato di concessione della suddetta onorificenza al valor militare conferita al suo glorioso padre, corredato sul bordo superiore, a sinistra con un distintivo/medagliacommemorativa della 1ª guerra mondiale, al centrocon la vera e propria Medaglia di Bronzo per la morte nel 1936 in A.O.I., a destra con la medaglia/ricordo della partecipazione di Francesco Foti alla guerra di Libia nel 1912.
foti 6.jpg

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FESTA DELLA MADONNA DELLE GRAZIE 
16 SETTEMBRE 2018


Quest’anno la festa francavillese della Madonna è capitata il 16 settembre, il parroco don Giovanni Tozzo celebrando la messa solenne alle ore 10,30, subito seguita dalla processione per le vie del paese. Nella mattina di domenica la festa è stata allietata dalla banda musicale di Filadelfia, nonché dai fuochi pirotecnici.  la festività della Madonna delle Grazie, che si rinnova nell'omonima antica ed artistica Chiesa, situata a breve distanza dai ruderi del Calvario vecchio e dalla Chiesa di S. Pietro (al cui interno vi era una cappella intitolata a tale Madonna) divenne dopo la sconsacrazione di quest'ultima la seconda chiesa del paese. Mons. Carafa nel 1763 l'elevò alla dignità di chiesa parrocchiale emanando un decreto di divisione che cercava di mettere fine alle continue dispute tra i due parroci di S. Foca. Salomonicamente il vescovo assegnò la nuova parrocchia al più giovane dei due preti. Più volte danneggiata dai sismi venne sempre restaurata e riaperta al culto. E' particolare la devozione e l'attaccamento dei francavillesi alla Madonna lignea che si trova all'interno di questa chiesa, opera dell'intagliatore Vincenzo Scrivo da Serra S. Bruno, che la completò nel 1796.

 

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FESTA ESTIVA DI SAN FOCA A FRANCAVILLA ANGITOLA – AGOSTO 2018

Giorno 12, seconda domenica di agosto, si è svolta la festa estiva del Santo Patrono di Francavilla: la prima messa è stata celebrata alle ore 8 da Padre Tarcisio RONDINELLI, il quale, come ben si sa, fu battezzato con il nome Foca. Quindi alle ore 11 l’arciprete Don Giovanni Battista TOZZO ha officiato la messa solenne,  alla fine  della messa sul sagrato della chiesa si e’ svolta la  cerimonia di offerta e benedizione dei dolci tradizionali, a forma di serpe, preparati in onore del Santo in quanto protettore dai morsi di serpenti e bisce.
Alle ore 17,30 Don Giovanni Tozzo ha celebrato una seconda messa prima dell’inizio della processione. Sia nella giornata di sabato 11 che in quella di domenica 12  agosto, la banda musicale   del maestro Gugliotta di Filadelfia  ha allietato la festa percorrendo le vie del paese. Alle ore 18,30 ha avuto inizio la lunga processione.  Dietro alla statua del Santo e al gonfalone comunale, recato da Gianfranco Schiavone . procedeva l’Amministrazione  guidata dal dall’ avv. Giuseppe PIZZONIA. La processione si è conclusa sul sagrato della chiesa parrocchiale dove i fedeli hanno intonato la tradizionale litania; La cerimonia religiosa si è conclusa con il bacio della reliquia del Santo Patrono.
Come da programma predisposto dal Comitato organizzatore della Festa, presieduto dall’Arcip. Don Giovanni Tozzo, nella serata di sabato 11 agosto sul palco allestito in piazza Solari si è esibito “ANNA AUTIERI”  la  Cover  di Laura Pausini . Protagonista della serata musicale di domenica 12 è stato  il cantautore calabrese  Mimmo  Cavallaro . Una piazza Michele Solari piena fino all’inverosimile come la non si vedeva ormai da anni. Mimmo Cavallaro e la sua band hanno reso omaggio nei migliori dei modi il patrono della cittadina San Foca, deliziando il pubblico e, di fatto, concludendo le celebrazioni. Il comitato è andato sul sicuro, poiché il cantautore di Caulonia è uno dei pochi che ancora riesce a trascinare il pubblico in piazza. Durante lo spettacolo, in parte mandato in diretta sulla web tv dei Calabresi nel mondo www.kalabriatv.it e sul sito www.francavillaangitola.com, l’artista reggino ha presentato l’ultimo lavoro discografico “Calanchi” un album di inediti in studio magistralmente prodotti da Tony Canto in commercio dal Novembre 2017. Un primo singolo dal titolo “L’Europa che danza” era già stato pubblicato, accompagnato da un video girato da Giacomo Triglia e riproposto all’interno della scaletta insieme a brani storici che lo hanno reso famoso nel mondo. Nella diretta del concerto, sono stati numerosi gli emigrati intervenuti, che per impossibilità varie non hanno potuto partecipare all’appuntamento. Sana musica calabrese accompagnata da artisti musicali quali: Gabriele Albanese, Andrea Simonetta, Silvio Ariotta e Francesco Carioti, ai quali si è aggiunto il ballo della tarantella grazie alla performance di Valentina Donato. Gli organizzatori della festa, nel finale hanno voluto ringraziare i presenti e in particolar modo l’artista calabrese per avere onorato il Santo Patrono. D'altronde Mimmo Cavallaro è un artista che da 6-7 anni va per la maggiore e nell’ultimo periodo è stato protagoniste in due piazze molto importanti a livello mondiale: Buenos Aires e Toronto, due grandi città che accolgono milioni di calabresi emigrati. Francavilla Angitola ha così potuto ballare per oltre due ore di spettacolo, in quella che sarà ricordata come una serata storica, almeno per il pubblico arrivato. Anche quest’anno gli archi con luminarie multicolori sulle vie principali del paese, La festa si è conclusa in bellezza, poco dopo la mezzanotte di domenica con i fuochi d’artificio.

 

 

A Vibo Marina, Pizzo e Francavilla Angitola la 25 ^ Festa della Gente di Mare dedicata a San Francesco di Paola

 

Anche quest’anno la Festa è andata bene…” , la festa è quella che a metà luglio, da ben 25 anni, si celebra nei comuni di Francavilla Angitola e Pizzo, è la Festa della Gente di Mare in onore di San Francesco di Paola.  La manifestazione si ricollega all’antica devozione verso il Taumaturgo Paolano molto sentita dai pescatori, dai marittimi e da tutte le persone legate al mondo del mare. La festa in questi anni ha avuto un notevole sviluppo, allargandosi da Paola a tanti altri centri calabresi  legati a San Francesco grazie  all’impegno dagli ideatori ed organizzatori Vincenzo Davoli, Gianfranco Schiavone e Giuseppe Pungitore che curano il sito www.francavillaangitola.com, nonché di Giovanni Bianco, Emanuele Stillitani, Franco Di Leo, Francesco La Torre e grazie al sostegno del Vescovo  di Mileto, dei Padri Minimi e del clero diocesano, di varie associazioni di volontariato e protezione civile ed alla collaborazione della Guardia Costiera, risulta essere oggi la più importante Festa della Gente di Mare in Italia.

Il 14 luglio è arrivata a Vibo Marina la reliquia  della “Salvietta ”,  il vero  volto di San Francesco di Paola,  custodita a Benincasa di Vietri sul Mare (SA).  Con il consenso entusiastico di   Padre Bibaki Nzuzi, parroco di
Santa  Maria  delle Grazie e San Francesco di Paola a Benincasa, la Reliquia è stata portata  dal Priore Giuseppe Galdoporpora  e da Giuseppe Manzi,  Vice presidente affari economici della parrocchia. Al porto di Vibo Marina  era ormeggiata  il nave CP 920  “Gregoretti” inviata appositamente alla 25° Festa della Gente di Mare dal Comando Generale delle Capitanerie in sostituzione della nave “Dattilo” impossibilitata a lasciare la base di Catania .  Dopo lo scambio dei saluti preliminari,  si sono aperti i lavori del Convegno sulla figura del Com.te Luigi Dattilo. Il  convegno si è svolto nel piazzale antistante la Capitaneria di Vibo Marina ed è stato moderato  dal dott.  Giovanni Bianco, Console del Touring Club. Dopo i saluti di benvenuto rivolti a tutti presenti  dal Cap.Freg. Rocco Pepe, Comandante Capitaneria di Porto vibonese ; sono intervenuti l’avv. Giuseppe Pizzonia, Sindaco di Francavilla Angitola;  il dott. Cesare Cordopatri, presidente della Pro loco di Pizzo; il dott. Vincenzo De Maria, presidente della Pro loco di Vibo Marina, e i due ufficiali comandanti di unita’ navali della Guardia Costiera, il Cap. Corvetta  Antonello Ragadale, Comandante in 2^ della Nave “Luigi Dattilo”, e  il Tenente di Vascello Carmine Berlano,  Comandante della  "B. Gregoretti", ancorata al porto.   Sulla figura  gloriosa  del Comandante Luigi Dattilo hanno relazionato
dapprima il nipote di Dattilo, il medico dott. Gaetano Luigi Sposaro (che con parole affettuose ha ricordato il suo caro “nonno” );  il presidente del comitato festa della Gente di Mare, ing. Vincenzo Davoli, si è soffermato  sulla carriera  del comandante  e sulle navi intitolate a Luigi Dattilo; lo storico Franco Cortese ha  ricordato con  orgoglio  di aver incontrato e conosciuto personalmente  il glorioso comandante Dattilo che ha onorato  la città marinara di  Pizzo.  
Il comitato organizzatore della festa  ha quindi consegnato al vice comandante  Antonello Ragadale, della  nave “Luigi Dattilo”, il  premio “Charitas  Paterna”, opera realizzata dall’orafo crotonese Michele Affidato.  Il comandante Ragadale  ringraziando per il riconoscimento ricevuto, ha assicurato di consegnarlo al comandante capo della nave  Dattilo, Ten. Vascello Federico Panconi, che lo farà collocare a bordo della nave mettendo tutto l’equipaggio  sotto la protezione di San Francesco di Paola. Il Com.te Panconi a sua volta, in segno di ringraziamento ha voluto donare  all’orefice crotonese Affidato  il Crest ufficiale  della Nave Dattilo.

Il 15 luglio il corteo con la reliquia, insieme alla “Barca di Benincasa” e alla statua di San Francesco, custodite presso il Locamare (Com.te Francesco Caretto) si è diretto a Pizzo dove una miriade di barche ha effettuato la tradizionale traversata fino a Colamaio1 dove è stata recitata la Preghiera del marinaio con la benedizione e il lancio della corona in onore di tutti i Caduti del mare.  Il ristorante Refresh  di Colamaio1 ha offerto alle autorità convenute un gradevole  rinfresco.  Il corteo con la banda musicale di Capistrano si è poi trasferito in contrada Olivara di Francavilla, presso il viadotto di San Francesco.  Sul palco installato nel piazzale di contrada Olivara, gli amici di Vietri,  Priore Giuseppe Galdoporpora e Giuseppe Manzi, hanno collocato la Salvietta di Benincasa, la più preziosa  Reliquia di San Francesco di Paola custodita in Campania. Qui  la Santa Messa è stata concelebrata da Don Giovanni Battista Tozzo, parroco di Francavilla, da Padre Ivano Scalise del convento dei Minimi di Sambiase,  e da Don Vincenzo Barbieri, già rettore del santuario della Madonna di Monserrato  a Vallelonga. La funzione è stata accompagnata dai  canti e dalle musiche della corale “Voce del silenzio” di Pizzo istituita dal dott. Francesco La Torre .  Al termine della messa si è svolta la cerimonia di consegna, al Presidente della Protezione Civile della Regione Calabria Carlo Tansi, del  riconoscimento “Charitas Paterna” opera dall’orafo  Michele Affidato. Accompagnato da Franco Di Leo della Protezione Civile Vibonese.  il dott  Tansi, dirigente responsabile dell’U.O.A. della “Protezione Civile” calabrese è stato premiato dal comitato organizzatore   per il suo assiduo impegno rivolto alla salvaguardia del territorio calabrese,  troppo  spesso colpito da eventi  calamitosi di ogni genere. Sono intervenuti alla manifestazione il Cap.Freg. Rocco Pepe, Comandante della Capitaneria di Porto di Vibo, il Mar.  Francesco Caretto, Com.te  della Locamare di Pizzo,  il sindaco  di Francavilla Angitola Avv. Giuseppe Pizzonia, il sindaco di Capistrano, avv. Marco MARTINO   l’ass. del comune di Pizzo  dott.ssa Giorgia Andolfi; da Reggio Calabria l’ Amm. Francesco Ciprioti e il  Luogotenente   Matteo Donato.
La serata  è stata  allietata con balli e canzoni suonate dal karaoke condotto dal francavillese  Emanuele Giuseppe  Limardi.

 

 

IL VERO VOLTO DI SAN FRANCESCO DI PAOLA
NOTIZIE  STORICHE  ED  IL  PRODIGIO  SECONDO LA TRADIZIONE


Nel 1483 l'umile Eremita cala­brese nel recarsi in Francia, passò per Salerno . Tutto il popolo accolse con trionfo questa visita andandolo incontro e venerandolo per ri­cevere la sua benedizione. Chi ebbe singolare privilegio furono i coniugi Capograssi, appar­tenenti  a una famiglia antica, illustre e pia, ma destinata  ad estinguersi perché tutti i figli che nascevano morivano in tenera età. I coniugi, molto umili, narrarono a San Francesco la loro storia infelice; quest'ultimo ne ebbe compas­sione promise di pregare per loro assicurando che la situazione sarebbe cambiata. La profe­zia ben presto si avverò e la famiglia mante­nutasi numerosa si trasferì a Sulmona ove an­cora oggi vi sono dei discendenti. La tradi­zione narra che in uno dei giorni in cui il Santo era a consumare il suo pasto magro,si accorse che un pittore,di nascosto cercava di ritrat­tarlo. L'umile Francesco, in segno di disap­provazione si coprì il volto can la salvietta e Dio, a esaltare il suo Servo, compie un grande prodigio sul lino di essa restano i lineamenti del volto. Nel 1856, narra ancora la tradizione i discendenti della famiglia Capograssi. forse ispirati dal Santo, per evitare la peste si ritira­rono a Benincasa. Terminata l'epidemia, al­cuni di essi restarono in questo villaggio e do­narono alla chiesa madre intitolata a Santa Maria delle Grazie e San Francesco di Paola la reliquia della salvietta che è custodita e ve­nerata e i resti dei due fortunati coniugi sono deposti a piè dell'altare. La salvietta con il vera volto del Santo viene portata in processione accanto alla statua del Santo Patrono l'ultima domenica di agosto di ogni anno quest'anno si festeggerà il 30 agosto.

25^  Festa Della Gente Di Mare
       Francavilla Angitola,  Pizzo
       30 giugno -14-15 luglio 2018

    Da 24 anni nei Comuni di Francavilla Angitola  e Pizzo  (VV)   si  celebra  a metà  luglio  la Festa della Gente di Mare  in onore di San Francesco di Paola. Tale manifestazione si ricollega    all’antica devozione verso il taumaturgo Paolano assai sentita dai pescatori, dai marittimi  e da tutte le persone in  vari modi  legate  al mondo del mare. Nelle ultime edizioni, in concomitanza con il 5° Centenario della morte (1507-2007) e del 6° Centenario della nascita del Santo (1416-2016), la festa  ha avuto un notevole sviluppo,  allargandosi  dai centri calabresi più legati a San Francesco (Paola, Pizzo, Francavilla Angitola, Catona e Reggio Calabria, Nicotera, Tropea,  Soriano Calabro, Paterno Calabro, Fuscaldo)  alla Sicilia, andando prima a Messina e poi  a Milazzo (2008-2009).      La “Festa della Gente di Mare”, grazie  all’impegno dagli ideatori ed organizzatori della festa, ing. Vincenzo Davoli, Gianfranco Schiavone e Giuseppe Pungitore, che curano anche il sito internet   www.francavillaangitola.com., nonché dell’Avv. Giovanni Bianco, del  dottor Emanuele  Stillitani della Proloco di Pizzo, di Franco Di Leo del Centro Italiano Protezione Civile di Pizzo, del  Dott.  Francesco La Torre, già Responsabile  del reparto  di Riabilitazione Psichiatrica  di Pizzo, e della Cooperativa Sociale  “La Voce del Silenzio” Onlus di Pizzo, e grazie al pregiato sostegno del Vescovo  di Mileto, dei Padri Minimi e del clero diocesano, di varie associazioni di volontariato e protezione civile ed alla collaborazione entusiastica  della Guardia Costiera,  al sostegno di Enti e Autorità civili e religiose,  risulta essere  in Italia   la più importante Festa della Gente  di Mare.  Nell’edizione del 2009 era presente la Campania, con la reliquia della “Salvietta” del Taumaturgo, conservata nella chiesa di Benincasa  a  Vietri  sul Mare (SA);  La reliquia venne benevolmente  concessa con il  beneplacito  di  Mons. Orazio Soricelli,   Vescovo Amalfi - Cava dè Tirreni  e Arcivescovo  di Amalfi, sede  della gloriosa  e  più antica  Repubblica  Marinara italiana. In molte edizioni della Festa, la  statua  di San Francesco di Paola è stata  accompagnata  dalla Madonna Pellegrina  del Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime, appositamente presente per  espresso volere  della compianta Natuzza Evolo  di Paravati, che nella sua esemplare esistenza  ha sempre  manifestato una  grande devozione al Santo Patrono di Calabria.  In occasione della 15ª edizione della Festa, luglio 2008, per la prima volta è stato realizzato l’emblema itinerante una speciale effigie di San Francesco di Paola che  venne in mente ad un gruppo di amici della provincia di Vibo Valentia, attivi sostenitori della Festa della Gente di Mare in onore del medesimo Santo.  Con vivo entusiasmo e raffinato gusto gli artisti Antonio La Gamba e Yury Kuku crearono prontamente una pregevole opera in bronzo dorato, di dimensioni tali da essere facilmente spostabile nelle differenti sedi dove negli anni futuri si sarebbe svolta la Festa della Gente di Mare.   Dal 15 luglio 2017 l’emblema è custodito a Francavilla Angitola, culla della Festa e sede del suo comitato organizzatore. Il 30 Giugno 2018 l’emblema viene consegnato, alla Città di Paola  luogo natale del Patrono della Gente di Mare e della Calabria, e vi resterà per l’ anno solare 2018-2019. 

IL QUOTIDIANO DEL SUD 13 -7-2018

ARTICOLO DI FRANCO VALLONE

GAZZETTA DEL SUD 12-7-2018

ARTICOLO ANTONIO SISCA

FESTA DI SANTA MARIA DI
MONSERRATO – VALLELONGA
6-8 luglio 2018


Una festa che unisce e rievoca momenti intensi di fede per la Madonna di Monserrato, che si svolge ogni anno, la seconda domenica di luglio. La festa è preceduta da una lunga veglia di preghiera, e molti pellegrini, vengono a piedi da tutta la provincia. Un tempo i francavillesi devoti alla Madonna, legati all’ obbligo di soddisfare qualche voto, rimanevano tre giorni, a Vallelonga da giovedì a domenica, dormendo in chiesa o nel vicino boschetto.
Essi percorrevano in ginocchio la navata centrale fino alla Sacra effigie; altri lo facevano strisciando la lingua sul pavimento. Il momento di più intensa commozione della processione si ha quando la statua della Vergine viene portata in spalla nel vicino boschetto, sotto una grande quercia, detta della Madonna. Qui la processione si ferma; cala il silenzio. E’ il momento in cui la Madonna prende possesso del paese. Il nome Monserrato ci porta a Barcellona, su una montagna con le cime a forma di denti di sega; qui fu rinvenuta l’immagine antica della Madonna. Era stata nascosta su questa montagna, per evitare che venisse portata via durante l’invasione dei mori, e poi fu ritrovata da un pastore, sconvolto dal suono divino e da una luce misteriosa che usciva da una grotta. Da allora, furono creati in tanti parti del mondo diversi luoghi di culto, in onore dell’immagine miracolosa della Vergine di Monserrato.

 

DEVOTI DELLA MADONNA, IN PARTENZA A PIEDI DA FRANCAVILLA ANGITOLA A VALLELONGA

 

Raduno Nazionale del Pastore Tedesco
Campo sportivo di  Francavilla Angitola (vv) 8 luglio  2018


Organizzato  dalla  sezione SAS  di  Lamezia  Terme responsabile Antonio Amendola in collaborazione con  Pino Pellegrino e con il patrocino  dell Comune di Francavilla Angitola.  Società Amatori Schäferhunde, la società specializzata che mira a svolgere ogni più efficiente azione per migliorare, incrementare e valorizzare la razza del cane da Pastore Tedesco ed a potenziarne la selezione e l'allevamento.
Ha contato oltre centoventi esemplari la SAS Lamezia Terme , impegnati i padroni con i rispettivi amici a quattro zampe dalle 9 della mattina fino alle 17 in un susseguo di gare a colpi di bellezza, portamento ed abilità sotto il giudizio di vari professionisti.
sulla base di diverse caratteristiche prime fra tutte il sesso e l'età seguite poi dalla lunghezza del pelo Pareri e giudizi anche dal giudice.
Un'atmosfera di sana competitività nata dalla passione dei presenti per i pastori tedeschi, una razza equilibrata e propensa all'addestramento ed utilizzata per questo in diverse operazioni di sicurezza, si pensi ad esempio all'aiuto che offrono alla polizia cinofila. Nonostante un'indole coraggiosa e temeraria questi cani si prestano più che volentieri ad essere compagni di giochi per i più piccoli.

 LA  PRIMA GIORNATA  DELLA  25^  FESTA  DELLA  GENTE  DI  MARE
CELEBRATA  A  PAOLA  SABATO  30  GIUGNO  2018

Le manifestazioni della 25^ Festa della Gente di Mare hanno avuto inizio sabato 30 giugno a Paola, città natale di San Francesco, a Cui la Festa stessa è dedicata in quanto Patrono celeste della Gente di Mare italiana. Un pullman ha trasportato nella città del Santo un folto gruppo di pellegrini provenienti soprattutto da Francavilla Angitola e, in misura minore, da Pizzo, a cui si sono uniti due amici di Capistrano (VV) e altri due francavillesi, uno dei quali residente a Roma (Vito Torchia) e l’altro proveniente da San Francisco, California – USA, (il medico dottor Gregorio Torchia). Tutto il gruppo di pellegrini era guidato e accompagnato dall’avv. Giuseppe Pizzonia (Sindaco di Francavilla A.), dal professore Armando Torchia (Assessore francavillese alla Cultura), e dagli organizzatori della Festa, ing. Vincenzo Davoli, Giuseppe Pungitore e Gianfranco Schiavone. Da Capistrano (paese calabro molto devoto al Taumaturgo Paolano, al Cui santo nome è intitolata la locale banda musicale), sono intervenuti: l’impiegato comunale Vincenzo Ferruccio, meglio conosciuto come “Gigi”, in quanto simpatico cantante, chitarrista e compositoremusicale; Domenico Greco, devotissimo al Santo, in qualità di Cavaliere del Sovrano militare Ordine costantiniano di San Giorgio, antica istituzione cavalleresca legata alla Casa Reale dei Borbone, il cui Regno delle Due Sicilie fin dal 1738 ha come suo Patrono, San Francesco di Paola.
   Poco prima delle ore 11, sul piazzale antistante il Santuario, il gruppo di pellegrini, guidati dal Sindaco Pizzonia e dall’ing. Davoli, è stato ufficialmente accolto e cordialmente salutato dall’avv. Roberto Perrotta, Sindaco di Paola, e dal dr. Francesco Aiola, Assessore delegato ai rapporti con il Santuario. Quindi l’amico paolano, Giacomo Giuliano Soria, membro dell’Associazione Amici di San Francesco di Paola nel Mondo, ha accompagnato i pellegrini ad assistere alla Santa Messa, celebrata nella nuovaBasilica. Terminata la Messa, c’è stata la visita guidata ai vari luoghi del Santuario: fornace, fontana della Cucchiarella, bomba inesplosa, ponte del diavolo, romitorio, antico chiostro, chiesa antica e Cappella delle reliquie. Osservando al di là del torrente Isca il lungo edificio, un tempo adibito a Convitto per gli studenti delle Medie Superiori, Giuliano Soria, conversando con uno della nostra comitiva, il fisioterapista e terziario Pino Procopio di Pizzo, ha prima scoperto, e poi ricordato, con emozione e nostalgia, che cinquanta or sono erano stati con quel Pino, studente di Pizzo, compagni di scuola nel Convitto paolano; ma dopo d’allora non si erano più rivisti.
Dopodiché la comitiva ha consumato e condiviso fraternamente la colazione a sacco, nel Refettorio dei pellegrini, aperto a tutti i visitatori del Santuario. La colazione è stata allietata dalle musiche e dalle canzoni intonate da “Gigi” Ferruccio. Nel pomeriggio la comitiva si è trasferita in centro città, per ammirare le varie chiese, ed in particolare quella edificata là dove sorgeva la casa natale del futuro Santo, figlio di Giacomo e di Vienna da Fuscaldo. A pochi passi della chiesa/casa natale del Santo i visitatori, e specialmente i pizzitani, hanno ammirato il grande, magnifico mosaico in piastrelle realizzato dai giovani della Cooperativa “La voce del  silenzio” di Pizzo, guidati dal maestro ceramista Luigi Dal Forno di Vietri sul Mare (SA). Realizzato nel 2012, durante la precedente sindacatura dell’avv. Roberto Perrotta, il mosaico celebra i 50 anni dalla proclamazione di San Francesco da Paola a Patrono della Calabria. Pertanto nel mosaico sono raffigurati: la penisola calabrese con i luoghi dove è più diffusa la devozione al Santo; il Sommo Pontefice Giovanni XXIII, che, il 2 giugno 1962, l’aveva, per l’appunto, proclamato Patrono della Calabria.

CONSEGNA   DELL’EMBLEMA  ITINERANTE  ALLACITTÀ  DI  PAOLA

Nel tardo pomeriggio di sabato, a partire dalle ore 18,30, nella Sala del Consiglio Comunale, ospitata nell’ex Convento di Sant’Agostino, si è svolta la cerimonia di passaggio dell’Emblema itinerante della Festa della Gente di Mare, dal Comune di Francavilla Angitola alla Città di Paola, che lo custodirà nell’anno 2018-2019.  Il Sindaco di Francavilla, avv. G. Pizzonia, scortato dal gonfalone del suo Comune, ed accompagnato da tutta la comitiva giunta a Paola, recava con le sue braccia la magnifica effigie del volto del Santo Paolano, realizzata in bronzo dorato, nel 2008, congiuntamente da due artisti, il vibonese Antonio La Gamba e l’ucraino Yuri Kuku. Il vice Sindaco di Paola, accogliendo il Sindaco ospite, ha scambiato con lui un breve saluto amichevole. L’intera cerimonia è stata coordinata e diretta dal dottor Giovanni Bianco, Console del Touring Club Italiano – TCI e Presidente del Club di Territorio (lametino e vibonese) del medesimo TCI.
   Nella sua dotta, seppur concisa, prolusione il dott. Bianco ha subito evidenziato che per celebrare il 75° anni-versario della proclamazione di San Francesco di Paola a celeste Patrono della Gente di Mare italiana (giugno 1943) il Comitato organizzatore, con un’iniziativa azzeccata, aveva scelto Paola come sede della prima giornata della 25^ Festa, essendo Paola sia città di mare, sia luogo di nascita di San Francesco. Molto opportunamente quest’anno la cerimonia d’apertura della Festa si svolge a giugno, un mese speciale per San Francesco, venerato siacome Patrono della Gente di Mare, sia come Patrono della Calabria. Tra gli eventi successi in passato nel suddetto mese, il dott. Bianco ha ricordato la data del 2 giugno 1962, quando Papa Giovanni XXIII, con il breve Lumen Calabriae, proclamò San Francesco di Paola, Patrono della Calabria. Cinque anni prima, il 16 giugno 1957, Papa Pio XII, per celebrare i 450 anni del transito al Cielo di Francesco di Paola (1507), aveva letto un memorabile radiomessaggio in cui, tra l’altro, diceva:
“Diletti figli, gente di mare della nazione italiana! Voi che Ci ascoltate mentre solcate gli oceani a bordo di potenti navi; voi, umili pescatori delle spiagge italiane, lavoratori operosi dei porti e dei cantieri, voi che lavo-rate sulle navi mercantili che si fregiano della sacra immagine del Taumaturgo, recante incisa l’invocazione “ad lituseducPatriae”, guidaci al patrio lido…..Rinnovate nella memoria la dolce figura delSanto  nell’episodioprodigioso del passaggio dello stretto di Messina sul suo sdrucito mantello posato sulle onde.”
Sapendo che la relazione ufficiale della manifestazione da celebrare a Paola il 30 giugno avrebbe avuto per tema, Il volto di San Francesco, come motto del convegno si è scelto proprio il paterno incitamento pronunciato da Pio XII nel radiomessaggio del 16-6-1957: “Rinnovate nella memoria la dolce figura del Santo”.
  Quindi il dottor Bianco ha dato la parola agli amministratori di Paola e Francavilla perché porgessero i loro saluti. In sostituzione del Sindaco avv. Perrotta, assente per impegni fuori Paola precedentemente assunti, ha porto i saluti di benvenuto nella città di San Francesco il vice sindaco Antonio Cassano, luogotenente della Guardia di Finanza. L’avv. Giuseppe Pizzonia ha ringraziato gli Ammistratori di Paola, ed in particolare il vice sindaco Cassano e l’assessore Francesco Aloia, per la distinta e calorosa accoglienza tributata non solo a lui, ma a tutta la comitiva giunta appositamente a Paola; né ha dimenticato di ringraziare l’avv. Perrotta per essersi per lo meno premurato di dare il benvenuto a lui ed alla comitiva giunti alle 11 sul piazzale del Santuario.
L’ing. Davoli, presidente del Comitato organizzatore della Festa della Gente in onore di San Francesco, ha ricordato la storia dell’Emblema itinerante, che nel corso di dieci anni ha fatto tappa non solo in Comuni molto devoti al Santo Paolano, ma anche in sedi prestigiose di Enti operanti sul mare o sulle coste, come la Capitaneria di Porto di Vibo Marina, la base della VI Squadriglia navale a Messina, la Capitaneria di Porto di Gioia Tauro. Ringraziata l’amministrazione di Paola, per la cordiale accoglienza, l’ing. Davoli ha voluto salutare tre amici paolani di vecchia data, e presenti nella sala consiliare: Padre Domenico Crupi dell’ordine dei Minimi; Francesco Chiappetta, già comandante dei Vigili Urbani di Paola ed ora in quiescenza, e l’amico Giuliano Soria, prima menzionato.
   Padre Domenico Crupi OM, da alcuni anni operante nel Santuario di Paola, nonostante i vari impegni concomitantiper eleggere i nuovi Correttori Provinciali e Generale dell’Ordine dei Minimi e i direttivi dei Terziari, ha desiderato intervenire personalmente nel convegno in Municipio, per salutare i tanti amici provenienti da Pizzo e da Francavilla, nonché il dottor Bianco, venuto da Lamezia Terme; ha quindi elogiato gli Amministratori di Paola e Francavilla ed il Comitato organizzatore della Festa della Gente di Mare per aver programmato questo incontro speciale,giusto nel 75° anniversario (1943-2018) della proclamazione di San Francesco a celeste Patrono della Gente di Mare italiana.
Il prof. Armando Torchia, in qualità di Assessore alla Cultura a Francavilla Angitola, si è unito ai saluti e ai ringraziamenti rivolti ai Padri Minimi ed agli Amministratori della Città di Paola.
   Finalmenteil Sindaco di Francavilla Angitola, che l’aveva tenuto nel 2017-18, ha affidato l’Emblema con la sacra effigie di San Francesco alla Città di Paola perché lo custodisca in Municipio nel 2018-19, consegnandolo solennemente nelle mani del Vicesindaco Antonio Cassano.
   Il momento di più elevato spessore culturale della manifestazione è stata la relazione intitolata “Il volto di San Francesco”pronunciata dalla dottoressa paolana Angelina Marcelli. Ricercatrice e docente all’E-Campus
universitario di Novedrate (CO) e membro del direttivo della “Fondazione San Francesco di Paola”, la prof.ssa Marcelli ha svolto una relazione magistrale, accuratamente tratta da testimonianze registrate nel Processo cosentino e nel Processo turonense, preliminari alla canonizzazione di San Francesco di Paola, decretata quasi 500 anni or sono (1519) da papa Leone X. I presenti hanno ascoltato con viva attenzione le chiare parole della prof.ssa Marcelli, molto apprezzando il contenuto profondo e originale della sua relazione. A beneficio dei visitatori del nostro sito www.francavillaangitola.com confidiamo di pubblicare, nei prossimi giorni, quanto meno una sintesi della pregevole relazione della prof.ssa Angelina Marcelli.
   Ha concluso i lavori il dottor Francesco Aloia, assessore delegato alla cultura e ai rapporti con il Santuario di Paola, che tanto si è prodigato, in collaborazione con il Comitato Festa della Gente di Mare e con il dottor Bianco del TCI, a predisporre accuratamente l’incontro istituzionale ed il convegno nella Sala del Consiglio Comunale. Tutti i presenti hanno ringraziato l’assessore Aloia per l’atteggiamento fraterno e simpatico con cui sono stati accolti dagli Amministratori della Città di San Francesco e l’hanno elogiato per aver organizzato l’evento in maniera sobria e comunque impeccabile.

                                                                                                        Testo di Vincenzo Davoli
                                                                                                        Fotografie di Giuseppe Pungitore

ALBUM

 

25^  Festa Della Gente Di Mare
In Onore di San Francesco Di Paola
Francavilla Angitola – Paola                                                                         

    Sabato 30 giugno
Il  Comitato organizzatore della festa, in occasione  del  Solenne Passaggio dell’ Emblema  itinerante di San   Francesco di Paola dal Comune di  Francavilla Angitola   alla   Città  di Paola nella  giornata  di sabato 30 giugno, organizza  un Pullman  da Francavilla Angitola  a Paola .
 
Programma
-Partenza alle  ore 10.00 da viale Kennedy,  per la Città di Paola.
- Santa Messa al Santuario
- Pranzo a sacco
- Ore 18.00  consegna della scultura itinerante - Convegno sulla figura di San Francesco di Paola
-Ore 21 - Partenza per Francavilla Angitola
Tutti i cittadini che  vogliono partecipare prendano  contatto con il comitato organizzatore  CELL.    3387367782

   IL  COMITATO
GIANFRANCO SCHIAVONE

     25^  FESTA DELLA GENTE DI MARE
        PAOLA  30 GIUGNO 2018
“Ravvivate nella memoria la dolce figura del Santo"

In occasione della cerimonia del  passaggio  dell’ Emblema  Itinerante, che raffigura il volto di San Francesco, dal Comune di  Francavilla Angitola alla Città di Paola, nella Sede Municipale di Paola  a partire dalle ore 18.00 di sabato 30 giugno  si terrà un incontro istituzionale ed un convegno dal titolo   "Ravvivate nella memoria la dolce figura del Santo". Dopo i saluti  del   Sindaco di Paola, Avv. Roberto Perrotta,   del Sindaco di  Francavilla Angitola,  Avv. Giuseppe Pizzonia,  e del Presidente del comitato,  Ing. Vincenzo Davoli,  i lavori  dell’ incontro-convegno saranno coordinati dal dott.  Giovanni Bianco  Console  del Touring Club  Italiano.
 Relazioneranno   la dott.ssa  Angelina Marcelli (“Il volto di Francesco”) e  un rappresentante O.M.  del Convento di Paola.  Le conclusioni saranno affidate a Francesco Aloia,  Assessore alla Cultura del comune di Paola .

Francavilla  Angitola 18 giugno 2018                            Il  Comitato Organizzatore

“FESTA DELLA TARANTELLA” GALLICIANÒ (RC)   17 GIUGNO  2018
“L’ARIA  SUONA I SUONI DELL’AREA”

Gallicianò è un borgo di circa 40 abitanti, frazione del comune di Condofuri, in Provincia  di Reggio Calabria . Il paese “più greco” in Italia dove ancora gli abitanti parlano la lingua grecanica, siamo nella punta dello Stivale italiano. Un paesaggio con una atmosfera magica e a tratti surreale . In questo giorno di festa tante ricette tipiche calabresi, balli e canti popolari,   “sonu a ballu.. cultura .. buon cibo”. Con la partecipazione  del  gruppo folkloristico  “la Tarantola” di  Capistrano diretto  con grande  professionalità  dalla signora LunaLeo Augurusa . Alla festa erano presenti diverse persone   di Francavilla Angitola,  amanti del folklore calabrese. La grande festa con tarantelle, danze e canti calabresi  è  stata organizzata  da Ciccio Nucera che  porta avanti le tradizioni della propria terra, le tradizioni grecaniche, lo fa con la musica, con la poesia, con la danza e con l’animazione culturale e artistica della piccola comunità del reggino, portando la vitalità e la gioia delle melodie grecaniche in giro per l’Italia e l’Europa.

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In preparazione della 25° festa della Gente di Mare  in onore di San Francesco di Paola.

Simpatico  Incontro  al Parco degli ulivi  a Francavilla Angitola   in preparazione della 25° festa della Gente di Mare  in onore di San Francesco di Paola. Presenti   con il Comitato  organizzatore della festa ( Ing. Vincenzo Davoli , Gianfranco Schiavone e Giuseppe Pungitore) erano presenti il Sindaco e Vice Sindaco di Francavilla  Avv. Giuseppe  Pizzonia  e  Geom. Domenico Anello, il Sindaco di  Capistrano  Dott.  Marco Martino  il Mar. Mimmo  Greco  di Nicastrello  /Capistrano , la  presidente provinciale  dell’ Club   UNESCO , Dott/ssa  Maria Loscrì,   Vincenzo Ferruccio, componente della banda musicale “San Francesco di Paola”  di Capistrano,    che  interverrà  alla festa del mare  ed altri amici  di San Nicola  da Crissa e di Pernocari.

 

PROCESSIONE DEL “CORPUS DOMINI” A FRANCAVILLA ANGITOLA – 3 GIUGNO 2018


Il “Corpus Domini” è una delle principali, se non la più importante, solennità dell’anno liturgico della Chiesa cattolica; è risaputo che per la comunità di ogni paese la “processione eucaristica” costituisce il momento culminante di tale celebrazione religiosa, poiché vi vengono convolte le varie fasce della popolazione. Infatti, in ordine di età, vi partecipano neonati portati in braccio dalle loro mamme e bambini sulle carrozzelle; i ragazzi, che nelle domeniche precedenti hanno ricevuto la Prima comunione, vi sfilano, come protagonisti principali, indossando le loro candide vesti; e poi i giovani e gli adulti (femmine e maschi); senza dimenticare gli anziani che, impediti a intervenire nella processione, si accostano a finestre o portoni per poter quanto meno sbirciare con i loro occhi il passaggio del Santissimo, racchiuso nella teca vetrata dell’ostensorio eucaristico. Ribadita la speciale importanza teologica, religiosa e comunitaria della solennità del “Corpus Domini”,ora in questo resoconto, corredato di molte fotografie, vogliamo sottolineare le caratteristiche e le novità riscontrate nella processione del 3 giugno 2018 a Francavilla Angitola.
L’arciprete Don Giovanni B. Tozzo ha recato con le sue mani l’ostensorio eucaristico e, fermandosi presso gli “altarini”, mirabilmente allestiti e addobbati in alcuni punti particolari del paese, ha proceduto alle Benedizioni “rionali” accompagnate dal canto del “Tantum ergo”e dalle musiche eseguite dalla Banda musicale AMPAS di Filadelfia. Come è consuetudine, dietro al Santissimo procedevano il Sindaco avv. Giuseppe Pizzonia, con gli assessori e consiglieri comunali, e con il gonfalone portato da Maurizio Serrao. Tra le innovazioni di quest’anno: il crocifero e i 4 uomini che reggevano le aste del baldacchino indossavano per la prima volta una lunga veste bianca; l’ombrello processionale, che in passato veniva sorretto dal Sindaco o da un Amministratore comunale, quest’anno è stato portato da Lorenzo Malta, che indossava anche lui una lunga veste bianca, come gli addetti al baldacchino.
Particolarmente bella, variegata e suggestiva è stata l’infiorata del Corpus Domini 2018; numerose signore, tante ragazze e diversi uomini abitanti in paese o nelle contrade rurali (Cannalia, Forgiaro/Cardirò, Sordo ecc.) lungo tutto il percorso dalla processione hanno realizzato una policroma successione di artistici quadri usando materiali differenti, ma soprattutto petali e fiori, e poi terriccio scuro, grani di riso bianco,  segatura variamente colorata, ecc..Negli spazi più ampi (piazze, sagrati delle chiese, slarghi del corso) il lastrico stradale è stato ricoperto con dei magnifici grandi tappeti floreali, mentre alcuni tratti delle vie più strette sono stati accuratamenteadornati con disegni floreali imitanti le lunghe “guide”o le cosiddette “preghiere” dei tipici tappetini persiani. Complimenti vivissimi e doverosi ringraziamenti a tutte le persone che si sono impegnate a realizzare le diverse composizioni dell’artistica infiorata.
                                                                                                         Testo di Vincenzo Davoli
                                                                                             Fotografie di Giuseppe Pungitore

DI GIUSEPPE PUNGITORE

Cerimonia 2 Giugno Festa della Repubblica

– Piazza Martiri d’Ungheria   Vibo Valentia.
Si celebra la Festa della Repubblica in ricordo del referendum che in quello stesso giorno, nel 1947, decretò il passaggio dell’Italia da un sistema politico monarchico a uno repubblicano.

ASS. MICHELE CARUSO

 Celebrata la solennità del Corpus Domini

Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea


Giovedì  31 maggio è stata Celebrata in città la solennità del Corpus Domini, cioè del Corpo del Signore. Dopo la solenne liturgia eucaristica presieduta di monsignor Luigi Renzo  presso la   Basilica-Cattedrale di Mileto, si è svolta la processione che si è snodata lungo le vie del centro storico.  Che fin dalla data del suo insediamento ha voluto dare alla cerimonia organizzata nella millenaria sede episcopale una caratteristica di unicità, ma anche delle tante comunità parrocchiali che in gran numero vi partecipano annualmente. La processione del “Corpus Domini”, svoltasi ieri a Mileto,  ha testimoniato la presenza dei ragazzi della prima comunione, di centinaia di associati delle varie confraternite, di moltissimi sacerdoti e religiosi, delle realtà ecclesiastiche e laicali attive sul territorio. L'evento religioso ha avuto inizio alle 18.30 circa con la solenne Celebrazione eucaristica presieduta dal presule miletese all'interno dell'imponente Chiesa Basilica-Cattedrale, alla presenza, tra l’altro, delle massime autorità civili, politiche e militari del territorio. Allietata dal locale coro polifonico.
Successivamente, quasi all’imbrunire, una processione chilometrica si è diramata per le suggestive vie della cittadina normanna, “portando” nelle case addobbate a festa il “Corpus Domini”, in uno scenario che ha dato spunto a diversi momenti di riflessione e di raccoglimento, caratterizzato da canti, preghiere e brani propagati in filodiffusione per tutta la sede episcopale. Particolarmente sentita è stata l’uscita del Santissimo Sacramento dalla chiesa madre della diocesi, nell’occasione addobbata con una stupenda infiorata realizzata anche quest'anno dalla comunità di Potenzoni, raffigurante il volto della Madonna . A seguire il “Corpus Domini”, accompagnato da un gruppo di carabinieri in alta uniforme, ha percorso la via Conte Ruggero e il corso Umberto I preceduto da centinaia di confratelli e da decine di stendardi delle varie congreghe, attive nelle varie parrocchie della diocesi. Ad accoglierlo, uno stuolo di petali di rose e di piccole infiorate sparse per strada, di arazzi posti sui balconi delle case, di vasi di ginestre posizionati sui davanzali e sui marciapiedi, di manifestini religiosi affissi sui muri. Semplici gesti di devozione cristiana, La processione solenne, si è conclusa a sera inoltrata sul sagrato della cattedrale, con l’ennesimo gesto di alto valore simbolico-religioso che l’ha contraddistinta: la paterna benedizione solenne, impartita da un commosso monsignor Renzo a tutti i fedeli presenti. 

 

Affreschi  di Pierre-Auguste Renoir - Nella chiesa madre di Capistrano, un paese situato nell’entroterra delle serre calabresi, in provincia di Vibo Valentia.

 

Festa Di  San  Filippo  Neri
a Nicastrello   di Capistrano  
 
Sabato 26 Maggio 2018 a Nicastrello, piccolo e antico paese situato tra San Nicola da Crissa e Capistrano, situato nel bosco “Fellà”. E' stata celebrata la festa di San  Filippo Neri .
A conclusione della santa messa presieduta da Don Antonio Calafati, parroco di Capistrano, si e' svolta la processione con le recita delle tre litanie rispettivamente per Monterosso, San Nicola Da Crissa e Capistrano.

 

CAROL VALENTE PREMIATA AL CONCORSO DI POESIA MILITESE


Giorno 15 maggio, presso la Sala conferenze ''Monsignor Vincenzo De Chiara'' del Seminario Vescovile di Mileto, si è svolta la cerimonia di premiazione della XX.ma edizione del Concorso di Poesia Militese, riservato agli alunni della scuola primaria, media e superiore di tutto il territorio della provincia. Grande la partecipazione di alunni, genitori, docenti e cittadini giunti da vari paesi. Encomiabili gli organizzatori che, come il professore poeta Lino Bulzomì, con impegno e passione, hanno ormai realizzato uno dei più importante eventi culturali della provincia. E' intervenuto anche il Vescovo della diocesi mons. Renzo.
Per Vibo Valentia è stata premiata Carol Valente, alunna della V classe Sez. A dell'Istituto Comprensivo 1° Circolo, scuola Primaria Don Bosco, con la poesia ''Stelle sul Mare'. Contenta e sorridente è stata festeggiata nella sua classe dagli alunni, dalla infaticabile dirigente dell'Istituto, professoressa Domenica Cacciatore, e dalla docente Mariella Vozza, alla quale non è mancato il ringraziamento dei genitori, Basilio e Vanessa Ruperto, per avere dato alla figlia, con passione e grande professionalità di educatrice, un'ottima istruzione nei cinque anni di frequenza della prestigiosa scuola primaria Don Bosco.

DI GIUSEPPE PUNGITORE

La poesia di Carol
STELLE SUL MARE

Il mare è cupo e buio.
Ma ecco spuntare la prima stella!
Così bella e luminosa
come un diamante!
Racconta alle onde
storie lontane nel tempo.
Poi, d’ un tratto,
uno, cento, mille, milioni di luci
palpitanti di vita
avvolgono le acque scure
con un velo scintillante!
Sembra che il cielo e il mare
si siano scambiati di posto.

 

Giro d’Italia 11 maggio  2018,  

la tappa calabrese da Pizzo a Praia a Mare


Tappa interamente sulla statale 18 destinata alle ruote veloci del gruppo. Si percorre quasi tutta la costa tirrenica della Calabria da Pizzo fino a Praia A Mare .

Video  e interviste inedite della tappa del Giro d'Italia Pizzo - Praia a mare

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Immagini della partenza

FIRMA PRIMA DELLA PARTENZA

L'intervista a Domenico Pozzovivo

Gianluca Callipo Sindaco di Pizzo

Michelangelo MIRABELLO - Consigliere Regione Calabria.


Kalabriatv.it e il nostro sito www.francavillaangitola.com pronti per regalarvi il Giro d’Italia Gregorio Riccio - Nicola Pirone e Giuseppe Pungitore

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TROFEO SENZA FINE

PARTENZA

FESTEGGIAMENTI IN ONORE DI SAN FRANCESCO DI PAOLA
PIZZO 6 MAGGIO 2018

La leggenda di Piramo e Tisbe


Vincenzo Ruperto
(Liberamente tratta dalle Metamorfosi di OVIDIO, Libro  quarto, versi 55-166)
Piramo era tra i giovani il più bello, Tisbe superava in bellezza tutte le fanciulle del paese. Abitavano con le loro famiglie case contigue nello stesso rione.
Si conoscevano sin da bambini, giocavano assieme e, diventati giovani, s'innamorarono. Pensavano di coronare il loro amore con il matrimonio, ma i loro genitori, che da qualche tempo non andavano d'accordo, si opposero. Non solo vietarono loro il fidanzamento ufficiale, ma finanche di parlarsi e salutarsi. Si creò una grande inimicizia tra le loro famiglie.
Nei cuori dei due giovani la fiamma dell'amore non si spense, anzi divampò di più, manifestandosi con gli sguardi, con i cenni e segni tipici degli innamorati.

 
Le loro case, essendo contigue, avevano la parete in comune, dove nel tempo si era formata una sottilissima fessura quasi invisibile, notata per primi dai due giovani e subito da loro utilizzata per le loro conversazioni.
Per giorni e giorni stavano attaccati alla parete per scambiarsi parole d'amore, dichiarando il loro comune desiderio di potersi incontrare come avviene per i veri amanti.
Un giorno, verso l'imbrunire, Piramo disse a Tisbe:
- ''Tisbe, il nostro amore è grande, non può continuare a nascondersi temendo l'ira dei nostri genitori. Il nostro amore è come un fiore unico e prezioso, un fiore che dobbiamo proteggere e far crescere, non può essere tenuto nascosto nel buio di una stanza, deve sorridere e fare gioire con la sua bellezza chiunque lo ammiri e odori il suo profumo.''-
Tisbe: -''Piramo, il tuo respiro d'amore è il mio, il mio cuore è il tuo. Quale sarebbe la tua proposta perché il nostro fiore esca dal buio e sorrida alla luce del sole?''-
Piramo:-''Verso la mezzanotte eludiamo la sorveglianza dei familiari, il cielo è sereno e con la luce della luna piena e delle stelle si può percorrere il viottolo che conduce al grande gelso che si trova presso il fonte prima di inoltrarsi nella foresta. Ci fissiamo appuntamento presso il piede del gelso e decideremo cosa fare e dove andare. I genitori dovranno essere messi sul fatto compiuto e non ostacolare più i nostri sogni.-'
Tisbe fu d'accordo e si lasciarono per andare a preparasi per la fuga.
Prima della mezzanotte Tisbe, dopo avere aperto con cautela la porta senza provocare alcun rumore, fu la prima a uscire. Con il volto coperto da un bianco velo, giunse ai piedi dell'albero e si sedette in attesa di Primo.
Dopo poco tempo una leonessa sopraggiunse per dissetarsi presso la fonte; aveva le fauci sporche di sangue per avere ucciso alcuni buoi.
La povera Tisbe si spaventò e fuggì riparandosi in una grotta, lasciando cadere il velo bianco che andò a posarsi sulle erbe ai piedi del gelso.
La leonessa, dopo essersi dissetata, passando in quel posto e si mise a lacerare il velo con la bocca ancora insanguinata, poi tranquilla si ritirò nella foresta.

Piramo, arrivato più tardi, vide impresse nel terreno le orme della belva e vide anche il velo macchiato di sangue. Disperato e piangente si mise a gridare:
-“ Tisbe, mia adorata, tu eri la fanciulla più degna di vivere felicemente a lungo. Per mia colpa non ci sei più; io ti ho ucciso, perché io ti ho fatto venire di notte in questo luogo pieno di rischi; mia è la colpa per non essere venuto prima ed essere il mio corpo sbranato dalla crudele belva. O luna e stelle che dal cielo avete visto, e non salvato la mia amata, due amanti moriranno questa notte. Voi belve feroci, venite a sbranare il mio corpo e divorare le mie carni come quelle della mia amata Tisbe.''-
Prese il velo insanguinato di Tisbe e, dopo averlo tante volte baciato e bagnato con le lacrime, lo portò sotto l'albero del gelso dicendo:
-''Impregnati ora anche del mio sangue!”-
E s’infisse nel fianco la spada. Mentre moriva, steso a terra, la tolse dalla ferita e il sangue cominciò a scorrere abbondante, impregnando con i suoi spruzzi non solo il velo, ma anche le radici e i frutti pendenti dell'albero.
Si videro i frutti mutarsi in neri e la radice, inzuppata di sangue, tingerli di colore purpureo, d'allora furono chiamate more.
Tisbe, rimessasi dalla paura, tornò sul luogo dell'incontro e inorridì nel vedere il povero amante steso a terra in un lago di sangue, si mise subito a gridare invocando il suo nome e Primo udendola aprì i suoi occhi per l'ultima volta.
Tisbe, strappandosi i capelli, abbracciando il corpo dell'amato e baciando le sue ferite diceva:
-''Piramo, quale sciagura ti è capitata per toglierti a me. Rispondimi!''-
Piramo, udendo la voce dell'amata, aprì i suoi occhi e dopo averla vista li richiuse.
Tisbe, disperata per la sua morte, afferrò la spada e si trafisse il petto mortalmente posandosi accanto al corpo dell'amato. Prima di morire si narra che con gli occhi rivolti verso le fronde del gelso, pronunciò queste parole:
-'' Neanche dalla morte potrai da me essere strappato, o mio sventurato Piramo. Ti seguirò anche da morto e sarò la tua compagna anche da morta. E voi, o infelici genitori, che avete contrastato il nostro amore, voi miei genitori e quelli di Piramo, vi prego, non rifiutate che i nostri corpi siano composti nella medesima tomba.''-
E rivolta al gelso:
'- Ma tu, albero, che con i tuoi rami ora ricopri il misero corpo d’un solo, e tra poco coprirai le salme di due, conserva i segni della morte e abbi per sempre frutti neri che convengano al lutto, ricordo del sangue di entrambi!”
E morì accanto al suo Piramo.
Tuttavia i loro voti commossero gli dei, commossero i genitori: il frutto del moro, quando è maturo, assume un colore cupo, e le ceneri avanzate al rogo riposano in una stessa urna”

.

 

Nota- Il carattere corsivo per significare la migliore traduzione dei versi latini.

 

 CELEBRAZIONI  IN ONORE DI SAN FRANCESCO DI PAOLA


PAOLA    4 maggio 2018 ==---. L'Ammiraglio Francesco Ciprioti - Vice Presidente della Sezione Calabria del Nastro Verde , unitamente al Segretario Luogotenente Matteo Donato , e al Sig. Gianfranco Schiavone del Comitato Festa Gente di Mare di Francavilla Angitola si sono recati a Paola per partecipare alle celebrazioni  in onore di San Francesco di Paola che  quest’anno assumono un particolare significato in quanto coincidono con la commemorazione del 75^ anniversario della proclamazione del  Santo come Patrono della Gente di Mare della Nazione Italiana, avvenuta per benevolenza del Sommo Pontefice Pio XII, il 27.3.1943, con il breve apostolico “Quod sanctorum patronatus”.
Hanno assistito alla Santa messa officiata da Mon. Francescantonio NOLE’ – Arcivescovo Metropolita  di Cosenza – Bisignano ,  alla presenza di Autorità Civile e Militari Locali, Provincialie Regionali compresi numerosi sindaci .
Presente alla cerimonia anche il Sindaco della città francese  di FREJUS, ove è particolarmente venerato il Santo Calabrese per aver scacciato dalla città, nel 1483, il flagello della peste.

             Donato – Ciprioti – Sindaco di Frejus–Schiavone


TV CIMOLI – Comandante  Ufficio Circondariale Marittimo Cetraro
PadreIvano SCALISI – da Sambiase
CF  PEPE – Comandante Capitaneria Porto Vibo Valentia
Ammiraglio Ciprioti
Sig. Schiavone- Comitato festa gente di mare Francavilla Angitola
LuogotenenteDonato

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Paola 4 maggio 2018 ---In occasione dei solenni festeggiamenti in onore San Francesco di Paola l'Ammiraglio Francesco CIPRIOTI , il Luogotenente Matteo Donato  e Gianfranco SCHIAVONE del Comitato “ Festa della Gente di Mare “ di Francavilla Angitola hanno inteso omaggiare, con un scultura raffigurante la sacra effigie del Patrono della Calabria e della Gente di Mare, la famiglia di imprenditori operante a Paola titolari del ristorante A’BBUBBAZZA .
Si tratta di una consuetudine ormai rodata attraverso la quale Ciprioti e Schiavone vogliono mantenere il sentimento speciale che lega Reggio Calabria e il quartiere di Catona in particolare e Francavilla Angitola con quelle realtà Calabresi in cui è più consolidato il legame con ciò che San Francesco rappresenta.

FESTEGGIAMENTI REGIONALI IN ONORE DI SAN FRANCESCO DI PAOLA - OFFERTA OLIO E ACCENSIONE DELLA LAMPADA VOTIVA – PAOLA, 2 MAGGIO 2018
Il Sindaco di Francavilla Angitola, avv. Giuseppe Pizzonia, insieme al Comitato Festa della Gente di Mare in onore di San Francesco Di Paola, hanno partecipato alla solenne cerimonia di accensione della Lampada Votiva dei Comuni calabresi, nel Santuario di San Francesco, a Paola il 2 maggio 2018.

 

RAPIDA  VISITA  DI  DON ENRICO  TRIMINÌ  A  FRANCAVILLA ANGITOLA (25-4-2018)

Dopo molti anni di assenza, finalmente Don Enrico Triminì è tornato a rivedere Francavilla, suo paese natale. Don Enrico, accompagnando una ventina di fedeli delle due parrocchie dove da anni svolge il suo ministero pastorale, San Grato e Sant’Antonino di Saluggia (arcidiocesi di Vercelli), venuti a visitare la Calabria con un breve, ma intenso pellegrinaggio, è voluto passare anche da Francavilla, anche se qui ha potuto fermarsi soltanto per un paio d’ore. I pellegrini vercellesi, a bordo di un pulmino,sono arrivati nel nostro paese verso le ore 10 del 25 aprile. Dopo una breve sosta davanti all’antica casa dei genitori di Don Enrico (Vincenzo e Lucia Triminì) presso il Monumento ai Caduti, gli ospiti sono arrivati in piazza Solari, dove sono stati amabilmente accolti da P. Tarcisio Rondinelli, dall’ing. Vincenzo Davoli, da Giuseppe Pungitore (che ha filmato e fotografato i vari momenti della visita) e dal consigliere, ing. Foca Antonio Lazzaro, in rappresentanza del Sindaco avv. Pizzonia, impegnato nella concomitante Festa della Liberazione celebrata dalla Prefettura a Vibo Valentia. Dirigendosi verso la chiesa di San Foca, l’ing. Davoli ha brevemente raccontato la storia di Francavilla, delle sue chiese, dei tre conventi, dei terremoti, dei bizantini che inculcarono nei primi abitanti la devozione per San Foca.
All’interno della chiesa parrocchiale, Padre Tarcisio, rievocando le sue varie ricerche compiute in Siria e Terrasanta, riguardo a San Foca, ad antiche chiese dedicate allo stesso Martire (venerato come protettore dai morsi dei serpenti), a Mosè e al Monte Nebo, ha voluto illustrare a Don Enrico e agli ospiti vercellesi il suo progetto di collocare, in un punto opportuno di Francavilla, il gruppo monumentale con le statue di San Foca e di Mosè, con la scultura del serpente attorcigliato attorno al bastone, prefigurazione di Cristo crocifisso.
  Sempre dentro la chiesa, si sono incontrati e salutati Don Enrico e Don Giovanni Battista Tozzo, attuale Arciprete di Francavilla, che ha invitato Don Triminì a celebrare Messa nel dì festivo di San Marco evangelista, nella chiesa dove lo stesso Enrico era stato battezzato, 60 anni or sono. Conclusa la Messa, gli ospiti vercellesi sono scesi a Pendino, a visitare la casa di Padre Tarcisio, autentica e mirabile “Oasi francescana” incastonata nel rione più antico di Francavilla.
Qui il nostro frate francescano ha mostrato le diverse opere d’arte e i lavori di vario genere (pirografie, pitture, stampe, vetrate, intarsi lignei, collane, rosari, orecchini, braccialetti ecc.) da lui stesso realizzati prevalentemente con materiali poveri e naturali, ma tutti con inconfondibile e mirabile senso artistico. A tutti i pellegrini, e specialmente alle signore, P. Tarcisio ha regalato i suoi semplici, artistici monili e copie dei tre libri che finora ha scritto. Dopodiché gli ospiti vercellesi hanno visitato la zona dei ruderi restaurati, con il moderno anfiteatro incastonato tra antiche case contadine, tra magazzini e frantoi oleari, ed in fondo il caratteristico Calvario di stile greco-bizantino. Conclusa la visita a Francavilla, Don Enrico Triminì e i suoi parrocchiani pellegrini si sono trasferiti nella vicina Pizzo.
   Mi piace salutare il francavillese-vercellese Don Enrico e tutti i devoti a San Foca, tuttora residenti a Francavilla o emigrati in altre regioni italiane o addirittura all’estero, ripetendo le stesse parole che Egli mi scrisse quando ci tenemmo in contatto prima di pubblicare il nostro libro sui Parroci e Sacerdoti di Francavilla Angitola “Il popolo di Dio in cammino”:
Voglia San Foca continuare ad essere il nostro protettore per tenere distanti dai nostri corpi e dalle nostre anime i “serpenti velenosi” del nostro tempo, in modo che possiamo conseguire il premio eterno.

   Testo di Vincenzo Davoli
                                                                                                                                       Fotografie di Giuseppe Pungitore

ALBUM

 

FESTEGGIAMENTI  REGIONALI  IN ONORE DI SAN FRANCESCO DI PAOLA
OFFERTA OLIO E ACCENSIONE DELLA LAMPADA VOTIVA  –  PAOLA, 2 MAGGIO 2018

Con avviso trasmesso dal Sindaco della Città di Paola, avv. Roberto Perrotta, in data 26 aprile 2018, il Sindaco di Francavilla Angitola, avv. Giuseppe Pizzonia, è stato ufficialmente invitato a partecipare alla solenne cerimonia di accensione della Lampada Votiva dei Comuni calabresi, che si terrà nel Santuario di San Francesco, a Paola il prossimo 2 maggio, con inizio alle ore 16,30. I tre Comuni calabresi prescelti per offrire quest’anno l’olio per la Lampada Votiva sono: - AMANTEA (in rappresentanza della provincia di Cosenza); -LAMEZIA TERME ( per quella di Catanzaro); - ROCCELLA IONICA (per quella di Reggio Calabria).
Aderendo al cortese invito del Primo Cittadino del luogo natale del Santo Patrono della Calabria, il Comune di Francavilla Angitola sarà rappresentato direttamente dal Sindaco, avv. Giuseppe Pizzonia, e dal Gonfalone comunale. Per la solenne cerimonia il Sindaco francavillese sarà accompagnato dai membri del Comitato organizzatore dell’ultraventennale Festa della Gente di Mare in onore di San Francesco da Paola, che saranno particolarmente lieti di salutare i numerosi amici e conoscenti di Amanteae di Lamezia Terme, con i quali da molti anni intrattengono rapporti di cordiale fraternità, e anche di poter incontrare e conoscere fedeli e devoti del Taumaturgo Paolano, provenienti dall’altro versante marino della penisola calabrese, dall’antica e nobile Roccella Ionica.
La Lampada Votiva sarà accesa dal Presidente della Giunta Regionale, Mario Oliverio, che, in tale circostanza, rivolgerà il suo messaggio alla Calabria.

 

      LA NAVE  “ LUIGI DATTILO”   A PIZZO  MARINA PER   LA 25° FESTA DEL MARE - LUGLIO  2018


 IL COMANDANTE GENERALE DEL CORPO DELLE CAPITANERIE DI PORTO, AMM.  GIOVANNI PETTORINO  RISPONDENDO  POSITIVAMENTE  ALLA RICHIESTA AVANZATA  DAL NOSTRO  COMITATO  PER  OTTENERE  LA PRESENZA DELLA NAVE  “ LUIGI DATTILO”  ALLA 25°  FESTA DELLA GENTE DI MARE IN ONORE DI SAN FRANCESCO DA PAOLA,  HA  DATO  MANDATO  AL  CAPO REPARTO  CV  (CP)  PIL.  SERGIO LIARDO, DI TRASMETTERE  AI VARI   ENTI LOCALI DELLA CAPITANERIA  DI PORTO –  GUARDIA COSTIERA,  LETTERA DI POSTA ELETRONICA CERTIFICATA  CON CUI   AUTORIZZA   LA SUDDETTA NAVE “DATTILO”   A PARTECIPARE,  A  META’ LUGLIO 2018,  ALLA FESTA DELLA GENTE  MARE NELLE ACQUE DI  VIBO  E  PIZZO MARINA. LA QUI DI SEGUITO LA LETTERA .

 

CONVEGNO REGIONALE AINSPED - LAMEZIA TERME
21 APRILE 2018  “CENTRO CONGRESSI  PRUNIA” SAMBIASE


“L'équipe socio-psicopedagogica nella lotta alle dipendenze, alla marginalità e alle devianze sociali”  
- E’ stato un grande successo per la Pedagogia Italiana  il Convegno Regionale AINSPED a Lamezia Terme. Al  convegno organizzato dal   presidente dell’ AINSPED,  dott. Davide Piserà, e  dalla Dr.ssa   Daniela Romagnino, Pedagogista, hanno partecipato  la Dr.ssa  Raffaella Buccieri  Docente di Storia dell’Arte,  il Dr.  Romeo Aracri  Medico  di Famiglia, e la  Psicologa Bianca Iero.  
Finalmente si parla di équipe, e finalmente i professionisti di area pedagogica, medica e clinica cominciano a collaborare attivamente ad un grande progetto collettivo per il benessere dei cittadini.  L’Associazione Internazionale Pedagogisti ed Educatori (A.I.N.S.P.E.D.) nasce a gennaio 2017 con l’obiettivo di istituire un gruppo di lavoro incentrato sulla tutela e lo sviluppo completo delle professioni di Educatore e Pedagogista, anche al di fuori dei nostri confini nazionali, promuovendo la tutela giuridica e formativa dei lavoratori e degli studenti, organizzando convegni e congressi per promuovere e far riconoscere il ruolo e la professionalità dei professionisti di area educativo/pedagogica in tutte le sue diverse espressioni e articolazioni specialistiche: Pedagogista, Educatore Professionale Sociale; sia in ambito pubblico che privato.
L’Associazione si preoccupa di fornire tramite enti accreditati, scuole, associazioni, studi pedagogici, regioni e comuni, il giusto apporto formativo ai professionisti con la realizzazione di corsi di alta scuola per accrescere le competenze metodologiche ed operative dei lavoratori. Oltre a proporre Leggi Nazionali e raccolte firme col solo vantaggio degli educatori e dei pedagogisti. Siamo collocati in diverse regioni, ogni sede regionale può organizzare autonomamente tutti gli eventi necessari per i professionisti e gli studenti del territorio di pertinenza.
La nostra forza sta nel rapporto qualitativo dei servizi che doniamo ai nostri soci, da nord a sud, e della possibilità degli stessi di proporre cambiamenti, miglioramenti ed eventi nei loro territori per far sì che il nostro supporto e la nostra presenza sia costante e dettata dal supporto alla categoria.

IL QUOTIDIANO DEL SUD 16 APRILE 2018

ARTICOLO DI DARIO CONIDI

Catona di Reggio Calabria festeggia San Francesco di Paola  Patrono della   Calabria e della Gente di Mare


Come da consuetudine domenica 15 aprile si sono concluse, con una numerosa partecipazione di fedeli Catonesi, Messinesi, di Pizzo Calabro e Francavilla Angitola, le iniziative civili e religiose programmate per onorare San Francesco di Paola – Patrono della Calabria e della Gente di Mare d’Italia .
Quest’anno, essi assumono un particolare significato in quanto coincidono con la commemorazione del 75^ anniversario della proclamazione del  Santo come Patrono della Gente di Mare della Nazione Italiana, avvenuta per benevolenza del Sommo Pontefice Pio XII, il 27.3.1943, con il breve apostolico “Quod sanctorum patronatus”.
Momenti clou delle manifestazioni sono state :  
SABATO 14 aprile = Giornata della Gente di Mare = S. Messa in onore di tutti i caduti del mare officiata da Mons. Salvatore NUNNARI – Arcivescovo Emerito di Cosenza - alla quale hanno partecipato i rappresentanti delle Autorità locali, delle Forze Armate e di Polizia nonché i Presidenti ed i Soci delle seguenti Associazioni d’Arma operanti nella Provincia di Reggio Calabria con i propri vessili: Ass.Naz.Marinai d’Italia di Reggio Calabria e Siderno--Ass.Naz.Ufficiali in Congedo –Ass.Naz.Sottufficiali in congedo – Ass.Naz. Guardia di Finanza in congedo –  Ass.Naz. Genieri e Trasmettitori in congedo – Ass. Naz. Bersaglieri – Ass. Naz. Carabinieri di Reggio Calabria ---Lega Navale di RC – Club vela latina di Catona --compreso il gruppo dei Soci appartenenti alla Sezione Calabria del Nastro Verde composto da Ciprioti – Mandalari e Donato .
Domenica 15 aprile  .  Dopo la S. Messa, al  grido dei  fedeli “ oggi e sempre evviva San Francesco “ è iniziata la solenne processione del Santo per le vie del quartiere di Catona con sosta alle ore 10.30 sulla spiaggia  antistante il monumento al marinaio ove si è proceduto ,  alla lettura della preghiera del Marinaio , alla benedizione e  lancio in mare della corona di alloro offerta dal Sindaco del Comune di Francavilla Angitola ( VV) Avv. Giuseppe PIZZONIA – presente alla cerimonia -- in memoria di tutti i caduti del mare , mentre   le unità  navali della Capitaneria di Porto  di Reggio Calabria e della Guardia di Finanza rendevano  gli onori militari e salutavano con squilli di  sirene il festoso evento e la banda musicale   suonava “ il silenzio fuori ordinanza “ .  
Ammiraglio  Francesco Ciprioti   
Catona 17 aprile  2018

DOMENICA DI PASQUA rinnovato 

l’ appuntamento  con la “cumprunta”   

1 APRILE 2018


 
I riti della Settimana si sono conclusi domenica mattina con quello antichissimo dell'Affruntata, o Cumprunta, o Svelata, la rappresentazione drammatica dell'incontro tra il Cristo risorto e la Madonna Addolorata che segna la Pasqua cristiana. In pazza Solari , ha avuto luogo l'incontro tra la Madre celeste e il Figlio Risorto. Il rito, come da tradizione, si è svolto rispettando i momenti che scandiscono e segnano una storia che da più dì duemila anni commuove e affascina il mondo. San Giovanni fa la spola tra Maria Addolorata e il Cristo Risorto. La statua di San Giovanni è stata trasportata dai portantini per tre volte con passo svelto, quasi di corsa, in un'atmosfera gioiosa e di attesa. Quindi subito dopo l’incontro ha avuto luogo la processione per le vie del paese. Cristo è stato portato davanti alla non più Mater Dolorosa, ma Gloriosa e a San Giovanni. Un momento molto importante per la comunità tutta che, intorno ad un evento religioso e storico si ritrova e si riconosce in un' identità d'appartenenza, unita dallo stesso desiderio di rinascita spirituale e sociale. La sacra rappresentazione della  mattina di Pasqua  che  ogni anno richiama  nel paese natale  non solo i francavillesi  trasferiti in altri centri calabresi ,  ma anche  molti altri  emigrati  in Italia e  all’ estero. La processione  del Cristo Risorto è stata allietata dalla banda musicale di Filadelfia,  offerta  dall’amministrazione comunale di Francavilla Angitola  guidata dall’avv. Giuseppe  Pizzonia

VENERDI’ SANTO 30 MARZO 2018

 

GIOVEDI’  SANTO DELL’ ANNO 2018  -  ULTIMA  CENA

 

PASSIONE E MORTE DI GESU’
Francavilla  Angitola 28 marzo 2018

La Settimana Santa è la settimana nella quale il Cristianesimo celebra gli eventi di fede correlati agli ultimi giorni di Gesù Cristo, riguardanti soprattutto la sua passione,  morte e resurrezione. Anche nel nostro paese  si è cercato di proporre e consolidare questa tradizione organizzando una grande rappresentazione che vede coinvolti,  la Fondazione culturale “Le Torri”  con il suo presidente Michele Condello,   in collaborazione con il Comune di Francavilla Angitola  guidato dal Sindaco Avv. Giuseppe Pizzonia, e con la partecipazione di  diversi attori e comparse che interpretavano gli apostoli, i discepoli ed altri personaggi presenti nella passione, crocefissione e morte di Gesu'.  

PASSIONE E MORTE DI GESU, è il titolo dell'evento che si è svolto   ai Ruderi di Pendino   ed è stata  diretto da Michele Condello con la collaborazione di Franco Barbarossa, e la partecipazione di Don Giovanni Battista Tozzo, parroco di San Foca Martire. Una rappresentazione che ricrea  verosimilmente gli ambienti di 2000 anni fa. Riproponendo quelle che sono le tappe fondamentali che hanno segnato il cammino e la sofferenza di Cristo, come il processo dinnanzi al popolo  al fianco di Barabba, la decisione di Ponzio Pilato con la tipica immagine del lavaggio delle mani, le tre cadute della Via Crucis, ed infine la toccante crocifissione. La rappresentazione ha avuto un grande successo ed è stata particolarmente apprezzata. Personaggi ed interpreti: Gesù –Giuseppe Torchia / Misandro –Franco Barbarossa / Nizech – Maurizio  Piserà / Maria – Giusy Serrao / Giovanni - Gregorio Serrao / Maddalena –Teresa Anello / Pilato –Armando Torchia / Caifa- Roberto Pizzonia / Barabba –Sergio Mancari / Disma – Maurizio Galati / Gisma – Domenico Pizzonia  / Veronica – Giovanna Serratore  / Simone – Sergio Mancari /Longino – Francesco Gigliotti  /Giuseppe –Francesco Monterosso /Nicodemo – Paolo Pizzonia  /Centurione – Fabio Tino /Paggio – Cristian Pisera /Paggio- Antonio Bartucca / Guardie –Maurizio Galati - Domenico Pizzonia  /Pie donne –Anna Bonelli-  Carmela Preziuso ed altre.
 Voce fuori campo – Michele Condello / Cantori inni sacri – Foca Fiumara e  Annita Caruso.

di Giuseppe Pungitore

Benedizione delle Palme  25 marzo   2018


I fedeli, recanti   palme,  rami di ulivo e di alloro,  si sono radunati nella  chiesa del Rosario in Piazza Solari. Qui il Parroco don Giovanni Tozzo ha rievocato l’entrata festosa di Gesù a Gerusalemme ed ha benedetto le palme e i rami portati dai fedeli. Quindi il corteo si è mosso verso la chiesa di San Foca. La parte più commovente della Messa è stata, come ogni anno, il racconto evangelico della Passione di Cristo , recitato a più voci. E’ seguita l’omelia del parroco.  La settimana santa comincia con la festa delle palme.

Fondazione Culturale “Le Torri

Pasqua 2018

Passione di Cristo

La rappresentazione racconta le ultime ore della vita di Cristo. Tradito da Giuda Iscariote, è arrestato e portato dinanzi ai capi dei Farisei che lo condannano a morte. Ponzio Pilato, governatore della Palestina, ascoltati i capi d’imputazione, offre al popolo infuriato di scegliere se salvare la vita del Nazareno o quella di Barabba, noto criminale. Gesù è flagellato dai soldati romani e riportato dinanzi a Ponzio Pilato. Poichè il popolo ha scelto di salvare la vita di Barabba, il Governatore si lava le mani ad indicare che non vuole essere coinvolto nella scelta. Gesù è costretto ad attraversare Gerusalemme e a salire sul Golgota portando sulle spalle la croce. Giunti in cima al monte, Gli sono trafitti mani e piedi con i chiodi e drizzata la croce davanti agli occhi straziati della madre Maria e delle pie donne, tra cui Maria Maddalena. Alle tre del pomeriggio, Gesù muore, mentre il cielo è squarciato da fulmini e si strappa la tenda del tempio di Gerusalemme.

 

GLI  80  ANNI  DEL  CAV. GIUSEPPE  CIMA  (AMANTEA 13-03-2018)
E LA FESTA DEL PAPÀ NEL GIORNO DI SAN GIUSEPPE – 19 MARZO

Il 19 marzo, pur capitando sempre di quaresima, è una grande solennità liturgica del calendario religioso,in quanto in tale giorno si celebra San Giuseppe, sposo della Beata Vergine Maria. Conseguentemente in tale ricorrenza vogliamo porgere calorosi auguri di buon onomastico a parenti e conoscenti, vicini e lontani, insomma a tutti gli amici di nome “Giuseppe”, senza dimenticare le donne, i giovani e gli anzianiche portano questo bel nome, o le tante varianti (femminili, diminutivi, vezzeggiativi): Giuseppa, Giuseppina, Pinella, Peppino, Pino, Beppe, Beppino, Pippo, ecc.
Inoltre, da molti anni, nel calendario civile, la giornata del 19 marzo è designata come “Festa del papà” in onore di tutti i genitori, prescindendo da quello che è il loro vero nome personale.
Oggi 19 marzo 2018, oltre ad inviare gli auguri a tutti i “Giuseppe” e ai papà che conosciamo, vogliamo menzionare in modo particolare un carissimo amico, il Cavaliere Giuseppe CIMA di Amantea, il quale, appena sei giorni or sono, cioè lo scorso martedì 13 marzo, è arrivato allo importante traguardo degli 80 anni.
Abbiamo avuto il piacere di intervenire alla festa dell’80° compleanno del Cav. Giuseppe Cima, che, per l’occasione ha offerto a parenti, autorità ed amici un prelibato pranzo nel ristorante “La Tonnara” di Amantea. Come si può vedere dal servizio fotografico e dal filmato, realizzati e curati da Giuseppe PUNGITORE (uno dei cari amici a cui porgere gli auguri del 19 marzo) alla suddetta festa del 13 marzo in Amantea erano presenti anzitutto nipoti, figlie e figli del Cav. Cima, alcuni dei quali arrivati appositamente da molto lontano. Tra gli intervenuti alla festa ricordiamo due autorevoli amici del Cav. Cima: il Sindaco di Amantea, dottor Mario PIZZINO, ed il Sindaco di San Martino di Finita (CS), Cav. Armando TOCCI; accompagnati dal dottor Angelo COSENTINO, Presidente della ANCRI (Associazione Nazionale Cavalieri al merito della Repubblica)– Sezione di Cosenza. Venuti appositamente da Catona e da Reggio Calabria, i due Cavalieri Ufficiali Mauriziani, già in servizio attivo nel Corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera, Ammiraglio Francesco CIPRIOTI e Luogotenente Matteo DONATO. Altri rappresentanti della Guardia Costiera, quali il Capitano di vascello CRISEO da Bova Marina/Vibo Valentia, il Comandante MARRELLO, il Sottocapo di 1ª classe(NP) Marco MAROZZO. L’Esercito, ed in particolare il Reggimento “Sirio” dell’Aviazione Leggera, di stanza presso l’aeroporto di Lamezia Terme, era autorevolmente rappresentato dal Ten. Col. Medico Giampiero PANZA. Da Francavilla Angitola partecipava un organismo fraternamente gemellato con la Sez. ANMI di Amantea, ossia il Comitato organizzatore della Festa della Gente di Mare in onore di San Francesco da Paola, nelle persone del Presidente ing. Vincenzo DAVOLI, di Giuseppe PUNGITORE (con la consorte Concetta CILIBERTI),e del fondatore/animatore Gianfranco SCHIAVONE.
Si sono stretti al fianco del benemerito Cav. G. Cima, fondatore ed ora Presidente emerito del Gruppo intitolato a “Vittorio Morelli”, sezione ANMI di Amantea, tanti concittadini e soci ANMI, tra cui l’attuale Presidente, Rocco RAGADALE, il Maresciallo Maurizio DE CARLO, il Segretario Franco FORTUNA, i soci ALOE, MODESTINA, il medico dottor BORSANI, il teologo professor Eligio MOTOLESE. Scusandoci per qualche inevitabile dimenticanza, dovuta al grande numero di partecipanti alla festa, vogliamo esprimere al caro amico Giuseppe Cima i nostri auguri di felice compleanno e buon onomastico, ripetendo il saluto tipico ai naviganti: Buon vento, Cavaliere CIMA!

                                                                                                   Articolo di Vincenzo DAVOLI
                                                                                   Foto e filmati di Giuseppe PUNGITORE


IL MESSAGGIO
di Don Giovanni Battista  Tozzo

“Cristo è risorto!” - “È veramente risorto!”. Nel vangelo di San Giovanni, i racconti della Pasqua ci riportano l’esperienza di fede che i primi cristiani, a partire dai Dodici, hanno avuto del Cristo Risorto. Esperienza lenta e graduale, certamente non priva di fatica e di dubbi. Non si tratta solo di visioni e di apparizioni che, senza la Parola, restano comunque muti ed insignificanti, ma di qualcosa di molto più profonda. È a partire dall’incontro personale ed esistenziale con Colui che - Crocifisso di fronte al mondo - non è più prigioniero della morte, e che illumina e ‘trasfigura’ tutta la nostra vita. Questa realtà ci chiama e chiede ad ognuno di noi, come a Tommaso, di “non essere più incredulo ma credente.; come a Pietro, di passare da una vaga ‘simpatia e amicizia (philia)’ per il Signore ad un vero “amore (agape)’ che richiede l’adesione a Cristo Risorto con la nostra vita e che si manifesta nell’amore verso tutti i fratelli; come ai due discepoli di Emmaus, di credere alla Parola che egli ci ha lasciato senza più tentennamenti e titubanze. È attraverso questi “contatti o toccamenti” con il Signore Risorto - come veniva invitato anche san Tommaso da Gesù che possiamo sperimentare anche noi la resurrezione del Crocifisso Salvatore. Siamo pronti a credere e a sperimentare anche noi nella nostra storia personale e comunitaria, questa nuova Vita che annulla e sconfigge la nostra morte mentre vince il nostro peccato? Allora, allegria, fratelli: Cristo è risorto! Si, è veramente Risorto! Alleluia.
 

AUGURI !     DON  GIOVANNI BATTISTA TOZZO

 

 CELEBRATA A PIZZO LA FESTA DEL 157° ANNIVERSARIO DELL’UNITA’ D’ITALIA


Oggi 17 marzo 2018 con inizio alle ore 10:30 in Pizzo presso l’Aula Magna dell’Istituto Omnicomprensivo -Sezione Nautica ed Aeronautica è stato festeggiato il 157° Anniversario dell’Unità d’Italia. La Festa è stata organizzata dall’Associazione Culturale Gioacchino Murat Onlus in collaborazione con il Comune di Pizzo, l’Istituto Omnicomprensivo ed il Parco Regionale del Decennio Francese in Calabria.
La celebrazione prevista dall’art. 1, comma 3, legge 23 novembre 2012, n. 222) che così recita:« La Repubblica riconosce il giorno 17 marzo, data della proclamazione in Torino, nell’anno 1861, dell’Unità d’Italia, quale «Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera», allo scopo di ricordare e promuovere, nell’ambito di una didattica diffusa, i valori di cittadinanza, fondamento di una positiva convivenza civile, nonché di riaffermare e di consolidare l’identità nazionale attraverso il ricordo e la memoria civica».
Presenti le Autorità Civili e Militari di Pizzo, un folto gruppo di soci e simpatizzanti dell’Associazione culturale G. Murat Onlus di Pizzo ed alcune classi del Biennio dell’Istituto con i relativi professori. Con un’Aula Magna riempita fino all’inverosimile ha introdotto l’evento culturale il Presidente dell’Associazione Murat Onlus il dottore Giuseppe Pagnotta che ha ricordato a tutti la ricorrenza del 17 marzo sancita dalla legge che dà una risposta concreta al bisogno sentito da molti di ricordare gli uomini e gli avvenimenti del Risorgimento.
Al Centro della Festa un tavolo con quattro relatori che hanno ricordato con brevi interventi alcuni dei principali eventi e relativi protagonisti del Risorgimento Meridionale. Il Prof. Vincenzo Villella, che prossimamente presenterà un libro su Murat, ha ricordato il tentativo di unità di Re Gioacchino Murat, la Prof.ssa Vincenzina Perciavalle ha affrontato nel suo intervento la tematica della Carbo – Massoneria con i moti del 1820-21 ed il sacrificio di Michele Morelli. Il Dott. Vincenzo Ruperto ha centrato il suo intervento sui movimenti rivoluzionari del 1848 che portarono alla Battaglia dell’Angitola ed al Sacco di Pizzo. La serie d’interventi è stata completata dal Prof. Domenico SORACE che ha trattato il personaggio Benedetto MUSOLINO con sullo sfondo l’epopea garibaldina e la spedizione dei Mille. Ha condotto l’evento il Prof. Daniele Marino. Durante la Festa sono stati eseguiti musiche e canti patriottici a cura del Soprano Claudia Andolfi accompagnata dal Maestro Francesco ARENA. La Festa è stata conclusa, nella soddisfazione generale con grandi complimenti ed applausi ai relatori ed agli organizzatori. Un applauso particolarissimo e meritatissimo ai ragazzi dell’Istituto che hanno seguito i lavori nel massimo silenzio ed partecipato attivamente allo stesso, attraverso la preparazione di pannelli illustrativi del Risorgimento italiano e calabrese in particolare. Al termine l’esecuzione dell’Inno Nazione ha concluso la festa.
Pizzo li 17/3/2018
IL PRESIDENTE

Dott. Giuseppe Pagnotta

Il Prof. Vincenzo Villella

Prof.ssa Vincenzina Perciavalle

Dott. Vincenzo Ruperto

Claudia Andolfi accompagnata dal Maestro Francesco ARENA

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Verso l'Unità d'Italia- 1848- Memorie della Battaglia sul fiume Angitola
Intervento di Vincenzo Ruperto

La nostra regione, nella sua storia, fu terra di conquista da secoli, prima e dopo la nascita di Cristo. Un crocevia di diverse civiltà con varie dominazioni che hanno lasciato il segno negli usi e costumi, nella lingua, economia e società.
Fu il popolo calabrese profondamente scosso da fenomeni distruttivi della natura (terremoti, alluvioni, epidemie etc.), ma più scosso fu dal dispotismo dei regnanti, specie in periodo feudale, e da leggi repressive nei confronti dei ceti popolari. E il popolo angariato si sollevò più volte nella speranza di avere più liberta e benessere.
Tralascio di parlare delle classi sociali che si sono formate nei secoli, come la borghesia nell'800, il secolo dei grandi avvenimenti che portarono alla nostra unità nazionale.
Un pellegrinaggio molto faticoso e lungo verso il santuario dell'Unità, fatto su strade piene d'insidie, tracciate su aspri sentieri, attraversando monti, colline, pianure, fiumi, mare, boschi e campi deserti con incontri felici o infelici e scontri che lasciavano morti e feriti.
Nei libri di scuola la storia c'è narrata per i grandi avvenimenti, che riguardano nazioni e continenti, con le loro istituzioni, i loro governanti, i loro ministri, le loro guerre di offesa o di difesa, aristocratici e alta borghesia finanziaria o commerciale, il popolo dei subalterni, la plebe come si usa dire quasi con spregio, ha voce in capitolo quando si rivolta contro le ingiustizie sociali di chi governa o amministra, anche a livello locale; se vogliamo fare la storia delle nostre comunità, dobbiamo conoscere il loro passato di fatti e misfatti, di persone e di luoghi, di usi e costumi.
La battaglia dell'Angitola del 1848, è molto importante per la nostra storia locale, che si unisce alla storia dell'unità nazionale attraverso personalità di gran rilievo, personalità note per i loro scritti, il loro pensiero, la loro azione, i loro ruoli, sono un'occasione per ricordare coloro, quasi tutti giovani, che morirono in combattimenti, che riportarono ferite, che furono giustiziati, carcerati, esiliati, che tanto dolore portarono nelle loro famiglie.
In quasi tutte le città e comuni del Regno la Carboneria e la Massoneria si erano radicati con le loro vendite e logge, circoli locali segreti di cittadini per lo più colti e benestanti, ispirati all'idea di fratellanza e libertà, di riscatto sociale, di cambiamento del sistema istituzionale, alcuni preferendo al sistema monarchico quello repubblicano, ideale del Mazzini o di Benedetto Musolino.
Chi erano questi promotori e adepti nei comuni dell'Angitola, della Calabria Media in genere, dove attinsero il nuovo pensiero? Come detto, erano quasi tutti rampolli di famiglie nobili o benestanti, pochi quelli di modeste condizioni economiche. Studiavano nei reali collegi e si addottoravano nelle varie discipline a Napoli, e proprio nei reali collegi appresero le nuove idee. Con il Settembrini a Catanzaro e a Monteleone con Onofrio Simonetti, entrambi emeriti professori e amici. Onofrio Simonetti era nato a Francavilla nel 1796 e morì nel 1862 a Monteleone, allievo del dotto canonico Potenza, fu medico, filosofo, letterato, si occupò di materie scientifiche, fu socio di numrose accademie italiane ed europee, fu autorevole e apprezzato educatore. Lasciò numerosi scritti per fare conoscere la cultura calabrese. Famosa la sua opera su 'La filosofia di Dante nella Divina Commedia', sulla storia del pensiero filosofico calabrese, da Pitagora a Campanella e Galluppi.
Tra i suoi allievi furono uomini come Benedetto Musolino di Pizzo, Michele Bello di Gerace Severino Serrao di Filadelfia, Francesco Servello di Francavilla (quest'ultimo era nipote ex sorore e morì per infarto alla vigilia dell'arrivo di Garibaldi ed ebbe la nomina, alla memoria, di prefetto, ossia di Intendente del Regno, aveva partecipato alla battaglia dell'Angitola). Aveva vinto il concorso in magistratura di ultimo grado, ma gli fu vietato ricoprire la prestigiosa carica e anche di esercitare la professione di avvocato. Fu amico di Stocco, Mazzei, De Nobili e di tanti altri ferventi patrioti. Assieme al farmacista Farina faceva parte della loggia francavillese, ben rappresentata e attiva. La famiglia Servello, dopo l'Unità, si trasferì a Pizzo per il matrimonio del medico Servello Domenico fu Raffaele con una Panella. Discendenti di questa famiglia furono Raffaele, magistrato, Francesco Antonio, professore d'ingegneria navale a Trieste, Manfredi avvocato.
Nel 1847 era scoppiata una rivolta sullo Ionio reggino, precisamente a Gerace e comuni limitrofi, promossa da alcuni giovani carbonari, alcuni amici e compagni di scuola di Benedetto Musolino come Michele Bello. Chiedevano la Costituzione e alcune rivendicazioni come l'uso dell'acqua marina, vi era il divieto di usarla per scopo alimentare. Fu mandato a sedare la rivolta il generale Ferdinando Nunziante. Furono catturati i principali promotori ossia Michele Bello, Pietro Mazzone, Gaetano Ruffo, Domenico Salvadori, Rocco Verduci che furono giustiziati, il generale aveva la potestà di salvare loro la vita imprigionandoli, ma non lo fece, erano giovani studenti in giurisprudenza a Napoli, dove avevano stretto amicizia con altri patrioti calabresi. Erano giovani romantici, poeti e sognatori di un'Italia unita.
La drammatica fine della rivolta di Reggio e dei martiri di Gerace suscitò ovunque sdegno e commozione non solo nel regno delle due Sicilie, ma anche nel resto d'Italia e attirò l’interesse della stampa dei paesi liberi.
A Milano le dame adottarono la moda di indossare il cappello alla calabrese in segno di solidarietà. Il 1847 reggino fu, a tutti gli effetti, il preludio del 1848 e della battaglia sul fiume Angitola.
Agli inizi del 1848 Ferdinando II concesse la Costituzione. 11 18 aprile si svolsero le elezioni con ordine, con grande entusiasmo e molta affluenza. Benedetto Musolino fu eletto deputato. Subito si capì il suo doppio gioco del sovrano e la sua intenzione a non renderla operativa, giustificandosi con gli alleati della triplice, austriaci per primi, di averla concessa perché costretto dalle sommosse esplose nelle province del regno, e con insorti e deputati sostenendo che era impedito dagli alleati. Scoppiarono le rivolte e Fedinando II, chiamato re bomba per l'uso delle armi nel sedare qualsiasi tumulto, sciolse di fatto- il parlamento. Deputati e e rivoluzionari protestarono energicamente, ma invano e e si decise di organizzare militarmente i vari gruppi d'insorti nelle province del regno. Benedetto Musolino fu uno dei più attivi e assieme ad altri si portò a Cosenza per organizzare la rivolta calabrese. Fu eletto in Cosenza un Governo Provvisorio, composto di cinque membri con poteri dittatoriali, sino alla convocazione del nuovo Parlamento . II Musolino fu uno dei Cinque : esercitò le funzioni di Ministro della Guerra.
Per la Calabria si affidò l'incarico di comandante al generale Francesco Stocco, un barone nativo di Adami di Decollatura, furono mobilitati in pochi giorni quasi 4.000 rivoluzionari.
Di questi ben 2.000 furono destinati nella Calabria Media, precisamente al campo di Filadelfia. Gia nei comuni dell'Angitola i rivoluzionari erano in piena azione con i loro seguaci. Gruppi di rivoluzionari, sotto la guida di Fabiani di Maida, risalirono le sponde tortuose del fiume Angitola e si diressero alle Ferriere di Mongiana, dove riuscirono a prendere 24 barili di polvere e ben due cannoni.
Era stato incaricato di nuovo il generale Nunziante a sedare le rivolte scoppiate in tutto il monteleonese. Un esercito regio di ben 2.000 uomini sbarcò a Pizzo. Il generale aveva sottovalutato la gravità della situazione e aveva pertanto tranquillizzato la truppa di non temere pericoli dagli insorti.
Si sbagliava, rimase colpito dall'audacia dimostrata da alcuni giovani insorti, come Paolo Vacatello di Pizzo, che nella rada di Santa Venere assalirono un veliero per impossessarsi di 25 barili di polvere sabotando l'intero carico destinato alle truppe borboniche. Paolo era nipote di donna Francesca Vacatello, moglie del dott. Antonio Catalano, medico a San Pietro a Maida e oriundo di Francavilla, la coppia non ebbe figli.
L'esercito borbonico, responsabile ancora il Nunziante, il 29 giugno commise il più vile e scellerato eccidio, dopo avere saccheggiato, razziato Pizzo si accani tonto contro la famiglia di B. Musolino. Fu bruciato il palazzo, il vecchio genitore fu sgozzato a punta di baionetta ; il fratello primogenito Saverio, illustre Avvocato, fucilato ; la madre, un altro fratello e la cognata Rosina Scaglione, morti pochi mesi dopo di crepacuore; tutte le altre proprietà urbane e rurali messe a ruba e devastate. si sentirono delusi e ingannati dai loro superiori, sfiduciati infierirono contro la popolazione, perpetrando violenze di ogni genere. Nunziante fu costretto a dimorare a Pizzo (così il cronista).
Ritornando alla battaglia dell'Angitola. Il campo dei rivoltosi a Filadelfia fu male organizzato, si dormiva sulle strade, i mezzi di sussistenza erano scarsi, era insomma, come qualche cronista ed ebbe a dire, una Babele.
Erano arrivati i più prestigiosi e influenti rivoluzionari da Catanzaro, Sambiase, Nicastro, Maida, Cortale e da quasi tutti i comini del bacino dell'Angitola.
Palazzo Serrao a Filadelfia accolse numerose personalità come il Griffo, generale delegato da Stocco come comandate del campo. Palazzo Mannacio a Francavilla ospitò il maggiore D'Olio, D'Ippolito e Mazzei di Nicastro, De Nobili e De Riso di Catanzaro con altri nobili. I fratelli Vincenzo, Fabrizio e Annibale Mannacio parteciparono alla battaglia dell'Angitola.

Il ponte sul fiume Angitola ancora non era stato costruito, quello esistente era provvisorio e di legno. Quello che oggi possiamo ammirare, anche se non percorribile, fu ultimato dopo il 1848, vera opera dì ingegneria. Era stato costruito per unire la strada che portava a Reggio e anche alle Serre per arrivare a Soverato, dazio si seconda classe mentre quello di Pizzo era di prima classe. L'unica strada che da Napoli arrivava a Reggio era la Via Grande, l'ex Popilia dei romani che all'Angitola si tagliava in due.
Piccola nota, un certo progresso nei nostri comuni si era avuto tramite alcune produzioni come il gelso, vigneti, oliveti, e lavori artigianali di pregio, ma non vi erano infrastrutture come porti e strade, eccettuata la Via Regia (attuale autostrada) e fu progettato e costruito il ponte sull'Angitola per unire la strada per Reggio e per realizzarne una nuova che dall'Angitola portasse in territorio di Argusto per arrivare a Soverato (la strada delle Serre ancora non è stata ultimata).
E lo scontro avvenne, e fu vera battaglia in un territorio vasto, da monte Coppari, da dove origina l'Angitola alla sua foce, dalla sua Piana sino alle alture di Curinga e al ponte della Madonna delle Grazie, prima Campolongo. Si combattè con armi da fuoco e all'arma bianca. I rivoltosi non superavano le 300 unità, mentre i soldati regi erano di gran numero superiore e protetti anche da due navi con cannoni, che stanziavano tra la foce del fiume Angitola e il Turrina. Dal campo di Filadelfia non arrivarono rinforzi e il Griffo, delegato da Stocco come comandante di quel campo, fu lento o riluttante a intervenire ad accerchiare i regi posizionandosi tra il Trevio e il Fondaco Apostoliti. Un suo intervento poteva avere altro esito.
 Gli insorti si ritirarono riparando nei boschi o fuggendo verso Curinga, inseguiti dal Nunziante. Al ponte delle Grazie i regi furono sorpresi da un nutrito gruppo d'insorti, molti provenienti da Sambiase e Nicastro, tra i quali spiccano i nomi di Giovanni Maria Cataldi e del nipote Giovanni Nicotera, anche nipote di Benedetto Musolino.  Il curinghese Francescantonio Bevilacqua, simpatizzante dei nazionali, vedendo bruciare il suo casino, mobilitò i suoi dipendenti a unirsi ai rivoltosi. Fu teso un vero e proprio agguato alle truppe del Nunziante, che atterrito ripiegò verso il mare protetto dalla nave Archimede. Ricevuti i rinforzi, via mare e via terra, costrinse i rivoltosi a ripararsi fuggendo tra i boschi delle alture di Curinga. Le perdite dei regi furono consistenti, quelle dei nazionali pochissime. Alle Grazie furono fatti fucilare dal Nunziante : Angelo Morelli, Ferdinando Barone De Nobili, Giuseppe Mazzei, Andrea De Summa, Giuseppe De Fazio, Giovambattista Alessio, Antonio Scaramuzzino, Ferdinando Miscimarra, Felice Saltalamacchia e altri due giovani siciliani dal nome rimasto sconosciuto.
Finì nel sangue la battaglia sull'Angitola, gli insorti furono sconfitti e messi in fuga. Se ci fosse stato maggiore collegamento tra loro e, il campo di Filadelfia, secondo alcuni esperti, l'esito della battaglia poteva essere diverso. Alcuni, come B. Musolino e il nipote Giovanni Nicotera, ripararono all'estero, Corfù, Malta e Francia, altri subirono processi e carcere a Ventotene, come il Castaldi, altri ritornarono ai loro patri lari, senza subire carcere per le raccomandazioni avute da parenti molto influenti nell'amministrazione borbonica, altri, come i contadini e dipendenti dei vari proprietari terrieri, ritornarono ai loro tuguri, alcuni restarono patrioti e seguirono sia Giovanni Nicotera a Sapri sia Garibaldi a Napoli.
 Giovanni De Fiore di Maida, assieme al Fabiani, protagonista rivoluzionario, partecipando all'incursione di Mongiana e alla battaglia dell'Angitola, in una sua monografia afferma:
'Soffocata nel sangue la rivoluzione calabrese, come doveva accadere, perché abbandonata alle sole sue forze dalle altre province, la reazione si scatenò in un modo strano contro il paese. Onorato lo spionaggio, la dottrina e la civiltà sospette; Amministrazioni, leggi, istruzioni in mano di gente abbietta, e solo alla causa regia devota. Esilio, carceri, galera ad uomini non colpevoli di altro di avere amato la costituzione, che lo stesso sovrano aveva largito.''
Fu l'epoca del romanticismo, poeti e scrittori non mancarono tra i rivoluzionari insorti. Vi fu un patriota prete poeta, Giuseppe Monaldo (Filadelfia 1820-ivi 1911). Fu parroco della chiesa di San Giorgio a Pizzo, spirito rivoluzionario e veramente laico. Le sue poesie si tramandavano oralmente nei paesi angitolani. Trovati gli scritti, sono stati pubblicati a cura del nipote Servello. Il Monaldo descrive la storia, la nostra storia con versi in dialetto.
E voglio recitare alcuni versi, dove immagina una vecchia signora, pizzitana, che racconta la sua vita, la vecchia signora, parafrasata è la gente della nostra terra, dei nostri luoghi, dell'Angitola per essere chiari:


''Su' vecchia, e'nd'aju avutu 
Malànni cu la pala,
E giùru ca la guàla
De mìa non 'nci sarà.

'Ncignài de li prim'ànni 
Mu 'nsàccu sempre guài, 
E quantu'ndi passài, 
Cu' diàvulu li sa?

Lu terremuòtu lu vitti (1783)
Curcàre casi 'n terra, 
E fàmi, pèste e guèrra 
'Ndi vìtti pùru ccà!

E vitti pùru a Rùffu 
Supra'na mula jànca,
Chi a mànu dèstra e mànca 
Facìa diavularì.

'Stu riègnu vitti puru 
Quagghjàtu de Francìsi, 
De bràvi fàcci'mpìsi 
'Nda vitti cumpagnì.

Tri vuòti lu colèra 
Lu vitti chi 'nfuriàva, 
De ccà chi si scupàva
La miègghju gioventù.


'Ncí pizzicài! e si piènzu 
A chiju guài assassìnu 
Mi stringe 'u cularìnu, 
M'acchjàppa'u tremotò.

Lu Quarantuòttu vìtti 
Chiji galiuòti brutti, 
Chi ni sdogàru tutti 
Gridàndu: Viva'u Rre!


La rugna paisana (pizzitàna) 
Chi mìsi ed anni dura, 
Io l'eppi de criatùra 
E grattu puru mo'.

E'n tàntu cu'sti guài 
No' vòzzi mai finire, 
No' vozzi mai morìre, 
Lu dìcu 'n verità….

Monaldo, noi e l'Angitola siamo ancora qua.

Festa di San Foca Martire 5 marzo 2018


 La festa liturgica del 5 marzo in onore di San Foca Martire si è svolta  con la Messa solenne delle ore 10,30 celebrata dal Parroco Don Giovanni Tozzo,   la pioggia ha impedito lo svolgimento della processione. In forma ufficiale era presente il Sindaco, avv. Giuseppe Pizzonia , accompagnato dal vice Sindaco Domenico Anello e altri  membri della maggioranza,  con il gonfalone del Comune. A conclusione della Messa sono stati distribuiti i taralli a forma di serpe, preparati con particolare cura da alcune donne di Francavilla e  poi benedetti al momento dell’Offertorio.  Infine si è proceduto al bacio della reliquia del Santo.    San Foca nacque, dicesi ad Antiochia in Siria, nel primo secolo dell’era volgare e patì il martirio nella città dove ebbe i natali , sotto l’imperatore Traiano nell’anno 107. Di professione fu prima soldato ma poi, deposte le armi si mise a fare il giardiniere. Fu a quanto pare di una generosità straordinaria. La sua casa era l’ospizio di quanti ci capitavano. Accusato di professare il cristianesimo , furono mandati in casa sua degli sgherri, perché lo ammazzassero. Il modo come egli li tratta e quel che avviene di lui si vedrà dal canto. La festa di S. Foca  ricorre il 5 di marzo ma si celebra la seconda domenica di agosto c’è la processione con la musica S. Foca è rappresentato da un mezzo busto in legno , alla mano sinistra ha ravvolto un serpe d’argento che con la lingua gli lecca il mento, nella destra ha una palma. Abbiamo detto in principio che S. Foca fu anche soldato. Di fatto quando i Saraceni erano in cammino per andare a Francavilla, il protettore del paese si presentò loro vestito da guerriero. I Saraceni Gli domandarono della strada ed Egli li condusse per una via tortuosa attraverso un bosco, dove, gira e rigira finalmente si spersero. Il rispetto che, secondo la tradizione gli portarono i serpenti della caverna dove Egli fu gettato , lo ha naturalmente costituito protettore contro si fatta specie di animali massime se velenosi. A conferma di che, mi piace di riferire non le parole di S. Gregorio Torinese, che a quanto pare, attestò, pel primo il prodigio; ma quelle recenti del citato autore del Cenno biografico:’’.. l’esperienza (dice il professore Onofrio Simonetti) ci assicura tuttavia che quanti sono morsi dalla vipera ed hanno la ventura di toccare la soglia della chiesa ove di Lui havvi Statua o Reliquia sono immediatamente tornati a  ridente sanità’’ Peccato che Santu Foca sia così poco conosciuto!

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E' online un innovativo servizio di comunicazione ideato per promuovere il nostro paese, Francavilla Angitola  ed il territorio circostante. il servizio è realizzato dal sito www.francavillaangitola.com . l'obbiettivo  della nostra  web   francavillatv   è   quello di diffondere via internet in streaming con il motore di ricerca youtube  una serie di  filmati riguardanti  momenti ed eventi del nostro paese, della sua antica cultura, delle sue tradizioni religiose,  delle varie manifestazioni  che si svolgono  nel tempo,  con l'intento di far conoscere  gli angoli caratteristici non solo di Francavilla, ma  della   provincia  di Vibo Valentia. Se  volete iscrivervi  basta collegarvi con  un pc, televisore smart,  tablet,   telefonino, cliccate su youtube,  cercate  francavillatv, nella nostra pagina c’e’ il tasto rosso   iscriviti , ogni pubblicazione di un video arriverà un messaggio di avviso . Grazie

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Festa del 157° Anniversario Giornata dell'Unità d'Italia

sabato 17 marzo dalle ore 11:00 alle ore 13:00 Istituto Omnicomprensivo di Pizzo - Sede Centrale di Riviera Prangi

« La Repubblica riconosce il giorno 17 marzo, data della proclamazione in Torino, nell'anno 1861, dell'Unità d’Italia, quale «Giornata dell'Unità nazionale, della Costituzione, dell'inno e della bandiera», allo scopo di ricordare e promuovere, nell'ambito di una didattica diffusa, i valori di cittadinanza, fondamento di una positiva convivenza civile, nonché di riaffermare e di consolidare l'identità nazionale attraverso il ricordo e la memoria civica. »
(Parlamento italiano, art. 1, comma 3, legge 23 novembre 2012, n. 222)

Il Risorgimento italiano è stato un fatto storico che ha coinvolto anche gli uomini del Sud. Noi con questa giornata vogliamo iniziare un percorso che ricordi questi uomini per sempre.
Rientra nei nostri obiettivi dare continuità annuale alla Festa dell'Unità Italiana senza vincolarla ad un comune in particolare. Al Centro della Festa poniamo un talk show con dei relatori che ricorderanno con brevi interventi alcuni dei principali protagonisti degli eventi che hanno caratterizzato il Risorgimento Meridionale. Ricorderemo il tentativo di unità di Re Gioacchino Murat, il sacrificio di Michele Morelli, i movimenti rivoluzionari del 1848 che portarono alla Battaglia dell'Angitola ed al Sacco di Pizzo, l'esperienza personale del Garibaldino pizzitano LO PRESTI che seguì i MILLE con Garibaldi ed infine l'opera del più grande garibaldino di Pizzo Benedetto Musolino. Interverranno il Prof. Vincenzo Villella, il Dirigente Scolastico Elena De Filippis, la Professoressa Vincenzina Perciavalle, il Dott. Vincenzo Adolfo Ruperto, il Prof. Domenico Sorace Domenico, condurrà il Prof. Daniele Marino. Durante la Festa saranno eseguiti musiche e canti patriottici. Al termine è previsto un incontro dibattito con tutti gli intervenuti. La Festa verrà chiusa con l'esecuzione dell'Inno Nazionale.

“QUANDO  C’ERA  IL  PCI”
PUBBLICATI GLI ATTI DEL CONVEGNO TENUTO A VIBO VALENTIA IL 28-04-2016

Negli ultimi giorni dello scorso gennaio, le Edizioni Thoth di Mario Vallone, San Nicolò di Ricadi (VV), hanno finito di stampare il libro, curato dai fratelli Amerigo e Walter Fiumara, che raccoglie gli atti (Introduzione, Relazioni, Interventi e Testimonianze, Conclusioni) del convegno svoltosi il 28-4-2016 a Vibo Valentia, a Palazzo Santa Chiara, sede del Sistema Bibliotecario Vibonese, diretto dal dottor Gilberto Floriani. Lo stesso direttore Floriani ha moderato il convegno, a cui è stato dato un titolo suggestivo, dal tono quasi nostalgico,“QUANDO C’ERA IL PCI”, seguito dal sottotitolo assai significativo “Protagonisti raccontano dalla fondazione (95°) allo scioglimento (25°)”.
   Amerigo FIUMARA non è solamente uno dei curatori della pubblicazione degli atti del convegno, ma è stato l’autentico ideatore, promotore e fattivo organizzatore di quella manifestazione di alto livello storico, politico e culturale.
Giustamente è toccato all’ingegnere Fiumara il compito di aprire i lavori; ed Amerigo ha pronunciato a braccio la sua introduzione, intensa ma volutamente breve, al fine di lasciare spazio più ampio, anzitutto ai relatori ufficiali, e poi agli altri ospiti (compagni comunisti, amministratori comunali, sindacalisti, esponenti femminili, dirigenti del PCI o di altre formazioni della Sinistra) appositamente invitati ad intervenire al convegno per esporre le loro personali testimonianze di militanti comunisti calabresi oppure le loro riflessioni su tematiche più vaste (Il PSIUP tra Sinistra socialista e PCI; Rifondazione Comunista e altri movimenti, dopo lo scioglimento del PCI; Il PCI e il mondo cattolico).
Molto opportunamente la raccolta degli atti è stata corredata con fotografie e brevi note biografiche, sia dei tre relatori principali, sia degli altri undici che sono intervenuti nella seconda parte del convegno.
   Il piemontese Aldo AGOSTI, professore emerito di Storia contemporanea all’Università di Torino, ed autore di molti libri sulla storia dei movimenti politici della sinistra e dei suoi protagonisti, ha dato inizio al convegno vibonese con una magistrale prolusione volta a rintracciare i caratteri originari e specifici del PCI. Lo storico torinese, adoperando il termine tesi, tante volte udito nei congressi e in dibattiti del partito comunista, ha dato alla sua relazione il seguente titolo: “Undici tesi sul PCI: un’interpretazione storica”.
   La seconda relazione porta il titolo “PCI e URSS: spunti di storia globale del comunismo”. È stata svolta dal giovane ricercatore calabrese dell’Università di Firenze, dottor Andrea BORELLI, specializzato nella Storia dell’Europa orientale e della Russia contemporanea.
   La terza relazione “PCI e sinistra extraparlamentare” è stata svolta dal prof. Michele DE LUCA, docente di Roma, ma originario di Parghelia. Il prof. De Luca per il convegno vibonese aveva voluto redigere, non una banale e ritrita relazione, ma una sorta di piccolo trattato storico sui Movimenti della Sinistra e sui rapporti tra PCI e gruppi extraparlamentari negli anni Sessanta del Novecento; un “saggio critico”esaustivo e ben documentato, che l’Autore pensò di articolare in una successione di capitoli distinti, ma tra loro correlati: La contestazione giovanile e le radici del Sessantotto; La condizione femminile; Il Movimento degli studenti del ’67; Gli “esordi” del Sessantotto; L’operaismo; Il Sessantotto; Per saperne di più sul Sessantotto.Tuttavia in quel pomeriggio del 28-4-2016, a causa dei tempi necessariamente ristretti concessi a ciascun oratore, il prof. De Luca poté svolgere la sua relazione solo per sommi capi. Cosicché i curatori del volume ora pubblicato, molto lodevolmente hanno deciso di inserire, in codesto libro che raccoglie gli atti del convegno, la versione completa ed integrale della relazione/saggio critico che il prof. Michele De Luca aveva preventivamente redatto per poi presentarlo nell’importante manifestazione del 28-4-2016 a Vibo Valentia.
   Oltre alle sopra menzionate tre relazioni ufficiali, il libro degli atti racchiude anche gli interventi degli altri 11 oratori. In particolare sono stati pubblicati  i testi scritti che gli autori avevano appositamente preparato per poi divulgarli con i loro interventi nel convegno vibonese. Qui di seguito sono indicati gli autori e titoli dei vari interventi.
- Learco ANDALÒ, bolognese, attivo militante del PSIUP e del PCI, nel suo intervento intitolato “Dal PSIUP al PCI (Atti del convegno nel 50° del PSIUP)” ha riferito sui treargomenti principali trattati a Bologna (il 10-10-2014) in un convegno sul PSIUP, di cui lo stesso Andalò era stato tra i promotori, ossia: 1) Composizione e componenti del PSIUP; 2) Scioglimento del PSIUP e adesione al PCI della grande maggioranza dei militanti psiuppini;
3) Dal passato al presente: quali ideali? Quale sinistra?
- Franco DANIELE, già assessore comunale a Dinami, ha pronunciato con passione la sua testimonianza personale di fondatore, insieme a Cossutta, Libertini, Garavini, del partito della Rifondazione Comunista:“Dal PCI a RC – Il compagno Cossutta”.
- L’on. Costantino FITTANTE, già sindaco di Sant’Eufemia Lamezia, poi deputato del PCI, nel suo intervento intitolato“Il PCI e la fusione di Lamezia Terme” ha ricordato le varie vicende che portarono alla formazione del grande Comune  calabrese .
- Franca FORTUNATO, attiva militante comunista, sindacalista, docente, giornalista e scrittrice – vibonese d’origine, poi trasferita a Catanzaro - ha raccontato la sua avvincente personale testimonianza di “Donna nel PCI”.
- Giuseppe LAVORATO, già deputato e sindaco di Rosarno, da sempre impegnato nella lotta contro le mafie a difesa dei lavoratori e dei migranti, ha riferito su “Il PCI per il lavoro e la democrazia contro le mafie”.
 - Gino RUPERTO, di Roma, ma profondamente legato a Francavilla Angitola. Dottore in Giurisprudenza, alto funzionario dell’ENPAS. Iscritto al PCI dal 1951, ha poi aderito al PDS, ai DS e quindi al PD. Attingendo allo scrigno della sua lunga militanza nel partito (in particolare nella sezione “Ludovisi” di Roma), il dottor Ruperto nel suo intervento “Comunisti calabresi a Roma” ha ricordato le figure di alcuni comunisti calabresi che si distinsero sulla scena politica nazionale, quali l’avv. Fausto Gullo (Ministro dell’Agricoltura, e poi della Giustizia), l’on. Mario Alicata (fine ideologo e direttore dell’Unità), l’on. Ugo Vetere (secondo Sindaco comunista di Roma), il sen. Argiroffi, medico di Taurianova (colto e sensibile poeta, oltre che uomo politico) e l’on. Pasquale Poerio (abile oratore, considerato il “Di Vittorio della Calabria”). Ma Ruperto non ha dimenticato quei “compagni” e amici conosciuti a Nicastro, luogo dei suoi studi liceali, come i fratelli professori Italo e Ciccillo Reale, Gianni e Graziella Riga, Costantino Fittante, Armando Scarpino (con cui riannodò stretti legami di amicizia durante le sue due legislature al Senato).
- Mario PARABOSCHI, lombardo di nascita e calabrese d’adozione; in Calabria dirigente del PCI, poi del PDS, dei DS e del Partito Democratico. A causa del notevole ritardo accumulato dagli oratori che si erano succeduti al microfono, Mario Paraboschi, anziché leggere, ha preferito consegnare il testo della sua comunicazione “La struttura del PCI”con la raccomandazione che venisse pubblicata, inserendola nel volume che avrebbe raccolto gli atti del convegno.
- Pasquale ZANFINO, militante del Movimento Studentesco e del PCI, consigliere e sindaco di Acri (1992-98), nel suo intervento “Il PCI ad Acri – Il Sindaco Rocco” ha presentato un  breve excursus storico su Acri, considerata “cuore rosso della Calabria” per il gran numero di militanti nei partiti di Sinistra, e per merito di vari Sindaci comunisti, sui quali spicca la figura luminosa di Angelo ROCCO, dapprima segretario della sezione del PCI in Acri, quindi Sindaco, che tanto si spese per lo sviluppo sociale, urbanistico, economico e culturale di tutto il territorio comunale e dei suoi cittadini, in qualunque contrada essi abitassero.
   Per quanto concerne gli altri  interventi, di cui neppure gli autori avrebbero potuto fornire il testo scritto, poiché li avevano pronunciati a braccio;  per questi  casi sono state utilizzate le trascrizioni dei discorsi registrati grazie alla diretta televisiva. Il francavillese Giuseppe Pungitore, oltre ad effettuare la trasmissione in diretta streaming attraverso il proprio  sito www.francavillaangitola.com – FRANCAVILLA TV, ha provveduto, con encomiabile cura e con pazienza certosina, a trascrivere i  discorsi dei seguenti oratori.
- Giuseppe CORIGLIANO, giovanissimo Sindaco di Rocca di Neto (1985-95), Assessore della Provincia di Crotone, dirigente del PCI, del PDS e dei DS, ed ora Presidente della Fondazione Enrico Berlinguer a Crotone, nel suo intervento “Il PCI nel Crotonese”, ha sottolineato il profondo radicamento che il partito ha avuto nel territorio crotonese, la provincia più“rossa” di tutta la Calabria.
- Giuseppe CRISTOFARO, nativo di Bonifati (CS), dove è stato anche Sindaco; Amministratore comunale ad Acri, dove è tuttora Presidente della Fondazione “Vincenzo Padula”. Con la testimonianza “Il PCI ed il mondo cattolico” ha riferito delle sue vicende ed esperienze personali, particolarmente interessanti, perché vissute da un “cattolico del dissenso”, un uomo che è stato Parroco ad Acri e contemporaneamente attivo militante comunista.
- Gianni SPERANZA, già Sindaco di Lamezia Terme dal 2005 al 2015, trattando di“Ingrao ed il suo rapporto con la Calabria” ha rievocato un momento esaltante della sua militanza nel Movimento Studentesco e nella FGCI, quando nella campagna delle elezioni politiche del 1972, fu al seguito di Pietro Ingrao, allora capolista del PCI nella circoscrizione calabrese. Quantunque fosse ancora minorenne e perciò non potesse nemmeno votare, il giovane Speranza accompagnò l’autorevole esponente nel suo giro elettorale per la Calabria, visitando anche i centri più ostili al partito comunista; così Gianni poté sperimentare dal vivo quanto fosse profondo il rapporto di Ingrao con la gente e le contrade calabresi.
   Molto opportunamente al prof. Aldo Agosti è spettato il compito di trarre le conclusioni del convegno; ci piace ripetere  alcune sue parole, stralciandole appunto dal suo discorso finale. Pur nella crisi della Sinistra, tra quanti hanno militato nelle file comuniste rimane comunque viva “la speranza che la politica, sorretta dall’azione collettiva organizzata e dalla tensione morale, possa cambiare il mondo o per lo meno contribuire a rendere il mondo migliore ….  Anche un convegno organizzato con pochi mezzi in una piccola città dell’Italia meridionale può rappresentare un contributo significativo a tenere vive, insieme, la memoria del passato e la fiducia nel futuro”.
Riportiamo infine quanto è scritto nell’ultima pagina di copertina del libro che raccoglie gli atti del convegno: “Ricordare a distanza di venticinque anni dallo scioglimento del PCI la stagione politica che lo vide protagonista della vita italiana non è un atto dovuto in chiave nostalgica, ma un modo per proporre una riflessione storica di ampio respiro”.
Per chiudere in bellezza il  volume degli atti ,  i curatori Amerigo e Walter Fiumara,  hanno inserito nell’ ultima  pagina del libro,  la  famosa  poesia  “Lode al comunismo”, del grande drammaturgo e  poeta tedesco  Bertold  Brecht, fervente comunista.

                                                                                                    Vincenzo DAVOLI

FRANCAVILLA ANGITOLA 12-02-2018

CARNEVALE FRANCAVILLESE : UN SUCCESSO
Un pomeriggio di svago e di  divertimento
 Domenica 11 febbraio 2018


  «Un successo oltre le aspettative, frutto della collaborazione messa in campo dall’Amministrazione comunale guidata dal Sindaco avv. Giuseppe Pizzonia   e l’associazione AGF , che rappresentano le forze sane di un’intera comunità». C’è aria di soddisfazione nella sede  del palazzo municipale di Piazza Solari  per il “Carnevale francavillese ”, concretizzatosi con il raduno delle maschere e dei carri al Viale del  Drago, con la sfilata lungo le vie del paese e la tappa finale  in piazza S. M. Degli Angeli. Un pomeriggio di svago e di sano e puro divertimento per le tantissime persone adulti  e bambini  Un «motivo d’orgoglio», insomma, per l’Amministrazione di Francavilla Angitola . Una domenica molto speciale, all’insegna del divertimento, della libertà di espressione e dell’allegria, senza nessun limite di età.

Scatti fotografici per rivivere le storie del passato

Foto che richiamano ricordi. Ricordi che ne richiamano altri e riportano con un tuffo alla Francavilla del passato, alle persone che vi hanno vissuto, suscitando sentimenti di amore, affetto, nostalgia. Ricordi che uniscono sotto la bandiera di una microstoria comune, un'identità chiamata "radici", fatta di tradizioni, avvenimenti, personaggi. E uno scatto dopo l'altro, ripercorrono il passato, per chi l'ha vissuto, per chi lo ho sentito raccontare, per chi ormai lontano dalla sua terra, figlio anche di un'altra lingua e di un altro Paese, difficilmente trova chi glielo possa raccontare. Scatti fotografici che fanno rivivere momenti di vita comune, come la festa patronale in onore di San Foca Martire, della  Madonna delle Grazie,  attraverso un lunghissimo arco temporale. Conducono passo, passo, a ripercorrere le zone, le vie, le piazze, di Francavilla di oggi , soffermandosi ad ammirare paesaggi, passando per le chiese,  edifici architettonici, e altri  immagini che hanno fatto storia del nostro paese .

 

Raccolta differenziata potenziata
Cassonetti dei rifiuti rimossi


FRANCAVILLA  ANGITOLA -  Prosegue, da parte dell’amministrazione comunale guidata dal   Sindaco Giuseppe Pizzonia, la graduale rimozione dei  cassonetti dei rifiuti dislocati nel territorio comunale di questo centro abitato.
Ciò è stato previsto per l’ottimizzazione del servizi raccolta differenziata con la modalità “porta a porta”.
Mercoledì scorso sono stati rimossi in contrada “Sordo-Scordari” e in località “Stazione”.
Mentre giovedi 1 febbraio  dovrebbe essere la volta di quelli ubicata  via Vittorio Torchia (nei pressi dei giardinetti adiacenti il cimitero comunale) e delle contrade “Castel dell’Uovo”, ‘Mancino”, “Nuzzo”, ‘Forgiaro”, “Liscia ”, “Bosco Madonna”, “Trivio”, “Calcarella” ed “Eccellente”.
il  Comune, che sta facendo seguito a questa graduale rimozione di tutti i bidoni della spazzatura presenti sul territorio francavillese, invita «pertanto, gli abitanti a seguire le istruzioni per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani indicate nella brochure consegnata con il secchio dell’umido. L’amministrazione comunale ringrazia i cittadini per la collaborazione».


ONORANZE  AL COMANDANTE LUIGI DATTILO

NEL 55° ANNIVERSARIO DELLA MORTE


La mattina di giovedì 25 gennaio 2018, ricorrendo il 55° anniversario della sua morte, con un’austera cerimonia svoltasi prima nel Duomo di San Giorgio e poi nel cimitero di Pizzo, è stato ricordato l’intrepido Comandante Luigi DATTILO, Medaglia d’Argento al Valor di Marina, deceduto a Pizzo il 25-1-1963. Per la speciale ricorrenza sono convenuti nella chiesa di San Giorgio numerosi cittadini di Pizzo (amministratori, docenti, studenti, marittimi e marinai, estimatori del valoroso Ufficiale); vari rappresentanti del mondo della Capitaneria di Porto – Guardia Costiera, sia in servizio attivo, a terra o imbarcati su natanti, sia già collocati in quiescenza; nonché alcuni amici della “Gente di Mare” venuti soprattutto da Francavilla Angitola.
  L’arciprete Don Pasquale ROSANO, Parroco di San Giorgio, ha celebrato la messa in suffragio del valoroso Com.te Dattilo; la funzione religiosa è stata accompagnata dalle musiche e dai canti melodiosi intonati dalla Corale della Cooperativa “La Voce del Silenzio” di Pizzo. La gentile Signora Carlotta DATTILO vedova Sposaro, amata figlia del Comandante Luigi, purtroppo impedita dagli acciacchi connessi alla sua veneranda età, è stata comunque “spiritualmente” presente ai vari momenti della funzione. Invece il nipote, dottor Gaetano SPOSARO, che tanto si era impegnato ad organizzare in maniera austera e solenne le cerimonie in onore del diletto nonno materno, non ha potuto parteciparvi in quanto, proprio nel pomeriggio della vigilia (24-01-2018), è stato assalito da dolori così forti che hanno indotto i suoi congiunti a ricoverarlo all’ospedale civile di Vibo Valentia.
Il Sindaco di Pizzo, dottor Gianluca CALLIPO, in qualità di “Primo cittadino” di una comunità che vanta antiche e nobili tradizioni marinare, ha ringraziato i presenti e soprattutto gli ospiti venuti da fuori, da luoghi vicini (come Vibo Valentia, Francavilla Angitola) o più lontani (Amantea, Reggio Calabria), appositamente convenuti, insieme a numerosi cittadini pizzitani, per rendere omaggio al glorioso Comandante Luigi Dattilo.
Il capitano di fregata Rocco PEPE, attuale Comandante della Capitaneria di Porto di Vibo Valentia Marina, rievocando la lunga carriera di L. Dattilo, svolta pressoché interamente nel Corpo delle Capitanerie di Porto-Guardia Costiera, ne ha sottolineato in particolare il servizio prestato come Comandante della Capitaneria di Porto proprio a Pizzo, prima che la sede della Capitaneria fosse trasferita a Vibo Marina. A fianco del Com.te Pepe era il Comandante Francesco CARETTO, attivo dirigente dell’Ufficio Locamare-Guardia Costiera di Pizzo.
Spiccava tra i presenti una scelta rappresentanza dell’equipaggio della nave ammiraglia della flotta della Guardia Costiera italiana, designata con la sigla CP 940, e denominata“Luigi Dattilo”. Tale delegazione era guidata da un giovane Ufficiale di Amantea, Antonello RAGADALE, che dal 1° ottobre 2017 è diventato comandante in 2ª di questa unità intitolata al glorioso Com.te Dattilo. Nel biennio precedente (dall’ottobre 2015 al 30 settembre 2017) l’Ufficiale A. Ragadale è stato comandante del pattugliatore CP 204 intitolato al Capitano di Porto Michele Fiorillo,  Medaglia d’Oro al Valor di Marina. La sezione A.N.M.I. di Amantea, denominata Gruppo “Vittorio Morelli”, fondata dall’attivissimo Cav. Giuseppe Cima ed attualmente presieduta da Rocco Ragadale, genitore del suddetto Comandante, è orgogliosa di annoverare tra i suoi soci un brillante e sensibile Ufficiale come Antonello Ragadale. Il giovane Comandante di Amantea, operando prima sul pattugliatore “Fiorillo” ed ora sulla nave ammiraglia “Luigi Dattilo”, ha partecipato a numerose e complesse operazioni di soccorso agli sventurati migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo. Per le sue capacità professionali e per le sue qualità umane il Comandante Antonello Ragadale si qualifica come degnissimo, autentico erede dei due gloriosi decorati al Valor di Marina (Michele Fiorillo e Luigi Dattilo) a cui giustamente sono stati intitolati i due natanti a bordo dei quali Ragadale ha prima svolto (pattugliatore Fiorillo) e ora sta svolgendo (nave ammiraglia Dattilo) il suo servizio di Ufficiale.
   Sfidando le incertezze climatiche della stagione invernale, da Reggio Calabria sono venuti a Pizzo, appositamente per rendere omaggio al valoroso Luigi Dattilo, il Contrammiraglio Francesco CIPRIOTI e il Luogotenente Matteo DONATO. Sebbene già da alcuni anni siano in quiescenza, entrambi sono considerati e stimati in Calabria come “colonne” del Corpo delle Capitanerie di Porto– Guardia Costiera. Sono soci della benemerita associazione del Nastro Verde, in qualità di Cavalieri Mauriziani. Nella sezione Calabria del Nastro Verde ricoprono importanti ruoli: l’ammir. Francesco Ciprioti è Vicepresidente, mentre il luogotenente Matteo Donato è il Segretario della suddetta Sezione.
   Tra i cittadini di Pizzo presenti alla cerimonia spiccavano i soci del gruppo della locale sezione A.N.M.I., intitolata al cannoniere Filippo Posca, Medaglia d’Argento al V.M., accompagnati dal loro presidente, Diego BARTOLUZZI; lo stimato storico, professore Francesco CORTESE, e diversi giovani studenti delle Scuole Medie.
Dal vicino comune di Francavilla Angitola sono convenuti il signor Nicola Caruso della Ditta PALERMO Ferro Battuto, che nel recente passato ha realizzato pregevoli opere artistiche legate alla figura di San Francesco da Paola; il Comitato organizzatore della ultraventennale Festa della Gente di Mare in onore di San Francesco da Paola. A nome del suddetto Comitato, da sempre estimatore del glorioso Comandante Dattilo, Gianfranco SCHIAVONE ha offerto una corona d’alloro e di fiori, cinta con un nastro tricolore, da deporre nel cimitero di Pizzo sulla tomba di Luigi Dattilo, racchiusa nella cappella della famiglia Curcio; quindi, parlando a nome dei familiari del valoroso Comandante, che non hanno potuto partecipare alla cerimonia, lo stesso Schiavone ha salutato e ringraziato cittadini ed autorità presenti, e soprattutto quelli venuti da lontano.
Giuseppe PUNGITORE, del sito www.francavillaangitola.com, ha realizzato il servizio fotografico della cerimonia.

 

IL  COMANDANTE  LUIGI  DATTILO  E  I  PATTUGLIATORI 

A LUI  INTITOLATI

Luigi Dattilo nacque il 18 novembre 1883 a Castellammare di Stabia, antica città della Campania affacciata sul golfo di Napoli, conosciuta per il suo porto e specialmente per gli storici cantieri navali, dove nel 1835 fu costruita la prima goletta a vapore, nel 1876 la prima corazzata italiana, e soprattutto perché poi, nel 1931, vi fu varato un bellissimo veliero, la famosa Nave scuola “Amerigo Vespucci”. In località Ponzano sorge la basilica di Santa Maria; nell’adiacente convento era insediata una prestigiosa scuola dove i giovani novizi studiavano per essere ammessi nell’Ordine dei Minimi; ed i Padri Minimi del convento alimentavano nella popolazione stabiese, e soprattutto tra i marittimi, una grande devozione per San Francesco da Paola.
Da giovane, Luigi Dattilo frequentò il Ginnasio-Liceo classico. Terminati gli studi classici, volle entrare nelle Forze Armate; si arruolò nel Corpo dei bersaglieri e, grazie al suo titolo di studio, vi rimase per due anni con il grado di Ufficiale. Nel 1904 lasciò il Regio Esercito per entrare nei ranghi delle Capitanerie di Porto, un Corpo sicuramente più congeniale ad uno come Luigi, nato e cresciuto in una città di mare, e soprattutto erede di uno dei più illustri Ufficiali della Marina del Regno delle Due Sicilie. In quegli anni del primo Novecento il giovane Ufficiale prestò servizio prevalentemente nei mari e nelle isole che circondano la Sicilia. Nel marzo 1913, quando era Ufficiale di Porto nell’isola di Lampedusa, Luigi Dattilo fu protagonista di un episodio memorabile, ricordato negli annali delle Capitanerie di Porto come un’impresa eroica, anche se compiuta in tempo di pace: il salvataggio di una barca di pescatori in procinto di inabissarsi nei flutti del mar Mediterraneo flagellato dalla tempesta. Per il grande coraggio e le notevoli capacità professionali a predisporre prontamente e poi a dirigere personalmente le operazioni di soccorso dell’equipaggio della barca da pesca,  il Re d’Italia, Vittorio Emanuele III, con decreto firmato a Roma il 3 maggio 1914, gli conferì la Medaglia d’Argento al Valor di Marina con la seguente motivazione:«Ufficiale di Porto Luigi Dattilo – Per aver organizzato e diretto, uscendo dal porto di Lampedusa con un piccolo trabaccolo in condizioni di tempo e di mare tali da rendere pericoloso e mal sicuro il ritorno, il salvataggio  della barca da pesca “S. Antonio” che riusciva a rintracciare a oltre venti miglia dall’isola ed a ricondurre con grande stento in salvo nel porto la notte del 9 maggio 1913».
Il “trabaccolo” era un veloce, agile veliero, un piccolo bastimento con due alberi a vela, utilizzato per la pesca o per trasporto merci o per soccorrere natanti in difficoltà.
Durante la Prima guerra mondiale (1915-1918) Luigi Dattilo, in qualità di Comandante del porto di Lampedusa, talvolta fu impegnato in missioni a bordo di unità navali della Marina Militare italiana e su navi della flotta inglese, la famosa Royal Navy. Terminata la guerra, il nostro Comandante prestò servizio in diverse Capitanerie di Porto, lungo i vari mari che bagnano le coste italiane; a Brindisi sul mare Adriatico; a Taranto (nel 1929) e Catania sul mar Ionio; sullo Stretto di Messina, a Reggio Calabria, dove ricoprì l’incarico di Direttore Marittimo (1926-1929); nel Canale di Sicilia, a Porto Empedocle e di nuovo a Lampedusa; sul mar Tirreno, nei due luoghi cruciali della sua vita, Castellammare di Stabia, sua città natale, e Pizzo, dove fissò la sua dimora definitiva. In quegli anni Pizzo era sede dell’importante Capitaneria di Porto del Basso Tirreno. Dal gennaio 1930, quando fu collocato in ausiliaria, abitò stabilmente a Pizzo. In questa cittadina il Com.te Dattilo era benvoluto, stimato e rispettato da tutti, ma era particolarmente popolare tra la cosiddetta “Gente di Mare” e tra i devoti a San Francesco da Paola: pescatori; uomini delle tonnare; marinai e Ufficiali arruolati nella Marina militare e nella Guardia Costiera – Capitanerie di Porto; marittimi della Marina mercantile; lavoratori addetti alla conservazione del tonno e  di altri pesci;  sportivi del mare (nuotatori, velisti, canottieri, subacquei ); Padri e Frati dell’Ordine dei Minimi; priori e terziari della Confraternita di San Francesco da Paola. Ritiratosi dal servizio attivo, nel 1949 promosse, insieme al Com.te Ventura e al Cav. Ilario Tranquillo, la costituzione della Sezione pizzitana dell’A.N.M.I. (Associazione Nazionale Marinai d’Italia) con Gruppo intitolato al cannoniere Filippo Posca, Medaglia d’Argento al V.M.. Quindi nei primi anni Cinquanta fu solerte animatore ed accurato docente dei corsi di formazione per la navigazione. In passato i gradi degli arruolati nei ranghi del Corpo delle Capitanerie di Porto erano più simili a quelli dell’Esercito che non a quelli della Marina Militare; cosicché il comandante Luigi Dattilo, che aveva il grado di Tenente Colonnello di Porto, era invece conosciuto e simpaticamente salutato da amici e conoscenti con l’epiteto di Colonnello.
   Luigi Dattilo morì a Pizzo venerdì 25 giugno 1963, all’età di 80 anni; con le rituali, solenni onoranze funebri venne sepolto in una decorosa tomba nel locale cimitero.
Per fare conoscere la figura del valoroso Comandante anche alle giovani leve del Corpo delle Capitanerie di Porto (militari, graduati, sottufficiali e ufficiali) e per mantenere viva la memoria di quell’Uomo coraggioso, al glorioso nome di Luigi Dattilo sono state intitolate due navi importanti della flotta della Guardia Costiera.
La prima unità a Lui intitolata è stata la nave CP 903 “Luigi Dattilo”; era un pattugliatore d’altura della classe “Saettia Mk II”, costruito nel cantiere di Muggiano/La Spezia. Lungo 52,80 metri e dotato di 4 motori diesel Isotta Fraschini, poteva raggiungere la velocità massima di 31 nodi; aveva una autonomia di 1800 miglia marine, e contava su un equipaggio di 29 uomini; era munito di una mitragliera prodiera Oerlikon da 20 mm e di due mitragliatrici da 12,7. Nel novembre 2002 il pattugliatore fu consegnato al Corpo delle Capitanerie di Porto, avendo per madrina la signora Carlotta, figlia del Comandante Luigi Dattilo. Fu assegnato alla VI Squadriglia Guardia Costiera, di stanza nella base navale di Messina; da quel porto strategico prontamente poteva salpare per svolgere manovre, missioni e operazioni di vario genere nel basso Tirreno, nell’Adriatico e nello Ionio, e più in generale nel Mediterraneo centrale. Vogliamo ricordare due distinte occasioni in cui abbiamo avuto il piacere di visitare il CP 903 “Luigi Dattilo”, attraccato al porto di Vibo Marina.
 La prima volta fu il 2 ottobre 2003, quando la signora Carlotta Dattilo, ed i figli Maria Luisa e dottor Gaetano Sposaro, accompagnati da varie autorità di Vibo Valentia, da Franco Falcone, allora Sindaco di Pizzo, da tanti soci del gruppo A.N.M.I. di Pizzo, intitolato a “Filippo Posca”, e da vari cittadini napitini, estimatori del valoroso Com.te Dattilo, salirono a bordo del pattugliatore, dove vennero distintamente accolti dal comandante della nave, Capitano di Corvetta Antonio Catino.  Al comandante del pattugliatore CP 903 intitolato al glorioso Luigi Dattilo, la sezione A.N.M.I. volle donare il proprio “crest” e un quadro in argento, raffigurante Pizzo, la città dove Dattilo scelse di abitare nella seconda parte della vita, e dove poi morì nel 1963. Il vicecomandante della nave, Ten. di vascello Gianluca D’Agostino, accompagnando gli ospiti visitatori, come un colto e simpatico cicerone, fornì ad essi precise informazioni sulle caratteristiche della nave e sulle principali operazioni che l’equipaggio era in grado di svolgere, grazie ai motori e alle moderne attrezzature elettroniche di cui la nave era dotata.
   Il CP 903 “Luigi Dattilo” tornò a solcare le acque antistanti Vibo Marina e Pizzo nelle giornate del 16 e 17 luglio 2011, in occasione della 18^ Festa della Gente di Mare in onore di San Francesco da Paola. Accogliendo la vibrante richiesta della Signora Carlotta e il pressante invito del Comitato organizzatore della Festa (ing. Vincenzo Davoli, Giuseppe Pungitore e Gianfranco Schiavone), il pattugliatore, che allora era comandato dal Ten. di vascello Gian Luigi Bove, attraccò la mattina di sabato 16 luglio nel porto di Vibo Marina. Accompagnando la Signora Carlotta, diletta figlia del Com.te Luigi Dattilo, nonché madrina della nave, salirono a bordo del pattugliatore: il Cpt. Fregata Luigi Piccioli, allora Com.te della Capit. Porto di Vibo Valentia Marina; il Maresc. Domenico Malerba, Com.te del Locamare di Pizzo; il Maresc. Fausto De Caria, di Francavilla Angitola, allora dirigente il Locamare di Amantea; il Ten. Col. Giovanni Legato della Guardia di Finanza, operativa  dalla base aerea di Vibo; un nucleo di soci del Gruppo A.N.M.I. di Pizzo; Giuseppe Galdoporpora della Confraternita di San Francesco da Paola, in Benincasa di Vietri sul Mare (SA) e quindi corregionale del compianto Com.te Dattilo, stabiese di nascita; il Sindaco di Francavilla Angitola, dottor Carmelo Nobile, con il Vicesindaco avv. Antonella Bartucca e con l’Ass. Angelo Curcio; il dottor Francesco La Torre con una rappresentanza della Coop. “La Voce del Silenzio” di Pizzo. Il Com.te Bove e i membri d’equipaggio accolsero con cordiale simpatia la madrina della nave, Signora Carlotta, e gli altri visitatori. Dopo i saluti di rito, il dottor La Torre, direttore del Centro di riabilitazione psichiatrica di Pizzo, consegnò al Comandante Bove un artistico mosaico, a 4 piastrelle di ceramica, raffigurante la “Nave Dattilo messa sotto la protezione di San Francesco da Paola”, appositamente realizzato dai giovani ceramisti della Coop. La Voce del Silenzio di Pizzo. Nel pomeriggio di domenica 17 luglio il pattugliatore CP 903 rese omaggio al Com.te Dattilo navigando sulle acque di Pizzo come scorta d’onore ai barconi, ai motoscafi, ai gommoni e alle motovedette che compivano la traversata in onore di San Francesco, Patrono della Gente di Mare, lungo l’itinerario dalla Marina di Pizzo fino al Lido Colamaio 2.
Nell’anno 2014 il pattugliatore CP 903, ormai fuori servizio, fu alienato dal Corpo delle Capitanerie di Porto e ceduto al Servicio Nacional Aeronaval de Panama (Centro America).
   Il 19 dicembre 2012 fu varato un moderno e più potente pattugliatore d’altura, che è stata la prima di due navi gemelle, progettate per essere le nuove “ammiraglie” della flotta della Guardia Costiera italiana; vennero costruite, una dopo l’altra, negli stabilimenti della Fincantieri a Castellammare di Stabia, città natale del Comandante Dattilo. Poiché il primo esemplare, indicato con la sigla CP 940, fu intitolato a Luigi Dattilo, nel linguaggio della Guardia Costiera si usa dire  che appartengono alla  “Classe Dattilo”. La nave gemella, designata come CP 941, è stata intitolata a Ubaldo Diciotti.
Il pattugliatore CP 940 ha avuto come madrina ufficiale la Signora Carlotta Dattilo, che, non potendo essere a Castellammare nel giorno del varo, è stata rappresentata dai nipoti Massimo Dattilo e Carla Di Marcantonio.
Ciascuno dei due pattugliatori della classe Dattilo ha le seguenti caratteristiche: - lunghezza dello scafo 94,2 metri; - larghezza 10,5 m; - dislocamento a pieno carico, 3500 tonnellate; - dotato di 2 motori diesel Isotta Fraschini, ciascuno con potenza di 2289 kW; - velocità massima 18 nodi (33 km/h); - autonomia di 3000 miglia (alla velocità di 17 nodi); - equipaggio di 41 uomini; - può ospitare max. 600 profughi. Sul pattugliatore si trova un ponte di volo, su cui si possono posare elicotteri Augusta Bell/AB 412 oppure Augusta Westland/AW 139, ed un’ampia zona poppiera dove collocare autoveicoli e containers; per accedere a tale parcheggio i veicoli varcano un largo portellone poppiero e percorrono la successiva rampa. Dotato di gru per carico e scarico e di impianto antincendio, il pattugliatore dispone di sofisticati sistemi radar per intercettare mezzi aeronavali, e per individuare macchie di inquinamento eventualmente presenti sulla superficie del mare. La nave è di norma armata con 4 mitragliatrici MG Beretta; inoltre nella zona di prora, in casi di emergenza, può essere installato un cannone OTO Melara 76/62 Super Rapido. Per controllare l’attività di navi mercantili o di natanti da pesca, sotto il ponte di volo per elicotteri sono alloggiate 4 imbarcazioni gonfiabili e a scafo semirigido, che, correndo alla velocità massima di 35 nodi, possono abbordare le unità sospette.
Come segnalato pressoché quotidianamente dai giornali e dalle reti televisive, i pattugliatori gemelli CP 940 “Dattilo” e CP 941 “Diciotti” sono stati ininterrottamente impegnati a controllare i traffici navali nel settore centrale del Mediterraneo e a fornire il loro supporto logistico in operazioni di soccorso a natanti, motoscafi e gommoni stracarichi di migranti africani o provenienti da Stati asiatici; in molte operazioni umanitarie hanno preso a bordo centinaia di scampati al naufragio, e talvolta decine di cadaveri  di persone annegate o decedute per incidenti vari. Sempre encomiabile è stato l’operato degli uomini di equipaggio e dei loro comandanti. Tuttavia, non potendo elencare tutti i loro nomi, abbiamo comunque il dovere di ringraziarli tutti quanti, e di ricordare per lo meno i nominativi di alcuni Ufficiali (Comandanti dei summenzionati pattugliatori, impegnati in operazioni di soccorso) che negli anni passati abbiamo avuto il piacere di conoscere e di incontrare personalmente. La nostra gratitudine e stima per:
-Antonio CATINO, già Capitano di Corvetta e Comandante del pattugliatore CP 903 “Luigi Dattilo” (anno 2003); attualmente Capitano di vascello, in servizio presso la Direzione Marittima Puglia e Basilicata Ionica.
-Gianluca D’AGOSTINO, Tenente di vascello e vicecomandante del CP 903 “Luigi Dattilo” nel 2003; rimase in servizio sul vecchio pattugliatore “Dattilo” fino al 2007.
A gennaio/marzo del 2012 fu impegnato nelle operazioni di soccorso alla “Costa Concordia” presso l’isola del Giglio. A fine luglio 2014 intervenne nelle operazioni di trasferimento del relitto della nave dal Giglio a Genova.
Promosso Capitano di fregata e incaricato del comando del nuovo pattugliatore CP 941 “Ubaldo Diciotti”; ha diretto molte operazioni di soccorso naufraghi nel Canale di Sicilia. Il 20/4/2016 nella Camera dei deputati, nella cerimonia in onore della Guardia Costiera, ha fornito la sua personale toccante testimonianza sulle missioni compiute dalle unità navali della Guardia Costiera italiana. Il 30/6/2016 come comandante della CP Diciotti ha prestato soccorso a centinaia di migranti naufraghi, provvedendo anche al doloroso recupero, e trasporto fino al porto di Catania, dei cadaveri di 10 donne tragicamente annegate.
-Antonello RAGADALE, di Amantea (CS). Ricordiamo soltanto alcune delle molte missioni navali svolte dal giovane Ufficiale. Come comandante della CP 408 “Mario Grabar” nel 2005 prestò soccorso a migliaia di profughi che si allontanavano via mare dall’Albania. Promosso Capitano di Corvetta, come comandante del pattugliatore CP 904 “Michele Fiorillo” (dall’ottobre 2015 al 30 settembre 2017) ha computo addirittura 73 missioni di soccorso nel Canale di Sicilia e in vari tratti del Mediterraneo centrale, percorrendo 28.900 miglia marine e soccorrendo 8900 migranti. Giustamente il 2 giugno 2017 è stato nominato Cavaliere della Repubblica Italiana. Dal 1° ottobre 2017 presta servizio come Comandante in 2^ sul moderno pattugliatore d’altura CP 940 “Luigi Dattilo”.
-Gianluigi BOVE, incontrato e conosciuto il 16 e 17 luglio 2011 a Vibo Marina, quando comandava il vecchio pattugliatore CP 903 “Luigi Dattilo”, giunto nella nostra costa per la 18^ Festa della Gente di Mare. Trasferito al comando della CP 920 “Gregoretti” è stato impegnato in diverse operazioni di controllo delle attività di pesca e in missioni di soccorso a naufraghi e migranti provenienti dalle coste africane. Nel settembre 2017, col grado di Tenente di vascello è stato nominato Comandante della Guardia Costiera di Marsala.

  Ricerche dell’ing. Vincenzo DAVOLI
                                                                                                                                      Fotografie di Giuseppe PUNGITORE

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LA  CITTA’ PERDUTA: BORGO ANTICO  DI  FRANCAVILLA ANGITOLA


Francavilla Angitola, vista dall’esterno sembra un drago addormentato ma addentrandosi nelle sue piccole strade si può godere del suo stile medioevale e, seguendole fino alla fine di ripidi pendii, dove si può ammirare un piccolo parco archeologico incastonato in un luogo da lungo tempo abitato: “Pendino”. E’ un parco archeologico dove reperti archeologici concorrono a mantenere quella eredità storica che è l’abitato di Francavilla Angitola conserva in suoi diversi ambiti; queste opere edilizie documentano momenti diversi della storia di Francavilla Angitola. Essendo fabbriche cinquecentesche andate in rovina, riutilizzate e riadattate in epoche successive. Elementi propri di un’architettura originariamente prestigiosa, come marcapiani a listello tufaceo, archi a spigoli in conci tufacei a squadro, piattabande, architravi, lesene e cornici realizzate con pietre da taglio e in alcune parti arricchite da elementi decorativi. Particolare attenzione merita la chiesa delle grazie distrutta dal terremoto e ricostruita poi tra il 1791-1793 conserva un’artistica statua della Vergine (a. 1796) opera dello scultore Vincenzo Scrivo di Serra San Bruno. Inoltre custodisce un pregevole CIBORIO ligneo opera di un artigiano locale, riccamente lavorato con fantasiose colonnine e  mirabili intarsi. Sulle alture di fronte la fontana “Fischìa” sono visibili, affacciandosi dal belvedere del parco archeologico, i resti della chiesa di San Pietro e il calvario greco. Nell’attuale sito negli ultimi anni, dopo alcuni lavori di recupero e restauro si è ricavato un piacevole ambiente che viene utilizzato per varie manifestazioni. Imponenti sono gli avanzi di tre conventi dei domenicani, dei riformati e quello degli agostiniani. Il primo si trova nella piazza principale del paese (Piazza Solari) e gli altri due fuori dal centro urbano.

Clicca qui: Ruderi zona antica di pendino

 

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francavillatv youtube
E' online un innovativo servizio di comunicazione ideato per promuovere il nostro paese, Francavilla Angitola  ed il territorio circostante. il servizio è realizzato dal sito www.francavillaangitola.com . l'obbiettivo  della nostra  web   francavillatv   è   quello di diffondere via internet in streaming con il motore di ricerca youtube  una serie di  filmati riguardanti  momenti ed eventi del nostro paese, della sua antica cultura, delle sue tradizioni religiose,  delle varie manifestazioni  che si svolgono  nel tempo,  con l'intento di far conoscere  gli angoli caratteristici non solo di Francavilla, ma  della   provincia  di Vibo Valentia. Se  volete iscrivervi  basta collegarvi con  un pc, televisore smart,  tablet,   telefonino, cliccate su youtube,  cercate  francavillatv, nella nostra pagina c’e’ il tasto rosso   iscriviti , ogni pubblicazione di un video arriverà un messaggio di avviso . Grazie

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Ex Lsu si ai contratti


Mattina  del 4 gennaio 2018 anche il  Comune  di Francavilla Angitola ha deliberato! Un grazie dal profondo del cuore al Sindaco Giuseppe Pizzonia , al Vice sindaco Domenico Anello e a tutta la Giunta del comune di Francavilla Angitola che nonostante le perplessità iniziali alla fine ha deciso di prorogare il contratto per il 2018...assumendosi le proprie responsabilità... Il Sindaco ha sottoscritto l’accordo che prevede la deroga per un altro anno dei 9 Lsu in organico, una volta constatato la copertura finanziaria, per non esporre i firmatari dei decreti a future accuse di danno erariale come prevedono le vigenti norme in materia.  Per Lavori Socialmente Utili (LSU) si intendono le attività che hanno per oggetto la realizzazione di opere e la fornitura di servizi svolte mediante l'utilizzo dei soggetti percettori di sostegni al reddito, quindi in stato di svantaggio nel mercato del lavoro (disoccupazione, mobilità, cassa integrazione guadagni straordinaria) che, in questo modo,  sono impiegati a beneficio di tutta la collettività. In una nota di rassicurazioni del governatore Oliverio, ieri sera, è giunta dall’ufficio stampa della Giunta regionale sulla contrattualizzazione Lsu/Lpu. In merito alla Legge n. 147/2013, che stabilisce il processo di contrattualizzazione a tempo determinato per cinquemila Lsu/Lpu calabresi e la proroga dei termini dei contratti per il 2018, al fine di tranquillizzare ulteriormente i sindaci e garantire il lavoro a quanti sono interessati, il presidente della Giunta regionale, Mario Oliverio, ha diffuso una ulteriore nota integrativa il cui testo è il seguente: “Facendo seguito alle note Prot. Siar n. 398046 del 22/12/2017 e Prot. Siar n. 400934 del 28/12/2017, si ribadisce la volontà della Regione ad assumere le iniziative necessarie alla costruzione di percorsi coerenti con le vigenti disposizioni legislative, anche attraverso l’apertura di un confronto con i Ministeri competenti ed una proposta di Legge che la Giunta regionale proporrà per l’approvazione al Consiglio, con l’obiettivo di incentivare il pre-pensionamento ed ipotesi di mobilità territoriale a favore dei lavoratori contrattualizzati, tenendo conto delle specifiche condizioni dei comuni e degli enti interessati”.

4-1-2018

CONCERTO DI NATALE


Martedì 2 Gennaio  2018,  L’AMA CALABRIA insieme   all’Associazione Musicale "FILAGRAMMA" diretta da Maria Rosa  Capomolla   di Filadelfia,  con  lo scopo di promuovere la produzione, la conoscenza, la diffusione dei valori culturali a carattere musicale. In collaborazione con l'Amministrazione Comunale di Francavilla Angitola guidata dal Sindaco  Giuseppe Pizzonia, erano presenti il Vice Sindaco Domenico Anello, l’Ass. alla Cultura Armando Torchia.  Hanno  Presentato un bellissimo concerto di Natale  “Jazz&Christmas songs”   del  nuovo gruppo  “Filagramma Jazz 6tet”,  composta da Ferruccio Messinese, piano; Francesco Gugliotta , sax baritono; Vito Procopio, sax contralto;Giuseppe Gugliotta, basso, Daniele Raspa,sax tenore; Carmelo Pellegrino, drums. gruppo  costituitosi  in questi giorni, che per la prima volta si e’ esibito in un concerto al pubblico,  mostrando la sua bravura  proprio   nella  nostra chiesa di San Foca Martire  a Francavilla Angitola. Seguito da numerose persone  che hanno apprezzato non solo i brani tipicamente jazzistici ma anche le tradizionali melodie natalizie arrangiate i versione jazz.

IL VICE SINDACO DOMENICO ANELLO

PRIMA PAGINA.COm -  ANNO 2017

Rappresentata la Natività

di DARIO CONIDI

---   L’amministrazione comunale guidata dal sindaco Giuseppe Pizzonia ha voluto riproporre il Presepe vivente per far rivivere la Natività di Nostro Signore. Il Presepe vivente si è svolto lo scorso 27 dicembre fra i meravigliosi ruderi di Pendino che hanno fatto da splendida cornice. L’interessante iniziativa si è avvalsa della collaborazione, oltre che dall’amministrazione comunale guidata da Pizzonia, anche di numerosi cittadini che si sono prodigati dando vita a questa suggestiva rappresentazione sacra.
Dunque, in ogni angolo delle rovine di Pendino si è dato vita a un ambiente diverso come la reggia di Erode, i venditori ambulanti, le donne al lavatoio, la falegnameria, la “bettola”, il calzolaio, il forno, la capanna  con i personaggi della Natività. Ciò che ha colpito il numeroso pubblico intervenuto non è stata solo la capacità di chi si è speso per dare vita a questa bella iniziativa, ma anche il modo in cui è stato predisposto il Presepe vivente per il fatto che si è riusciti a radunare, in ogni scena, oggetti e arnesi ormai scomparsi e che sono stati essenziali allo svolgimento della vita quotidiana del lavoro degli artigiani.
Nel corso della manifestazione, è stata anche inscenata la visita dei tre Magi al “Divino bambinello” seguita da quella dei pastori. Una rappresentazione suggestiva che ha visto protagonisti centinaia di francavillesi che, magistralmente, si sono immedesimati in tutti i ruoli richiesti da questa rappresentazione sacra e ammirati dal numeroso pubblico intervenuto. Per l’ottima riuscita della manifestazione non sono mancate le congratulazioni ai numerosi “attori” che, con entusiasmo, hanno “interpretato” i vari ruoli a loro assegnati.
Il sindaco Giuseppe Pizzonia commentando e complimentandosi per l’iniziativa, ha inteso riaffermare la sua «piena e totale collaborazione dell’amministrazione verso tutte quelle iniziative che si intendono adottare per migliorare e rilanciare la cultura che, potrebbe essere un buona occasione per aggregare, non solo dal punto di vista locale». Ancora, la serata è stata allietata da musiche natalizie e da degustazioni di prodotti gastronomici tipici che vengono preparati proprio nel periodo di Natale.  

il Quotidiano del Sud - 29/12/2017    

FOTO DI FRANCESCA DE LIGUORI

Auguri natalizi

--- Francavilla Angitola (VV) 21 dicembre 2017. L'Ammiraglio Francesco Ciprioti - Vice Presidente della Sezione Calabria del Nastro Verde , illustre esponente della Capitaneria di Porto e Guardia Costiera di Catona (Reggio Calabria), in occasione dello scambio di auguri natalizi 2017 - 2018 ha consegnato all'Avv. Giuseppe PIZZONIA - Sindaco del Comune di Francavilla Angitola ( VV ) - il Calendario Storico Mauriziano 2018.

 

RECUPERO CENTRO STORICO : L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI FRANCAVILLA INCONTRA IL POLITECNICO DI MILANO

ARTICOLO DI VITO CARUSO

Nei giorni 6 e 7 di dicembre, il Prof. arch. Antonello Boatti, del dipartimento di architettura e pianificazione del politecnico di Milano, accompagnato dagli architetti Silvia Paolini e Maria Polimene, ha effettuato una visita nel nostro paese, con l’intento di raccogliere dati ed informazioni per poter realizzare un master plan (studio di base generale) per il comune di Francavilla Angitola ed in particolare per il recupero urbanistico ed abitativo del borgo di Pendino.
 la delegazione e’ stata accolta  con favore e con grande interesse dal sindaco avv. Giuseppe Pizzonia e dalla giunta. All’incontro era presente anche il Dr. Vito Caruso, nato a Francavilla Angitola e residente a Milano da molti anni, che ha promosso  e sostenuto l’iniziativa, dopo aver organizzato diversi incontri preparatori presso la facoltà di architettura del politecnico di Milano.
 Dopo un incontro preliminare in comune, e’ stata compiuta una visita di tutte le vie del paese per valutare da vicino lo stato del patrimonio abitativo, delle strade e dei servizi principali. in ogni punto si sono fatte valutazioni e si sono scambiati pareri su eventuali azioni da intraprendere.
 A conclusione della visita e’ stato condiviso il principio di effettuare gli eventuali interventi di risanamento e di recupero in diverse fasi, in modo da rendere possibile e praticabile la loro attuazione.
Il secondo giorno sono state effettuate delle visite presso alcune realtà produttive di eccellenza presenti sul territorio, in modo da fornire agli esperti un segno tangibile delle capacità imprenditoriali esistenti, che confermano la possibilità di poter operare creando occupazione e valore aggiunto, nonostante tutti i limiti dei servizi di sostegno alle imprese (energia elettrica, comunicazioni telefoniche ed internet, ecc.).
 La prima azienda visitata e’ stata  “Le Cantine Benvenuto” che produce il vino “zibibbo” ed altri vini, con uve prodotte nel territorio di Francavilla Angitola, conferendogli prestigio.  le cantine Benvenuto vendono i loro vini anche fuori della Calabria, affermandosi sempre più in alcuni mercati europei e non solo.
 La seconda azienda visitata e’ stata la “Palermo Ferro Battuto” , vero gioiello di arte e mestiere, com’e’ stata definita dai nostri ospiti architetti. l’azienda e’ all’avanguardia per qualità dei prodotti, per innovazione tecnologica e capacità di guardare ai mercati oltre i confini calabresi.
La terza azienda visitata e’ stata quella del Dr. Serrao. un oleificio che e’ in grado di eseguire tutte le fasi della lavorazione delle olive dalla defogliazione, alla produzione di olio extravergine, di quello di sansa e del trattamento della sansa per renderla pienamente combustibile.
Le ultime ore della giornate sono state dedicate al Lago Angitola.  Una sua valorizzazione ed una sua riqualificazione ai fini ricreativi e turistici fornirebbe ai comuni che sono lambiti dalle sue acque, ai loro abitanti ed ai turisti molte possibilità di spendere in modo sano il loro tempo libero. occorrerebbe attrezzare adeguatamente gli spazi circostanti.  
Sarebbe stato sicuramente utile visitare altre realtà produttive presenti sul territorio ( l’azienda Santacroce, l’azienda Sgro’, falegnameria Mazzotta, ecc.) ed altri luoghi di interesse turistico per fornire maggiori elementi ai nostri ospiti per tenerne debito conto nelle loro elaborazioni e valutazioni.
 L’amministrazione comunale, ha espresso la propria gratitudine agli ospiti per l’interesse mostrato e per il tempo dedicato per comprendere la situazione del paese. E’ fermamente convinta del contributo che potrebbe essere fornito da uno studio di questa natura e cercherà di fare del suo meglio per poterlo realizzare, previa verifica delle disponibilità economiche e dopo le debite approvazioni.
L’assegnazione della tesi di laurea per lo studio di Francavilla a due studenti lombardi da  parte della facoltà di architettura del politecnico, e’ un primo segno tangibile della proficuità dei rapporti che si sono instaurati con l’amministrazione comunale.

“Palermo Ferro Battuto”

Oleificio Serrao

Foto di Giuseppe Pungitore

Accensione delle luci del grande albero di Natale in piazza S.M. Degli Angeli

Venerdi  8 dicembre 2017, con l'accensione delle luci dell'albero di Natale in piazza S.M. Degli Angeli e delle luminarie per tutto il paese, si entra nel vivo degli eventi che  caratterizzeranno il periodo natalizio. All'accensione sono  presenti il Sindaco di Francavilla Angitola Avv.  Giuseppe Pizzonia, il vice Sindaco Giom. Domenico Anello ,  l’Ass. Prof. Armando Torchia, con  luci, colore, atmosfera,  i bambini  di Francavilla si sono prodigati ad allestire l’albero di natale,

In processione per la Madonna dell'Immacolata
8 dicembre 2017


Sentita e partecipata la funzione celebrata dal parroco Don Giovanni Tozzo . E' seguita la processione per le vie del paese. La processione si è conclusa su sagrato di San Foca con il canto delle litanie accompagnato dalla banda musicale di Filadelfia. La statua della Madonna dell'Immacolata è del ‘700, di cartapesta, di buona fattura, di autore ignoto. Proviene dal Convento dei Padri Riformati, i quali avevano una particolare devozione all’Immacolata (nella Chiesa del Convento c’era un altare a Lei dedicato). E’ stata restaurata dall’Azione Cattolica nel 1988, essendo parroco don Pasquale Sergi.

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francavillatv youtube
E' online un innovativo servizio di comunicazione ideato per promuovere il nostro paese, Francavilla Angitola  ed il territorio circostante. il servizio è realizzato dal sito www.francavillaangitola.com . l'obbiettivo  della nostra  web   francavillatv   è   quello di diffondere via internet in streaming con il motore di ricerca youtube  una serie di  filmati riguardanti  momenti ed eventi del nostro paese, della sua antica cultura, delle sue tradizioni religiose,  delle varie manifestazioni  che si svolgono  nel tempo,  con l'intento di far conoscere  gli angoli caratteristici non solo di Francavilla, ma  della   provincia  di Vibo Valentia. Se  volete iscrivervi  basta collegarvi con  un pc, televisore smart,  tablet,   telefonino, cliccate su youtube,  cercate  francavillatv, nella nostra pagina c’e’ il tasto rosso   iscriviti , ogni pubblicazione di un video arriverà un messaggio di avviso . Grazie

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Festeggiata la Dott.ssa Adelina Condello
Per  il suo  collocamento  a riposo


In  occasione del  collocamento  a riposo della Dott.ssa Adelina Condello, responsabile:  dell’ Ufficio Affari Generali e Demografici del Comune, l’Amministrazione  e i dipendenti comunali hanno voluto festeggiare la   Dott.ssa Adelina nel  corso di un cordiale  e simpatico incontro che si è tenuto nella stanza del Sindaco  nel Comune di Francavilla Angitola  la mattina del 30  novembre  2017.
La Dott.ssa Adelina, visibilmente commossa, ha salutato  i colleghi di lavoro,  esprimendo la sua gratitudine  per la collaborazione ricevuta in tutti  gli anni di servizio prestato  presso il Municipio, ed ha ringraziato tutti gli amministratori, che  si sono succeduti in Comune, per  la  fiducia e la stima  tributatele. Il Sindaco Giuseppe  Pizzonia, ringraziandola  per tutto il lavoro  da lei  svolto con  impegno  e professionalità  i un clima  di serena collaborazione.
L’incontro di saluto e di commiato  si è  concluso  con un piacevole rinfresco .

I francavillesi iscritti riceveranno notizie di pubblica utilità e principali eventi in programma dal contatto 3923059051
Il Comune informerà i suoi cittadini tramite Whatsapp
Tale servizio sarà attivo dal prossimo 1 dicembre. Idea del vice sindaco Domenico Anello

FRANCAVILLA ANGITOLA - “Svolta” Whatsapp dell’amministrazione comunale del piccolo centro abitato guidata dal sindaco Giuseppe Pizzonia. C’è da premettere che, però, già alcuni componenti sia della giunta municipale che della maggioranza consiliare come quelli della minoranza, utilizzano i social media, prima fra tutti, Facebook come veicolo di informazioni.
Detto ciò, il nuovo servizio di informazione comunale ai cittadini, tramite questa popolare applicazione di messaggistica, sarà attivo dal prossimo 1 dicembre e chi sarà interessato dovrà, prima di tutto e ovviamente, essere un utente iscritto di Whatsapp e, per ricevere informazioni che saranno di pubblica utilità, di aggiornamenti sui principali eventi in città e notizie dal Comune di Francavilla Angitola, si dovrà salvare nella propria rubrica telefonica mobile, il contatto 3923059051.
Le modalità di iscrizione, oltre all’installazione sul proprio smartphone dell’applicazione di messaggistica (sempre se non si è già iscritti) e salvare il contatto in rubrica, c’è anche quello di inviare un messaggio Whatsapp con il testo “Iscrivimi”, aggiungendo nome, cognome e via o località di residenza. Fatti questi semplici “step”, un messaggio di benvenuto darà conferma dell’avvenuta iscrizione. Tale servizio è gratuito e ci si potrà cancellare in qualunque momento, inviando un ulteriore messaggio Whatsapp con il testo “Cancellami”. Tale idea, avallata anche dal primo cittadino Pizzonia, è del vice sindaco Domenico Anello.
«Il Comune di Francavilla Angitola - spiegano il sindaco Pizzonia e il suo vice Anello - utilizzerà Whatsapp  per informare in modo semplice e veloce i cittadini riguardo a notizie di pubblica utilità e ai principali eventi in programma. Il servizio - aggiungono - è anonimo, pertanto gli utenti iscritti non vedranno i contatti altrui che rimarranno nascosti. La comunicazione - precisano - è unidirezionale dal Comune al cittadino. Dunque il numero Whatsapp non può essere utilizzato per chiamate, messaggi o segnalazioni, a cui questo servizio non risponde. Per queste comunicazioni - è l’invito - utilizzare gli altri mezzi messi a disposizione dell’ente: telefono, e-mail, servizio di segnalazioni on-line, social media. La chat testuale - viene ribadito - permette esclusivamente la ricezione di messaggi di testo, contenenti eventualmente anche immagini e brevi clip video. Il numero +39 3923059051è valido solo per il servizio descritto, non risponde quindi a messaggi o telefonate».

di Dario Conidi
    

CERIMONIE DEL  “IV NOVEMBRE”  A FRANCAVILLA  ANGITOLA

   Quest’anno il calendario e il clima mite hanno favorito la celebrazione del IV Novembre.  Poiché la data del 4-11-2017 cadeva di sabato hanno potuto partecipare alle cerimonie anche gli scolari e studenti francavillesi che abitano nelle varie contrade rurali, come pure quei loro docenti che insegnano nelle scuole di Francavilla, ma risiedono in altri Comuni. Grazie alla bella giornata, ravvivata dal tiepido sole, anche vari anziani del paese hanno potuto assistere alla solenne commemorazione   dei militari concittadini Caduti per la Patria. La Banda musicale “Giovanni Gemelli” di Filadelfia ha accompagnato i vari momenti della manifestazione, suonando diverse marce ed inni militari e patriottici. L’avvocato Giuseppe Pizzonia vi partecipava per la prima volta nel ruolo di nuovo Sindaco di Francavilla Angitola; era accompagnato dal vicesindaco, geom. Domenico Anello, e dal prof. Armando Torchia, assessore alla Cultura, nonché dai consiglieri della maggioranza; erano presenti tutt’e tre i consiglieri di minoranza. Partendo dalla sede municipale e da piazza Solari, il corteo con il gonfalone comunale e la tradizionale corona d’alloro, guidato dal Sindaco Pizzonia, rivestito con la fascia tricolore, seguito dalla banda musicale, dalle scolaresche e dalla folla dei cittadini, alle ore 10,30, si è diretto alla chiesa parrocchiale di San Foca, dove l’arciprete Don Giovanni B. Tozzo ha celebrato la Messa in suffragio di tutti i militari francavillesi Caduti. Nell’omelia Don Giovanni si è soffermato principalmente su due temi distinti: - ad esaltare la figura del Santo indicato nel calendario liturgico del 4 novembre, ossia San Carlo Borromeo, nobile e pio arcivescovo di Milano, illuminato, alacre e pacifico Pastore della Chiesa al tempo della Controriforma cattolica; - a stigmatizzare l’uso delle armi per risolvere i contrasti tra gli Stati, e a condannare la guerra, definita un’ inutile strage, ripetendo così le parole pronunciate da Benedetto XV, il pontefice in carica durante la I guerra mondiale. Al termine della funzione Don Giovanni ha benedetto la corona da deporre al Monumento.
   Conclusa la Santa Messa, il Parroco si è unito al folto corteo, che ha percorso via Roma, piazza Solari e corso Mannacio, accompagnato dai suoni della banda musicale, ed ha raggiunto il sito del Monumento ai Caduti francavillesi, ossia piazza Santa Maria degli Angeli, decorosamente adornata con striscioni e bandiere tricolori. Davanti al Monumento la banda ha intonato l’inno di Mameli; il Sindaco ha reso omaggio ai Caduti deponendo la corona d’alloro, e quindi ha pronunciato il rituale discorso commemorativo. A cento anni dai dolorosi eventi l’avv. Pizzonia ha ricordato l’immane sacrificio sofferto non solo dall’Esercito, ma da tutta la popolazione italiana dopo la drammatica sconfitta e ritirata da Caporetto (24-29 ottobre del 1917). Poi nell’anno seguente, dopo aver tenacemente resistito sulla linea del Piave, le Divisioni italiane erano passate al contrattacco. A seguito della grave sconfitta delle armate austro-ungariche (battaglia di Vittorio Veneto, iniziata il 24 ottobre 1918) l’Italia vinse finalmente, dopo tre anni e mezzo di combattimenti, la guerra contro l’Austria; le ostilità cessarono il giorno dell’armistizio, appunto   il IV  Novembre  1918.
   Terminato il discorso del Sindaco, alcuni studenti (ragazze e ragazzi) han voluto rendere omaggio ai Caduti recitando dei loro brevi, ingenui, commoventi versi alternandoli a celebri poesie di Giuseppe   Ungaretti, come San Martino del Carso o Fratelli (“Si sta come /d’autunno /sugli alberi /le foglie).
   Prima di procedere al rituale appello dei Caduti, il Sindaco avv. Pizzonia ha presentato un’importante novità nel Monumento ai Caduti di Francavilla. Ad un secolo dal loro sacrificio continuavano ad essere dimenticati (e quindi mancavano nel Monumento) ben 10 militari della 1^ guerra mondiale, Caduti in combattimento o deceduti per malattie, contratte sul fronte di guerra o in prigionia. Le loro vicende e i loro nominativi erano stati scoperti quasi 10 or sono dall’ing. Vincenzo Davoli, che li aveva inseriti nel suo libro “Buone Notizie e Pronta Risposta” - Caduti francavillesi della 1^Guerra Mondiale, pubblicato nel 2008. Più volte segnalati all’Amministrazione comunale e ai francavillesi (residenti in paese oppure emigrati) tramite articoli e foto diffusi dal sito internet www.francavillaangitola; presentati con grande risalto (e con l’esposizione, tra l’altro, di un importante documento del Segretario di Stato del Vaticano, Cardinale Gasparri, concernente il caporale Michele Salvatore Condello) nella mostra dedicata ai Francavillesi combattenti nella 1^ Guerra Mondiale, allestita nella sala del Consiglio comunale di Francavilla sotto il motto “Per non dimenticare”, coniato con queste tre semplici parole proprio nella speranza di far conoscere alla comunità francavillese i casi dolorosi di questi 10 militari, vittime della guerra.  Orbene, un primo spiraglio è stato aperto nella cerimonia del “IV Novembre” del 2016, quando l’ing. Davoli, incaricato di fare l’appello dei militari Caduti. ha pronunciato anche i nomi dei 10 negletti.

Finalmente nell’ottobre 2017 i nuovi Amministratori hanno giudicato opportuno ricordare i loro nomi sul marmo del Monumento dei Caduti. Hanno perciò deciso di far collocare sul prospetto anteriore del Monumento una seconda lapide marmorea con caratteri grafici simili a quelli della prima lapide.
Con il passare del tempo la ricorrenza del IV Novembre ha cambiato denominazione: da “Festa della Vittoria” è divenuta “Giornata dell’unità nazionale e delle Forze Armate”. E proprio per onorare gli uomini delle nostre Forze Armate, ricordare i loro sacrifici, e celebrare l’unità della nostra Patria, sovente in tale ricorrenza si organizzano solenni cerimonie per consegnare medaglie, ricompense, attestati sia alla memoria di militari Caduti sia a reduci ancora viventi. Anche a Francavilla si sono svolte in passato manifestazioni simili: memorabile fu la cerimonia del IV Novembre 1968 (cinquantenario della vittoria italiana nella 1^ guerra mondiale) quando il Sindaco Francesco Condello consegnò medaglie-ricordo ed attestati sia a parenti dei Caduti sia ai reduci, superstiti della Grande Guerra.
Ora, in questo autunno del 2017, vigilia del primo centenario della vittoria italiana nella 1^ Guerra Mondiale (4 Novembre 1918) per onorare degnamente tutti i militari francavillesi Caduti per la Patria - sia quelli periti sui campi di battaglia, sia i morti per ferite, sia i deceduti per malattie contratte al fronte o in prigionia, sia quelli andati dispersi in terra o in mare, sia quelli morti in operazioni militari o di polizia, e rimasti vittime di incidenti aerei o automobilistici - è giusto e doveroso aggiungere nel Monumento ai Caduti una seconda lapide marmorea con le seguenti iscrizioni:

                ALTRI CADUTI DELLA I GUERRA MONDIALE
CAPORALI
   CONDELLO   MICHELE
     SIMONETTI   LEOLUCA
SOLDATI
  BILOTTA   VINCENZO
  BONELLI   MICHELE  
                           COSTA   FRANCESCO                        
        DE   NARDO   GIUSEPPE
 GRILLO   PIETRO
    IELAPI    FRANCESCO
                  PRESTIGIACOMO   GIUSEPPE
     SALATINO   MICHELE
                                                                
              CADUTI PER LA PATRIA IN TEMPO DI PACE

SOTTOTENENTE         SOLARI  MICHELE
PARACADUTISTA    FIUMARA  ANTONIO
CARABINIERE      MARRELLA  GIUSEPPE

Finalmente si è proceduto allo scoprimento della nuova lapide, che il giorno prima era stata sigillata al pilone del Monumento ed avvolta con una bandiera tricolore. La lapide è stata realizzata dalla Ditta EDILMARMI dei Fratelli Mazzotta di Francavilla Angitola.  Ringraziamo l’Amministrazione comunale  e soprattutto il Sindaco avv. G. Pizzonia e il vicesindaco geom. Domenico Anello, che si sono premurati di onorare concretamente questi altri Caduti facendo collocare una lapide dall’aspetto pregevole, decorosa e ben intonata con il preesistente Monumento.
Un’altra novità di questo IV Novembre 2017 è stato l’appello dei Caduti. Per la prima volta è stato fatto da una donna, la signora Anna Fruci, consigliera comunale. La signora Fruci ha iniziato con l’appello dei nominativi già iscritti sulla prima lapide del Monumento; poi ha fatto l’appello degli altri 10 Caduti della 1^ Guerra Mondiale; infine l’appello dei 3 Caduti per la Patria in tempo di pace. Per ogni nome appellato ha risposto Presente!  il gonfaloniere   Maurizio Serrao.

  A tutta la solenne cerimonia (religiosa e civile) erano presenti: - i congiunti del Caduto carabiniere Giuseppe Marrella, ossia l’anziana mamma Anna, amorevolmente sorretta dal figlio Giovanni Marrella e dalla nuora Daniela De Marco; - i fratelli del paracadutista Antonio Fiumara, con molti cugini, tra cui Franco Barbarossa che era stato suo compagno d’armi, avendo prestato servizio nella Divisione  “Folgore”; - diversi parenti dei Caduti nella II Guerra Mondiale, anche se il loro numero va di anno in anno calando, per legge di natura o a causa dell’emigrazione. Erano purtroppo assenti, a causa dei malanni connessi alla loro età veneranda, gli ultimi due reduci di guerra viventi a Francavilla, ossia De Cicco e il maestro Parisi (assai stimato e meglio noto come professor Totò Parisi). Le Forze Armate erano ufficialmente rappresentate dal Maresciallo Davide D’Elia e dall’Appuntato Vito Marino della Stazione Carabinieri di Filadelfia, sotto la cui giurisdizione ricade il Comune di Francavilla.  Per rendere omaggio al commilitone   Marrella sono pure intervenuti, in rappresentanza del Comando provinciale Carabinieri di Vibo Valentia, i sottufficiali: Luogotenente Pietro Santangelo, Maresciallo Maggiore Antonino Scarcella e l’Appuntato Scelto Graziano Joppolo; che sono stati premurosamente ed affettuosamente vicini ai familiari del Caduto.
Alla solenne manifestazione è stato presente un ospite speciale e nostro caro amico, Mario Saccà di Catanzaro, che in Calabria è il massimo esperto (ed uno dei primi in tutta l’Italia) di storia della Brigata “Catanzaro”; appassionato studioso e ricercatore su drammi e misfatti della guerra (decimazioni, stragi, deportazioni, bombardamenti, naufragi ecc.), è stato spesso relatore, in convegni, dibattiti, esposizioni di cimeli e di foto, presentazione di libri, diari e memoriali, tenuti non solo in Calabria, ma anche nel Veneto, in Trentino, sull’Altopiano d’Asiago, in Friuli, nel Carso, in Slovenia.  Conversando con l’avv. Pizzonia, il prof. Saccà si è complimentato con il Sindaco e l’Amministrazione di Francavilla per la lodevole iniziativa finalmente portata a termine, quella di apporre sul Monumento una lapide a ricordo dei 10 Caduti della Grande Guerra per troppo tempo (quasi un secolo!) ignorati.
                                       
                                                                                                 Testo di Vincenzo Davoli
                                                                                              Foto di Giuseppe Pungitore

CLICCA QUI- VIDEO IV NOVEMBRE 2017 -PER NON DIMENTICARE : FRANCAVILLATV YOU TUBE

L’IMMINENTE CELEBRAZIONE 

DEL  IV NOVEMBRE  A FRANCAVILLA  ANGITOLA
SECONDA LAPIDE MARMOREA

A Francavilla Angitola, sabato 4 novembre 2017, giusto nel 99° anniversario della vittoria italiana nella I guerra mondiale (4-11-1918), verrà solennemente celebrata la giornata dell’unità nazionale e delle Forze Armate, che più semplicemente viene chiamata “Festa del IV Novembre”. Per tale festosa ricorrenza quest’anno a Francavilla si preannuncia un’importante novità. L’amministrazione comunale, presieduta dal Sindaco, avv. Giuseppe Pizzonia, molto opportunamente ha deciso di collocare sul Monumento ai Caduti una seconda lapide marmorea contenente i nominativi di altri militari francavillesi Caduti per la Patria, di cui 10 deceduti durante la 1^ guerra mondiale e 3 morti mentre prestavano servizio militare in tempo di pace.
Da oltre 10 anni l’ing. Vincenzo Davoli, compiendo le ricerche preliminari per poi scrivere il suo libro “Buone Notizie e Pronta Risposta” volume 1, in onore di tutti i militari di Francavilla morti nella 1^ guerra mondiale,  ha scoperto che nella lapide del Monumento mancavano ben 10 nominativi di Caduti francavillesi, vittime appunto di quel primo tragico conflitto mondiale. Quattro anni dopo la fine di quella guerra si formò a Francavilla un comitato di volenterosi cittadini, mobilitati a raccogliere denari per realizzare un monumento o una lapide marmorea commemorativa contenente i nomi dei “gloriosi Caduti per la grandezza della  Patria”. Nella difficile congiuntura economica di quel dopoguerra non tutte le famiglie dei Caduti erano in condizioni di potersi accollare la spesa per realizzare tale opera; poiché la somma raccolta con la sottoscrizione tra i privati non era sufficiente, intervenne il Comune con un contributo di lire 300 (anno 1923) per saldare la ditta Scaldaferri e i muratori che avevano collocato la lapide sulla facciata della chiesa del Rosario. Per tale ragione sulla lapide furono incisi solamente i nominativi di quei Caduti, i cui familiari avevano partecipato alle spese di realizzazione della lapide marmorea. I nomi dei militari francavillesi mancanti sulla prima lapide in piazza Solari  (facciata della chiesa del Rosario), e non riportati neppure sul Monumento ai Caduti sito in piazza Santa Maria degli Angeli e inaugurato nel 1968, sono:

  • Caporale CONDELLO Michele Salvatore
  • Caporale SIMONETTI Leoluca
  • Soldato BILOTTA Vincenzo
  • Soldato BONELLI Michele
  • Soldato COSTA Francesco
  • Soldato DE   NARDO  Giuseppe
  • Soldato GRILLO Pietro Giuseppe Antonio
  • Soldato IELAPI Francesco
  • Soldato PRESTIGIACOMO Giuseppe
  • Soldato SALATINO Michele

Nella sua indagine approfondita l’ing. Davoli ha reperito le notizie della loro morte, debitamente trascritte sui registri comunali degli atti di morte, ed anche registrati in latino sui corrispondenti libri parrocchiali dei defunti. Inoltre i loro nominativi sono stati riportati, seguendo l’ordine alfabetico dei cognomi, nel grosso volume dedicato alla Calabria ALBO d’ORO DEI MILITARI CADUTI NELLA GUERRA NAZIONALE,  edito nel 1928 dal Ministero della Guerra per i tipi dell’Istituto Poligrafico dello Stato. In verità nell’Albo d’Oro sono segnati 9 nominativi; manca il soldato Bilotta Vincenzo, poiché, considerato disertore, per punizione era stato confinato nell’Ospedale psichiatrico di Barcellona Pozzo di Gotto (ME); colpito laggiù dalla micidiale “febbre spagnola” era deceduto il 7/09/1918 mentre era ricoverato nell’infermeria del reparto “disertori”.
Con la pubblicazione del libro di Vincenzo Davoli – “Buone Notizie e Pronta Risposta” – volume I, stampato da PAPRINT s.n.c.. – Buonanno edizioni, nell’ottobre 2008, i francavillesi che amano la storia patria e le vicende personali dei loro antenati, finalmente hanno scoperto i nomi di questi altri dieci concittadini, doppiamente sfortunati, in primo luogo in quanto Caduti vittime della guerra, e poi perché ignorati sia nella lapide del 1923, sia nel Monumento eretto nel 1968.
Nel 2015, in occasione del centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nel 1° conflitto mondiale, per iniziativa del sito www.francavillaangitola.com , Vincenzo Davoli e Giuseppe Pungitore hanno ideato e concretamente realizzato, nella sala del Consiglio comunale di Francavilla una mostra documentaria sui Francavillesi combattenti nella 1^ guerra mondiale (Caduti, feriti, prigionieri e reduci).
     La mostra, decorosamente allestita grazie all’entusiastica collaborazione di alcune Signore (Linuccia Ruperto, Francesca De Liguori Cimino, Concetta Ciliberti, Loredana Catanzaro) aveva per motto queste semplici parole: PER NON DIMENTICARE , scelte appositamente dall’ing. Davoli per far conoscere alla popolazione francavillese anche questi 10 Caduti, per troppo tempo (quasi cento anni!) ignorati nelle varie manifestazioni od onoranze dedicate ai militari.
Poiché il IV Novembre è giornata di commemorazione di tutti i militari Caduti per la Patria, sia in guerra che in tempo di pace, ci sembra opportuno inserire nella nuova lapide anche i nominativi di tre francavillesi tragicamente Caduti compiendo il loro servizio militare in tempo di pace; si tratta del Sottotenente Michele SOLARI, aviatore morto a Tripoli di Libia nel 1925, a cui è già stata intitolata la piazza principale del paese; del paracadutista Antonio FIUMARA, perito con altri commilitoni della Divisione “Folgore” nel tragico incidente aereo della Meloria (1971); del Carabiniere Giuseppe MARRELLA, morto il 16 settembre 1982 a San Prospero di  Parma  in seguito a incidente stradale mentre prestava servizio a bordo di una camionetta dell’Arma Benemerita. Anche ad Antonio Fiumara e a Giuseppe Marrella sono state intitolate due vie del Comune di Francavilla.
Il nostro sito www.francavillaangitola.com, nelle persone dell’ing. Vincenzo Davoli e di Giuseppe Pungitore, unitamente a familiari di alcuni dei Caduti “dimenticati” ed a parenti del sottoten. Solari, del paracadutista Fiumara e del carabiniere Marrella, ha fortemente promosso l’iniziativa di collocare sul Monumento ai Caduti una nuova lapide marmorea a ricordo di questi altri militari Caduti per la Patria.     
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UNA FRANCAVILESSE  AL FESTIVAL  LEGGERE&SCRIVERE:  Emanuela Nobile , frequentante la V A del  liceo classico Michele Morelli di Vibo Valentia, presente al festival leggere&scrivere, ci racconta del concorso “scriviamo adhoc” attraverso la presentazione del racconto “il diario di una bambina siriana” di Alessandra Giunta .  Un intero prodotto scritto e commentato da ragazzi:  quando la scuola incontra cultura e immaginazione

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Novità libro da leggere assolutamente sul dialetto francavillese
“CANTI, CHIANTI e RISI
POESIE  E SCRITTI VARI BILINGUE
di Vincenzo Ruperto


 La ‘parràta’segue la storia di una comunità attraverso i suoi secoli di vita. Nell’area geografica dell’Angitola, la ‘parràta’ francavillese si distingue, in parecchi casi, da quella dei paesi limitrofi nella fonetica e nella stessa grammatica. Ciò può essere giustificato dall’origine degli stessi luoghi e dai vari innesti di popolazione che si sono avuti attraverso i secoli. Dopo il 1300 i feudatari Sanseverino, al fine di accrescere la popolazione del borgo, concessero varie esenzioni di franchigie (da cui il nome del paese) ai vecchi e nuovi abitanti che mischiandosi hanno arricchito e mutato l’antico linguaggio.  Notevoli sono stati gli studi sulle varie aree linguistiche della Calabria che possono ben soddisfare il desiderio di conoscenza di ognuno. Sulla ‘parràta’ francavillese brevemente si fa notare che l’infinito dei verbi termina in -ara (parràra, juntàra, sonàra) e in –ira (dìra, avìra, potìra). Parecchie sono le parole che si pronunciano come la χ greca o con la –h aspirata che in questo lavoro è scritta con il simbolo ḧ (ḧialòna, tartaruga, ḧiòcca, chioccia).  Il libro si può acquistare a Francavilla Angitola, al Tabacchino-edicola di Mariateresa Talora in Corso T. Servelli e anche nel punto vendita di Filadelfia edicola di Ivana De Sibio.

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Festa della Madonna Maria SS. delle Grazie 

                   17  Settembre 2017                                       

Festeggiamo oggi la Vergine Santissima sotto il titolo di Maria delle grazie. Nell'Ave Maria, la definiamo "piena di Grazia". Quando la grazia di Dio scende su di noi diventa forza, energia, e ci trasforma, ci apre di più a Dio e al prossimo. In Maria il grado di unione con Dio sorpassa enormemente quello di tutte le altre creature. Dio manda sempre e a tutti la Sua grazia, e in alcuni momenti manda grazie speciali, quali "incarichi" particolari: la Madonna è stata chiamata a diventare Madre di Dio e madre nostra. E' una celebrazione religiosa che si tramanda dà tempi immemorabili e che viene rivissuta dalla comunità  francavillese  con immutati sentimenti di fede. Mirabile scultura lignea realizzata nel 1796 da Vincenzo Scrivo di Serra S. Bruno su incarico dell'arciprete B.Aracri. Fu restaurata nel 1876 a cura dell'arciprete F.Maiolo In quest’ultimo ventennio è stata restaurata altre due volte, su incarico del parroco don Pasquale Sergi. Nel giugno del 1988 ha occupato il posto d’onore nella mostra organizzata dal Duomo di San Leoluca in Vibo Valentia.

Immagini della   Processione per le vie del paese

 

RIFLESSIONI  DI  LORENZO MELIGRANA 

RILEGGENDO UN LIBRO DI  FELICE MUSCAGLIONE


Il prof. Lorenzo Meligrana, originario di Parghelia, già Preside in istituti statali del Vibonese, appassionato cultore di letteratura e storia, è un fine intellettuale e scrittore, ben conosciuto ed apprezzato a Francavilla, dove peraltro ama trascorrere lunghi periodi di villeggiatura estiva.Molto volentieri pubblichiamo un suo intervento, in cui il Preside, dopo aver ricordato la figura del compianto Felice Muscaglione - soprattutto i suoi scritti,libri e articoli, dedicati ai Caduti nella I guerra mondiale originari di Vibo Valentia e di altri comuni della provincia – e dopo aver reso omaggio in particolare ai Caduti nella grande guerra che erano stati studenti nel Convitto Filangieri, ci propone accoratiinterrogativi e lucide, laceranti riflessioni sulla tragedia della guerra e sull’inutilità del sacrificio di tanti uomini, morti, feriti o mutilati nel fiore della loro giovinezza.
Ringraziamo il Preside Meligrana e confidiamo che vorrà mandarci altri suoi scritti, articoli ed interventi di vario genere, da far conoscere ai tanti lettori che dalla Calabria, dall’Italia e dall’estero visitano il nostro sito www.francavillaangitola.com.
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“EROI 1915-1918”.  Un libro sui caduti nella grande guerra
È l’ultima fatica letteraria di Felice Muscaglione: un’opera importante e fondamentale con la quale egli mette a disposizione di un vasto pubblico le biografie di tantissimi eroi «morti, com’egli dice, per consegnarci un paese unito e per realizzare quel sogno risorgimentale dell’Unità d’Italia, iniziato proprio nella nostra città da Michele Morelli, primo martire ed eroe del Risorgimento italiano».
Un lavoro prezioso il suo;un lavoro scrupoloso e meticoloso, ricco di documenti, di lettere, di testimonianze, di fotografie e di notizie inedite,con cui egli ricostruisce le storie di moltissimi eroi caduti nella grande guerra, rimasti sconosciuti e dimenticati per troppo tempo e portati allaluce grazie all’appassionato lavoro di ricerca suo edi un altro studioso francavillese, l’ing. Vincenzo Davoli. 
Onore,pertanto, a tutti i nostri martiri e, in particolare, a quei monteleonesi – e sono moltissimi – che dettero i loro corpi alla Patria e che, impavidi e sereni, bruciarono la loro vita per illuminare gli altri.Impavidi e sereni, come il ten. Limardi Foca o il sott. Servelli Domenico (entrambi di Francavilla Angitola); o come il capitano Nazzareno Cremona, al quale il poeta Giuseppe Ungaretti ha dedicato una tra le sue più belle liriche, “Il capitano”, pubblicata nella raccolta “Il porto sepolto” del 1929. Onore a tutti quei giovani – quasi tutti vibonesi ed ex studenti del liceo ginnasio Gaetano Filangieri di Vibo Valentia (denominata allora Monteleone) – che la sera del 23 maggio 1915, sereni e gioiosi, si incontrarono sul corso di Monteleone, dove si riunirono «stabilendo di partire il giorno dopo per la stazione, e sempre contenti e allegri, come se si andasse ad una festa».
Scrive Pasqualino Sarlo nel suo “Diario”: «saliti sul treno … a poco a poco incominciarono i fischi tra una carrozza e l’altra: gli applausi si mischiavano ai fischi e ai gridi incomposti, quando sovrana sopra tutte le altre cose, si udì la voce che si elevava e cantava: “Addio, mia bella, addio / l’armata se ne va / se non partissi anch’io / sarebbe una viltà”.  E andarono tutti, impavidi e gioiosi, a servire la Patria e a sacrificare la loro vita per l’affermazione e la difesa dei grandi valori della libertà, della giustizia e della democrazia.
Fu utile il loro sacrificio?Se ritornassero in vita, sarebbero essi contenti della situazione attuale? Credo proprio di no!  
Accanto, infatti, al raggiungimento dell’obiettivo fondamentale dell’unità della Patria e accanto al conseguimento di significativi risultati nel campo dell’economia e della cultura, noterebbero la disinvolta ed insultante dilapidazione del denaro pubblico; si renderebbero conto della presenza pervasiva della criminalità organizzata, la quale ha ormai occupato, inquinandoli, ampi settori della vita politica, economica e sociale del nostro Paese; prenderebberodolorosamente atto del fatto che l’Italia non è affatto una Repubblica fondata sul lavoro, essendo enormemente alta ed insopportabile la disoccupazione, specialmente quella giovanile; e arriverebbero, così, alla logica conclusione che il sacrificio della loro vita, per la costruzione di un mondo nuovo, di giustizia e di libertà, è stato del tutto inutile.                  Certo, beati quei popoli che non hanno bisogno di eroi!   Vorrebbe dire che il mondo va per il verso giusto; che la giustizia, la libertà e la democrazia sono valori da tutti condivisi e rispettati.          Ma così, purtroppo, non è.     
      Al di làdi una minoranza di sognatori e di generosi edisinteressaticombattenti peruna società e un mondo migliori,la maggioranza della popolazione, purtroppo, è composta da gente apatica, indifferente, sospettosa ed ostile ad ogni cambiamento o rinnovamento. Ecco, allora, perché io credo che, per scuotere le nostre coscienze addormentate, ci sarà ancora bisogno di eroi. Certo, di nuovi eroi,
in un mondo, come il nostro,nel quale l’uomo è «ancora quello della pietra e della fionda», per dirla col Quasimodo; un mondo in cui
 «il sangue e l’oro», oltre ad essere parole maledette, sono diventati i nuovi mostri della terra: il simbolo del degrado e dell’imbarbarimento.  Ci sarà ancora bisogno di eroi?
     Sicuramente ci sarà la necessità di riscoprire o di recuperare quella passione civile, quell’entusiasmo e quella tensione morale e intellettuale senza i quali non è possibile alcun cambiamento o rinnovamento. E ci sarà, soprattutto, bisogno di un impegno nuovo, il quale, più che come servizio da rendere ad una determinata ideologia o ad uno schieramento politico (come è avvenuto in passato) o a fondamentalismi religiosi o laici (come avviene oggi), si esplichi come coscienza critica, come conoscenza e testimonianza, come battaglia etica e civile per difendere la vita e i suoi valori quotidianamente aggrediti o minacciati. Oggi, purtroppo, questo impegno non c’è; manca, a mio giudizio, e dobbiamo onestamente prenderne atto, la consapevolezza di vivere una situazione estremamente fragile e pericolosa. Ed io, come molti altri, di questo lento, inarrestabile e progressivo precipitare nell’apatia e nell’indifferenza, sono fortemente preoccupato. Ma sono molto più preoccupato – e la cosa mi fa paura – del fatto che ancora non siano esplose la rabbia e l’indignazione dei nostri giovani. Ma fino a quando si potrà ancora abusare della loro santa pazienza?  Lo confesso: ogni volta che penso al sacrificio dei nostri martiri calabresi, a partire da quelli della Repubblica Partenopea e dei moti risorgimentali; e soprattutto quando il mio pensiero va al martirio dei 63 ex studenti del Liceo-Ginnasio Gaetano Filangieri di Vibo Valentia, io provo un senso di grande sconforto, reso ancor più doloroso e lacerante a fronte dello spettacolo di tantissimi giovani diplomati o laureati, con alle spalle costose partecipazioni a master o a corsi di formazione e di aggiornamento, condannati a sostare in anticamera, nell’attesa umiliante e mortificante di un posto di lavoro qualsiasi, mentre nella camera alta della politica è in atto la grande spartizione della torta, con la sistemazione di amici e di parenti in posti ben remunerati, con l’assegnazione  di poltrone, di incarichi e di prebende. E noi paghiamo!!
     E allora – mi chiedo – è stato del tutto inutile il loro sacrificio?Sarebbero essi ancora disponibili a bruciare la loro vita per costruire un mondo che ancora non c’è?
Sono interrogativi ai quali è difficile dare una risposta. Spero solo che il seme, gettato col loro sangue, finalmente germogli e segni l’inizio di una nuova era.  È il mio sogno ed era anche – ne sono certo – il sogno di Felice, il quale, oltre all’impegno di essere sempre uomini interi, come lui fu, ci chiede di proseguire, insieme ai suoi figli, il suo lavoro, di combattere per il meglio, di rifiutare la pigrizia
e il compromesso, e così di farlo continuare a vivere in noi, di renderci degni del dono di averlo avuto amico e maestro.
                                                                                                                                                                                                Prof.  Lorenzo Meligrana

 

Il format PIACERI E SAPORI  dedicato a  Francavilla Angitola  registrata  il 13 agosto 2017,   andrà in onda da oggi su Telespazio TV canale 11 nei giorni di lunedì martedì mercoledì giovedì e venerdì alle ore 24 ,00 24,15 circa e il sabato alle ore 13,30 mentre su Calabria TV canale 15 nei giorni di mercoledì e venerdì alle ore 18,30 e giovedì e domenica alle ore 12,00 per un intera settimana..nel canale 76 di Matrix TV Italia a rotazione e canale 824 canale Enjoy a circuito nazionale sempre a rotazione...grazie X la vostra collaborazione e buona visione.

UNA GIOVINETTA FRANCAVILLESE DA PAPA FRANCESCO NELLO STADIO SAN SIRO DI MILANO


Tra le ottantamila persone che sabato 25 marzo 2017 hanno accolto Papa Francesco nello stadio San Siro di Milano c’era anche una giovinetta originaria di Francavilla Angitola; si chiama Martina CURCIO ed è la figlia primogenita del francavillese Claudio e della filadelfiese Maria Bruni. Da una decina d’anni Claudio, Maria e Martina Curcio, che a Francavilla abitavano nella loro casa di via Talagone, si sono trasferiti nella città di Milano, quartiere Gallaratese; lassù è poi nata la secondogenita, chiamata Serena. Purtroppo Martina Curcio è una ragazza affetta da una grave e rara forma di disabilità fisica (CDG). Per poter vedere ed incontrare il Papa nel giorno della sua visita a Milano, sabato 25 marzo, è stata accompagnata dalla mamma Maria nello stadio San Siro e, sedendo sulla sua carrozzella, è stata sistemata in prima fila a fianco di altre persone disabili.  Quel sabato pomeriggio durante l’incontro speciale del Papa con i giovani dell’arcidiocesi ambrosiana, e in primo luogo con i cresimati, i cresimandi, i loro genitori, educatori, padrini e madrine, il Santo Padre si è accostato alla fila delle carrozzelle; avvicinandosi affabilmente ai giovani disabili, Papa Francesco ha stretto la mano alla mamma Maria (la signora con il giaccone e il contrassegno rossi) ed ha salutato con un amabile sorriso la figlia Martina (la giovinetta bruna seduta alla sinistra della mamma), baciandola infine sulla fronte.. La foto di questo incontro, gioioso e commovente, di Martina e Maria Curcio con il Santo Padre, è stata inserita nell’opuscolo pubblicato dalla Arcidiocesi di Milano, ed intitolato: “Visita pastorale – Papa Francesco a Milano e nelle terre ambrosiane”.
Martina Curcio, allora poco più che bambina, partecipò ad un altro evento importante della chiesa milanese. A causa della sua disabilità, da quando si è trasferita a Milano, la ragazza frequenta assiduamente gli istituti fondati da Don Carlo Gnocchi per lenire le sofferenze dei giovani disabili o mutilati. Cosicché quando domenica 25 ottobre 2009, sul piazzale antistante il Duomo di Milano fu celebrata la beatificazione di Don Carlo Gnocchi, anche allora Martina, accompagnata da mamma Maria, poté assistere alla suggestiva cerimonia sedendo in prima fila a fianco di altri giovani sofferenti, ed assistita non solo da mamma Maria e premurose crocerossine, ma anche dai tantissimi alpini che rendevano omaggio al loro amico Cappellano, il nuovo Beato Don Carlo Gnocchi.La solenne cerimonia fu presieduta da due Cardinali: il card. Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, e il cardinale Dionigi Tettamanzi, allora Arcivescovo di Milano, e deceduto recentemente in seguito ad una grave malattia.

Vincenzo  Davoli

 

FESTA ESTIVA DI SAN FOCA A FRANCAVILLA ANGITOLA – AGOSTO 2017

A Francavilla le manifestazioni religiose estive in onore di San Foca sono iniziate il 3 agosto  con la “discesa” della statua del Santo dalla nicchia dell’abside fino al consueto punto di esposizione presso il pilastro dove la navata centrale s’incontra con il transetto. La novena, iniziata venerdì 4 agosto, è proseguita con alcune funzioni speciali dedicate di volta in volta agli emigrati, agli ammalati e alle persone anziane, ai bambini.
Giorno 13, seconda domenica di agosto, si è svolta la festa estiva del Santo Patrono di Francavilla: la prima messa è stata celebrata alle ore 8 da Padre Tarcisio RONDINELLI, il quale, come ben si sa, fu battezzato con il nome Foca. Quindi alle ore 11 l’arciprete Don Giovanni Battista TOZZO ha officiato la messa solenne che, al momento dell’offertorio, contemplava la cerimonia di offerta e benedizione dei dolci tradizionali, a forma di serpe,preparati in onore del Santo in quanto protettore dai morsi di serpenti e bisce.
Alle ore 17,30 Don Giovanni Tozzo ha celebrato una seconda messa prima dell’inizio della processione. Sia nella giornata di sabato 12 che in quella di domenica 13 agosto, la banda musicale A.M.PA.S (la benemerita “Paolo Serrao” di Filadelfia) ha allietato la festa percorrendo le vie del paese. Alle ore 18,30 ha avuto inizio la lunga processione.  Dietro alla statua del Santo e al gonfalone comunale, recato da Maurizio Serrao. procedeva la nuova Amministrazione, sortita dalle recenti elezioni e guidata dal nuovo Primo cittadino, avv. Giuseppe PIZZONIA, che vi partecipava, ovviamente per la prima volta, cinto dalla fascia tricolore di Sindaco, dopo essere intervenuto nei cinque anni precedenti come Consigliere comunale.
Prima dell’avvio della processione la troupe televisiva TOMARCHIO TV di Reggio Calabria, venuta a Francavilla per registrare le fasi salienti della festa estiva in onore di San Foca, ha intervistato il Sindaco G. Pizzonia sul sagrato della chiesa. Nei prossimi giorni il nostro sito si premurerà di avvisare in quali giorni, orari e canali televisivi sarà trasmesso, nell’Italia intera,il filmato registrato dalla suddetta troupe. La processione si è conclusa sul sagrato della chiesa parrocchiale dove i fedeli hanno intonato la tradizionale litania; per un piccolo intoppo il rientro del Santonella sua chiesa non è stato accompagnato dal fragore dei petardi della “ritirata”. La cerimonia religiosa si è conclusa con il bacio della reliquia del Santo Patrono.
Come da programma predisposto dal Comitato organizzatore della Festa, presieduto dall’Arcip. Don Giovanni Tozzo, nella serata di sabato 12 agosto sul palco allestito in piazza Solari si è esibito il gruppo musicale caratteristico calabrese “Korabattenti u sonu”, che ha proposto, oltre a brani antichi e popolari, pezzi propri originali arrangiati in un mix di tarantelle, funky e rock.
Protagonista della serata musicale di domenica 13 è stata la cantante Irene FORNACIARI, figlia del famoso cantautore Zucchero. Anche quest’anno gli archi con luminarie multicolori sulle vie principali del paese, ed il palco in piazza Solari, sono stati allestiti dalla ditta Cerullo di Gasperina (CZ).
La festa si è conclusa in bellezza, poco dopo la mezzanotte di domenica con i fuochi d’artificio predisposti dalla premiata ditta Frustaci & Parrotta di Taverna.

Testo  di  Vincenzo  Davoli
Fotografie e filmati di Giuseppe Pungitore

CLICCA QUI- VIDEO SULLA FESTA DI SAN FOCA : FRANCAVILLATV YOU TUBE

La Società TV GRAZIANO TOMARCHIO Produzioni Televisive  di Reggio Calabria trasmetterà il filmato della festa di San Foca sui canali, Telespazio, Calabriatv in Calabria e Sicilia, e Matrix tv  Nazionale.

La vita è un sogno da cui ci sveglia la morte.
(Hodjviri)


-----Per Lei, non conta l'età, non conta il dolore e la gioia, non conta nè l'odio nè l'amore, non conta come hai vissuto e cosa lasci. Lei è cieca, muta e sorda, Lei è la Morte!
Rattristato, do le più vive condoglianze ai familiari di Maria Attisani, moglie di Ruggero Limardi, deceduta nel fiore dei suoi anni di sposa, di madre, di figlia, di sorella, di amica di tante persone che la conobbero in vita. Un addio, molto sentito.


Vincenzo Ruperto

 

l'Amministrazione Comunale ha deciso di rinviare la serata di stasera 6 agosto 2017 "Fila Taranta Live" per  giorno 11 Agosto 2017, la festa dell'emigrante il 18 agosto 2017

---- Per gentile concessione Dell' Amministrazione Comunale e dell'assessorato   alla Cultura   e  allo Sport, Turismo e Spettacolo - Pubblichiamo,   il Programma "AGOSTO FRANCAVILLESE 2017"

Festeggiamenti in onore di San Foca Martire 2017
Francavilla Angitola

Ai Fedeli tutti.
Carissimi. Ogni anno si rinnova per voi e per noi tutti questo incontro specialissimo della nostra fede, con il nostro Santo Patrono San Foca, il “Santo Giardiniere di Sinope”. Quest’anno ci prepara all’apertura del Santo Sinodo Diocesano che ci aiuterà a riscoprire una comunità di credenti che sa e si impegna a “camminare insieme”. E’ questo il significato della parola “Sinodo”. E’ chiaro come  la vita di San Foca ci si presenta come un camminare innanzitutto insieme a Cristo che determina e decide tutto il nostro vivere quotidiano, fino alle estreme conseguenze del dare la vita per Lui. Ma è anche un camminare insieme tra noi verso le vette della fede che ci permette di “vedere il Signore” come ora San Foca lo vede e lo contempla, godendone  in pienezza la sua vita divina ma imparando soprattutto a dare la vita per i fratelli, anche per i nemici, come ha fatto lui.

Programma religioso

Giovedi 3 Agosto: ore 18 e 30  S. Messa e “Discesa del Santo”.
Venerdi 4 Agosto: ore 18 e 30  solenne inizio Santa Novena con celebrazione eucaristica.
Tutte le sere: ore 18 e 30 Novena e celebrazione eucaristica, confessioni.
Lunedi 7 Agosto: Giornata degli Emigranti: preghiera dell’Emigrante.
Giovedi 10 Agosto: Giornata dell’Ammalato e dell’Anziano: Unzione comunitaria degli infermi.
Sabato 12 Agosto: Benedizione dei Bambini e affidamento a San Foca.
Domenica 13 Agosto: ore 08°° s. Messa
       Ore 11°° S. Messa solenne e benedizione dei dolci tradizionali  di S. Foca.
       Ore 18 e 30 solenne Processione per le vie del paese, al rientro chiusura e bacio               
       della Reliquia di S. Foca.

PROGRAMMA CIVILE
Giovedi 3 Agosto: discesa del Santo e fuochi d’artificio
Venerdi 4 Agosto: apertura Novena e prosieguo Novena con fuochi d’artificio.
Sabato 12 Agosto: ore 08 e 30 giro del Paese a cura della Banda musicale
                                   ore 19°°  Banda musicale per il vespro
                                   ore 22 c.ca complesso di musica etnica “Korabattenti u sonu”
Domenica 13 Agosto: ore 08 e 30 giro del paese a cura della Banda musicale fino a fine messa.
         ore 22°° “Irene Fornaciari” in concerto
        ore 24°° spettacolo pirotecnico
Il servizio bandistico sarà a cura della P. Banda Musicale del Maestro Gugliotta di Filadelfia – I fuochi a cura della P.D. Frustaci e Parrotta di Taverna (Cz) – L’illuminazione e il palco a cura della P.D. Cerullo di Gasperina (Cz).

 

Il Comitato                                                                                                            Il Parroco Don Giovanni Battista Tozzo

RECENSIONE DI  MONS. RAMONDINO AL LIBRO  “IL POPOLO DI DIO IN CAMMINO”


--Sul Bollettino Ecclesiastico della diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, concernente atti, documenti e notizie da luglio a dicembre del 2016, è stata pubblicata la recensione che Mons. Filippo Ramondino ha scritto sul libro “Il popolo di Dio in cammino. Francavilla Angitola e il suo Clero negli ultimi cento anni 1916-2916)”. Mons. Ramondino, Cancelliere della Curia miletese e direttore dell’Archivio Storico diocesano, ma soprattutto esperto autore di biografie di Prelati e Sacerdoti operanti in passato nelle diocesi di Mileto, di Nicotera e di Tropea, non poté intervenire personalmente a Francavilla Angitola alla presentazione del suddetto libro, svoltasi il 9-08-2016. Per rimediare al contrattempo, Mons. Ramondino si è quindi premurato di far pubblicare la sua accurata recensione nel Bollettino diocesano.
Profondamente gratificati da quanto ha voluto scrivere il chiarissimo Monsignore riguardo al nostro libro sul clero francavillese dell’ultimo secolo, ne riportiamo integralmente la recensione, così come è stata stampata sull’ultimo numero del Bollettino Ecclesiastico diocesano (2° semestre del 2016)alla pagina 273.

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DAVOLI V. - PUNGITORE G. - AC-CETTA F. - FIUMARA V. ( a cura di), Il popolo di Dio in cammino. Francavilla Angitola e il suo Clero negli ultimi cento anni (1916-20 16), Paprint - Libri italianet, Vibo Valentia 2016, pp. 204, € 15,00

Apprezzabile l’iniziativa dei curatori di questa pubblicazione che focalizza la ricerca, la memoria, lo studio sul clero che ha operato e che ha avuto origini nel paese di Francavilla Angitola, diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, provincia di Vibo Valentia. Il suggestivo testo, corredato da una ricca documentazione fotografica, si presenta come un grato ricordo di fa-miglia, un album di memorie collettive, dove i preti si configurano come veri pa-dri e guide della comunità. Dopo le opportune notizie storiche sulla comunità e le sue tre chiese (San Foca, Madonna delle Grazie, SS. Rosario), il lavoro, relativo esclusivamente agli ultimi cento anni, arrivando dunque ai nostri giorni, si divide in due parti che raccolgono le notizie biografich e dei sacerdoti parroci: Servelli, Caria, Foti, Natali, Facc iolo, Condello, Sergi, Barletta Tozzo; e dei sacerdoti e religiosi oriundi del paese: Torchia, Condello, Rondinelli, Triminì, Fiumara. Soprattutto delle figure più antiche sono rievocati, accanto alla documenta-zione ufficiale, ricordi tramandati oralmente, epistolari, scritti vari, che arricchiscono di nuove conoscenze le figure sacerdotali, amabilment e custodite nel cuore di un popolo in cammino, del quale essi sono stati sapienti e anche lungimiranti pastori, vivendo le gioie e le fatiche del ministero, con i limiti della loro umanità, servendo nel nome di Cristo e della Chiesa la comunità loro affidata, nel mistero della fede. Certo, forse, non è possibile storio-grafare esaurientemente una esperienza di fede, quale è quella di “un popolo in cammino”, la Chiesa, di cui i sacerdoti sono ministri, anch’essi in cammino verso il Regno, con le loro spesso variegate, e a volte complesse, prospettive di servizio, a seconda della visione del mondo che hanno maturato. Ogni domanda e ogni risposta, oltre il documento e l’in-terpretazione storica, ci riportano al sa-cramento fontale del sacerdozio che è Cristo, stimol ando ci oggi a fare una comparazione di vita, e non solo di carte, con l’esperienza e la testimonianza ge-nuina e originale dei primi ministri del Vangelo, e con i luminosi esempi di san-tità sacerdotale nella storia più recente della diocesi e della Calabria.

Questo libro offre, in questa prospettiva, un saggio contributo, per la genuinità e scrupolosità con cui è redatto, per far avanzare quel necessario metodo di storica autocomprensione, che non sia solo ricognizione di notizie aride o suggestive, ma anche bilancio per una progettualità più reale, legata all’urgenza di una continuità storica, sulla base del fatto teologi-co di una insopprimibile Traditio.

Filippo Ramondino

BOLLETTINO ECCLESIASTICO • DIOCESI DI MILETO-NICOTERA-TROPEA  Luglio-Dicembre 2016          273

Il libro sarà  consegnato gratuitamente a tutte le famiglie che lo richiedono.

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IL FILMATO  DI QUESTA SERATA SARA’ REGISTRATA E TRASMESSA  SUL CANALE CALABRESE  LAC TV,  

COMUNE DI FRANCAVILLA ANGITOLA (VV)   
AGOSTO  FRANCAVILLESE  2017

24ª FESTA DELLA GENTE DI MARE -

2ªGIORNATA  DOMENICA 16 LUGLIO 2017

   L’incerta situazione climatologica, ed in particolare il mare leggermente mosso, non hanno consentito di effettuare la consueta pittoresca traversata marina di barconi e motoscafi dal molo Pizzapundi di Pizzo Marina fino al lido Colamaio 1; ciò nonostante, il programma della manifestazione non ha subito rilevanti modifiche.Alle ore 17 il Superiore del convento dei Minimi a Pizzo, Padre Gaetano NICOLACI, ha fraternamente accolto i fedeli giunti nel locale Santuario di San Francesco da Paola, accompagnati dai Padri Minimi Giovanni COZZOLINO e Alfonso LONGOBARDI, che da Corigliano Calabro avevano portato la preziosa reliquia del Crocifisso del Santo Paolano. Padre Gaetano, pronunciate le rituali preghiere ed invocata la protezione del Santo Patrono sui partecipanti alla Festa, ha benedetto la Reliquia del Crocifisso e la statuina portatile di San Francesco da Paola montata sulla cosiddetta “Barca di Benincasa”. Tra i presenti alla cerimonia si notavano: il Comandante della Capitaneria di porto di Vibo Marina, Capit. Fregata Rocco PEPE, il Com.te della Locamare di Pizzo, Francesco CARETTO, il Comandante provinciale dei Vigili del Fuoco di Vibo Valentia, ing. Salvatore CAFARO, il Sindaco di Francavilla, avv. Giuseppe PIZZONIA; il Luogotenente Cav. Ufficiale Matteo DONATO e il Comm. Ammiraglio Francesco CIPRIOTI, entrambi venuti appositamente da Reggio Calabria; Franco DI LEO della Protezione civile vibonese.
 Il corteo di furgoni -che trasportavano la Reliquia, la statua portatile del Santo ed una corona d’alloro – e di autovetture - con a bordo i due Padri Minimi, autorità e fedeli- attraversando il corso principale di Pizzo ha raggiunto il molo Pizzapundi. Nella cala del porticciolo è stato inscenato in modo puramente simbolico l’imbarco della Reliquia, della Statua e dei fedeli su barconi e gommoni virtuali; al di là del molo realmente stazionava la motovedetta CP 265, che avrebbe dovuto sorvegliare i natanti durante la traversata, e che effettivamente ha navigato solitaria fino al mare antistante il lido Colamaio 1 – ristorante Refresh.
Il trasferimento a codesto litorale è avvenuto via terra. Nel lido Colamaio-Refresh si trovava la banda musicale “Giovanni Gemelli” di Filadelfia; il corteo, preceduto dai bambini che reggevano una grande bandiera della Marina italiana con gli stemmi delle 4 Repubbliche marinare, seguito dalla Reliquia, dalla Statua portatile sulla “Barchetta di Benincasa”, dalla banda musicale, dalle autorità e dai fedeli, si è portato presso la battigia sabbiosa del lido. Qui Gianfranco SCHIAVONE, ideatore della Festa, ha pronunciato la Preghiera del Marinaio; il trombettiere ha suonato il “Silenzio”; ci sono stati il lancio nelle onde marine della corona d’alloro in onore di tutti i Caduti del Mare,  e la benedizione della Gente di mare e dei bagnanti.  La direzione del lido Refresh ha offerto ai presenti un gradito rinfresco e simpaticamente, ripetendo l’usanza tradizionale dei pescatori pizzitani, ha donato un vassoio di pesce fresco ai Padri Minimi Cozzolino e Longobardi.
   Finalmente la manifestazione ha raggiunto contrada Olivara di Francavilla Angitola, presso il viadotto ferroviario intitolato a San Francesco. Per assistere alla Santa Messa ed alle fasi finali della Festa, oltre a numerosi fedeli provenienti dalle località vicine, erano convenuti: Don Giovanni Battista TOZZO, arciprete di Francavilla; da Monterosso il dottor Antonio TALESA e il Maestro artista Giuseppe FARINA; il dottor Francesco LA TORRE con la Corale “LA VOCE DEL SILENZIO”; gli Assessori francavillesi, geom. Domenico ANELLO e prof. Armando TORCHIA, con un congruo numero di Consiglieri comunali; l’artista Yuri KUKU, con consorte e figlia, appena giunte dall’Ucraina.
   La Santa Messa, nel giorno della festa della Madonna del Carmelo (16 luglio), è stata concelebrata da Don Giovanni Tozzo (orgoglioso di appartenere alla “Gente di Mare” per il servizio prestato nella Marina mercantile, prima di essere ordinato sacerdote) insieme a P. Giovanni Cozzolino e a P. Alfonso Longobardi, ed accompagnata dalle musiche e dai canti suggestivi e sublimi intonati dalla Corale “La Voce del silenzio”.
Conclusa la celebrazione della S. Messa si è passati al momento “laico” della manifestazione.
L’ing. Vincenzo DAVOLI, presidente del Comitato organizzatore della Festa, parlando anche a nome di Gianfranco Schiavone e Giuseppe PUNGITORE, ha voluto ricordare ai presenti che nel 2016 il sito internet   www.francavillaangitola.com ha pubblicato  un bel libro corredato di pregevoli fotografie dedicato alle passate edizioni  della Festa della Gente  di Mare  intitolato “NAVIGANDO CON SAN FRANCESCO”. Quindi ha salutato e ringraziato le persone e gli Enti sostenitori della Festa con le seguenti parole:
“In primo luogo vorrei  ringraziare ed inviare un deferente saluto al Vescovo di Mileto, Mons. Luigi RENZO, per aver accordato anche quest’anno il Suo benevolopastorale patrocinio alla Festa;P. Alfonso Longobardi, P. Gaetano Nicolaci, e soprattutto P. Giovanni Cozzolino con la Consulta di Pastorale Giovanile Minima; l’arciprete Don Giovanni Tozzo e quanti cooperano nelle attività della Parrocchia di San Foca a Francavilla, tra cui la neoeletta Consigliera comunale e catechista, Anna FRUCI. Ringrazio i prestigiosi Enti ed istituzioni che hanno supportato il Comitato organizzatore, e in primo luogola Capitaneria di Porto di Vibo Marina, autorevolmente guidata dal Com.te Rocco Pepe. Grazie al gentile tramite del Comandante Pepe, il l’Ammiraglio Vincenzo MELONE, Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di porto mi ha trasmesso un messaggio di saluti e voti augurali, che sono orgoglioso di leggervelo integralmente:

Ringrazio il Comandante della Capitan. Porto di Gioia Tauro, Capit. Fregata Francesco CHIRICO, stasera qui degnamente rappresentato dal Maresciallo Fausto De CARIA, nostro amico e compaesano; l’Ufficio Locamare-Guardia Costiera di Pizzo (Com.te Francesco Caretto); saluto gli amici venuti da Reggio Calabria, Amm. Francesco Ciprioti e Luogotenente Matteo Donato, il Corpo dei Vigili del Fuoco di Vibo Valentia, l’Azienda Sanitaria Provinciale di Vibo Val., la Coop. Sociale “La voce del silenzio”diretta dalla dottoressa Adriana MACCARRONE, senza dimenticare l’omonima Corale magistralmente guidata da cari amici come Tiziana CERAVOLO e il Maestro Lino VALLONE; il Centro Italiano Protezione Civile, diretto a Vibo da Franco Di Leo.
Saluto e ringrazio in particolare alcune Amministrazioni comunali che negli ultimi anni hanno efficacemente collaborato col Comitato organizzatore della Festa; anzitutto la Comunità di Soriano Calabro, e in modo speciale il sindaco arch. Francesco BARTONE, l’assessora avv. Anna GRILLO, che ieri sera ha consegnato l’Emblema itinerante al Sindaco di Francavilla; Don Pino Sergio – Parroco di Soriano – e il caro amico Filippo RAFFAELE, e in generale la Comunità sorianese per aver accuratamente custodito per un anno intero l’Emblema itinerante della Festa, che ieri 15 luglio è stato affidato al neo Primo cittadino francavillese, avv. Giuseppe Pizzonia, nuovo nel ruolo di Sindaco, ma entusiastico ed antico sostenitore della nostra Festa, ai cui diversi eventi già in passato ha volentieri partecipato. L’avv. Pizzonia, essendo particolarmente devoto al santo Patrono della Gente di Mare, spesso è intervenuto alle nostre manifestazioni, accompagnato sovente dalla gentile Consorte e dalle sue graziose bambine. Con il Sindaco Pizzonia saluto l’Amministrazione e l’intero Consiglio comunale di Francavilla Angitola. Parimenti saluto la Comunità di Filadelfia, assai devota a San Francesco e stasera rappresentata sia dall’amico Francesco MESIANO, Priore della locale Confraternita intitolata a San Francesco di Paola, sia dalla Banda musicale “Giovanni Gemelli”. Ringrazio la Città di Pizzo, con l’Amministrazione comunale e l’attiva Pro-Loco, e ribadisco il grazie alla “Voce del Silenzio”.
Prima di dare la parola al dottor Giovanni Bianco mi piace ricordare a voi tutti il nome di un altro prestigioso sponsor della 24^ Festa della Gente di Mare, il Touring Club Italiano, libera associazione attiva in Italia da oltre 120 anni, che da sempre promuove un turismo intelligente volto a salvaguardare il patrimonio naturale che il buon Dio ha donato alla nostra Patria, a valorizzare e mantenere con cura i beni paesaggistici, architettonici, artistici, culturali, folkloristici, enogastronomicitrasmessici dai nostri avi, comprendendovi sia i capolavori  creati da sommi artisti, sia i mirabili oggetti e manufatti di vario genere, realizzati nel nostro Paese da abili artigiani e da brave maestranze. In Calabria un’autentica colonna di questo antico e prestigioso sodalizio è appunto il nostro amico dottor Giovanni Bianco, prima presente come Console del Tci e poi da alcuni anni Presidente del Club di Territorio di Lamezia Terme, e perciò attivo organizzatore delle iniziative del TCI sia nel distretto lametino sia nella provincia di Vibo Valentia.
Invito il dottor Bianco a presiedere la cerimonia di consegna di doni e riconoscimenti.”

Il dr. Giovanni Bianco, dopo aver sottolineato il profondo legame di amicizia tra il Comitato Festa della Gente di Mare e la Coop. “La Voce del Silenzio”, legame che ha favorito la nascita di una stretta collaborazione e quasi di un gemellaggio artistico tra il laboratorio ceramico della Cooperativa stessa ed alcuni insigni Maestri ceramisti di Vietri sul Mare, ha invitato il dottor Francesco LaTorre  a consegnare al nuovo Sindaco di Francavilla, avv. Giuseppe Pizzonia, l’opera in maiolica appositamente realizzata dai giovani del laboratorio di ceramica della Coop. “La voce del silenzio”, e raffigurante San Francesco di Paola. Brevi interventi di saluto e ringraziamento del sindaco Giuseppe Pizzonia, e del dott. La Torre – rimasto  autentica colonna portante della “Voce del Silenzio” pur essendo ormai pensionato dal servizio di Direttore  del Centro di Riabilitazione psichiatrica di Pizzo.
Il dr. Bianco ha invitato il Comitato (ing. Davoli, G. Schiavone, Giuseppe Pungitore) a consegnare all’ing. Salvatore TAFARO, Comandante provinciale dei Vigili del Fuoco di Vibo Valentia, il riconoscimento “Charitas Paterna”, targa con bassorilievo in argento realizzato interamente a mano dal Maestro orafo Michele Affidato di Crotone. Il Comandante Tafaro, ringraziando per il riconoscimento ricevuto, ha voluto precisare che il vero destinatario della prestigiosa Targa “Charitas Paterna” fosse, non già Lui come Comandante provinciale di Vibo Valentia, bensì il Corpo dei Vigili del Fuoco, e soprattutto quegli agenti che nell’ultimo anno sono stati impegnati a risolvere gravissime emergenze, come il terremoto nell’Italia centrale e i gravissimi incendi dell’estate in corso, che hanno funestato tante località del Vibonese.
Il dr. Bianco invita di nuovo il Comitato (ing. Davoli, G. Schiavone, Giuseppe Pungitore)  a consegnare al medico dott. Antonio TALESA, di Monterosso Calabro, Direttore del Servizio Emergenza Territoriale del 118 il riconoscimento “Charitas Paterna”, un’altra pregevole targa in argento del Maestro Michele Affidato. Nelle parole di ringraziamento, pacate e meditate, pronunciate dal dott. Talesa per la Targa ricevuta, c’era l’eco profonda del dramma terribile vissuto dai migranti che s’avventurano nel Mediterraneo verso l’Italia e l’Europa, nonché la consapevolezza della grave emergenza che i continui arrivi di stipatissimi barconi determinano nelle strutture portuali e sanitarie; senza dimenticare il grosso problema a reperire edifici idonei ad accogliere e ospitare così tanti migranti. Il comitato organizzatore nel ringrazire il Comandante della Capit.  Porto Vibo Valentia,  Rocco Pepe,  per la solerte collaborazione ad organizzare la festa, gli ha consegnato un pregevole Crest  raffigurante San Francesco,  realizzato dall’ artista Yuri Kuku.
Infine l’ing. Davoli ha voluto ringraziare doverosamente la proprietà e i gestori del Refresh, il lido-ristorante di Colamaio Uno, luogo d’arrivo della virtuale traversata marina proveniente dalla Marina di Pizzo; e la Società TV GRAZIANO TOMARCHIO Produzioni Televisive  di Reggio Calabria che trasmetterà il filmato della festa sui canali, Telespazio, Calabriatv, e Matrix tv Nazionale.
   Terminata la cerimonia ufficiale di consegna dei riconoscimenti, dei ringraziamenti e dei saluti, la Festa si è conclusa allegramente con lo sparo di variopinti fuochi artificiali ed un piacevole spettacolo musicale.

                                                                                         Articolo di Vincenzo Davoli
                                                                                    Fotografie di Giuseppe Pungitore

 

      

                                                       

15 LUGLIO 2017: PRIMA GIORNATA DELLA

24^ FESTA DELLA GENTE DI MARE A FRANCAVILLA ANGITOLA


Alle 20,30 di sabato 15 luglio numerosissimi fedeli e cittadini francavillesi si sono radunati in viale Kennedy per accogliere festosamente sia l’Emblema itinerante della Festa della Gente di Mare proveniente da Soriano Calabro, sia la delegazione di giovani di Corigliano, guidati da P. Giovanni Cozzolino, accompagnato da Padre Alfonso Longobardi, che recava la sacra reliquia del Crocefisso di San Francesco da Paola, custodita nel Convento di Corigliano. Il Sindaco di Francavilla Angitola, avv. Giuseppe Pizzonia, a nome di tutta la popolazione, ha dato il benvenuto all’avv. Anna Grillo, Assessora di Soriano che recava l’Emblema itinerante, nonché ai Padri Minimi e ai giovani provenienti da Corigliano. Si è quindi formato un corteo fatto di due file di fedeli con le candele accese, a cui si sono uniti i giovani coriglianesi. Diretta verso la chiesa parrocchiale di San Foca, la fiaccolata ha percorso le vie principali del paese (corso Servelli, corso Mannacio e via Roma) cantando l’inno di San Francesco (Al Santo glorioso) e recitando il Rosario. Al seguito della Reliquia e dell’Emblema procedevano il Sindaco avv. Pizzonia con l’intera Amministrazione, l’avv. Anna Grillo di Soriano e i due Padri Minimi. All’altezza di piazza Solari il Parroco Don Giovanni Tozzo ha accolto il festoso corteo della fiaccolata.
All’interno della chiesa di San Foca si sono celebrati i due distinti momenti della manifestazione: il momento religioso e quello laico. Padre Giovanni Cozzolino ha presentato ai fedeli la preziosa Reliquia custodita a Corigliano, ossia il Crocifisso che il Frate Paolano portò sempre con sé, insieme al Bastone, nel secondo periodo della sua lunga e veneranda esistenza terrena. Recitati il Padre Nostro e l’Ave Maria, ed invocata la protezione di San Franceso, il Parroco Don Giovanni Tozzo ha impartito la solenne Benedizione.
Il presidente del Comitato organizzatore, ing. Vincenzo Davoli, ha brevemente spiegato il significato dell’Emblema itinerante della Festa, che nei 12 mesi da luglio 2016 a  luglio 2017,  era stato ospitato a Soriano, paese assai devoto a San Francesco di Paola. Quindi l’assessora Anna Grillo di Soriano ha consegnato l’Emblema itinerante nelle mani del Sindaco di Francavilla, avv. Giuseppe Pizzonia, affinché lo custodisca nel locale Municipio per un intero anno, fino al luglio 2018. Infine le autorità e i fedeli radunati in chiesa hanno reso omaggio e baciato la Sacra reliquia del Crocifisso.

 

Album foto

 

24^  Festa della gente di mare del Sud
                                                                                                   Francavilla Angitola ,  Pizzo
                                                                                                           15-16 luglio 2017

 

Da  23 anni  nei  Comuni  di Francavilla Angitola  e Pizzo  (VV)   si  celebra  a metà  luglio  la Festa della Gente di Mare  in onore di San Francesco di Paola.  Tale manifestazione  si ricollega  all’  antica   devozione  verso  il taumaturgo Paolano  assai sentita  dai pescatori,  dai marittimi  e da tutte le persone in  vari modi  legate  al mondo del mare.   Nelle  ultime edizioni ,  in concomitanza  con il 5°  Centenario  della morte del Santo (1507-2007) la festa  ha avuto un notevole sviluppo,  allargandosi   dai centri calabresi più legati  a  San Francesco ( Paola, Pizzo, Francavilla Angitola, Reggio Calabria-Catona, Nicotera, Tropea,  Soriano Calabro, Paterno Calabro, Fuscaldo)  alla Sicilia , andando prima a Messina e poi  a Milazzo (2008 -2009).
   La “Festa della Gente di Mare ” organizzata , grazie  all’impegno dagli ideatori della festa , ing. Vincenzo Davoli, Gianfranco Schiavone e Giuseppe Pungitore, che curano anche il sito internet   www.francavillaangitola.com., dell’Avv. Giovanni Bianco, del  dottor Emanuele  Stillitani della Proloco di Pizzo, di Franco Di Leo del Centro Italiano Protezione Civile di Pizzo, del  Dott.  Francesco La Torre , Responsabile  del reparto  di Riabilitazione Psichiatrica  di Pizzo, della Dott.essa Adriana Maccarrone  presidente  della Cooperativa Sociale  “La Voce del Silenzio” Onlus di Pizzo,  del pregiato sostegno del Vescovo  di Mileto, dei Padri Minimi e del clero diocesano, di varie associazioni di volontariato e protezione civile e grazie alla collaborazione entusiastica  della Guardia Costiera,  al sostegno di Enti e Autorità civili e religiose,  risulta essere  in Italia   la più importante Festa della Gente  di Mare.  Nell’edizione del 2009  era  presente la Campania, con la reliquia della “Salvietta” del Taumaturgo,  conservata nella chiesa di Benincasa  a  Vietri  sul Mare (SA);  La reliquia venne benevolmente  concessa  dall’arciprete  don Pietro Cioffi, con il  beneplacito  di  Mons. Orazio Soricelli ,   Vescovo di Cava dei Tirreni  e Arcivescovo  di Amalfi , sede  della gloriosa  e  più antica  Repubblica  Marinara italiana. Alle ultime  edizioni  della Festa,  la  statua  di San Francesco di Paola è stata  accompagnata  dalla Madonna Pellegrina  del Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime, appositamente presente per  espresso volere  della compianta Natuzza Evolo  di Paravati, che nella sua esemplare esistenza  ha sempre  manifestato una  grande devozione al Santo Patrono di Calabria.

Francavilla Angitola,  li 18-6-2017                           Info:  www.francavillaangitola.com

Album foto anni precedenti

ARTICOLO DELLA GAZZETTA DEL SUD 1 LUGLIO 2017 DI ANTONIO SISCA

FOTO DI GIUSEPPE PUNGITORE

CLICCA QUI- VIDEO COMPLETO DELLA FESTA DI RINGRAZIAMENTO E DEL CONSIGLIO COMUNALE : FRANCAVILLATV YOU TUBE

Festeggiamenti  elezioni a Francavilla Angitola -Nuovo sindaco Giuseppe Pizzonia

La nuova amministrazione comunale francavillese a seguito del risultato relativamente alle consultazioni dello scorso 11 giugno, ha  organizzato  una manifestazione pubblica di ringraziamento per tutti i cittadini in piazza Solari e piazza Santa Maria degli Angeli dalle 19  alle 24, del 25  giugno 2017.

 

CLICCA QUI- VIDEO COMPLETO DELLA FESTA DI RINGRAZIAMENTO E DEL CONSIGLIO COMUNALE : FRANCAVILLATV YOU TUBE

  Il primo civico consesso convocato per giovedì 29
Anello e Torchia entrano in Giunta
Il sindaco Giuseppe Pizzonia ufficializza il nuovo esecutivo comunale

di DARIO CONIDI

- La nuova amministrazione comunale “targata” Giuseppe Pizzonia è pronta a partire. Anche se, ad onor del vero, il primo cittadino in questi giorni ha già firmato ordinanze sindacali e anche atti amministrativi. Poi, in occasione del Corpus Domini, ha già fatto la sua prima comparsa in pubblico nella consueta processione religiosa. Adesso ha anche decretato ormai in maniera ufficiale la sua “squadra amministrativa” che lo dovrebbe coadiuvare per i prossimi 5 anni. Grosso modo, sono state confermate le indiscrezioni che erano trapelate poco dopo le Comunali dello scorso 11 giugno. Fanno il loro ingresso nell’esecutivo comunale Domenico Anello e Armando Torchia. Il primo è stato nominato vice sindaco e assessore comunale ai Lavori pubblici e alla Viabilità, mentre Armando Torchia assessore comunale alla Pubblica istruzione e alla Cultura.
Dunque, queste le decisioni adottate dal sindaco Pizzonia che ha lasciato fuori il giovane dottore Michele Caruso che ha ottenuto 107 preferenze ma che, non sarebbe da escludere, nella sua veste di consigliere comunale di maggioranza potrebbe ricevere qualche delega, come pure qualche altro suo “collega” (Foca Antonio Lazzaro, Giuseppe Conidi e Anna Fruci). Torchia potrebbe anche ricoprire la carica di presidente del consiglio comunale francavillese.
Il primo cittadino potrebbe sciogliere ulteriori riserve nel corso del primo consiglio comunale della sua “era” già convocato, in prima seduta, per giovedì 29 giugno alle 19 e, all’occorrenza, una seconda seduta rimane fissata per le 9 di sabato 1 luglio in sessione straordinaria. Saranno sette i punti all’Ordine del giorno, ovvero, “Elezioni comunali dell’11 giugno 2017 - Esame condizioni eletti. Convalida del sindaco e dei consiglieri comunali”, “Giuramento del sindaco”, “Comunicazione al consiglio comunale della nomina dei componenti della giunta comunale e degli incarichi di collaborazione conferiti ai consiglieri”, “Costituzione dei gruppi consiliari e designazione dei rispettivi capigruppo”, “Elezione del presidente e del vice presidente del consiglio comunale”, “Elezione della Commissione elettorale comunale”, “Nomina Commissione comunale per la formazione degli elenchi dei giudici popolari” e “Rideterminazione delle indennità degli amministratori ai sensi dell’articolo 1, comma 136, della legge 7 aprile 2014, n.56”.
Prima però del consiglio comunale, domani la nuova amministrazione comunale francavillese a seguito del risultato relativamente alle consultazioni dello scorso 11 giugno, intende organizzare una manifestazione pubblica di ringraziamento per tutti i cittadini di questa piccola comunità che avrà luogo in piazza Solari e piazza Santa Maria degli Angeli dalle 16 alle 24.

il Quotidiano del Sud - 24/06/2016          

CLICCA QUI VIDEO: FRANCAVILLATV YOU TUBE   

CORPUS DOMINI  2017  

Per la solenne ricorrenza a Francavilla sono stati montati in alcuni punti del paese i tradizionali “altarini” variamente addobbati; ed inoltre, con il pieno consenso del Parroco, don Giovanni Tozzo, per il terzo anno consecutivo è stata allestita una nuova, più ampia e pregevole Infiorata del Corpus Domini.   Nel primo pomeriggio di domenica 18 giugno,  assecondate  dal nuovo Sindaco Avv. Giuseppe Pizzonia, diverse persone  attive e volenterose (donne e ragazzi) del  paese  e dalle contrade,- in maggioranza  di contrada  Cannalia, si sono impegnate  ad adornare il percorso dove doveva passare la processione del Santissimo realizzando magnifici tappeti, quadri e simboli vari con petali di fiori. Questi  sono stati collocati all’interno della chiesa di San Foca lungo la corsia della navata centrale; sul sagrato della chiesa delle Grazie;  in piazza Solari, davanti la chiesa del Rosario; lungo tutto il corso Mannacio, in piazza Santa Maria degli Angeli, in Corso Servelli, a tutti loro va tributato l’elogio dell’intera comunità francavillese.  Nel tardo pomeriggio, dopo  la celebrazione della Santa Messa  e l’adorazione del Santissimo Sacramento  nella chiesa di San Foca, Don Giovanni Tozzo ha impartito la rituale benedizione. Quindi alle ore 18.30  ha dato inizio   alla processione  del  Santissimo,   che  si  è  snodata  lungo le vie principali del paese, fermandosi  in 6 altarini  realizzati  dai fedeli, rispettivamente in via Livorno, in  viale Kennedy, via Tenente Limardi, Santa Maria degli angeli,  corso Mannacio e presso la Croce dei Passionisti. L’Amministrazione Comunale ha partecipato ufficialmente alla processione con il nuovo  Sindaco Avv. Giuseppe Pizzonia, accompagnato dai  Consigliere comunale, Domenico Anello, Michele  Caruso,  Armando Torchia, Foca A. Lazzaro, Bruno Galati, Giuseppe Conidi, e Anna Fruci. Procedevano di scorta  il Comandante della Polizia municipale  Giulio Dastoli ed i  vigili  urbani Vincenzo Torchia e Antonio Carchedi. Come  è consuetudine  il gonfalone del Comune è stato portato  dal dipendente comunale Maurizio Serrao. La processione è stata accompagnata dalle preghiere e dai canti  dei numerosi fedeli, ed allietata dalle musiche suonate dalla Banda Musicale A.M.P.A.S. di Filadelfia, offerta dalla Amministrazione.  

Vincenzo Davoli e Giuseppe Pungitore

 

Di Giuseppe Pungitore

www.francavillaangitola.com                  

 19 giugno 2005 Da allora sono passati dodici anni.

19-06-2005- ore 20 (2).jpgAbbiamo aggiornato il sito con continuità, mettendoci passione e dedizione: notizie, foto, curiosità: decine di migliaia di immagini pubblicate, migliaia di commenti e condivisioni sui social network, decine e decine di collaboratori. La nostra attività di informazione circa il circondario di Francavilla Angitola  è stata costante e, il più possibile, tempestiva e completa.
Abbiamo promosso il territorio, diffuso cultura. Mai nessuno è stato censurato sul nostro Sito. Tutti coloro che ci hanno contattato hanno avuto risposta. Tutti coloro che ci hanno chiesto di “utilizzare” la nostra “pagina” hanno trovato la porta aperta.
   Moltissimi ci seguono e ci manifestano il loro apprezzamento, noi siamo sempre e ancora qui; e continueremo ad esserlo, Ringraziamo in modo particolare le persone che in vario modo hanno collaborato con noi, inviandoci loro articoli e fotografie : Giuseppe Pagnotta, Franco Vallone, Don Pasquale Sergi, Lorenzo Malta, Foca Accetta, Don  Giovanni Battista Tozzo, Sonia Vazzano, Vincenzino Ruperto, Michelino Condello, Carmensissi Malfarà, Amerigo Fiumara, L’editore Demetrio Guzzardi, Dr. Giovanni Bianco, Nicola Pirone, Dario Conidi, Antonio Sisca, Padre Giovanni Cozzolino.
 Grazie di cuore, amici lettori.

 

L’AVV. GIUSEPPE  PIZZONIA  NUOVO  SINDACO  DI  FRANCAVILLA ANGITOLA
ELEZIONI  COMUNALI  DELL’11 GIUGNO 2017

Con un risultato assolutamente netto le votazioni per eleggere Sindaco e Consiglio Comunale di Francavilla Angitola sono state vinte dall’avv. Giuseppe PIZZONIA (consigliere di minoranza uscente) e dalla sua lista, indicata sulla scheda elettorale come Lista n. 1, contrassegno “CambiAmo Francavilla”.
Qui di seguito riportiamo i risultati dell’avvincente consultazione elettorale.
Il totale dei voti validi (al netto di schede bianche o nulle) espressi domenica 11-06-2017 dagli elettori francavillesi ammonta a 1294, risultanti dalla somma di 500 voti del seggio dei votanti residenti nel centro storico del paese, e di 794 voti espressi nel seggio degli abitanti nelle contrade. La lista vincente, la suddetta n° 1 “CambiAmo Francavilla” guidata dal candidato a Sindaco, avv. Giuseppe Pizzonia, ha ottenuto complessivamente 764 voti(di cui 262 al seggio 1 e 502 voti nel seggio 2), con una percentuale pari al 59,04 % dei voti validi.
La lista n° 2 “Insieme per Francavilla”che proponeva come nuovo Sindaco il dottor Carmelo NOBILE, ora Assessore uscente, ha riportato 530 voti (238 nel seggio 1, più 292 nel seggio 2) con una percentuale del 40,96 % di tutti i voti validi.
Pertanto il vincitore, avv. Giuseppe Pizzonia, sopravanza il dottor Nobile con ben 234 voti di scarto, corrispondente ad un vantaggio percentuale superiore al 18% (59.04 – 40,96).
Qui di seguito sono indicate le preferenze riportate dai candidati a Consigliere comunale, inseriti nelle due distinte liste. Per ciascun candidato vengono indicati sia le preferenze totali, sia quelle riportate nei due seggi elettorali.

  Congratulazioni ai vincitori ed in modo particolare al nuovo Sindaco, avv. Giuseppe Pizzonia, nonché al geom. Domenico Anello, nettamente il più votato tra i Consiglieri uscenti, e al giovane dottore Michele  Caruso, che ha ottenuto il risultato più lusinghiero tra quanti si candidavano per la prima volta al Consiglio comunale.   Auguri a tutti gli eletti sia di maggioranza che di minoranza, ai veterani di precedenti consultazioni comunali (Armando Torchia, Foca A. Lazzaro, Bruno Galati, Carmelo Nobile, Antonella Bartucca, Angelo Curcio), così come agli altri due esordienti: Giuseppe Conidi e Anna Fruci, a cui rivolgiamo i complimenti e il nostro personale incoraggiamento.

Vincenzo  Davoli

CLICCA QUI VIDEO: FRANCAVILLATV YOU TUBE  

Le elezioni a Francavilla Angitola
Nobile punta a completare il lavoro iniziato
Presentati il programma  e tutti i candidati  al consiglio comunale
Gazzetta del Sud del 25 maggio 2017

Antonio Sisca
Portare a compimento il programma sul quale si è lavorato negli ultimi dieci anni guardando al futuro. E l’ambizioso traguardo annunciato dal candidato sindaco Carmelo Nobile, vicesindaco uscente, che guida la lista”Insieme per Francavilla”. Una compagine  che è in continuità con la decennale gestione Nobile-Bartucca del palazzo di piazza Solari.
Nell’incontro di presentazione dei candidati della lista svoltosi nell’aula consiliare del Comune che vede schierati quasi tutti i consiglieri uscenti (il geometra Domenico Anello in polemica con Nobile questa volta ha scelto di candidarsi con Pizzonia), coloro che sono intervenuti hanno dichiarato di volere mettere al servizio della comunità le loro competenze affinché Francavilla reciti un ruolo importante nel contesto della provincia di Vibo Valentia.
E toccato al sindaco uscente Antonella Bartucca illustrare ai presenti le attività promosse negli ultimi cinque anni e le opere realizzate che hanno riguardato il dissesto idrogeologico, la viabilità rurale, l’illuminazione pubblica, l’impiantistica sportiva, la distribuzione dell’acqua potabile nelle contrade, la promozione turistica del territorio attraverso la realizzazione di due aree attrezzate a verde pubblico nelle quali sia i giovani che gli anziani possono  trascorrere il tempo libero.  <Sappiamo perfettamente che per realizzare un paese a misura d’uomo dobbiamo ancora lavorare  - ha precisato la sindaca Bartucca —  ma è per questo che chiediamo il voto ai francavillesi’>. Il candidato a sindaco, Carmelo Nobile, ha auspicato che il dibattito elettorale sia improntato al confronto serio e dopo avere accennato polemicamente ai motivi per i quali il geometra Domenico Anello ha deciso di candidarsi nella lista guidata da Giuseppe Pizzonia, ha esposto ai presenti le linee programmatiche che la compagine “Insieme per Francavilla” intende portare avanzi in caso di vittoria. «Le parole d’ordine della nuova amministrazione comunale — ha spiegato Nobile — sono democrazia e partecipazione. Sarà nostro obiettivo dare  seguito alle proposte della cittadinanza cercando un coinvolgimento in tutti i settori della vita pubblica del nostro paese per affrontare e risolvere le problematiche dell’azione amministrativa a favore dello sviluppo socio-economico-culturale del territorio. Particolare attenzione sarà volta all’ottimizzazione dei servizi ai cittadini e alla valorizzazione del territorio».
Il candidato alla carica di sindaco ha esposto le linee guida del suo programma:
programmazione di sviluppo generale per tutta l’area urbanizzata soggetta a Por e suddivisa in ambiti; piano industriale zona Pip; piano del recupero del centro storico; tutela, conservazione e valorizzazione area archeologica; avvio della raccolta differenziata porta a porta. Nobile si è soffermato sui servizi ai cittadini: nel programma sono previsti interventi sul sistema fognario, sul potenziamento dell’impianto dell’illuminazione pubblica, sul potenziamento della rete idrica. Particolare attenzione sarà rivolta alle politiche sociali e giovanili, alla cultura e pubblica istruzione, allo sviluppo turistico e allo sport..

Antonio Sisca

--Il  dott. Carmelo Nobile  (vice Sindaco uscente)  guidera' la lista civica n.2  “Insieme per Francavilla ” ;  candidati :  Bartucca Antonella, Avvocato - Bartucca Vincenzo, Impiegato - Curcio Angelo, Libero Professionista - Curcio  Francesco, Libero Professionista - Elia  Francesco Antonio, Infermiere Professionale -  Giampà Tommaso, Dipendente - Malta Emanuele (detto Uccio), Medico - Montanari Ilaria, Studentessa Universitaria - Montauro Domenico, Ingegnere Biomedico - Serratore Giovanni, Artigiano 

PROGRAMMA AMMINISTRATIVO

(Artt. 71 e 73, comma 2° del D.Lgs.18 agosto 2000, n. 267)

 

         AI CITTADINI DEL COMUNE DI

FRANCAVILLA ANGITOLA

La lista dei candidati al Consiglio comunale e  la collegata candidatura alla carica di Sindaco, contraddistinta dal simbolo <<Cerchio contenente in basso la scritta “ INSIEME PER FRACAVILLA”, con al centro tre spighe di grano, a sinistra un fondo verde, al centro u fondo bianco e a destra un fondo rosso>>,

qui di seguito espongono il proprio programma amministrativo per il quinquennio di carica degli organi del Comune di Francavilla Angitola

In continuazione alla programmazione amministrativa avviata dieci anni fa e che con successo stiamo portando a termine ci riproponiamo a voi per avere il vostro consenso al fine di completare la precedente pianificazione e portare avanti con forte determinazione tematiche di rilancio e sviluppo del nostro paese.
La nostra lista, costituita da persone con provata esperienza amministrativa e da nuove risorse, si presenta in questa competizione elettorale con la consapevolezza di aver fatto il proprio dovere nell'esclusivo interesse della collettività, forte di un impegno che ha dato grandi soddisfazioni.
Le opere che sono state realizzate con interventi sul dissesto idrogeologico, sulla viabilità rurale, sulla distribuzione dell’acqua potabile hanno migliorato la vivibilità della popolazione intera,. I cittadini di Francavilla possono essere orgogliosi del lavoro svolto che è stato caratterizzato da un diverso modo di concepire il ruolo di amministratore pubblico.
Essere a disposizione della gente e ascoltare le loro esigenze sono stati e saranno sempre i presupposti essenziali per poter continuare a concretizzare l’azione amministrativa nell’interesse dell’intera comunità.

LINEE PROGRAMMATICHE

Le parole d’ordine della nuova Amministrazione Comunale sono “Democrazia” e “Partecipazione”. Sarà nostro obiettivo dare seguito alle proposte della cittadinanza cercando un coinvolgimento in tutti i settori della vita pubblica del nostro paese  per affrontare con l’aiuto di tutti le problematiche dell’azione amministrativa a favore dello sviluppo socio-economico e culturale del territorio. Particolare attenzione sarà volta all’ottimizzazione dei servizi ai cittadini e alla valorizzazione del territorio.
In questo senso il nostro programma amministrativo si articolerà prestando particolare attenzione alle politiche sociali, economiche, culturali, turistiche e sportive senza tralasciare le infrastrutture.

Queste le linee guida:

AMBIENTE E TERRITORIO
Dopo l’approvazione del P.S.C., indubbio successo della attuale maggioranza e frutto di lavoro costante capillare e coordinato, molte sono le prospettive e le opportunità che si aprono all’intero territorio pertanto, verranno principalmente predisposte ed attuati i seguenti punti:

  • Programmazione di sviluppo generale per tutta l’area urbanizzata soggetta a POR e suddivisa in ambiti;
  • Piano industriale zona PIP;
  • Piano di recupero del centro storico;
  • Tutela, conservazione e valorizzazione area archeologica;
  • Investimento in energia rinnovabile con la realizzazione di un impianto per il fabbisogno di ogni edificio i proprietà comunale, ottenendo un notevole guadagno economico per la collettività;
  • Implementazione della raccolta differenziata e avvio della raccolta porta a porta avendo già avviato le procedure per l’acquisto dei mezzi necessari.

Inoltre  si lavorerà per predisporre la nuova Programmazione dei POR in considerazione delle caratteristiche e delle esigenze del nostro territorio ed a tale scopo è già stato approvato il Piano di Sviluppo Comunale che ci permetterà di accedere ai fondi della Comunità Europea.
Al fine di un maggiore controllo e tutela del territorio sarà implementato un sistema di videosorveglianza per alcuni punti strategici nonché per le scuole e gli edifici più importanti.

INFRASTRUTTURE E SERVIZI AI CITTADINI

Dopo gli interventi previsti dal precedente programma e portati a termine con successo sulla viabilità nelle contrade, sul potenziamento dell’impianto di illuminazione pubblica, sul potenziamento della rete idrica, il nostro impegno sarà rivolto all’ammodernamento, dove necessario, e alla manutenzione straordinaria di tutte le strade comunali per garantire la viabilità in sicurezza in tutte le contrade del nostro vasto territorio. In particolare si procederà con il completamento dei lavori di ampliamento delle strade rurali nelle contrade e al ripristino delle vecchie strade comunali. In parallelo si procederà ancora al completamento della rete idrica e fognaria nelle zone che ne sono ancora prive. In particolare saranno completati i seguenti collettamenti fognari con la realizzazione delle condotte mancanti nelle varie realtà rurali..
Si proseguirà ad illuminare altre zone del territorio ove vi sia presenza di nuclei familiari.
 Nei locali della biblioteca comunale si continuerà il percorso di valorizzazione e miglioramento del già presente “Museo dell’Identità”

POLITICHE SOCIALI E GIOVANILI
Si continuerà sulla strada già tracciata del contenimento della spesa pubblica e della revisione delle tariffe sui servizi comunali, per attuare politiche di agevolazione per le famiglie e per i giovani che si vogliono cimentare nell’imprenditoria, nell’agricoltura e nell’artigianato. In particolare, per quanto riguarda i tributi, si continuerà il progetto di razionalizzazione della spesa pubblica già avviato positivamente dalla amministrazione attuale. Oltre alla regolamentazione sarà garantita la riscossione di tutti i tributi senza disparità di trattamento e con equità per tutti i cittadini. Si perseguirà una necessaria e indispensabile politica a sostegno delle famiglie, delle piccole imprese e delle aziende agricole e artigianali. Relativamente alle politiche di assistenza agli anziani e ai disabili si proseguirà nell’attuazione di progetti volti a dare sollievo e sostegno alle famiglie anche con l’ausilio del Servizio Civile già in funzione nel nostro territorio.

PARI OPPORTUNITA’
L’istituzione delle Pari Opportunità, avviata dalla attuale amministrazione, ha rappresentato una garanzia a tutela dei diritti della donna, intendiamo ora lavorare ad una applicazione costante delle norme che regolano la parità e ad una serie di iniziative e attività tese a far emergere e considerare le reali Pari Opportunità tra uomo e donna. Alcune iniziative sono già state svolte ma si perseguirà la strada dell’implementazione delle attività necessarie per una maggiore partecipazione delle donne alla vita pubblica, forti della consapevolezza che il senso pratico delle donne aiuterà a garantire una più oculata e mirata gestione dei vari settori.

CULTURA E PUBBLICA ISTRUZIONE

Nell’ambito delle competenze dell’Ente particolare riguardo ha la scuola dell’obbligo e pertanto si continuerà a migliorare tutti i servizi diversificati che vanno dal trasporto scolastico alla refezione, dalla manutenzione degli edifici scolastici, al riscaldamento, alla fornitura di arredi in funzione delle varie esigenze. Interventi sugli edifici scolastici sono già stati attuati ed altri per circa 600 mila euro saranno attuati con finanziamenti già concessi a costo zero per comune. Si prosegue con il confronto con le autorità scolastiche per realizzare sinergie finalizzate alla crescita sociale e culturale degli alunni. Sostegno sostanziale per iniziative quali convegni, mostre, eventi e manifestazioni culturali in genere. Particolare attenzione sarà rivolta a quelle iniziative culturali che avranno come obbiettivo il consolidamento di una globale identità francavillese che ricomprende l’intero territorio.

TURISMO E SPORT

Saranno implementate le politiche atte alla valorizzazione del territorio attraverso la riscoperta di location e monumenti storici  per inserire il nostro paese nei circuiti turistici.
Non saranno trascurate le iniziative e le tradizioni necessarie per tramandare e rivivere l’identità del nostro paese.
Oltre l’adeguamento degli impianti sportivi, già in atto, si cercherà di ampliare la promozione e lo sviluppo di iniziative rivolte alla diffusione della cultura sportiva come pratica e attività non solo sportiva ma anche di socializzazione tra i giovani anche in virtù del fatto dei giovani che candidandosi hanno accettato la sfida elettorale.
Concessione di patrocinio e piccoli contributi, come incentivo, in base alle disponibilità di bilancio, da usufruire per lo svolgimento di manifestazioni e attività sportive sul territorio e a livello provinciale.

Conclusioni

La realizzazione di un programma politico richiede impegno e lavoro costante da parte di tutti gli amministratori, ma è necessario chiedere la fiducia e la collaborazione di tutti i francavillesi.
Siamo conviti di aver dimostrato in questi anni serietà e trasparenza nell’amministrare la cosa pubblica e forti di questa convinzione chiediamo la vostra fiducia anche sul nuovo programma, che perseguirà la strada già tracciata, che vi stiamo presentando consapevoli che saprete dare concretezza alle nostra idea di azione amministrativa. Sapremo svolgere il nostro ruolo forti del vostro consenso nel rispetto delle regole democratiche sancite dal nostro ordinamento politico.
Il fine ultimo della nostra azione è comunque quello di migliorare la qualità della vita nel nostro bel paese, per dare certezze ai nostri giovani e tranquillità ai nostri anziani e ai cittadini tutti.

Francavilla Angitola li, 08 maggio 2017

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ARTICOLO DELLA GAZZETTA DEL SUD 20 MAGGIO 2017 DI ANTONIO SISCA

 L’ avv. Giuseppe Pizzonia  guida  la lista civica n.1   "CambiAmo-Francavilla”,   candidati:  Anello Domenico, Geometra - Caruso  Michele, Dott. in Economia e Gestione Imprese - Conidi Giuseppe Dipendente - Fruci Anna, Addetta ai Servizi all’Impresa - Galati Bruno, Eletricista - Giampà Rosario, Artigiano - Iannò Pasquale, Impiegato e laureando in Economia aziendale - Lazzaro Foca Antonio, Ingegnere - Serratore Davide diplomato -Torchia Armando, Insegnante .

FRANCAVILLA ANGITOLA - AMMINISTRATIVE 2017

Le mie proposte di amministrare Francavilla nascono dall’idea, ma anche dalla necessità, di costruire e di vivere una Comunità dove i servizi, ma oserei dire i diritti principali, fondamentali ed essenziali, che allo stato sembrano lungi da noi, tornino ad essere fruibili da tutti.
In questo momento storico, che Francavilla sembra essere abbandonata a se stessa e quasi travolta dai fenomeni socio-culturali ed economici esterni senza avere un ruolo attivo e dinamico, ritengo che ci debba essere il dovere da parte di chi amministra di reagire, di utilizzare tutte le forze ed intraprendere un cammino di crescita, di sviluppo e, al contempo, di decoro riempiendo di entusiasmo e di orgoglio ogni francavillese.
A mio modo di vedere, bisogna creare e consolidare rapporti di collaborazione con i Comuni vicini al fine di raggiungere un migliore “sfruttamento” del territorio, un miglioramento dei servizi con abbattimento dei costi e creare i presupposti di crescita e di sviluppo agricolo, turistico e di conseguenza economico. Il nostro Comune, dunque, dovrà avere più che una semplice parte attiva in un intero comprensorio; oserei dire, dovrà avere un ruolo fondamentale, concertativo e sinergico indispensabile per creare una nuova prospettiva di sviluppo che guardi all’intero “bacino angitolano” e ai giovani volenterosi di restare nella nostra terra dando il proprio contributo.
Gli elementi e i presupposti affinché tutto ciò possa concretizzarzi ritengo che ci siano tutti, ma bisogna assolutamente utilizzarli al meglio:

  1. l’ottima posizione geografica del nostro Comune: quasi bagnato dalle acque del Mediterraneo e al centro del cosiddetto “istmo di Catanzaro”;
  2. le bellezze ambientali e naturalistiche da “trasformare” in risorse economiche e sociali;
  3. le bellezze storiche e architettoniche per attrarre turisti;
  4. l’utilizzo delle risorse umane costituite da tutti quei giovani preparati, dotati di conoscenze e professionalità utili a questo territorio e che devono essere sostenuti dalle istituzioni per partecipare attivamente alla vita e alle prospettive di crescita e di sviluppo.

Per realizzare il modello di crescita che propongo bisogna coniugare da un lato la capacità di compiere scelte importanti per la valorizzazione e lo sviluppo del patrimonio esistente, dall’altro una politica mirata alla costituzione di nuove opportunità in termini di lavoro e di investimenti, attraverso il potenziamento e la creazione di servizi di qualità, affinché chi decidedi vivere e operare sul nostro territorio non sia sfiduciato dalle difficoltà contingenti.
Con stima ed affetto
                                      Giuseppe Pizzonia

PROGRAMMA AMMINISTRATIVO
(art, 71 e 73, comma 2° del D. L.Lgs 18 agosto 2000 n. 267)

AI CITTADINI FRANCAVILLESI
La lista dei candidati al Consiglio Comunale e la collegata candidatura alla carica di Sindaco, contraddistinta dal simbolo <<Doppio cerchio blu e rosso con all’interno la figura della stretta di mano con la scritta CambiAMO Francavilla in alto e la scritta PIZZONIA Sindaco in bassosu sfondo bianco>>, qui di seguito propongono il proprio programma amministrativo per il quinquennio di carica degli organi del Comune.

AMBIENTE

  • Realizzazione totale del servizio di RACCOLTA DIFFERENZIATAcon :
  •  rimozione di tutti i cassonetti;
  • appalto del servizio di raccolta per un anno a ditta esterna  attrezzata per avere il tempo necessario per organizzare un servizio ottimale  con le proprie risorse ed propri mezzi e per dare la possibilità della costituzione di qualche cooperativa locale di giovani lavoratori;
  • convenzione con il paese vicino per il deposito dei rifiuti differenziati nell’isola ecologica esistente senza ulteriore spese per il comune.
  • Realizzazione e riqualificare dell’attuale area di stoccaggio (ex Mattatoio) in ISOLA ECOLOGICA previa richiesta di finanziamento per in fase di pubblicazione da parte della Regione Calabria.
  • Obbiettivo della differenziata oltre a salvaguardare l’ambiente sarà quello di puntare nel giro di un anno ad abbassare la spesa corrente ai cittadini ed incentivarli alla differenzazione dei prodotti con sconti sulle bollette o regali a fine anno.
  • Incentivo da parte del comune per la sostenibilità alle famiglie per la rimozione di coperture in ETERNIT (Amianto) con un piccolo investimento da parte del comune per la redazione tecnica di piano di lavoro e monitoraggio delle coperture in ETERNIT con suddivisione e classificazione del territorio in 5-6 macro aree con conseguente diminuzione di circa il 40% della spesa che il cittadino dovrebbe affrontare.

URBANISTICA

  • Programmazione di sviluppo del territorio con redazione dei  (POT)PIANO OPERATIVO TEMPORALE, strumento urbanistico che individua e disciplina gli interventi di tutela e valorizzazione, di organizzazione e trasformazione del territorio da realizzare nell'arco temporale di cinque anni.

Si tratta d’individuare una zona nelle vicinanze del centro abitato da far sviluppare in modo da creare un prolungamento urbanistico del nucleo centrale con i relativi servizi. In sostanza consiste nel programmare con un novo piano regolatore relativo a quella zona dove prima della scelta si andra’ a preparare un avviso dove tutti i cittadine potranno fare richiesta ed osservazioni.

  • Sviluppo e realizzazione dell’area artigianale presente nel PSC ed ubicata in località Angitola a pochi metri dallo svincolo autostradaleAMBITI PER PIANI DI INSEDIAMENTI PRODUTTIVI (PIP)In tali Ambiti soggetti ad approvazione dei Piani Attuativi Unitari e Piani di Lottizzazione di iniziativa comunale, sono ammesse le destinazioni d’uso principali individuate nel PSC:   Insediamenti produttivi, Artigianato produttivo, Commerciale e Direzionale. In particolare modo: artigianato ed industria di produzione di beni e servizi vari, aree carburanti, artigianato di servizio manutenzione con ricovero e riparazione di veicoli, commercio all’ingrosso e dettaglio, commercio al dettaglio di carburanti, centri commerciali, pubblici servizi di vendita e consumo di alimenti, magazzini per raccolta, stoccaggio  conservazione e movimentazione merci, servizi logistici, depositi,  attività di vendita nei settori agro-industriali, attività direzionali con funzioni di rappresentanza, di direzione, di amministrazione, pubbliche e private. Sono inoltre ammesse le seguenti destinazioni accessorie:  autorimesse private;  locali di deposito e di sgombero purché realizzati all’interno dell’edificio.

Questo tipo di intervento potrà essere oggetto di accordo di programma con i comuni vicini, al fine di sviluppare l’intera zona e poter accedere ai finanziamenti del settore che saranno di più facile realizzazione se coinvolgono una vasta area del territorio.

  • Redazione del PIANO DI RECUPERO DEL CENTRO STORICO (P.R.C.S.) si inquadra nell'ambito del Piano Strutturale vigente, che individua e delimita il centro storico subordinando gli interventi sugli edifici in esso esistenti alla preventiva formazione e vigenza di un piano esecutivo per il recupero del patrimonio edilizio. Il  P.R.C.S. deve:

- favorire il recupero edilizio e la riqualificazione urbanistica del patrimonio architettonico esistente;
- favorire l'adeguamento della dotazione di servizi per la popolazione;
- consentire l'utilizzo a fini commerciali dei locali a piano terra;
- salvaguardare l'integrità dell'aspetto estetico-formale dell'ambiente urbano esistente. Per esplicare appieno la sua efficacia, il presente P.R.C.S. deve inoltre essere inquadrato in un programma più generale dell'Amministrazione Comunale, indirizzato al coordinamento globale dell'azione pubblica, anche in campi non prettamente urbanistici, che preveda:
- l'intervento pubblico per l'acquisizione ed il recupero di quote del patrimonio edilizio sottoutilizzato;
- l'intervento pubblico per l'adeguamento delle reti di urbanizzazione, del sistema degli spazi pubblici e dell'arredo urbano;
- le ipotesi di integrazione della politica di recupero edilizio con un più complessivo progetto di valorizzazione del centro storico, in rapporto programmatico con gli altri soggetti interessati.
Una delle principali azioni per il recuperare e far rivivere il centro storico è dare la possibilità ai cittadini o ad associazioni a cooperative o imprese che voglio investire sul territorio di usufruire di sgravi fiscali comunali per almeno 5 anni.
INTERVENTI DI RIQUALIFICAZIONE URBANA E SERVIZI

  • Ristrutturazione e riqualificazione del CIMITERO con utilizzo di fondi pubblici ad esso destinati per la ristrutturazione dei locali interni quali chiesetta e sala mortuaria e riqualificazione delle are interne ed esterne con realizzazione dei viali interni (pavimentazione in cls stampato) e delle are esterna con abbellimento e ripristino delle pareti perimetrali. Tra le opere interne la realizzazione lei loculi comunali con partecipazione del comune o a costo zero tramite investimento di aziende locali. Per quanto riguarda l’eventuale ampliamento si può realizzare direttamente con investimenti privati rimanendo sempre il comune proprietario di tutto. Sempre in tema di cimitero bisogna fare qualche modifica al regolamento inserendo la possibilità di realizzare le coperture sui loculi con adeguata regimentazione delle acque piovane. 
  • Intervento sul SISTEMA IDRICO con :

investimento sul risparmio energetico visto l’eccessivo costo di gestione dell’energia elettrica necessaria per il funzionamento della risorsa idrica, quali rifasamenti, rimodulazione dei quadri, sistemi di autocontrollo e gestione delle pressioni e realizzazione di vasche di accumulo per le zone basse. Tali investimenti possono essere realizzati con la spesa corrente delle  risorsa idrica ed inseriti all’interno di un piano di ammortamento programmato di uno o due anni.
Interventi o rifacimento delle condotte idriche per garantire un ottimale distribuzione su tutto il territorio dell’acqua ed evitare carenze soprattutto nei periodo estivi. 

  • Intervento sul SISTEMA DI PUBBLICA ILLUMINAZIONE con :

Realizzazione di un piano di gestione esterna con affidamento ad aziende che vogliono investire sul risparmio energetico e che quindi andranno a sostituire e rimodernizzare tutti gli impianti con sostituzione di tutte le lampade a LED e potendo così col risparmio programmare l’ampliamento e la nuova realizzazione di impianti nel zone sprovviste, il tutto senza aggiunta di costi ulteriori per il comune.

  • Manutenzione del VERDE PUBBLICO e degli IMPIANTI SPORTIVI

Affidamento a cooperative locali degli impianti sportivi con convenzione in forma gratuita dietro impegno del mantenimento del verde pubblico locale e quindi a costo zero per il comune.

  • Intervento sul SISTEMA FOGNARIO con :

realizzazione della rete fognaria nelle zone sprovviste cercando di programmare per quello che possibile la fattibilità con risorse comunali e con accesso a finanziamenti regionali avendo nel nostro territorio un depuratore consortile da mettere in funzione.

  • Interventi sul SISTEMA STRADALE con:

realizzazione di nuove arterie comunali per valorizzare i fondi agricoli e permettere un agile spostamento dalle Contrade verso il Centro, nonché rifacimento dei punti critici delle strade già esistenti.

TURISMO E SVILUPPO DEL TERRITORIO
Pensare che il Comune in cui viviamo sia un paesino piccolo e dove non si può creare niente è ormai un pensiero di tutti i cittadini . Il paese è ormai dimenticato, eppure possiede un potenziale paesaggistico che non nulla ha da invidiare a tante altre piccole comunità turistiche molto conosciute.                                       
Il turismo, in primis, deve essere un volano di traino per incentivare la creazione di piccole cooperative e  posti di lavoro. Per far ciò dobbiamo far nascere domanda da parte di turisti .
Alcuni dei punti semplici da realizzare ma di grande impatto verso la comunità proposte che andranno a valorizzare il territorio a costo zero per il comune:

  • WEB CAM   - installazione di una Web Cam paesaggistica Live , posizionata nei Ruderi Pendino da postare sul sito ufficiale del comune ,per dare la possibilità di visualizzare da remoto tramite qualsiasi dispositivo in tempo reale tutta la parte storica dei Ruderi . La realizzazione può essere fatta a costo zero per il Comune, grazie alla partecipazione di aziende presenti sul territorio , che avranno così occasione di pubblicizzarsi.
  • Filmato di presentazione Francavilla e d’intorni  - Grazie all’ausilio delle nuove tecnologie, l’idea di creare un filmato sintetico con un Drone sui posti più belli del territorio (ruderi , chiesa San Foca , Francavilla Vecchia , Convento , grotte di San Anna, Museo),di valenza storico e culturale , ma anche delle attività locali artigiani e industriali presti .
  • Creazione di itinerario turistico del nostro territorio, per valorizzare e mettere a risalto le bellezze dei luoghi. Collaborazione con comuni limitrofi per creare un percorso congiunto  di visite guidate, locali per sosta, ristoro e shopping  e visita delle aziende di gastronomia tipica e produzione locale   (caseificio, cantine, oleifici e aziende agricole). Itinerario da promuovere con Tour Operator e villaggi locali.
  • Istituzione della PRO LOCO con l’obiettivo di sensibilizzare i giovani alla vita pubblica e contestualmente organizzare iniziative socio-culturali-artistiche coinvolgendo i cittadini.
  • Valorizzazione e sostegno delle ASSOCIAZIONI CULTURALI LOCALI di fondamentale importanza per le numerose iniziative che possono intraprendere e contribuire alla valorizzazione del territorio.
  • Promozione di COOPERATIVE  al fine di integrare giovani e disoccupati sul territorio comunale attraverso l’espletamento di attività di vario genere e utili alla crescita e sviluppo del paese.
  • Istituzione di un sistema di informazione gratuita alla cittadinanza attraverso l’utilizzo di una centrale telefonica programmata con sistema GSM che possa avvisare i cittadini sulle notizie, disagi, festività ecc.

SICUREZZA DEL TERRITORIO

  • Costituzione della PROTEZIONE CIVILE comunale con accreditamento presso la regione e con il coinvolgimento di tutte le figure ed aziende presenti sul territorio.
  • Realizzazione di impianti di VIDEO SORVEGLIANZA delle are comunali (in primis area scolastica) al fine di garantire un servizio di sicurezza a tutti i cittadini. Investimento realizzabile con sponsorizzazioni delle attività locali e quindi a costo zero per i comune.

SANITA’

  • Apertura di uno sportello convenzionato con il sistema sanitario locale per i prelievi ed analisi del sangue. Il tutto con convenzione a costo zero per il comune avvalendosi di strutture convenzionate già disponibili ad investire su tale servizio.
  • Istituzione del servizio 118 Territoriale

AGRICOLTURA

  • Incentivi per creazione di filiere per la valorizzazione dei prodotti tipici locali attraverso associazioni e cooperative.
  • Organizzazione, con l’ausilio della Regione Calabria e degli Ambienti Territoriali di Caccia, di attività di monitoraggio e abbattimento della fauna selvatica dannosa (cinghiali) alle produzioni agricole.

Francavilla Angitola li 13/05/2017                                         
                                                                                                           Giuseppe Pizzonia

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L’ARCHIMANDRITA  ORTODOSSO  LUKIAN  MARCUS  IN  VISITA  A FRANCAVILLA ANGITOLA

Nel pomeriggio di sabato 13 maggio 2017 è venuto in visita a Francavilla Angitola un monaco della Chiesa cristiana ortodossa di Ucraina, il Rev.mo Archimandrita Lukian MARCUS. I fedeli ortodossi ed altri suoi amici affettuosamente lo chiamano con l’appellativo Bàtushka Lukian, che nella lingua italiana si traduce Padre Luciano; il prelato ha l’età di 44 anni e proviene da Kiev, capitale dell’ ’Ucraina;
 il suo cognome “Marcus” in verità non appartiene alla gente in ucraina, ma gli è stato trasmesso da antenati abitanti nella Serbia e poi trasferiti in Ucraina. Bàtushka Lukian è venuto a Francavilla accompagnato dal suo compatriota Yuri Kuku, nostro caro amico ed artista (pittore e scultore) ben conosciuto ed affermato in Calabria, soprattutto per le sue opere di carattere religioso dedicate in particolare a San Francesco da Paola e a Mamma Natuzza Evolo. Padre Lukian ha maturato la sua vocazione religiosa dopo essere stato coinvolto in gioventù in un gravissimo incidente stradale, rischiando addirittura di morire. Dopo una lunga convalescenza il giovane ucraino volle abbracciare la vita religiosa; studiò in seminario e nell’Accademia, cioe’ nell’istituto dove  si formano i religiosi ortodossi, e così divenne monaco  sacerdote.
 Col passare del tempo è stato nominato Archimandrita, equivalente al titolo di superiore/priore di monastero.
 Da alcuni mesi l’Archimandrita Lukian si trova  in Calabria,  in particolare a Seminare (RC), dove nel i 2005 è stato aperto un nuovo monastero  ortodosso intitolato a sant’Elia il Giovane (da Enna) e a san Filarete l’Ortolano. Secondo il desiderio, del Metropolita ortodosso Gennadio, al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, in prossimità del monastero dei SS. Elia e Filarete deve essere eretto un altro edificio, in cui allocare nuove celle, una sala per riunioni e convegni, e una cappella. Appunto per controllare i lavori di costruzione e per raccogliere fondi tra i fedeli ortodossi al fine di completare il nuovo edificio, da Kiev è stato inviato a Seminara  l’Archimandrita L. Marcus accompagnato dal giovane   universitario Bogdan Vozrud, studente di Scienze Politiche.

Francavilla Angitola vanta due importanti legami con la Chiesa cristiana di rito greco-bizantino: 1) il Patrono San Foca, assai venerato dai cristiani orientali; 2) il Calvario di Pendino, eretto con 5 Croci secondo  l’antico stile greco-bizantino. Per  quest’ultima ragione  la  visita di Lukian Marcus e Bogdan Vozrud a Francavilla ha avuto inizio dal Calvario greco di Pendino. I due visitatori ucraini, accompagnati dal connazionale Yuri Kuku nel ruolo di interprete, dall’Ing. Vincenzo Davoli  in qualità di guida storico-culturale, e da Giuseppe Pungitore, che ha registrato con foto e filmati le varie fasi della visita, hanno ammirato  ed  apprezzato  l’antico  Calvario e  tutta la zona archeologica dei “Ruderi”  di Pendino.

Padre Lukian, che indossava una lunga veste monacale di colore ecru e portava sul petto la tipica croce russa con la classica icona di Gesù crocifisso, si è premurato di spiegarne i tratti caratteristici: sopra la testa di Gesù c’è la scritta con le lettere in cirillico I.N.Z.I, iniziali di Iesus  Nazarenus Zar (ossia Re) Iud.
 corrispondente alla sigla I.N.R.I. usata dalla Chiesa di rito latino, che significa Gesù Nazzareno Re dei Giudei; su ciascuno dei due piedi di Gesù è confitto un chiodo, e i piedi di Cristo poggiano su una traversa inclinata, per cui il tratto che va verso l’alto è rivolto al buon  ladrone, mentre quello che al scende buon è rivolto  al ladrone malvagio. Terminata la visita e passeggiata nella zona archeologica, i tre visitatori ucraini (l’Archimandrita,  Bogdan  e  Yuri)  seguendo il cosiglio degli accompagnatori si sono recati da  Padre  Tarcisio Rondinelli, che nei tanti anni (più di 50) trascorsi in Medio Oriente (Terra Santa, Siria, Giordania, Libano, Egitto) ha avuto modo di incontrare e conoscere tanti religiosi orientali, sia della Chiesa ortodossa sia dei Patriarcati uniti alla Chiesa cattolica romana. Padre Tarcisio li ha ricevuti con francescana amabilità, e con l’aiuto di Yuri Kuku, nel doppio ruolo di artista ed interprete, ha mostrato   e descritto i vari ambienti della sua casa mirabilmente  restaurata e adornata con opere d’arte e di pregevole artigianato, tutte realizzate dallo stesso Padre Tarcisio (affreschi, opere in vetro, pirografie su legno). A ricordo del piacevole incontro Padre Rondinelli ha donato ai visitatori ucraini copie dei suoi libri e alcuni graziosi oggetti artigianali (collane, orecchini e braccialetti da lui realizzati utilizzando materiali poveri e semplici come le bacche di cycas o le cosiddette, “lacrime della Madonna” frutti a gruppi di palline bianche come perle che spuntano da un arbusto di Caprifogliacee).

A conclusione  della  visita  a  Francavilla  l’Archimandrita  Lukian  ha salutato il  Parroco Don Giovanni Battista Tozzo, con il quale si è intrattenuto a parlare specialmente delle icone mariane, come la Madonna della Tenerezza o la Madonna di Vladimir, opere molto apprezzate dal nostro Parroco, che in passato ne ha realizzato alcune pregevoli riproduzioni. Prima di lasciare Francavilla i tre ospiti ucraini hanno visitato il Museo dell’Identità ospitato in alcune  sale dell’antico  Palazzo  Mannacio.
Alla  fine della  visita, sul registro dei visitatori gli ospiti ucraini hanno scritto qualche loro impressione  sulla visita al Museo ed apposto le loro firme, adoperando ovviamente i pittoreschi caratteri cirillici della loro lingua.

Articolo di Vincenzo Davoli

Foto e filmati di Giuseppe Pungitore

 

 

IL QUOTIDIANO DEL SUD DEL 17 MAGGIO 2017 DI DARIO CONIDI

 

GAZZETTA DEL SUD DEL 22-5-2017

 

Carmelo  Nobile  e Giuseppe Pizzonia  candidati a sindaco di Francavilla Angitola, domenica  11 giugno  2017 -  Finalmente, dopo una ridda di indiscrezioni contrastanti, sono state ufficialmente depositate in Comune le due liste di candidati a Sindaco e Consigliere comunale di Francavilla Angitola. A conferma delle previsioni i  candidati a Sindaco, rispettivamente, il dott. Carmelo Nobile e l’avv. Giuseppe  Pizzonia.  Il  dott. Carmelo Nobile  (vice Sindaco uscente)  guidera' la lista civica “Insieme per Francavilla” ;  candidati : Avv. Bartucca Antonella, Bartucca Vincenzo, Curcio Angelo, Curcio  Francesco, Elia  Francesco Antonio, Giampà Tommaso, Malta Emanuele (detto Uccio), Montanari Ilaria, Montauro Domenico e Serratore Giovanni.  L’ avv. Giuseppe Pizzonia guida  la lista civica "CambiAmo-Francavilla”,  candidati:  Anello Domenico, Caruso  Michele, Conidi Giuseppe, Fruci Anna, Galati Bruno, Giampà Rosario, Iannò Pasquale, Lazzaro Foca,  Antonio, Serratore Davide e  Torchia Armando,

 

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INAUGURAZIONE DEL PRIMO PANNELLO "INNO ALLA GIOIA"

Cerimonia di inaugurazione dell'installazione del primo pannello in acciaio Corten retroilluminato raffigurante l'lnno alla Gioia e realizzato dalla Palermo Ferro Battuto. Il progetto che nasce dalla collaborazione con l'Associazione Melody, l'IPSIA di Filadelfia e patrocinata dall'amministrazione comunale, prevede la realizzazione di nove pannelli che saranno installati all'inizio del paese subito dopo la fontana " da Ficarazza" e difronte alla passeggiata panoramica. A progetto completato le note sui pannelli si illumineranno a ritmo di musica. Questa opera di arredo urbano è in perfetta sintonia con la scelta di definire Filadelfia la Città Europea della Musica e può rappresentare anche una importante attrazione per incrementare i flussi di visitatori verso la cittadina.

 

THE JUNGLE THBE DA VIBO VOLA IN CONCERTO A LONDRA
Febbraio  2017

DOPO un decennio di carriera e Incisioni la rock band  vibonese The Jumgle Tribe realizza un sogno. Infatti il gruppo musicale composta da Antonio Fiumara (chitarra e voce), GiovanniRiga al basso e Alfonso Manfrida alla batteria si è esibito  a Londra presso il locale Alleycat, vicino allo storico quartiere Covent Garden. nel quale risiede prestigioso teatro Royal Opera House. Un esordio importante visto che in questo club londinese band prestigiosissime come i Rolling Stanes ed i Black Sabbath hanno registrato alcuni dei loro brani storici il concerto londinese è stata  la prima uscita ufficiale The Jumgle Tribe per  il 2017 . In quest’ occasione  la Rock band  calabrese ah  presentato  il nuovo album “Parental Advisory”, che il  frontman Antonio Fiumara  descrive come “un omaggio ai quarant’anni di storia della musica punk”. E chiaramente non c’è miglior occasione che omaggiare il punk rock nella patria delle storiche band Sex Pistols e Clash. I The Jungle Tnibe  proseguono così il loro percorso musicale che fonde diversi sottogeneri: grunge, indie e rock’n’roll.

 

“Kalabria tv”,

Nuova realtà per coinvolgere i calabresi nel mondo attraverso i media, (siamo orgogliosi di  collaborare anche noi  come sito web  www.francavillaangitola.com,)  affinché si sentano meno lontani dalla terra natia. È questo il nuovo progetto editoriale “Kalabria tv”, un nuovo ponte di collegamento con le varie comunità calabresi sparse nel mondo. Kalabria tv sarà una web tv che si occuperà di tutto il mondo Calabria e avrà il compito di documentare al mondo quanto di buono c’è in questa terra. Questo progetto è stato realizzato insieme all’imprenditore Giampiero Mele, che ha fornito un prezioso contributo iniziale. A lui si sono aggiunti altri amici che ruotano su Roma. I canali web tv saranno due, di cui uno interamente riservato ai calabresi nel Lazio e uno per Calabria e resto del mondo, in attesa da poterlo ampliare in futuro con l’aggiunta di altri. Oltre alla web tv abbiamo a disposizione un sito sul quale pubblicare, video, foto e notizie. Ci occuperemo dei nostri paesi, di storia, tradizione, personaggi, prodotti tipici e notizie provenienti dalle comunità. Racconteremo storie di emigrazione, avvenimenti che si svolgono all’interno delle comunità sparse per il mondo. Ci occuperemo anche di politica, relazioni internazionali e proporremo ai visitatori informazioni utili per conoscere appieno i diritti acquisiti attraverso le proposte di legge da parte dei deputati eletti all’estero. Porteremo nel mondo la Calabria sana, quella che in molti non hanno mai visto o sentito parlare. L’invito è rivolto a tutti i calabresi sparsi nel mondo, che potranno seguirci attraverso il sito web www.kalabriatv.it e tramite la pagina Facebook“Kalabriatv”. Sarà possibile comunicare con noi attraverso la mail info@kalabriatv.it . A tenervi informati ci saranno esperti e competenti che vivono quotidianamente a contatto con le varie realtà. Una squadra che vuole fare emergere nel mondo i veri valori calabresi. Seguiteci nel nostro viaggio alla scoperta delle storie e di una terra mitica baciata dagli Dei.
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Da Francavilla Angitola a Roma.
Breve racconto dell'avventurosa vita di un ragazzo del Sud.

 

Questa storia parla delle piccole grandi avventure della mia vita, la vita di un ragazzo calabrese partito, con la classica valigia di cartone, per il promettente Nord alla ricerca del suo futuro.

 

Ultimo di sette figli, mi chiamo Vincenzo Attisani e sono nato a Francavilla Angitola, in provincia di Vibo Valentia, il 16 maggio del 1946 da Francesco Attisani e Vittoria Limardi.

I miei 6 fratelli, ritratti simpaticamente nel poster riportato qui a fianco con il titolo cinematografico “I MAGNIFICI SETTE”  erano figli di mio padre, che all’anagrafe era registrato col nome di Foca Francesco Attisani, e della sua prima moglie, Angela Servello. In ordine cronologico secondo  l’anno di nascita portavano i seguenti nomi:
- Antonio (1902-1978)
- Giuseppe (1904-1987)
- Umberto (1910-2004)
- Angelo (1912-1959)
- Maria Teresa (1915-2013)
- Luigi Alfredo (1918-2009).

Di umili origini, posso annoverare però un importante lignaggio; la mia famiglia discende da Vespasiano Attisani, Barone di Rocca Angitola e sposo della Marchesa Domenica Solari dell’illustre casato che ha fondato Francavilla Angitola.

A Francavilla ho trascorso la mia infanzia nella spensieratezza, nella semplicità delle scorrazzate nei campi e nei vicoli del paese e delle fughe per un bagno al mare.

Rimasto orfano di padre a sei anni, a 12 anni sono partito per Roma dove mio fratello Umberto e la sua famiglia mi hanno accolto e guidato con amore.
Nella capitale ho studiato dai salesiani presso il "Borgo ragazzi Don Bosco" in via Prenestina. Un luogo di accoglienza e di formazione che mi ha formato come tornitore e come disegnatore meccanico.
In quegli stessi anni ho anche imparato a suonare la tromba e sono entrato a far parte del complesso bandistico della Città del Vaticano. Questa bella esperienza mi ha permesso di avere l'onore di suonare per due grandi Papi: Giovanni XXIII e Paolo VI.
Da trombettista ho suonato per molti anni al Quirinale durante i turni di vigilanza affidati alla Polizia che cadevano almeno 2 volte al mese.

Uscito dal collegio, ho avuto una breve avventura calcistica in serie regionale prima di arruolarmi come poliziotto. È nel 1965 che ha inizio, con il servizio militare, la mia lunga carriera in Polizia.
Il primo incarico, nel 1966, l'ho svolto al reparto celere di Roma, in via del Castro Pretorio.
Quelli erano gli anni delle grandi rivolte studentesche, il celebre Sessantotto, e io da agente di Polizia mi trovai coinvolto in scontri con i giovani attivisti politici.
Ricordo, in particolare, la sommossa di Valle Giulia presso la facoltà di architettura. Nei tafferugli mi scontrai anche con alcuni giovani universitari di Francavilla, miei compagni di scuola e di infanzia. Ricordo tra questi il medico Vincenzo Romeo Carchedi e l'arcchitetto Roberto Fiumara. Noi giovani con le stesse origini ci trovammo a difendere ragioni e rivendicazioni diverse, uno contro l'altro!
Nel 1966 partecipai ai soccorsi degli alluvionati di Firenze. Rimasi nel capoluogo toscano circa un mese e in quel periodo per la prima volta mangiai il pane sciapo. Una novità assoluta e molto strana per un calabrese come me.
Nel 1969 fui trasferito per 12 mesi a Nettuno per il corso di vice brigadiere. Il momento più difficile di quell’anno fu quando io e i miei colleghi della Polizia dovemmo intervenire a sedare la cosiddetta"rivolta delle arance" di Fondi. Le popolazioni agricole dell'agro pontino rivendicavano dalla classe politica una maggiore tutela dell'attività agricola contro la sua eccessiva meccanizzazione.
In quegli anni le rivendicazioni dei lavoratori dilagavano in tutta Italia. Ricordo la rivolta di Caserta nella quale partecipai a sedare e a placare gli eccessi di ribellione della popolazione insorta.
Un momento memorabile di quel periodo fu la strage, quasi colpo di Stato, di Piazza Fontana a Milano, dove mi capitò di dover scontrarmi contro i miei stessi colleghi. Eravamo 700 allievi sottufficiali. Alla fine delle turbolenze ricevetti, dall'allora capo della Polizia Vicari, un encomio quale "eroe della Repubblica italiana". Egli ci definiva "i 700 della salvezza della Patria".
Alla fine del corso da allievo sottufficiale, all'età di 21 anni, fui trasferito alla scuola di Polizia di Alessandria. Ad Alessandria ricoprii il ruolo di istruttore e lavorai a diversi soccorsi di ordine pubblico in diverse città piemontesi e lombarde, tra cui Milano e Torino. Come comandante di plotone svolgevo le mansioni di istruttore di nuoto per il salvataggio, di scuola guida e di poligono di tiro.
Dopo l'esperienza piemontese tornai a Roma. Nel 1973 fui trasferito presso la questura di Roma, al commissariato di Porta del Popolo, dove fui assegnato alla sezione giudiziaria con il ruolo di comandante di squadra di Polizia giudiziaria esterna. Al comando di oltre 10 giovani, coordinavo indagini per la prevenzione e la repressione di reati di diversa natura.

Per la qualità del mio lavoro, nel corso del mio incarico ho ricevuto diversi encomi, lodi e premi dai vari questori che si sono succeduti.
Tra i principali, ricordo, con particolare orgoglio, la Medaglia di bronzo al merito civile ottenuta il 30 settembre del 1978 a Roma per aver tutelato l'incolumità di alcuni cittadini - allontanandoli e organizzando il traffico-  durante lo scoppio di una bomba posta davanti alla sede di un partito politico. In quell'occasione, salvando la vita di ignari cittadini, riportai lievi ferite. Quella medaglia mi venne consegnata in pompa magna durante una festa per la Polizia nel 1980, su proposta del Ministro dell'interno Francesco Cossiga, dall'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini. Questa è la ragione per la quale ho chiamato il mio secondo figlio Sandro!
Per il mio fiuto e la mia capacità di essere quasi sempre al posto giusto nel momento giusto, mi ero guadagnato da parte dei miei colleghi agenti il nomignolo di Petrosino, detto Pedro!
Come Pedro ho condotto molte indagini di natura politica, come quella sul NAP - Nucleo Armato Proletario - e sulle famigerate bande criminali capitoline quali la Banda della Magliana e la banda delle tre B, guidata da Renè il marsigliese.

Degli anni della mia gioventù, mi piace ricordare accanto alle imprese in Polizia, le piccole avventure legate ai miei rientri estivi in Calabria.
Durante uno di questi, se non ricordo male nel 1973, mentre mi trovavo al mare nella località Colamaio, una spiaggia di Pizzo, misi in salvo un giovane che stava affogando. Un po' incurante del pericolo, mi tuffai nel mare in tempesta, probabilmente forza sette, salvando un ragazzo di 16 anni. Lo portai a riva, lo consegnai al mio amico e attuale medico condotto di Francavilla, Vincenzo Romeo Carchedi, che dopo vari sforzi riuscì a salvarlo. Il malcapitato, quasi annegato, casualmente aveva il mio stesso nome!
Quell'estate fu l'anno dei salvataggi! Pochi giorni dopo, infatti, mentre facevo il bagno al Torrazzo, spiaggia frequentata principalmente da Filadelfiesi, ho salvato, insieme a mio nipote, una giovane di Filadelfia di cui non ricordo il nome.

Tornando alla mia carriera in Polizia, voglio ricordare un altro importante riconoscimento: nel maggio del 1995 ho ricevuto, in qualità di ispettore capo, la Medaglia di bronzo per merito di servizio.

Dopo tante soddisfazioni e dopo aver svolto con grande senso del dovere il mio servizio in Polizia, il 1 gennaio del 1996 a malincuore consegnai armi, manette e stelle da sceriffo. Decisi di dedicarmi ai miei figli e di cercare un lavoro che mi permettesse di farlo più agevolmente.
Andai a lavorare privatamente per una famiglia importante romana, per la quale tuttora lavoro.

Vorrei accennare solo brevemente ad un altro grande successo della mia vita: la famiglia che ho costruito con la ragazza che per me, e per molti altri miei concittadini, era la più dolce e bella di Francavilla.

Il 4 agosto del 1976 ho sposato Maria Ciliberti (figlia di Domenico e di Giuseppina Carchedi) che mi ha dato due bellissimi figli: Stefano, ora ingegnere presso l'ACEA di Roma, e Sandro, funzionario presso la Romana Diesel di Roma.
   Sono Nonno di due belle bambine, figlie di Sandro, e di un simpatico maschietto, figlio di Stefano.

 

Vivo ormai a Roma da sempre, ma ogni anno Francavilla mi richiama immancabilmente per la festa di San Foca.
Il mio cuore e i miei pensieri sono sempre rivolti ai parenti che ho lasciato a Francavilla e agli amici della mia infanzia tra i quali ricordo con affetto Pino Limardi, Riccardo Ciliberti, Pino Condello, Pino Russo, Franco ed Emanuele Serrao, i cugini Franco e Vincenzo Serrao, Giuseppe e Vincenzo De Paro, i fratelli Vincenzo e Giuseppe De Caria, Umberto Servello, Armando Esposito, Pino Pungitore, Antonio Panarello. 

 

FUNZIONE PASQUALE CON LA COOPERATIVA “LA VOCE DEL SILENZIO”

Lunedì 10 aprile dalle ore 10,30, nel salone della Struttura Sanitaria di via Nazionale a Pizzo, arredato accuratamente come di consueto dalle solerti Suore del centro napitino, si è celebrata la ormai rituale Santa Messa pasquale per la Coop. “La voce del silenzio” e per quanti operano in detta Struttura Sanitaria. Purtroppo quest’anno i due principali promotori della cerimonia, ossia i coniugi, dr. Francesco La Torre e dottoressa Adriana Maccarrone, non potevano parteciparvi poiché la stessa
 d,ssa Maccarrone, attivissima Direttrice de “La voce del silenzio”, per le sue attuali condizioni di salute doveva sottoporsi, in questo mese di aprile, a visite ed esami clinici lontano dalla Calabria.  Per questa ragione non sono stati diramati inviti alle autorità religiose, civili, militari, sanitarie e amministrative, che invece negli anni passati avevano partecipato, volentieri e in gran numero, alla suddetta funzione pasquale. La Santa Messa è stata officiata da Mons. Giuseppe Fiorillo, ed allietata dai canti intonati dalla Corale “La voce del silenzio”, suggestivamente accompagnati dalle musiche suonate da Mastro Lino Vallone ed amici.         Nella Messa del Lunedì santo si legge il brano cosiddetto della “Cena di Betania”, tratto dal Vangelo di San Giovanni, che racconta della cena consumata a Betania da Gesùcon Lazzaro, Marta, Maria ed altri amici per festeggiare la recente, miracolosa resurrezione dello stesso Lazzaro. Nella sua omelia Mons. Fiorillo – unico sacerdote presente - ha invitato i fedeli, che partecipavano alla celebrazione con intensa attenzione, ad unirsi a lui sia per commentare le letture sacre del giorno, sia per rivolgerea Iddio Padre preghiere di guarigione in favore di tutti gli infermi e specialmente della dottoressa Maccarrone, ora temporaneamente e fisicamente lontana, ma tanto vicina  spiritualmente   al cuore e alle menti delle persone presenti alla sacra funzione. Alla fine della celebrazione, la Corale ha indirizzato ai cari coniugi  dottor La Torre dottoressa Maccarrone, collegati tramite cellulare viva voce, il melodioso inno mariano “Dell’aurora tu sorgi più bella”. Sensibilmente commosso e sorpreso per l’inattesa manifestazione d’affetto espressa dagli amici radunati nell’Ospedaletto di Pizzo, il dottor La Torre ha ringraziato e ricambiato saluti ed auguri, anche a nome della sua consorte, dottoressa Adriana.
Alla cerimonia, celebrata in un clima di “francescana” semplicità e sobrietà, hanno partecipatogli assistiti della Coop. “La voce del silenzio”  con parenti ed amici; assistenti e volontari della Riabilitazione psichiatrica (guidati da Mimmo Di Francia e consorte); l’ing. Vincenzo Davoli del Comitato Festa della Gente di mare; un drappello di giovani volontari della Protezione Civile, guidati dal presidente Franco Di  Leo.  A tutti i partecipanti le Signore volontarie de “La voce del silenzio” hanno offerto un piccolo, grazioso cestello con ovetti pasquali di cioccolato.
                                                                                            Articolo di Vincenzo Davoli
                                                                                            Foto di Carmine  Lauria

 

Presentato il libro di Domenico Arone

di NICOLA PIRONE

CAPISTRANO – Gli anni del Ventennio fascista in Calabria, nelle pagine di “Attori non protagonisti" scritto da Domenico Arone, è stato presentato nei giorni scorsi nel salone teatro della Scuola Primaria di Capistrano. Pagine scritte col cuore e con una notevole carica emotiva, raccontano in maniera semplice e lineare uno dei periodi più importanti del Novecento calabrese e italiano. Vita quotidiana di un piccolo centro dell’entroterra dell’allora provincia di Catanzaro, dove cultura e migliori condizioni di vita erano a esclusivo appannaggio di una sottilissima fascia di intellettuali e di qualche facoltoso signorotto. Domenico Arone, ha voluto lasciare ai posteri una testimonianza storica, che ha visto Capistrano, come tanti altri centri subire in qualche modo una fase non proprio entusiasmante per quanto riguarda la storia italiana. Il volume, in cui sono ricostruite e illustrate in maniera ampia e minuziosa le tragiche dinamiche militari dei giovani caduti, si propone essenzialmente di colmare un vuoto nella storia del paese, richiamando alla memoria, anche attraverso le foto dell'epoca. Nomi e i volti dei sedici sfortunati ragazzi che, durante la guerra, oltre a combattere contro il nemico, hanno dovuto fare i conti con il vuoto della solitudine, la tristezza e la paura di morire, sono stati ricordati con quest’iniziativa patrocinata  dalla casa editrice siciliana “Kimerik”. Numerosi i capistranesi occorsi nei locali della scuola elementare, con in testa il sindaco Roberto Caputo e la giunta formata da Domenico Mesiano e Rocco Potami, i quali hanno potuto assistere agli accurati interventi, tra i quali della senatrice Doris Lo Moro, che si è commossa nel ricordare la sua famiglia che di parte di padre ha origini capistranesi. Con la moderazione del giornalista Sergio Muzzopappa, hanno relazionato il magistrato Francesco De Nino, il generale dell’esercito italiano Francesco Deodato, soffermandosi sul tributo pagato dalle popolazioni calabresi in guerra, con la morte di tanti giovani. Generazioni spezzate dalla guerra, con tanti ragazzi morti senza un motivo valido e ignari di tutto come ha confermato lo stesso giornalista e antropologo Pino Cinquegrana. Di queste storie, molte sono conservate negli archivi di stato di Catanzaro e Vibo Valentia con il direttore Vincenzo Misitano che ha invitato i ricercatori a visitarli. Durante la serata, Domenico Arone ha presentato un interessante video con le immagini dei capistranesi morti per difendere la patria:<<Capistrano – ha commentato Domenico Arone – ha pagato con il sangue anche il Secondo conflitto Mondiale, come del resto gli altri paesi della provincia. Questo è un gesto simbolico per rendere onore a tutti quei soldati morti nel nome dell’Italia e per difendere il suolo italiano. È importante che le generazioni future conoscano almeno i nomi di quegli eroi che si sono sacrificati affinché il principio democratico arrivasse fino ai giorni nostri. Il mio più profondo ringraziamento va a chi mi ha sostenuto in questa minuziosa ricerca e oggi è arrivato fino a Capistrano per rendere omaggio>>.

 

FRANCAVILLA A.- S. ANNA, 1743


Esisteva una ricca Cappella dedicata S. Anna, oggi di questa santa si ricordano e si visitano le grotte. Il documento storico che si pubblica, se ben letto, offre l'occasione di conoscere alcuni toponimi, alcune usanze e l'esistenza di altre comunità limitrofe a Francavilla.
Buona lettura a chi vuole conoscere la storia documentata di un borgo onorato.
Ven. Cappella di S. Anna, eretta dentro la Chiesa Madre del Sig. Don Nicolò Mannaci, per la metà porzione del Rev. Don Tomaso Vitale.
Possiede un territorio in luogo detto Carlo Quaranta (1)
di moggia quindici, giusta i beni della Ducal Corte, via pubblica e fiume corrente, stimato per ducati nove, sua porzione ducati quattro e mezzo.
Un altro detto i Sorbari di moggia sedici, giusta i beni di don Camillo Bongiorno e via pubblica, stimato per ducati sei mezzo, sua porzione carlini trentadue e mezzo.
Più un altro detto S. Stefano di moggia sette, giusta i beni di Don Camillo Bongiorno e la Ducal Corte, stimato per carlini ventotto, sua porzione carlini quattordici.
Un altro detto la Gurnella di moggia sette, giusta i beni di Vittoria Apa, via pubblica e fiume corrente, stimato per carlini trenta, sua porzione carlini quindici.
Un altro detto Russomanno, ossia S. Anna di moggia dodici, giusta i beni di Don Michiel’Angelo Mannaci e via pubblica, stimato per ducati cinque, sua porzione carlini venticinque.
Un altro detto Garciopoli di moggia cinque, giusta i beni di Don Pasquale Mannacio e la chiesa di Santa Maria delle Grazie, stimato ducati quattro, metà sua porzione carlini venti.
Altro detto la Serra di Bonì di moggia tre, giusta i beni di Antonio Attisano e Don Nicolò Bruno, stimato per carlini tre, sua porzione grana quindici.
Esige da più Particolari di questa Terra censo perpetuo e bullale, ducati ventisei e grana quaranta, tutto per sua porzione sono once 88,6.
Più possiede altre robe e censi nel Casale di Montesanto e in Polìa, ascendenti alla somma di ducati ventiquattro, come dal suo rivelo.
Più tiene la metà di un orticello detto il Biviero per comodo. Sono unite once 145, 26.
Pesi da dedursi: Per sette messe la settimana legate dal Fondatore perpetue importano ducati trentasei, grana quaranta.
Per maritaggio di una povera zitella orfana ducati venticinque, sua porzione ducati dodici e mezzo.
Alla Ducal Corte censo perpetuo sopra diversi territori, grana sessantasei annui.
Alla Parrocchia di San Foca censo perpetuo sopra diversi beni, annui grana trentuno e mezzo.
Alla chiesa Parrocchiale della Rocca censo perpetuo sopra Ginenzio e Valle di Montesanto, grana ottanta.
Al Beneficio di Sant’Elena censo perpetuo, sua porzione annui carlini dodici. Alla Corte di Montesanto censo perpetuo grana venti. Per una messa la settimata legata da detto Fondatore da celebrarsi nella Chiesa Madre di Montesanto, sua porzione annui carlini ventisette.
Più possiede un territorio in luogo detto S. Domenica di moggia quattro, giusta i beni della Ducal Corte di Monterosso e Don Domenico Amalfitano, stimata la rendita per carlini nove. Sono unite once 185, 17½. Di maniera che il peso di detta Cappella somma le su dette once porzione di detto Don Tomaso. La rendita del medesimo in questa Terra è di once 145,26.
La rendita in altri Paesi è di once 80 e dovendo i pesi cascare sopra l’intera rendita, restano di netto once 43, grano 8½, e lasciandosi la terza parte di dette once per Montesanto a misura della rendita, restano once 28,25.
Più la medesima Cappella di S. Anna, per la porzione dell’altro Compatrono Don Nicolò Mannacio. Possiede la metà rendita delle sopra dette robe ascendenti alla somma di ducati diciassette e grana trenta.
Esige da più Particolari di questa Terra, in più partite, censi perpetui e bullali per ducati trentasei e grana novantacinque.
Più esige da più Particolari censi perpetui in grano, tomoli quattro e un quarto, valutati per ducati tre e grana quaranta.
Più possiede ed esige in territorio di Montesanto e Polìa sua porzione altri ducati ventiquattro. Son in tutto once 192,15. Pesi da dedursi: i pesi che devono essere dedotti, per sua porzione, sono gli stessi di quelli del Rev. Don Tommaso Vitale, cioè once 182,17½.
Di maniera che la rendita che possiede in questa Territorio ascende a once 192, 5.
La rendita in altri Paesi è di ducati ventiquattro sua porzione e perché il peso che in tutto porta detta Cappella deve cascara sull’intera rendita, per tanto restano once 89,7½, delle quali la terza parte deve restare in beneficio di quei luoghi dove sono le altre rendite, restano in beneficio di questa Università once 59, 15.

di Vincenzo Ruperto

 

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I SANTÁRI DI FRANCAVILLA

Di  Vincenzo  Ruperto

La famiglia di Giuseppe Diaco arrivò a Francavilla verso la fine del 1800 proveniente da ‘ quelle parti di Badolato’. Il padre Francesco era difficile che non venisse a Francavilla in occasione della festa di San Foca, in quei tempi molto frequentata dai numerosi forestieri e luogo desiderato dai santàri e dai sampaulàri, sia per raffigurare sulla pubblica strada l’immagine del santo e ricevere gli oboli specialmente dai devoti che avevano ricevuto qualche grazia, sia perché approfittava di visitare la famiglia del fratello Eugenio trasferitosi da parecchi anni per matrimonio.
 Giuseppe seguiva sempre il padre.  Secondo quanto diceva lo Zoppo di Cacìa il comune di provenienza era vicino a Badolato, forse Satriano o Davoli.
 Chi era Cacìa? Era un francavillese zoppo e di bassa statura, di professione pastore o meglio dire proprietario di qualche capra o pecora che gli consentiva di sbarcare il lunario. Abitava dietro la Chiesa sconsacrata di Santa Maria degli Angeli e si aggirava sempre nei dintorni per mungere il latte che vendeva ai circonvicini oppure, al levar del sole e al tramonto, si soffermava presso il biviere per scambiare qualche parola con chi conduceva i somari a bere.
 Allora gli spazi intorno al rudere dell’antica chiesa erano più grandi. Antonio Teti edificò la sua casa verso il 1925 sui ruderi di un vecchio oleificio di proprietà della famiglia Mannacio ed era, come lo è ancora, il terminale della via Lungoborgo.
Dirimpetto alla casa del maestro Costa, nel giardino di proprietà dello stesso Teti suo cognato, vi era il Calvario costruito agli inizi dell’ottocento.
 Le case esistenti erano quelle che da Tafuri, nel tratto del Corso Nuovo salendo a sinistra, andavano sino alla casa degli eredi di Foca Ruperto e a destra sino all’inizio della vianòva che portava al Fiumicello. Non esistevano le case dell’attuale Corso Servelli, vi era qualche isolata dimora, il resto erano terre alberate con fichi, agrumi e numerosi prugni locali detti ‘pruna ‘e Santufòca’ e coltivate a cereali o a vigna. La strada d’ingresso al paese, con i suoi grandi pioppi, si fermava presso la forgia della famiglia Lombardo, il cui ultimo erede fu Francesco (mastro Ciccio).
La casa degli eredi del dott. Vincenzo Gulli era stata edificata dalla famiglia Catalano dei Mariani su un suolo venduto dai Triminì.
 Agli inizi del 1905 Giuseppe era a Francavilla ospite dello zio e a causa del terremoto fu costretto a permanervi. Conobbe Concettina Limardi, ragazza sedicenne. S’innamorarono e dopo qualche anno si sposarono. Gli sposi andarono ad abitare in uno dei vichi del popoloso rione Borgo in una piccola casa mezza dirupata di proprietà della famiglia Ciliberti, precisamente del padre di Giuseppe Antonio (Peppantuòni) deceduto nella seconda guerra mondialee di Vittoria Ciliberti.
In una festa di San Foca, tra il 1908 e il 1910 (dopo il matrimonio), avvenne nella Piazza dell’Annunziata, per iniziativa di tal Bivona, una gara tra cinque santàri fatti venire da vari paesi. Partecipò anche Giuseppe.
 In due ore dovevano terminare di disegnare l’immagine di San Foca. Il premio da dare al vincitore consisteva nel denaro ricavato dalla vendita al migliore offerente di cinque mezzaròle di grano.
 Fu designato come arbitro un tal Jemme, pittore proveniente da Pizzo. Dopo nemmeno un’ora Giuseppe completò il suo lavoro disegnando il santo come se fosse vivo e impreziosendo la cornice con fiori e foglie d’ogni colore.
 Costatando che gli altri competitori ancora non avevano finito si mise a disegnare, sotto di quella di San Foca, l’immagine della Madonna delle Grazie che completò in mezz’ora. I paesani spettatori rimasero ammirati dai lavori di Giuseppe e accorsero numerosi per congratularsi ed elogiandolo per aver dipinto anche la Madonna che nel mese successivo doveva essere festeggiata nel rione di Pendìno.
 Terminati i lavori, l’arbitro dichiarò vincitore un santàro proveniente dal reggino. Il pubblico rimase stupito e cominciò a tumultuare profferendo pesanti improperi.
Il Bivona, fulminando con gli occhi l’incauto Jemme, afferrò un cestino dove si conservavano i gessi colorati e lo scagliò di là dal muro del vaglio dei Mannacio e con il suo vocione rotto dalla commozione e dal nervosismo, gridò forte: ‟ viva Santufòca, viva ‘a Madonna de’ Pendìnu, / viva Francavìḍa, viva ‘u santàru Peppìnu”.
L’arbitro atterrito si allontanò e furono evitate nefaste conseguenze. Alla fine furono premiati tutti i competitori che divisero il ricavato della vendita del grano.
 Finì così la gara dei santàri a Francavilla e non fu più ripetuta. Giuseppe aveva creato il suo laboratorio artigianale nel locale dove don Renato Pacenza era solito mettere il suo biroccio. Nella chiesa sconsacrata preparava i suoi forni per la cottura delle sue creazioni artistiche: piccole statue e grosse piastrelle di argilla sulle quali disegnava e colorava varie immagini di sante e di santi. Dal matrimonio erano nati due figli: Francesco (1908) ed Eugenio (1910).
 Verso il 1912 il santàro emigrò nell’America settentrionale assieme ad alcuni parenti di Satriano e Davoli, dopo qualche anno sembra che si sia trasferito in Argentina. Lasciò la moglie e i figli a Francavilla con la promessa che sarebbe ritornato per ricongiungersi. Appena finita la Grande Guerra ritornò, ma con lo scopo di portare con sé solo i due figlioli.
 Il santaro nel nuovo continente aveva raffinato la sua arte. Aveva conosciuto una donna e aveva creato una nuova famiglia. Poteva pertanto portare con sé soltanto i suoi due figli e chiese il consenso della moglie che si oppose con fermezza assieme ai suoi familiari.
  L’arciprete Foti e il sindaco Foca Fiumara cercarono di dipanare l’intricata matassa. Cercarono di convincere Concettina e i suoi familiari perché consentissero al santàro di portare i due figli con sé. Questi sarebbero cresciuti, avrebbero avuto occasioni di progredire e non di stare in un piccolo comune dove regnava sovrana la miseria e con essa malattie, sfruttamento umano e soprusi vari.
Una volta cresciuti i figli potevano far ritorno a Francavilla per congiungersi con la madre oppure portarsela con loro. Concettina e i suoi familiari furono inflessibili, respinsero i consigli dell’arciprete e del sindaco.
 Il santàro dovette rassegnarsi e se ne andò deluso per non farsi più vedere. Passarono gli anni, in Italia il fascismo iniziò la sua marcia trionfale e a Francavilla al posto dei sindaci furono nominati i podestà, ma la miseria non cambiò, anzi divenne più nera della camicia che indossava qualche locale seguace del Duce.
I due fratelli Diaco, Francesco ed Eugenio, andarono a frequentare la scuola serale con l’insegnante Cesare Caria (Don Cesarìno). La scuola si trovava in via Roma nei locali della famiglia Caria soprastanti il negozio di Antonio Ionadi.
 Un certo Antonio abitante in via Le Torri sfotteva continuamente i due fratelli sia con ingiuriose parole sia con qualche pedata o sgambetto e altre molestie.
Una sera Antonio portò una piccola specie di cerbottana, ricavata dal ramo di un sambuco, alla cui estremità aveva posto delle foglie d’ortica. Soffiò forte nella cerbottana in direzione dei due fratelli facendo cadere le foglie d’ortica sulla faccia e sul collo dei due fratelli che si misero a gridare a squarciagola lanciandosi contro il molestatore con tutta la loro forza.
  Scoppiò una violenta rissa. Uno dei due fratelli, forse Eugenio, colpì violentemente con una bottiglia di vetro Antonio che rovinò sul pavimento privo di sensi e tutto sanguinante. Si credette fosse morto e si verificò un fuggi fuggi generale.
Arrivarono i soccorsi con il medico Gulli e le guardie  comunali. Per fortuna Antonio non era morto, ebbe uno svenimento per la botta ricevuta.
 La mattina seguente i due fratelli furono portati da due carabinieri e dalla guardia comunale Giambattista Petrocca a Filadelfia per essere sentiti dal comandante della locale stazione dei carabinieri.
 Il comandante della stazione dei carabinieri era un maresciallo arrivato da qualche mese e circolava la voce che si trattava di una brava persona. Appena entrato nella sala dove erano in attesa i due fratelli con la guardia comunale, dopo aver salutato, si appoggiò a una sedia chiedendo per quale motivo non era presente il genitore dei ragazzi, questi risposero che il loro padre li aveva abbandonati quand’erano quasi in fasce emigrando in America.
 Il comandante trasecolò e volle sapere chi era Francesco e chi Eugenio e perché portassero quei nomi. Francesco come il nonno ed Eugenio come uno zio che non avevano mai conosciuto perché emigrati ed erano di un paese da quelle parti di Badolato. Il comandante divenne muto per alcuni minuti, muto e pensieroso, poi guardò bene i due fratelli e disse loro che nelle risse hanno torto tutti, anche chi può avere ragione.
Rivolgendosi alla guardia comunale disse di riportarli a Francavilla e vigilare che non ci fossero reazioni inconsulte da parte della famiglia di Antonio nei confronti dei Diaco. Dopo qualche anno la guardia comunale confidò a uno zio dei ragazzi (Attisani detto Sergente) che quel comandante si chiamava Emilio Diaco ed era il fratello del santàro Giuseppe.
 Si cercò di contattarlo, ma era stato trasferito in altra sede lontana, era lo zio dei fratelli Diaco. Di quel comandante si persero le tracce, non si seppe più nulla. Intanto i fratelli divennero adulti.
Francesco si dedicò all’agricoltura e fu un apprezzato ortolano coltivando un terreno irriguo di proprietà degli eredi del sindaco Foca Fiumara. Sposò Vittoria, donna buona e costumata, sorella di Giuseppe Antonio Ciliberti (Peppantuòni) dal cui matrimonio nacque numerosa prole vivente e residente a Francavilla.
 Giunta nell’età della vecchiaia si vedeva spesso, dopo aver bevuto mezzo bicchiere di vino, sull’uscio della sua abitazione dirigere un’inesistente orchestra sinfonica e se interrotto se la prendeva gridando con la povera moglie che stava paurosa in un angolo della stanza e si zittiva all’accorrere dei figli o di qualche vicino.
 Eugenio divenne autista al servizio del medico Gulli. Fu uno dei primi a Francavilla ad avere la patente di guida.
 Scendeva nella Piazza Solari con la balilla e invertiva la direzione per salire facendo non una curva, ma una specie di cerchio tanto da far esclamare a Foca Servello che 'era tanto bravo da fare la curva come le lancette dell’orologio del campanile della chiesa del Rosario'.
Sposatosi con Rachele, ebbe soltanto una figlia, Vittoria vivente e da parecchio tempo non più residente. Sulla tragica fine del povero Eugenio, come istituzioni e comunità francavillesi, non fummo generosi e solidali, fummo indecorosamente indifferenti.
Correvano gli anni sessanta del secolo scorso quando, tramite l’arciprete Condello, i due fratelli Diaco furono invitati a comparire presso un notaio di Roccella Jonica per un’eredità di un loro congiunto.
Il maresciallo Emilio non si era dimenticato dei loro nipoti e li aveva annoverati tra i suoi eredi. Partirono i due fratelli con i loro congiunti per Roccella Jonica ed ebbero la loro parte di eredità, pochi milioni di lire perché numerosi erano gli eredi. Dallo zio Emilio ereditarono i pochi milioni, dal padre il soprannome di santàri.
Giovincello frequentavo spesso la casa dei Pacenza. Donna Rosa Servello, vedova di don Renato, era una tipica figura di anziana che, anche nella sofferenza degli acciacchi che la costringevano a stare sempre dentro casa, ti accoglieva col solito sorriso. Voleva sapere di tutto e di tutti.
 La figlia donna Concettina le rispondeva con garbo e per accontentarla e distrarla avviava uno dei tanti dialoghi. Frequentavo casa Pacenza perché eravamo in parentela. Un giorno donna Concettina, mi disse di spostare una piccola statua che stava in un angolo della grande stanza per portarla vicino alla cassapanca, dove custodivano il grano.  Quando presi la statua per sollevarla questa mi scivolò dalle mani, era pesante. Riuscì con fatica a spostarla nel posto indicatomi.
 Donna Rosa sorridendo disse: 'èna ù santufòca dò Santàro’.
Donna Concettina mi spiegò che quella piccola statua, così brutta, la teneva in casa perché suo padre la considerava come una specie di portafortuna, gli era stata regalata dal santàro Diaco. Disse anche che un’identica statua era stata regalata all’arciprete Foti che la teneva nella casa dei Caraffa. Rividi più di una volta quella piccola statua e mi restò impressa nella mente per la sua forma sgraziata che m’incuteva un senso di timore e disgusto.
Dopo tanti anni in un basso di Vico III Borgo, adibito a stalla, fu trovata in un angolo assieme a vari cocci di argilla una piccola statua malconcia, abbrutita dal fango e forse dai tanti calci d’asino.
 Ripulita e restaurata nel colore fu riconosciuta come una statua raffigurante San Foca. Nel vederla rimasi per qualche istante silenzioso, la statua era simile a quella posseduta dalla famiglia Pacenza. Mostrai la foto in bianco e nero a un parente dei Pacenza e confermò che era copia identica di quella attribuita al santàro.

 

JUDA, ossia il Cantore di Pendìno
Di  Vincenzo  Ruperto

Si chiamava Foca Fruci, nel paese era conosciuto come Foca e’ Jùda’.  Il nomignolo Jùda gli derivava non perché in famiglia vi fosse un Giuda traditore del suo Maestro, ma per il semplice fatto che nei nostri paesi vi era, e vi è, l’uso di appioppare un nomignolo a persona per non confonderla con altra dello stesso nome o cognome. La famiglia Fruci era originaria di Filadelfia e si era trasferita a Francavilla verso la metà del 1800. Un suo trisavolo coltivava, come colono o fittavolo, un fondo che andava dal convento dei Francescani Riformati sino alla Trempa di Juda, parte del quale apparteneva alla famiglia Caria (precisamente agli antenati dell’arciprete Giuseppe Carià-Gemelli). Dal toponimo di questo fondo ebbe origine il soprannome ‘e Juda dato ai Fruci che si erano trasferiti a Francavilla (il compianto prof. Luigi Simonetti, prima mio valido insegnante nella seconda e terza elementare e, in seguito, compagno di dure battaglie politiche (lui liberale ed io comunista), e maestro di vita, massimo esperto di antroponimi francavillesi, avvalorava questa versione). Foca Fruci sapeva l’origine del suo soprannome e sosteneva anche che i suoi antenati avevano dato la denominazione alla contrada Fruci, sempre da quelle ‘vande’ di Juda e di Castellano. Abitava nel rione Pendìno, la sua casa era situata in un pianoro, dove si poteva accedere da varie strade o vicoli (dalla fontana da’ Mùta, dal vicolo della Chiàzza delle Grazie, di Casalièḍu o scendendo la gradinata del vico delle Torri). In un piccolo ambiente aveva installato il suo laboratorio di orologiaio, vi erano orologi e sveglie senza vetro, senza lancette o con la corda rotta in attesa di riparazione. I pezzi mancanti non erano reperibili sul mercato e soltanto la sua maestria riusciva a trovarli tra le cianfrusaglie del cassetto ove deponeva l’utilizzabile di ciò che non era riparabile. Gentile e premuroso con chi lo assecondava, ombroso e anche cavilloso con chi lo contraddiceva. La sua originaria professione fu di mugnaio presso un molino di proprietà di un concittadino. Parlava con un certo rimpianto di quel periodo lavorativo e ironizzava dicendo del suo datore di lavoro:
- M’ incapellò, /(mi consentì) di avere il cappello,
 m’incravattò… di avere la cravatt,.
m’incamiciò, … di avere la camicia
mi pantaleonò,...di avere i pantaloni,
 mi scarpò,… di avere  le scarpe
 m’incappottò,… di avere il cappotto
 mi cacciò, alla fine mi licenziò.-
Volìa nu sàccu de canìgghia      
mu nci ‘u dùna a la scorcìgghia. (1)
Io nci dìssa: - dàssa stàra,
ch’èna sempa na cotràra,         
non la vìdi ca si ‘ncùgna         
cuòmu cuàndu àva ‘a rùgna.     
-Pùru tu, o mulinàru
da cotràra sii cotràru,
ìḍa sèmpa èna chi fìgghia,
vèra fìmmina scorcìgghia,
ca li figghi non sa cuntàra
pecchì  ndàva na caciàra.

Il licenziamento non fu dovuto per scarso rendimento ma per’ consolidamento aziendale’, facendo lavorare al suo posto un familiare.
Uomo semianalfabeta con mirabile intelligenza che si manifestava forte quando improvvisava il suo poetare dialettale. Peccato che della sua produzione poetica siano rimasti frammenti da fonte orale. Eugenio Diaco è oggi la principale fonte, perché nella sua fanciullezza era sempre al seguito di Juda, incantato dal suo recitare tremolante, speriamo che qualcuno trascriva per intero le poesie da lui ben rammentate.  Juda visse in un periodo di profonda miseria e grande tristezza morale. Visse a lungo, prima che i Pendinuòti diventassero più Dirtuòti dei Dirtuòti, in quel rione dove l’arciprete Foti, i sacerdoti Natali, Facciolo e poi Condello ebbero parrocchiani che esprimevano possente energia nel vivere quotidiano in comunità, rappresentando l’autentica identità del popolo francavillese. In quel rione ora regna l’abbandono umano che, con il suo malefico silenzio, ti fa rimpiangere persino i giorni nefasti del terribile flagello del 1783, quando quei luoghi furono sconquassati e ridotti a cimitero. Allora vi fu il popolo, vi fu la comunità, vi furono gli uomini d’ingegno che ebbero il coraggio di vincere il dolore e reagire all’immane sciagura, non soltanto ricostruendo quanto era stato distrutto, ma principalmente popolando il borgo e richiamando la comunità dispersa. Ora non più! Con le iniziative, promosse da concittadini non rassegnati all’oblio dei tempi e dei luoghi, si cerca di buttare una pietra nello stagno per smuovere le acque. Quale pietra in quali acque? Soltanto pietra pomice in sottili strati di acqua allippata in qualche piccola gorna.
Foca Fruci, dico Foca è Juda, rappresentava per la Francavilla del dopoguerra la figura dell’uomo nuovo, dell’uomo che s’industriava con il suo ingegno a sbarcare il lunario, portando allegria tra il popolo e rappresentando scene di vita attraverso recitazioni improvvisate nella pubblica piazza assieme al suo compagno ideale Saràca, un nicastrese divenuto francavillese per aver sposato una Condello, sorella di Nicola il Molinàro. Foca e’ Jùda e Saràca furono una coppia ideale, intrattenevano il pubblico adulto strappando sorrisi e consensi.
Noi ragazzi restavamo accovacciati e incantati dalle scene rappresentate, quelle che di più ci deliziavano erano le poesie dialettali che Jùda recitava cantilenando e mimando con i movimenti delle mani e con lo sguardo dei suoi occhi.
 Era da tutti compreso e le risate erano fragorose quando citava il nome o cognome di qualche paesano conosciuto.
-… Ciènzu 'e Mìnica aggiustàu na scàla
sagghìu cumpàra Oràziu Ħjiumàra,
s’arrumbulàu e si fìcia màla
cà i gradìni èranu 'e ficàra…-
--...Io mi chiàmu Fòca ‘e Jùda
sùgnu tìpu chi non sùda
non sùgnu cuòmu Saràca
ca cuàndu màngia si l’annàca.
Si màngia ‘e ficundiàni na sportèḍa
e ‘nci ‘mbùdanu tùtti li gudèḍa,
po’ dolùri pùa si mènta a gridàra,
de clistèra ‘nci facìmu na coddàra…-
Conosceva persone, usi e costumi dei vicini paesi. Sosteneva che a Filadelfia coloro che abitavano nel centro urbano si consideravano una casta di privilegiati nei confronti di coloro che abitavano nelle campagne, i quali si ‘sdebitavano’ con i loro genuini prodotti come uova, pollame, salumi, frutta ecc. per qualsiasi minimo favore ricevuto, tipo quello di trattenere o consegnare qualche lettera postale. Beneficiava sia il postino, sia la famiglia del momentaneo recapito. Trasecolava parlando dei rapporti tra i grossi proprietari terrieri e i loro coloni, recintando:
-….L’uòru de’ filaderfiàni
sùgnu i muntagnìsi cu i foritàni…-

--…Filaderfia, paìsi de’ casàti
chi Serràu sŭ tùtti chiamàti,
iḍi  fànnu palazzi a gàra
e i cialunàri màncu pagghiàra…-
A Pendìno non mancavano gli oriundi di Polia (mastro Ciccio Sorrenti e Vincenzo Teti) e recitava loro alcuni versi ironici.
.….Sìti de chìḍu paìsi
duv’ànnu li minnitìsi,               (1)
à Puliòlu e Triccrùci                 (2)
sùgnu tuòsti cuòmu nùci
Cu l’àqcua màla de Camàrda    (3)
làvanu ‘u sàla a la sàrda,
si sùcano ‘a rèschia cu la gàrgia
e pùa l’ammùccianu ntà tèrra màrgia,
pecchì pòta sèmpa servìra,
lu jàuru armènu pe' sentìra,
s'ànnu nu tuòzzulu de passamàni
mu si sprùppanu nù dumàni…-  (4)
(1)Abitanti della frazione Menniti.
(2) Poliolo e Trecroci, altre due frazione di Polìa. L’ironia è evidente tra ‘minnitisi’ e 'tuòsti cuòmu nuci’.
(3) Camarda, località di Polìa dove vi è lo stabilimento dell’acqua minerale Certosa. Un tempo, essendo l’acqua molto diuretica e facendo abbassare la pressione arteriosa, era considerata acqua cattiva.
(4) Gli abitanti di Polia erano moto stimati dai francavillesi per la loro maestranza artigianale anche per la loro parsimonia. Erano molte le parentele tra le famiglie dei due paesi.
Di Francavilla si rammentano alcuni versi:
-Dirtuòti, chiazzaruòli e pendinuòti
sìmu chiamàti li francaviḍuòti,
sìmu sèmpa chi n’acchiappàmu
e accussì ‘u paìsi sdarrupàmu…-
Tra le carte sparse trovo un foglio dove vi è scritta parte di una sua recita nella piazza Solari, un soliloquio improvvisato che ben descrive l’ambiente postbellico:
-Nu juòrnu mìa mugghièra
si pàrta e và a finòcchia
e nènta si cocìru,
o làmpu mu li stòcca!.        
Mammà, mi fàcia fàmi!
Tutti li matìni
cu cièntu gràmmi e pàna,    
jìa mu mi lu màngiu
e mi càtta de li màni,
arrièdi de mìa ‘nc’èra nu càna,
si lu mangiàu tùttu lu pàna.
 Mammà, mi fàcia fàmi!*
Cà li vìsceri l’avìmu nìgri
mangiàndu ìervi, finòcchia e pracavìḍi.

  • Dava, nella sua recita, questo lamento che si udiva nelle case in quel periodo per la mancanza di derrate elementari. Un’invocazione alla mamma fatta dal genitore anche per i figli. Era la legge del razionamento. Pracavìḍi in dialetto francavillese vengono così chiamate alcune specie di cicorie selvatiche, molto amare.

Tra i fatti e nefasti di Pendìno voci amiche mi raccontavano come avvenne e finì il miracolo delle campane di Santa Maria delle Grazie. I parrocchiani reclamavano da qualche tempo interventi di manutenzione della loro chiesa, vi erano crepe dappertutto e il tetto era una specie di colabrodo, ‘guttàri’ a più non posso. Si chiedeva l’intervento degli amministratori comunali e dello stesso clero. Fu promesso l’intervento richiesto e si ordinò la chiusura della chiesa perché non agibile. Passarono i mesi e nessun intervento di ristrutturazione fu avviato.
 Il mormorio tra la gente del borgo divenne una corale protesta, volò qualche parola minacciosa contro alcuni personaggi che rappresentavano l’autorità comunale ed ecclesiastica. Una notte si udì suonare le campane della chiesa, sia la grande sia la piccola. Tutti sobbalzarono dal letto pensando che fosse accaduta qualcosa di grave, forse un incendio o un crollo di qualche casa. Vestiti di fretta in furia, chi in mutante, chi mezzo nudo, chi coperto con qualche ‘sciamberga’, si precipitarono fuori dirigendosi verso la chiesa. Tutti in piazza, ognuno chiedeva chi aveva fatto suonare le campane e per quale motivo. Accertato che nessuno sciagurato evento si era verificato nessuno sapeva dare credibili risposte. Tre ben noti cittadini del borgo, da una scalinata sovrastante la piazza, si rivolsero alla folla dicendo che si trattava di un qualcosa di misterioso.
Sostenevano che la porta della chiesa era sbarrata con forti travi e chiusa regolarmente a chiave, la porta della sagrestia, dove era custodita la statua della Madonna delle Grazie assieme ad altre, era anch’essa sbarrata e chiusa a chiave. Affermavano che loro furono i primi ad arrivare e avevano fatto il giro di tutto l’esterno della chiesa e non vi era alcuna scala appoggiata alle mura e le campane continuavano a suonare intronando le loro teste.
 Terminarono col dire che a loro parere si trattata di un miracolo. Era la Madonna a far suonare le campane perchè voleva la chiesa riparata per accogliere i suoi fedeli. Si gridò così al miracolo e per giorni si verificarono preghiere collettive. La chiesa fu riparata in poche settimane.
 Le autorità civili e religiose non credettero al miracolo, qualcuno parlò e i carabinieri scoprirono gli autori del miracolo, erano i tre ben noti cittadini del borgo (uomini perbene amanti di scherzi clamorosi).
 Chissà come si comportò Foca ‘e Juda in quell’occasione, non è da stupirsi se anche lui fosse stato tra i fedeli pro-miracolo. Era molto religioso, anzi un timorato di Dio. Diceva sempre che con i santi non si scherza. Ricordo che in occasione delle campagne elettorali amministrative gli porgevo un fac-simile di scheda elettorale con il simbolo della lista chiedendogli il voto. Prendeva il fac-simile, scrutava il simbolo e mi rispondeva: “Pe’ vvùi, ‘ncùnu”.
 Una volta gli porsi un fac-simile chiedendogli il voto. Scrutò il simbolo di partito, si rivolse verso di me quasi crucciato dicendomi: - Cumpàra Vicenzinu, volìti mu vaju o ‘mpiernu? Mamma mia, su partìtu è scomunicatu e cu ‘u vota vaja o ‘mpièrnu.-  Era rammaricato e nello stesso tempo preoccupato per la salvezza della mia anima, quella volta non mi disse: - Pe’ ‘vvùi ‘ncùnu”.-
 Non ebbi più l’occasione di incontrarlo in campagne elettorali politiche, non gli avrei sicuramente chiesto il voto, ci saremmo soltanto salutati con rispetto reciproco.
Un giorno, presso il bar di Foca Serrao, si avviò una discussione tra amici, (si discuteva anche di queste cose!) di come tradurre in dialetto francavillese la scritta ‘Benvenuti a Francavilla’, chi diceva ‘Bonivenuti a Francavìḍa’, chi ‘Benevenuti a Francavìḍa’, chi sosteneva di cambiare soltanto Francavilla. Si avvicinò Juda, silenzioso seguì la discussione. Notandolo, gli domandai la sua opinione, rispose secco: ‘Benavenùti a Francavḍa’, perché bene in francavillese si dice bèna, anzi ‘bbèna, con due b iniziali’. La discussione terminò.
 Qualcuno a Francavilla, dopo la sua morte, sosteneva i versi, se non tutti i più importanti, della Calabresella fossero di Foca e’Juda, perché da lui recitati prima che la più famosa canzone calabrese fosse conosciuta. Si sosteneva che fosse stato un reggino a copiare i versi di Juda. Ancora vi è qualche vecchio paesano che sostiene questa ‘leggenda’. Non esiste alcun riscontro storico, rappresenta, questo è vero, la grande popolarità dei versi composti dall’umile aedo francavillese.

Foto di Giuseppe Fruci

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Presentazione del libro "Attori non protagonisti"

di Domenico Arone

Piccole storie che hanno fatto la storia
sabato 25 marzo 2017 alle ore 16,30 presso il salone teatro della Scuola Primaria di Capistrano
Queste pagine, scritte col cuore e con una notevole carica emotiva, raccontano in maniera semplice e lineare lo spaccato del ventennio fascista in un piccolo comune della Calabria, dove cultura e migliori condizioni di vita erano esclusivo appannaggio di una sottilissima fascia di intellettuali e di qualche facoltoso signorotto. Il volume, in cui vengono ricostruite e illustrate in maniera ampia e minuziosa le tragiche dinamiche militari dei giovani caduti, si propone essenzialmente di colmare un vuoto nella storia del paese, richiamando alla memoria, anche attraverso le foto dell'epoca, i nomi e i volti dei sedici sfortunati ragazzi che, durante la guerra, oltre a combattere contro il nemico, hanno dovuto fare i conti con il vuoto della solitudine, la tristezza e la paura di morire.

 

 

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PREJANDƠLA


Spesso dietro la fantasia si nasconde ciò che non è fantasia.    Era nata in una casa con un balcone che si affacciava sul corso principale del paese. Il balcone, adornato di vasi con tanti fiori e una giara dov’era raccolta l’acqua per annaffiare, consentiva di vedere passare tutte le persone nella loro vita quotidiana, nelle feste religiose, nei cortei matrimoniali e in quelli ragazza bn.jpgfunerari.    Qualche mese prima che lei nascesse, un grande lutto vi fu in quella casa, era morto il padre dopo tante sofferenze. La povera madre fu assistita dai parenti e portò a termine la gravidanza. Appena nata, l’ostetrica del paese, vedendola quasi sorridere con le piccole labbra e con gli occhi scintillanti come stelle, ebbe a dire:
- Guarda, guarda sta Prejandòla, ti guarda e ti sorride. Guarda, guarda quanto è bella che sembra una reginella. Menomale che in tanto lutto c’è lei che ti sorride, c’è lei che ti consola. Benvenuta, Prejandòla!-
E quel soprannome le rimase anche quando divenne una bella signorina, le rimase non perché fosse vanitosa o desiderosa di farsi notare nel paese, le rimase per i suoi modi garbati, gioviali e quasi gioiosi di comportarsi.
Ogni qualvolta passava sotto il suo balcone qualsiasi corteo, la Prejandòla si affacciava e lanciava tanti petali di fiori dai variopinti colori, li lanciava a tutti quanti, non aveva nemiche o nemici da evitare, per lei erano riti, cortei e persone da rispettare.    Un giorno notò un giovane che la guardava quasi incantato, anche lei lo guardò e sentì il suo cuore palpitare, sbocciava come un fiore la dolcezza dell’amore. Seguirono altri giorni e altre ore a guardarsi furtivamente forse per timore della gente. L’occasione per incontrarsi fu data dal fatto che un giorno, nel lanciare i fiori a un corteo di sposi, le cadde un'orecchino d’oro che andò a finire in un tombino. Il giovane lo raccolse e bussò alla sua porta per consegnarlo.   La Prejandòla aprì e appena lo vide il suo viso si arrossò. Prese l'orecchino e con voce flebile lo ringraziò e quasi vergognosa si volse per rincasare, sentì soltanto le parole del giovane che dicevano:
-‘Perché non esci, perché non ti posso parlare e dichiarare che sono innamorato di te?-          La Prejandòla, con un piccolo sorriso, salutò e chiuse la porta.
Passarono i giorni e le settimane e i due incrociavano sempre di più i loro sguardi, lei stando sul balcone e lui seduto su un gradino di una scala di una casa non abitata. Cominciarono gli sguardi a farsi intensi con i primi segni del loro innocente amore.
Una voce corse per il paese, la Prejandola era ammalata e al balcone più non si affacciava.
Tutti nel paese chiedevano notizie sulla sua salute, le risposte divennero più tristi, la Prejandola peggiorava. Tutta la gente che passava sotto il balcone guardava con la speranza di vedere affacciata la più amata ragazza del paese.   In una notte tutta stellata, sotto il bancone si sentì una serenata, era il giovane innamorato che cantava la sua canzone appassionata:


. ‘…Nta stanòtta cu la lùna             /‘…In questa notte con la luna
siènti siènti sta canzùna               /senti, senti questa canzone
vèna amùri mu ti dùna,                 /viene amore per donarti,
nta su lièttu duòrmi tùna              /in quel letto dormi tu
t’accarìzza la mìa vùci                 /ti accarezza la mia voce
ti risvìgghia dùci dùci,                 /ti risveglia dolce dolce,
tu dei ħiùri sì lu ħiùri                    /tu dei fiori sei il fiore
mu ti càccia lu dolùri.                  /che ti toglie il dolore.
Cu li vàsi chi ti màndu                   /Con i baci che ti mando
mo mi dìci dùva e quàndu             /ora mi dici dove e quando
àtri vàsi mu ti dùgnu,                     /altri baci per donarti, 
io vìnna mu m’addùgnu                /io venni per vedere 
si tu ciàngi e sìni sùla                  /se tu piangi e sei sola
senza nudhu mu ti cunsùla.         /senza nessuno che ti consola.
La chiù bèdha ‘e Francavidha      /La più bella di Francavilla
mu s’affaccia mu si vìda,              /che si affacci per vederla, 
ciàngia, ciàngia chìsta vùci            /piange, piange questa voce
ca non vìju nudha lùci.’                 / perché non vedo nessuna luce’


La povera Prejandòla, sentendo la canzone del suo innamorato,
volle essere accompagnata dalla madre al balcone e rivolgendosi
a lui flebilmente riuscì a dire queste parole:

‘….Vièni, sàgghia ca t’aspièttu ‘…./Vieni, sali che ti aspetto
ca li ħiùri chiù non jièttu…’ / perché i fiori più non getto…’
Il giovane vedendola e sentendo queste parole subito corse 
da lei e appena la raggiunse:
…Nu ħiùri jàncu ìdha parìa '. /Un fiore bianco lei sembrava
cu l’uòcchi pàrìa ca ridìa, /con gli occhi sembrava ridere,
jìa mu dìcia na palòra / stava per dire una parola
nta li vràzza jìu mu mòra… / nelle braccia andò a morire…


Appresa la notizia della morte, tutto il paese fu in fermento, ognuno piangendo volle vedere la Prejandòla giacente morta sul suo letto, coperta da un bianco velo, sembrava che dormisse, che fosse ancora viva e bella come sempre. Il funerale fu grandioso, tutto il paese partecipò.


….Portàvanu lu tumbùtu, /…portavano la bara,
nta lu paìsi tùttu mùtu, /nel paese tutto muto,
li bièdhi giùvani zìti /i bei giovani fidanzati
cu nìgri e jànchi li vestìti, /con neri e bianchi i vestiti,
dùi filèra ‘e verginièdhi /due fila di verginelle
cu vèlu jàncu cuòmu ‘a pièdhi, / con il velo bianco come la pelle,
li damàschi culuràti / i damaschi colorati
si vidìanu tutti mpràti /si vedevano tutti stesi
nte barcùni e barcunàti / nei balconi e balconate
de lu paìsi nta li stràti, /del paese nelle strade,
li ħiùri d’ògni culùri i /fiori d’ogni colore
si jettàva cu l’amùri, /si gettavano con amore
cu l’amùri prima ‘o vòla /con l’amore prima di volare
cuòmu volìa la Prejandòla. / come voleva la Prejandòla.


Quando qualcuno del paese passava sotto il suo balcone si soffermava come dinanzi a un tabernacolo, guardava e mandava
un saluto con il pensiero o con il gesto della mano come se ci fosse ancora affacciata quella cara creatura.     Un giorno si vide su quel balcone deserto e chiuso un fiore splendente nei suoi colori, si gridò al miracolo, la Prejandòla era ritornata sotto le sembianze del suo fiore preferito, un bocca di leone. Ogni anno ancora quel fiore sboccia su quel balcone ormai in rovina, ma i cittadini di oggi hanno dimenticato questa storia.


...Nto barcuni nc’è na giàrra /-Nel balcone c’è una giara
tutta rùtta e nùdhu pàrra…- / tutta rotta e nessuno parla…-
ra bib.jpg
Prejandòla, io ti ricordo e al tuo funerale vi fu la più bella, triste infiorata che si ebbe a Francavilla. Ti mando un fiore come quello che sboccia sul tuo balcone, ti mando un bel bocca di leone……………………
Vincenzo Ruperto

Festa  di San Foca 

5 marzo 2017

   La festa liturgica del 5 marzo in onore di San Foca Martire,  il Parroco don Giovanni Tozzo,   ha  celebrato la solenne funzione in onore del Santo Patrono di Francavilla Angitola. Alla  celebrazione della Messa solenne delle 10,30, grazie anche  alla bella giornata hanno partecipato molti fedeli e devoti, alcuni dei quali  venuti anche dai paesi vicini. In forma ufficiale erano presenti il Sindaco, avv. Antonella Bartucca, e l’intera Giunta.
Dopo  la Santa Messa  per le vie del paese si è svolta la processione affollata da numerosi fedeli. A conclusione della processione sul  sagrato della chiesa la banda musicale ha  intonato  la litania; infine si è proceduto al bacio della reliquia del Santo.

FOTO DI GIUSEPPE PUNGITORE - WWW.FRANCAVILLAANGITOLA.COM

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La Leggenda di Santu Foca Protettore di Francavilla


Il 15 novembre 1893 la rivista di letteratura popolare “ La Calabria ’’ edita a Monteleone a cura del prof. L. Bruzzano pubblicò in prima pagina l’articolo di G.Brinati “Canti sacri e leggende religiose :la leggenda di Santu Foca protettore di Francavilla Angitola’’. Di seguito riportiamo parte di esso nel formato originale.
       Ho sott’occhio quattro redazioni della leggenda poetica di Santu Foca una di Spilinga una di Monteleone , una di S. Vito ed una di S. Caterina ionica. Di queste quattro pubblico la prima e l’ultima citando però nelle note le varianti, di una certa importanza, delle redazioni di San Vito e di Monteleone. Ma prima di tutto dirò due parole del Santo ; solamente quel che è necessario a ben comprendere la leggenda. Santu Foca è protettore di Francavilla Angitola, paesetto di pochi abitanti nel circondario di Nicastro. E prutitturi jeni a Francavilla. Così termina la redazione spilingota della leggenda e la monteleonese: A Francavilla è ‘u santu protitturi Come moltissimi altri santi protettori della Calabria, S. Foca è orientale. Nacque, dicesi ad Antiochia in Siria, nel primo secolo dell’era volgare e patì il martirio nella città dove ebbe i natali , sotto l’imperatore Traiano nell’anno 107. Di professione fu prima soldato ma poi, deposte le armi si mise a fare il giardiniere . Fu a quanto pare di una generosità straordinaria. La sua casa era l’ospizio di quanti ci capitavano. Accusato di professare il cristianesimo , furono mandati in casa sua degli sgherri, perché lo ammazzassero. Il modo come egli li tratta e quel che avviene di lui si vedrà dal canto. La festa di S. Foca  ricorre il 5 di marzo ma si celebra a Francavilla la seconda domenica di agosto. Il venerdi prima della festa tutto il paese si converte in villa (giardino pubblico) forse in memoria della professione esercitata dal Santo. Le strade principali sono fiancheggiate da alberi fittizi; tronchi di albero portati giù dai vicini boschi e piantati li per l’occasione. Accorrono dai vicini paesi caffettieri per fare i geli (gelati)e fruttivendoli in gran numero. La domenica c’è la processione con la musica S. Foca è rappresentato da un mezzo busto in legno, alla mano sinistra ha ravvolto un serpe d’argento che con la lingua gli lecca il mento, nella destra ha una palma. Abbiamo detto in principio che S. Foca fu anche soldato. Di fatto quando i Saraceni erano in cammino per andare a Francavilla, il protettore del paese si presentò loro vestito da guerriero. I Saraceni Gli domandarono della strada ed Egli li condusse per una via tortuosa attraverso un bosco, dove, gira e rigira finalmente si spersero. Il rispetto che, secondo la tradizione gli portarono i serpenti della caverna dove Egli fu gettato, lo ha naturalmente costituito protettore contro si fatta specie di animali massime se velenosi. A conferma di che, mi piace di riferire non le parole di S. Gregorio Torinese, che a quanto pare, attestò, pel primo il prodigio; ma quelle recenti del citato autore del Cenno biografico:’’ l’esperienza (dice il professore Onofrio Simonetti) ci assicura tuttavia che quanti sono morsi dalla vipera ed hanno la ventura di toccare la soglia della chiesa ove di Lui havvi Statua o Reliquia sono immediatamente tornati a  ridente sanità’’Peccato che Santu Foca sia così poco conosciuto!

   FOCA ACCETTA

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 Il volume di Domenico Garrì
Carnalavari, lu Jerramu Ramingu Giubbilanti

Carnalavari - Lu Jerramu Ramingu Giubbilanti, è il titolo del libro di Domenico Garrì (detto Micucciu) di San Costantino di Briatico. Un volume di grande formato, ben centocinquanta pagine che attraverso un linguaggio carico di riferimenti simbolici e l'uso esclusivo del dialetto della zona ripercorre una storia, o meglio una serie di storie e situazioni inaspettate, con la presenza di numerosi personaggi, per raccontare la figura di un Carnalavari davvero inedito e personale. Nel libro di Garrì si incontra una terminologia non sempre di facile comprensione, che viene utilizzata per recuperare una memoria storica oramai quasi perduta; termini desueti e rari, nomi dimenticati, parole non più pronunciate da tempo. Sotto questo aspetto il volume di Domenico Garrì acquisisce la grande capacità  di valorizzazione della comprensione e dell'uso della lingua dei nonni, del dialetto, di uno dei mille dialetti calabresi. Lo stesso Domenico Garrì, in prefazione, scrive un "messaggio ai lettori", indirizza, indica, suggerisce, accompagna. L'autore identifica "le donne e gli uomini calabresi, quelli non acculturati" nei veri e più autentici custodi del nostro retaggio di tradizioni, coloro che hanno continuato a percepire la cultura dominante come estranea ai loro valori di riferimento, e questa "cultura" la subiscono come oltraggio alla loro identità etnica, pagandone le conseguenze in termini di ulteriore emarginazione". La prima lettura del testo è davvero impegnativa (sono ben 1577 le sestine), ma dopo un po' lo stesso testo si presta a facili estrapolazioni che portano a situazioni narrative di scelta, autonome e ben definite. L'autore, nell'ambientazione della lunga storia di Carnalavari, non parla di un luogo reale e ben definito, anche se poi, a leggere tra le righe, si sente la forte influenza ambientale dei posti a lui cari e di tutto il territorio circostante, da San Giovanni a Potenzoni, da San Costantino di Briatico a Zambrone, da Briatico Vecchia e Zungri. Situazioni inedite e davvero particolari, con tanti personaggi, con i luoghi di vita e di lavoro di nobili e di diseredati e dal nulla affiorano prorompenti i versi, creando riferimenti continui con la realtà del passato. Micucciu Garrì  percepisce, nella vita vissuta di ognuno, l'appartenenza, l'identità, l'anima forte e collettiva di un popolo che palpita e pulsa, che continua a vivere nei modi di dire, nei proverbi, nei lemmi, negli idiomi, in tutte quelle espressioni che la cultura popolare offre, vere tracce recuperate e salvate dall'oblio prodotto dal tempo che passa. Micucciu Garrì, figlio e figlio d'arte di Grazioso Garrì, autore negli anni Trenta di un famoso poema carnascialesco su Carnalavari ed i suoi eccessi mangerecci, fa rivivere in questo libro il personaggio Carnalavari, lo presenta da cantastorie con rime e con rilievi. Una storia inedita, vera e curiosa di "Iju", proprio lui,  il Carnevale, raccontata in modo totalmente diverso da come questa storia la si è sentita raccontare nel passato, sebbene gli eccessi, le trasgressioni, la sregolatezza alimentare e le parole spropositate continuano ad essere la base per dare, o meglio ridare, al Carnevale, il potere, la forza ed il ruolo di contestatore sociale nella comunità, di ribaltatore dei ruoli, con una dialettica libera e senza freni inibitori, in un contesto temporale limitato, ben chiuso e ben definito. Per dare, o ridare, al tempo del Carnevale, una continuità di valori tradizionali straordinari ma da far rientrare nei margini con il ritorno alla quotidianità e alla normalità di sempre, nella vita e nello spazio-paese, all'interno della comunità e con i paesani. Da sottolineare, infine, che dal  2007 a San Costantino di Briatico sono state recuperate, in modo purtroppo non continuo, alcune antiche forme di teatro spontaneo di strada, la farsa funebre con il  fantoccio del Carnalavari di paglia e stoffa, stracarico di vino rosso e di salcicce, un finto funerale che viene celebrato in forma rituale dalle classi popolari, tra fumi di peperoncino inserito nell'incensiere liturgico, urla straziate di prèfiche, le ciangiuline, da uomini travestiti da donna, da un falso dottore (impersonato in questo caso da Agostino Vallone che nella realtà è un vero medico), da un falso prete, da falsi militari. Tutti personaggi falsi e disinibiti, almeno - come vuole la tradizione - per i giorni speciali del Carnalavari.
Franco Vallone

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PER LA MORTE Dl MARIO TORCHIA

Attoniti e affranti per il tristissimo evento che ha sconvolto non solo  la comunità  di Francavilla Angitola,  ma tante persone di Filadelfia, del Vibonese e del Lametino, noi, incapaci di esprimere adeguatamente il nostro dolore, vogliamo pubblicare a beneficio delle migliaia di persone che non sono riuscite ad entrare nella chiesa di San Foca durante il funerale  e soprattutto dei tanti francavillesi emigrati, che ci seguono sul nostro sito, le nobili, ispirate e toccanti parole pronunciate dal Parroco don Giovanni Tozzo durante le dolentissime esequie  del  caro  Mario, nonché  l’affettuoso messaggio inviatoci  dall’Arciprete Don Pasquale Sergi.

OMELIA DI DON GIOVANNI TOZZO
"Non abbiamo molte parole da dire. E non riusciamo neppure a trovare risposte adeguate al perché accadono certe cose. Il primo a non saper rispondere sono io. Qui la presunta grandezza dell’uomo naufraga miseramente, perché non sa dare risposte plausibili al mistero stesso della sua esistenza. Nel caso di Mario qualcuno parla di “destino crudele” perché, dopo aver lottato per tre lunghi anni, insieme a tutta la sua famiglia stretta intorno a lui, contro la leucemia e dopo averla sconfitta, muore così in maniera inaspettata e crudelmente tragica. Non abbiamo risposte appropriate a questa situazione. Ci resta solo un cumulo di dolore insopportabile che ci schiaccia e ci lascia muti, sbigottiti e pieni di paura. La comunità tutta ne esce sbigottita e frastornata.
Mario era una persona che caratterizzava Francavilla. Il suo lavoro, la sua famiglia, il suo impegno nella vita politica, la sua passione per l’impegno nel sociale, il tutto protratto per molti anni. Le sue consuete passeggiate con gli amici lungo il corso di Francavilla, dove era facile incontrarsi e scambiare qualche battuta amichevole. Ci mancherà sicuramente.
E poi il figlio Giuseppe, al quale mando il mio abbraccio, coinvolto personalmente in questa triste vicenda, dalla quale provvidenzialmente ne esce salvo sebbene ferito, e anche al suo feritore Foca. Nessuno in questo contesto eucaristico può essere escluso o emarginato. Sarebbe cristianamente un altro delitto!
Ma ci sono anche i drammi di altre vite che restano coinvolte in questa vicenda e che non possiamo tralasciare, due famiglie si trovano nel dramma e nel dolore e io le abbraccio tutte insieme. Tutto è diventato improvvisamente tragico e ineluttabile. Impossibile tornare indietro. Tutti ne siamo coinvolti e feriti.
Si cerca ancora il perché, il come, i tempi e la ricostruzione di luoghi e di fatti, i ruoli che hanno avuto le diverse persone. Ma tutto ci lascia ancora una volta l’amaro in bocca. Continuiamo a non capire.
Vorrei potervi trasmettere il tumulto di sentimenti che avvolgono ed appesantiscono il mio animo di pastore, ma è difficile se non impossibile. Sono comunque personalmente e profondamente convinto che l’unica chiave di lettura e di comprensione per quanto possibile di questa tragica vicenda, resta il velo della pietà, da parte di tutti noi.
La pietà è quella virtù che ci permette di trattare tutto con delicatezza, con rispetto, cercando di comprendere e di abbracciare nel silenzio ogni cosa e che prima di giudicare (quanto sono falsi e sbagliati i nostri giudizi...) ci porta ad amare, ad accarezzare, ad accogliere con il cuore il dolore e le lacrime di quanti sono protagonisti forse anche involontari, di questa triste vicenda. La pietà ci porta a superare e a portare in pienezza quella nuova legge che Gesù ci indicava domenica scorsa: la perfezione del Padre, il superamento della legge del taglione, quella dell’ “occhio per occhio e dente per dente”, per una nuova giustizia che è quella di Dio, il quale “fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, manda la pioggia sui giusti e sugli ingiusti”. E se, ci ricordava Gesù, “la vostra giustizia (cioè quella del taglione...) non supererà quella di scribi e farisei, non entrerete nel regno dei cieli”.
Nell’episodio che ci racconta san Giovanni, la resurrezione dell’amico di Gesù, Lazzaro, per il quale lui stesso ne piange addolorato la morte, pur sapendo ciò che si preparava a compiere e indicandoci come lui comprende e condivide il nostro dolore, Gesù ci invita a non lasciarci prendere e vincere dallo sconforto e dalla paura, ma di credere pienamente in lui, di abbandonarci in lui, di fidarci di lui. Solo così, anche attraverso le vicende spesso incomprensibili della nostra vita, avremo la certezza di “vedere la gloria di Dio”, il suo vero Volto di Padre amorevolissimo, premio alle nostre fatiche, paure e drammi terreni.
Lazzaro esce fuori dalla tomba, liberato dalle bende e dai lacci della morte che ormai da quattro giorni lo tenevano prigioniero, anticipando e presagendo così la vicenda di Gesù, la sua passione morte e risurrezione. A me sembra che questo fatto miracoloso, sotto la voce potente di Gesù che comanda anche la morte, ci indica anche un’altra risurrezione non meno importante. E’ l’uscita dalla morte della nostra anima di uomini, o se vogliamo della nostra stessa umanità. Spesso il modernismo ci fa toccare con mano come forse stiamo perdendo in parte la capacità di essere uomini veri. Un mondo sempre più tecnologizzato, freddo e senz’anima, ci rimanda il volto di un uomo impoverito, sempre più solo e spesso incapace di creare rapporti umani veri e duraturi.
E’ cronaca di pochi giorni fa la notizia che in Germania sarebbe stata vietata
-giustamente- la vendita e la messa in commercio di una bambolina di produzione americana, che sarebbe in grado di interagire con i bambini. Ciò significa che con il tempo i nostri figli, sempre più chiusi nella solitudine della propria camera e rinunciando ai compagni di giochi, potrebbero trovare in questo robottino il compagno ideale per il loro divertimento. Del resto sappiamo come la robotica ormai è una realtà, come pure si parla di intelligenza artificiale, i telefonini ormai ci consentono e fanno si che i nostri rapporti si svolgano via web e non più a “contatto di mano” impedendoci così di poterne sentire il calore e per godere del sorriso di chi ci sta di fronte, ma a distanza, nell’assenza di una presenza reale.
E’ un mondo che mi spaventa, perché si rivela sempre più nella sua fredda, asettica e spersonalizzante realtà virtuale o robotizzata, sempre più priva di rapporti e sentimenti umani veri. L’uomo ne uscirà sempre più solo, stanco e depresso, infelice annoiato e disgustato della sua stessa esistenza, privo della gioia e dell’entusiasmo di vivere. Incapace o impossibilitato cii sentirsi amato, accolto, capito e perdonato.
Il forte impegno di Mario nel sociale, ci lascia un messaggio chiaro e ci indica come è possibile trovare il gusto e la gioia di vivere per gli altri attraverso rapporti umani reali e più autentici, dove l’altro, chiunque esso sia, è mio fratello secondo quel progetto che Gesù ci ha affidato, per una nuova umanità e di cui lui stesso è il vero prototipo, come colui che non toglie la vita ma che la dà in abbondanza.
Il riferimento e il legame a Gesù è dunque essenziale e dubito che fuori di lui siamo in grado di rinnovarci e di uscire fuori da quella tomba che ci inquieta e ci impaurisce. Solo lui può comandare potentemente a ciascuno di noi “Lazzaro, vieni fuori!”. Ma se noi l’ascoltiamo la morte non ci toccherà più, le bende e i lacci mortali si scioglieranno per incanto e cadranno ai nostri piedi, rivelando l’umanità nuova che può dare inizio alla nuova civiltà dell’amore, per una legge nuova, per una giustizia nuova: la giustizia e la santità di Dio. Dio è con noi. Dobbiamo provarci. Dobbiamo ritrovare il coraggio di amare senza nulla chiedere o pretendere, ma solo tornare a riassaporare la legge evangelica secondo la quale “c’è più gioia nel dare che nel ricevere”. Gesù starà sempre con noi crocifisso, per indicarci fino a qual punto il nostro amore deve arrivare: il dono totale di sé. Solo nella Croce c’è salvezza e speranza, fuori di essa tutto è irrimediabilmente perduto. Non esistono altre strade!
Consapevoli che lui non ci lascia nella solitudine del nostro dolore sordo e incomprensibile, alziamo umili i nostri occhi verso di Lui per implorare clemenza, pace, misericordia e perdono per tutti noi e per le vittime di questa vicenda incomprensibile. Ricordo una frase di Papa Francesco che diceva: “Gli occhiali più appropriati per vedere Dio, sono le nostre lacrime”. Così sia! "


  Don Pasquale Sergi  -  Chi,come me, li ha visti crescere, di certo li ha riconosciuti con nostalgia ed affetto. Entrambi hanno bisogno di sostegno e comprensione. Anche se relativamente lontano, col pensiero e con il cuore sono particolarmente vicino alle care Famiglie Torchia e Carchedi per la tragedia che li ha colpiti profondamente. E' un'immagine prova! Prego il Signore e la Madonna che vi diano il necessario aiuto per continuare ad andare avanti nel miglior modo possibile. Affettuosamente, don Pasquale.

 

LA  XXV GIORNATA  DEL  MALATO  CELEBRATA  A  PIZZO

   Nei giorni vicini all’11 febbraio, data della prima apparizione della Madonna a Bernadette Soubirous (11-2-1858 a Lourdes), le diocesi italiane celebrano la “Giornata del malato”.  Nel 2017, in occasione della 25ª edizione, la diocesi di Mileto ha programmato di celebrare la “Giornata del malato” in quattro distinte sedi: giovedì 9 febbraio presso il reparto di Riabilitazione psichiatrica dell’Ospedaletto di Pizzo; venerdì 10 febbraio all’Ospedale di Soriano Calabro; sabato 11 febbraio, festa di Nostra Signora di Lourdes, la Santa Messa è stata officiata a Vibo Valentia da S.E. Monsignor Luigi RENZO, Vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea; il 13 febbraio la Messa viene celebrata all’ospedale di Tropea.
Qui di seguito un breve resoconto, accompagnato da alcune fotografie scattate da amici della cooperativa “La voce del silenzio”, della “Giornata del malato” celebrata a Pizzo la mattina del 9-2-2017 in un salone dell’Ospedaletto. Come accaduto negli anni passati, anche per il 2017 chi ha provveduto a promuovere tale manifestazione all’Ospedaletto di Pizzo è stato il dottor Francesco La TORRE, il quale, pur essendo pensionato dalla funzione di Direttore sanitario del Reparto di Riabilitazione psichiatrica, continua in maniera volontaria e gratuita a prestare la sua preziosa assistenza sanitaria a chi passa per la struttura sanitaria di Pizzo ed in particolare alle donne e uomini della Cooperativa   “La voce del silenzio”.  La Santa Messa, iniziata alle ore 11, è stata presieduta da Don Rocco SUPPA, parroco a Dinami e a Limpidi di Acquaro, coadiuvato da Padre Gaetano, spesso presente alle Giornate del malato, in quanto religioso del locale convento dei Minimi. Invece per Don Suppa si è trattato della prima volta; il dott. La Torre ha conosciuto ed è diventato amico di Rocco Suppa, prima ancora che costui diventasse prete. In effetti il dottor Rocco Suppa, laureato in Farmacia, per diversi anni è stato farmacista a Spilinga, e lì ha conosciuto e frequentato il dottor La Torre, nativo del luogo.  Dopodiché il dottor Suppa ha lasciato Spilinga e la professione di farmacista per dedicarsi al ministero di Sacerdote. In Italia l’11 febbraio, in concomitanza con la “Giornata del malato” si svolge anche il cosiddetto “Banco farmaceutico”, cioè la raccolta di medicinali e offerte a favore di ammalati in difficoltà economiche. Pertanto opportunamente il dottor La Torre, a celebrare la Santa Messa di Pizzo ha invitato Don Rocco Suppa, ritenendolo assai  adatto a presiedere la funzione essendo particolarmente sensibile alle tematiche delle suddette manifestazioni, sia per la sua pregressa professione di farmacista, sia per il suo attuale impegno pastorale di parroco-curato nel territorio di due Comuni della provincia di Vibo Valentia. Ad adornare l’altare ed allestire il salone dell’Ospedaletto hanno provveduto, come di consueto, Suor Felicita e consorelle, insieme a volenterose assistenti della Cooperativa “La voce del silenzio” e ad alcune solerti signore delle parrocchie pizzitane.
La funzione eucaristica, presieduta da Don Rocco, coadiuvato da Padre Gaetano, è stata mirabilmente accompagnata dai canti e dalle musiche della Corale della “Voce del silenzio”, guidata dal Maestro Lino Vallone e dalla Signora Tiziana Ceravolo.  Nell’omelia Don Suppa ha rievocato in particolare la figura di Santa Bernadette, l’umile giovinetta di Lourdes a cui la Madonna apparve per la prima volta l’11 febbraio 1858, sottolineando come la sua breve esistenza fosse stata segnata da stenti e privazioni, e soprattutto da gravi e dolorose malattie. Considerando le atroci sofferenze patite da Bernadette, soprattutto nella seconda parte della vita, quella trascorsa a Nevers, dove era stata inviata per diventare suora, il Santo Papa Giovanni Paolo II stabilì come “Giornata del malato” la data dell’11 febbraio, quella della prima apparizione della Madonna alla povera pastorella di Lourdes.
   Al termine della Messa, Don Rocco Suppa ha rivolto parole di grande elogio al dottor   La Torre, agli operatori del Reparto di Riabilitazione psichiatrica, all’èquipe e agli assistiti della Cooperativa “La voce del silenzio”. Quindi, ammirato e commosso dai canti e dalle musiche della omonima Corale, che hanno suggestivamente accompagnato i vari momenti della Messa solenne, ha invitato tutti i componenti della Corale “La voce del silenzio” ad andare nel mese di maggio a cantare e suonare nel Santuario della Madonna della Catena a Dinami, di cui lo stesso Don Suppa è alacre Rettore, impegnandosi a mandare  un pulmann  per trasportare gratuitamente e comodamente i componenti della Corale da Pizzo al Santuario mariano della Catena, andata e ritorno. Infine il dottor La Torre, compiaciuto e commosso della felice riuscita della manifestazione, ha ringraziato anzi tutto i due Sacerdoti che hanno concelebrato la santa Messa, Don Rocco e Padre Gaetano, poi le Suore, le assistenti  della Cooperativa e le altre signore napitine che hanno concretamente collaborato allo svolgimento della manifestazione; in modo speciale ha ringraziato la Corale della “Voce del silenzio” ed ha salutato tutti coloro che hanno voluto e potuto partecipare alla “Giornata del malato” di Pizzo.  

   Riportiamo in appendice la preghiera composta dall’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della CEI – Conferenza Episcopale Italiana:

PREGHIERA PER LA XXV GIORNATA MONDIALE DEL MALATO 2017
Stupore per quanto Dio compie:
«Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente …»  (Lc 1,49)
(Ispirata a Evangelii Gaudium 286,288)

Vergine e Madre Maria
che hai trasformato una grotta per animali
nella casa di Gesù
con alcune fasce e una montagna di tenerezza,
a noi, che fiduciosi invochiamo il Tuo nome,
volgi il tuo sguardo benigno.

Piccola serva del Padre
che esulti di gioia nella lode,
amica sempre attenta perché nella nostra vita
non venga a mancare il vino della festa,
donaci lo stupore
per le grandi cose compiute dall’Onnipotente.

Madre di tutti che comprendi le nostre pene,
segno di speranza per quanti soffrono,
con il tuo materno affetto
apri il nostro cuore alla fede;
intercedi per noi la forza di Dio
e accompagnaci nel cammino della vita.

Nostra Signora della premura
partita senza indugio dal tuo villaggio
per aiutare gli altri con giustizia e tenerezza,
apri il nostro cuore alla misericordia
e benedici le mano di quanti toccano
 le carni sofferenti di Cristo.

Vergine Immacolata
che a Lourdes hai dato un segno della tua presenza,
come una vera madre cammina con noi,
combatti con noi,
e dona a tutti gli ammalati che fiduciosi ricorrono a te
di sentire la vicinanza dell’amore di Dio.  Amen.

 

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  MONS. RAMONDINO RECENSISCE IL LIBRO

"IL POPOLO DI DIO IN CAMMINO"


  Monsignor Filippo Ramondino, Cancelliere vescovile della diocesi di
Mileto-Nicotera-Tropea e Direttore dell'Archivio storico della
medesima diocesi, nel prossimo numero del Bollettino diocesano si
premurerà di presentare ai lettori del suddetto organo ufficiale della
Curia miletese il libro "Il popolo di Dio in cammino. Francavilla
Angitola e il suo Clero negli ultimi cento anni (1916-2016)".
  I curatori del libro, Vincenzo Davoli, Giuseppe Pungitore, Foca
Accetta e Mons. Vincenzo Fiumara (grande promotore dell'iniziativa),
particolarmente compiaciuti del vivo interesse che la loro opera ha
suscitato in un autorevole, colto ed esperto prelato qual è Mons.
Ramondino, hanno pensato di pubblicare in anteprima online sul sito internet
"www.francavillaangitola.com" la pregevole e puntuale recensione
redatta da Mons. Filippo Ramondino , affinchè gli amici che abitano
lontano dalla Calabria e che non riescono a reperire il suddetto
Bollettino diocesano, possano conoscere, consultando facilmente il
nostro sito, quale sia stata l'opinione sul libro "Il popolo di Dio in
cammino", espressa da Mons. Ramondino, il più profondo conoscitore e
massimo esperto, nella diocesi di Mileto, in materia di biografie di
Parroci e religiosi.
                   

V.DAVOLI, G. PUNGITORE, F.ACCETTA, V.FIUMARA,  ( a cura di) Il popolo di Dio in cammino. Francavilla Angitola e il suo Clero negli ultimi cento anni (1916-2016),   Paprint- Libriitalia net edizioni, Vibo Valentia 2016, pp. 204, E. 15,00

Apprezzabile l’iniziativa dei curatori di questa pubblicazione che focalizza la ricerca, la memoria, lo studio sul clero che ha operato e che ha avuto origini nel paese di Francavilla Angitola, diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, provincia di Vibo Valentia. Il suggestivo testo, corredato da una ricca documentazione fotografica,  si presenta come un  grato ricordo di famiglia, un album di memorie collettive, dove i preti si configurano come veri padri e guide della comunità.  Dopo le opportune notizie storiche sulla comunità e le sue tre chiese ( San Foca, Madonna delle Grazie, SS. Rosario), il lavoro,  relativo esclusivamente agli ultimi cento anni, arrivando dunque ai nostri giorni,  si divide in due parti che raccolgono le notizie biografiche dei sacerdoti parroci: Servelli, Caria, Foti, Natali, Facciolo, Condello, Sergi, Barletta Tozzo; e dei sacerdoti e religiosi oriundi del paese: Torchia, Condello, Rondinelli, Triminì, Fiumara. Soprattutto delle figure più antiche sono rievocati, accanto alla documentazione ufficiale, ricordi tramandati oralmente, epistolari, scritti vari, che arricchiscono di nuove conoscenze le figure sacerdotali, amabilmente custodite nel cuore di un popolo in cammino, del quale essi sono stati sapienti e anche lungimiranti pastori, vivendo le gioie e le fatiche del ministero, con i limiti della loro umanità, servendo nel nome di Cristo e della Chiesa la comunità loro affidata, nel mistero della fede.

   Certo, forse, non  è possibile storiografare esaurientemente una esperienza di fede, quale è quella di “un popolo in cammino”,  la Chiesa, di cui i sacerdoti sono ministri, anch’essi in cammino verso il Regno, con le loro spesso variegate, e a volte complesse, prospettive di servizio, a seconda della visione del mondo che hanno maturato. Ogni domanda e ogni risposta, oltre il documento e l’interpretazione storica,   ci riportano al sacramento fontale del sacerdozio che è Cristo, stimolandoci oggi a fare una comparazione di vita, e non solo di carte, con l’esperienza e la testimonianza genuina e originale dei primi ministri del Vangelo, e con i luminosi esempi di santità sacerdotale nella storia più recente della diocesi e della Calabria.

Questo libro offre, in questa prospettiva, un saggio contributo, per la genuinità e scrupolosità con cui è redatto, per far avanzare quel necessario metodo di storica autocomprensione, che non sia solo ricognizione di notizie aride o suggestive, ma anche bilancio per una progettualità  più reale, legata all’urgenza di una continuità storica, sulla base del fatto teologico di una insopprimibile Traditio.
 
Filippo Ramondino - Gennaio 2017

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Intervista a Lucia Grillo

(attrice,regista e giornalista)

Il dott. Vito Caruso  ci ha  inviato un  articolo di Luigi Caputo (Note Verticali. Rivista di cinema, musica e letteratura) corredato da bellissime  fotografie della nostra francavillese Lucia Grillo. Lo ringraziamo cordialmente e volentieri pubblichiamo  il materiale  inviatoci,  perché possa essere apprezzato dagli appassionati lettori del nostro sito.


Mi sembra importante pubblicare questa recente intervista a Lucia Grillo (attrice,regista e giornalista) figlia di genitori francavillesi che è nata, cresciuta e vissuta a New York. Leggere del suo attaccamento alla Calabria, in generale, ed a Francavilla, in particolare,, dovrebbe essere motivo di soddisfazione per quanti credono che sia importante riuscire a mantenere un legame con la propria terra di origine e con la cultura che essa esprime. L'impegno cinematografico e giornalistico di Lucia per una sua lettura della realta calabrese, ma anche per la condizione di vita degli emigranti calabresi a New York, dovrebbe essere materia di attenta analisi e considerazione, che in verità, in parte, vi è già stata. L'intervista è lunga, ma merita di essere letta fino in fondo, perchè non vi è nulla di superfluo, anzi, ogni sua risposta all'intervistatore, merita attenzione perchè induce il lettore a riflettere su elementi valutativi della realtà calabrese, visti da una persona che vive lontano, ma che ha notevoli capacità di osservazione su tale realtà.
Intervista a
Lucia Grillo: ecco perchè faccio cinema in Calabria
di Luigi Caputo (Note Verticali. Rivista di cinema, musica e letteratura)
Abbiamo intervistato la regista, attrice e produttrice statunitense di origine calabrese, molto legata alla terra dei propri genitori, e desiderosa di raccontarla. “I calabresi non dovrebbero rassegnarsi alla realtà”, dice.
Rivendicare le proprie origini è privilegio di pochi, e non sa di provincialismo. Non significa accettare tutto ‘tout court’, e, specie se si vive lontani dalla propria terra,aiuta a giudicarla dalla giusta distanza, e a descriverla con gli occhi di un osservatore privilegiato, che sa di non poter essere facilmente condizionabile.
Lucia Grillo è una attrice, regista, produttrice e modella statunitense. Il cognome non tradisce le origini calabresi, di cui va fiera, e che porta nel suo lavoro, in teatro, televisione, cinema e pubblicità. Laureata alla New York University, è fondatrice di Calabrisella Films, casa di produzione con la quale realizza tra l’altro “Testardi: calabresi a New York“, documentario in cui dà voce a diversi personaggi illustri della cultura e della politica, di origine calabrese, che vivono negli States
Abbiamo avuto modo di conoscere Lucia Grillo a Cosenza, nel corso della presentazione del suo documentario. L’abbiamo ricontattata a New York, mentre sta sviluppando il suo primo lungometraggio d’autore, “Na calma tigrata”, ambientato tra Calabria, Roma e New York.
Lucia, da dove deriva la scelta di fare un film sui calabresi a New York?
Dall’essere ‘calabranewyorkese’. Nonostante sia nata e cresciuta a New York, vengo in Calabria da quando avevo sei anni e la mia prima lingua, insieme all’inglese, è stata il dialetto dei miei, che erano nati in Calabria. Un giorno mi ero accorta che più diventavo “Americana”, più perdevo questo senso d’identità ed il legame con le mie radici, ovvero tutto quello che avevano vissuto i miei. Allora, per conservare un po’ la storia degli emigrati e la loro lingua, ho cominciato a scrivere, produrre, dirigere, ed interpretare film “made in Calabria” con due cortometraggi molto apprezzati – “A pena do pana” (vincitore RIFF, trasmesso su La 7) e “Ad Ipponion” (Selezione Ufficiale Cannes Court Métrage). Tornando negli USA sono stata assunta come produttrice e conduttrice di “Italics”, l’unico programma TV dedicato da quasi 30 anni alla’esperienza italoamericana che va in onda sulla CUNY TV, prodotto dal Calandra Institute, l’istituto di ricerca sulla storia italoamericana. Insieme al Calandra, con Calabrisella Films ho prodotto il mio primo documentario, “Terra sogna terra”, sul legame degli emigrati italiani (con particolare attenzione ai calabresi, in particolare mio padre, mio nonno e alcuni miei zii) sia con la terra intesa come ‘suolo, terreno’ sia con la Terra intesa come il nostro pianeta. Nel 2012, Laura Caparrotti, che stava organizzando “Calabria Day USA”, mi ha proposto di fare un documentario da proiettare nella giornata e da diffondere in live streaming in Calabria. Così, con la mia Calabrisella Films con l’istituto Calandra come “sponsor” per la seconda volta, ho deciso di fare “Testardi: calabresi a New York”.
Cosa percepisce della Calabria vivendo così lontano?
Tutto e niente! Forse un po’ per questo ho fondato la Calabrisella Films, per potere indagare. Probabilmente l’indicazione più grande che ho mai avuto è stata durante la preproduzione di “Ad Ipponion”: avevo scritto su un sito di calabresi cercando di coinvolgere come assistenti di produzione dei giovani interessati a fare cinema. Tra gli altri, mi colpì la risposta di un ragazzo, che arrabbiatissimo mi scrisse: “Voi venite da Hollywood a sfruttare noi calabresi”… e così via. Gli ho risposto e dopo una nostra corrispondenza, gli ho promesso che gli avrei inviato un’anteprima privata del film. Ho mantenuto la mia promessa. Per un po’ di tempo non l’ho sentito, così gli ho scritto e finalmente mi ha risposto: “Cosa vuoi che ti dica? Fai film su cose che noi viviamo”. Mi è stato detto che conosco la Calabria “meglio di noi calabresi”, e anche se per me è un complimento grandissimo, non so se ciò sia vero… bisogna guardare i miei film e farmi sapere! Forse, se è vero, sarà perché, non vivendo nel posto nel quale si indaga, si riesce a vedere le cose obiettivamente. Nel mio caso, però, ci sarà anche un po’ di componente emotiva, perché porto la Calabria dentro di me e sarà presente anche nei miei film.
Lucia Grillo (foto Alexo Wandael)
Corrado Alvaro ha scritto che ‘la dignità è il lato positivo dei calabresi’. È d’accordo? E qual è secondo lei il loro lato negativo?
Direi proprio di sì. Il lato “negativo” dei calabresi è forse quello di ogni altro popolo: quello di non accorgersi delle proprie potenzialità, di rassegnarsi alle cose e dare per scontato che il sistema attuale sia “come stanno le cose” e di non puntare più in alto e lottare per una società migliore. Però questo non per dare colpa: è proprio il sistema che fa sì che le persone rimangano in queste condizioni. Quindi tocca a tutti noi – calabresi e non – di rompere i modi di fare che ci impediscono di migliorare. Mi chiedo cosa direbbe Corrado Alvaro in proposito…
Essere testardi è secondo lei un pregio o un difetto?
È un pregio nel senso della forza e della determinazione. I calabresi sono in gambissima, la Calabria ha una storia immensa e una grandissima cultura. È un difetto nel lasciare che le forze dannose continuino a comandare e a rovinare l’ambiente, sia quello sociale che quello naturale. Dovremmo utilizzare la testardaggine intesa come un pregio, come voglia di non mollare mai, per combattere le conseguenze della testardaggine ‘nociva’, quella cioè figlia dell’ostinazione a non voler cambiare le cose.
Qual è la sorpresa più grande che ha avuto dopo aver terminato il film? Ci sono stati dei cambiamenti nel suo modo di percepire i calabresi?
Dopo ogni mio film c’è sempre la sorpresa che piace! No? Perché c’è sempre la paura di non coinvolgere. Dopo “Testardi” mi aspettavo – anzi, noi, io e Laura (Caparrotti, Nda) non ci aspettavamo la risposta che abbiamo avuto durante la settimana di proiezioni in Italia. Non solo siamo stati accolti in posti culturalmente di rilievo – dal Teatro dell’Acquario a Cosenza all’Apollo 11 di Roma – per il discorso intellettuale, per l’impegno sociale – tutto poi, organizzato da amici che hanno quegli stessi valori, da Loredana Ciliberto a Ernesto Orrico – ma i dibattiti seguiti ad ogni proiezione sono stati molto partecipati. Ho notato molta voglia di informarsi per capire l’esperienza del fenomeno dell’immigrazione, di stretta attualità per la presenza di molti fratelli e sorelle di origine africana qui in Italia. Non è cambiato niente di come percepisco i calabresi, solo è divenuta più forte in me la voglia di realizzare nuovi progetti cinematografici e televisivi “Made in Calabria” (ne ho due attualmente in sviluppo), perché credo che vi sia una vita piena di storie da raccontare. Un’altra cosa che si era affermata è che gli italiani del Centro-Nord – Roma compresa – non sanno niente del Sud, e che tutti gli italiani devono cominciare a studiare la diaspora italiana, che fa parte della vostra storia, e di cui non sapete niente! Non siamo “italiani di secondo grado” o “finti italiani”. E su questo vi dovete aggiornare! Specialmente se volete capire il presente (anche politicamente del mondo, degli USA, di cosa significa una società nella quale uno come Trump può ascendere al potere e cosa significa per i “non-americani”) – e il futuro (dell’Italia, del mondo)….
Quali sono stati i personaggi intervistati in ‘Testardi’ che l’hanno colpita di più?
Max Cassella (attore americano di origine calabrese che ha recitato tra l’altro ne “I Soprano“) e Antonio Monda (scrittore e critico cinematografico). Max perché si considera semplicemente un’essere umano e ha nessun legame con la Calabria: vorrebbe visitare la Calabria e conoscerne la cultura, ma non ha nessuna idea di cosa significhi essere “italiano” o “calabrese”. Antonio perché è molto fiero di essere calabrese e sfida l’immagine stereotipo del calabrese, su diversi livelli, anche su quello di emigrato italiano a New York, di italoamericano.
Cosa direbbe a chi governa la Calabria oggi?
Potrei dire: “Dateli a me quei milioni che avete ‘mandato indietro’ nel nulla, che faccio un film, o meglio, che li gestisco io per fare qualcosa di costruttivo in Calabria”, cosa che sarebbero capaci da fare tantissimi persone lì… Guarda, il programma televisivo che produco è finanziato dallo Stato. Ogni anno noi impiegati dobbiamo trattenere il fiato finché non è approvato il budget, che significa possiamo tenerci il lavoro per un’altro anno. Se il budget ci permette qualcosa in più, dobbiamo spenderlo tutto, altrimenti va “mandato indietro”. Mandato dove? Alle scuole? A non abbattere degli ospedali? A dare da mangiare a quelli che non hanno da mangiare? A finanziare l’aborto o a fornire la pillola? Dove vanno questi soldi? Questi sono finanziamenti di Stato, quindi ottenuti dalle tasse pagati dai lavoratori. Questo a New York. La Grande Mela. In America. La mitica America dove si pensa non manchi niente a nessuno. Ho un computer in ufficio “vecchio” ma funzionante che non uso più. Posso donarlo a qualcuno? No. Posso solo farlo rimanere lì o buttarlo nei rifiuti. Sono costretta a comprare dei mobili per l’ufficio da delle aziende che usano dei prigioni come campi di lavoro, i prigionieri vengono pagate tra $0.23 e $1.15 all’ora. Cosa dovrei dire a quelli che governano la Calabria? Viviamo tutti sullo stesso pianeta.
E cosa direbbe invece a una giovane calabrese che vuole abbandonare la propria terra perché non vi trova un lavoro?
Questa è una questione difficile e molto complicata, non solo per me, ma in generale. In questa società, se un essere umano vuole sopravvivere, deve trovare un modo di guadagnare. Possiamo dire: la terra è la terra e dunque non appartiene a nessuno? Ma questo è molto filosofico e non serve alla realtà. Una delle ragioni per cui sono diventata regista era per fare capire che nessun angolo del mondo è diverso fondamentalmente da un altro, nel senso che viviamo in un sistema che costringe delle persone, per pura sopravvivenza, di strapparsi non solo dalla propria terra ma dalle persone cari, le persone a cui vogliano bene e a chi amano. Anche io, da newyorkese di prima generazione, vivo questa cosa visceralmente, sento lo strappo violento delle radici e l’effetto che ha avuto su i miei cari, anche l’effetto sulle nostre sorelle e fratelli di ogni etnicità, religione e orientamento sessuale, specialmente ora con l’agenda fascista di Trump. …Ironia della sorte, proprio in Calabria, da dove molta gente è partita per la speranza di un futuro migliore altrove, assistiamo all’arrivo, per lo stesso motivo, delle nostre sorelle e fratelli dall’Africa…! Direi alla giovane calabrese: vai, se devi, vai, ma non scordarti e soprattutto, tu che capisci cosa significa, studia la strategia per arrivare ad una società senza oppressione e lotta per una società nella quale nessuno più sarà costretta a fare questa scelta.
Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Per il futuro in generale, lottare contro la presidenza di Trump e tutto ciò che accadrà sotto il suo regime, che è veramente fascista (e non sto usando il termine con leggerezza!) e i democratici Obama, Clinton, lo stanno sopportando e stanno chiamando il popolo a sopportarlo, cosa allarmante e profondamente pericolosa. Sto lavorando con RefuseFascism.org. Per i miei futuri progetti cinematografici e televisivi, sto sviluppando un lungometraggio da una mia sceneggiatura originale, e una miniserie televisiva basato sul libro “Umbertina”, il libro più importante della letteratura “femminile” – e femminista – italoamericana. I due progetti sono ambientati tra la Calabria e New York, con puntate anche a Roma.
NoteVerticali è un magazine culturale che si occupa di cinema, ma anche di musica e letteratura. Se ‘Testardi’ fosse una canzone, che canzone sarebbe? E se fosse un libro?
La Calabria è un libro – un libro di storia, un romanzo, una poesia epica, un quaderno con delle pagine bianche ancora da raccontare. La Calabria è una canzone: i suoni dei mari Tirreno e Jonio, il fruscio delle foglie sugli alberi in Aspromonte o in Sila, il suono eolico dello Scirocco, lo strillo dei mercanti, le chiacchiere delle vecchiette e le loro saggezze, il silenzio pacifico del cielo calabrese aperto al mondo intero durante le pause di nota. Perciò faccio cinema in Calabria.

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19/06/2005 ore 20,30:

Lo staff è lieto di annunciare che oggi, finalmente, è cominciata l'avventura sognata da mesi: viene pubblicato il nuovo sito: www.francavillaangitola.com, grazie alla tenacia di Giuseppe Pungitore, alla determinazione di Mimmo Aracri, alla saggezza dell'ing. Vincenzo Davoli e alla intraprendenza di Antonio Limardi jr. 

FESTA DELLE FORZE ARMATE E COMMEMORAZIONE DI TUTTI I CADUTI

4 novembre 2018


Quest’anno la cerimonia del IV Novembre, Festa delle Forze Armate e Commemorazione di tutti i Caduti in guerra. Per ovviare al pericolo di pioggia le fasi principali della cerimonia civile (Benedizione della corona d’alloro, appello dei Caduti e discorso del Sindaco) si sono svolte dentro la chiesa di San Foca.  La Messa solenne delle ore 10,30 è stata celebrata dal Parroco Don Giovanni Tozzo.  In forma ufficiale era presente il Sindaco, avv. Giuseppe Pizzonia, accompagnato da altri membri della Giunta con il gonfalone del Comune. Il trombettiere ha intonato il Silenzio e la banda musicale  di  Filadelfia ha eseguito l’Inno di Mameli.

Inaugurazione  monumento dei caduti  

4 novembre 1968

Il  monumento  è stato  inaugurato il 4 -11-1968  per il 50° anniversario della vittoria. Fu  benedetto dall’ arciprete Vincenzo Condello.  Il sindaco del tempo, Francesco Condello,  consegno’  ai reduci della Prima Guerra Mondiale  e ai familiari dei  Caduti un attestato d’onore e gloria, e  una medaglia ricordo.

RICORDANDO   IL  “IV NOVEMBRE” 1918


A cento anni di distanza da quel felice avvenimento vogliamo ricordare il 4 novembre 1918, giorno dell’armistizio e della vittoria dell’Italia contro l’Impero austroungarico, ma senza indulgere in rievocazioni trionfalistiche e in commemorazioni retoriche che vorrebbero presentare i nostri combattenti, Caduti, feriti, mutilati o semplici reduci, come se fossero stati tutti quanti degli eroi. In verità l’anno 1918, sia prima del IV Novembre, come anche dopo quella fatidica data, fu costellato di drammi, di lutti e di sofferenze che colpirono non solo i soldati combattenti sui diversi fronti di guerra, ma anche quelli ricoverati in ospedali e infermerie, i poveri militari relegati nelle lugubri prigioni austriache o tedesche, e infine colpirono (nell’autunno 1918 e nell’inverno 1918-19) anche i civili, di ogni età, di entrambi i sessi, di qualsiasi condizione sociale e di ogni territorio europeo, col diffondersi della micidiale epidemia denominata “la spagnola”.
Riguardo ai militari Caduti in guerra è bene precisare che nel 1918, oltre a quelli deceduti nei soliti fronti italiani (Carso, Monte Grappa, Piave, Asiago, Trentino ecc.) bisogna aggiungere quelli inviati in Francia a combattere, al fianco delle Divisioni francesi e loro alleati, contro le poderose Armate t
edesche. In questa sede ricordiamo i nominativi dei militari francavillesi Caduti nell’anno 1918, elencandoli seguendo l’ordine cronologico della loro morte. Dei 25 militari francavillesi deceduti a causa della 1ª guerra mondiale, ben 7 morirono nell’anno 1918.
BONELLI Michele, morto il 7 gennaio a Francavilla a seguito di malattia contratta in guerra.
SERVELLO Giuseppe, morto il 26 gennaio a Bassano del Grappa, per ferite in combattimento.
BUCCINNÀ Pietro Paolo, morto il 15 giugno a Epernay (Francia), per letali ferite da schegge.
BILOTTA Vincenzo, morto il 7 settembre a Barcellona Pozzo di Gotto, vittima della febbre spagnola.
GRILLO Pietro, morto il 18ottobre all’ospedale di Girgenti, ora Agrigento, forse per la spagnola.
IELAPI Francesco, morto il 20 dicembre all’osp. militare “Vittorio Emanuele” di La Spezia, per malattia.
SIMONETTI Leoluca, morto il 30 dicembre nella 6ª Sezione di Sanità di Hall, città del Tirolo presidiato dagli italiani dopo la vittoria del “IV Novembre”. Morì di broncopolmonite, ivi c
ontratta per il clima rigido.
   Nel centenario della partecipazione dei nostri militari calabresi a combattimenti della 1ª Guerra mondiale in territorio francese, oltre al suddetto Pietro Paolo Buccinnà, vogliamo ricordare altri due Caduti ed un reduce.
BILOTTA Carmelo fu Vito, di Filadelfia, commilitone di Buccinnà Pietro, in quanto arruolato nello stesso 2° Rgt. Genieri. Per gravi ferite in combattimento anch’egli fu ricoverato nel 55° ospedaletto di Epernay, dove morì il 19-7-1918. Bilotta e Buccinnà furono entrambi sepolti nel grande Cimitero militare italiano di Bligny, dove sono state ricomposte le spoglie di circa 4500 militari Caduti in Francia nella 1ª guerra mondiale.
PORCHIA Francesco Maria, di Sambiase, nonno materno di Vincenzo Davoli. Caporale dell’89° Rgt. Fant. “Salerno”. Caduto il 2/10/1918 in località Arbre (Chemin des Dames) mentre soccorreva, come capo dei barellieri, i commilitoni giacenti feriti. Sepolto nel Cimitero militare italiano di Soupir, dove si trovano le spoglie di 593 militari italiani.
GRILLO Foca, di Francavilla Angitola, fratello di Pietro, indicato sopra come soldato deceduto a Girgenti.
Foca Grillo era il nonno materno dell’ing. Foca Antonio, dell’ins. Mimmo e di Barbara Lazzaro. Emigrato giovanissimo negli Stati Uniti, avendo preso la cittadinanza americana volle arruolarsi nell’esercito americano (47° Rgt. Fanteria). Combatté sul fronte francese e dopo la vittoria contro l’esercito tedesco (11 novembre 1918) restò per poco tempo con le truppe statunitensi che presidiavano una zona della Germania. Infine ritornò negli Stati Uniti sano e salvo, prescindendo da una leggera ferita.

                                                                                                                   di Vincenzo Davoli

DOMENICO  ANELLO  ELETTO  CONSIGLIERE PROVINCIALE


Nelle   elezioni  provinciali  di  secondo grado  della provincia di Vibo Valentia tenutesi il 31  ottobre  2018  è stato eletto presidente  l’ Avv. Salvatore Solano, sindaco di Stefanaconi  appoggiato dalla lista “Rinascita Vibonese”,  di orientamento di centro destra,appoggiata dal Senatore Giuseppe Mangialavori. Tra i consiglieri  che sostengono  il neo presidente Solano è stato eletto  il  geom. Domenico Anello, Vice Sindaco di  Francavilla Angitola  ed esponente di Forza  Italia.  Anello   entra  in consiglio provinciale  grazie  a  15  voti  in fascia  A ;   3  in fascia  B;   11 in fascia C; 4  in fascia  E  per un totale  25  voti  e  6.444   voti ponderati.
Congratulazioni   al geom.  Anello,  unico rappresentante  del Comune di Francavilla Angitola  in  seno  al  nuovo  Consiglio provinciale di  Vibo Valentia.

Gli studi di Vincenzo Ruperto sulla storia dell’Angitolano

di NICOLA PIRONE
FRANCAVILLA ANGITOLA – La storia dell’Angitolano e dei suoi paesi si arricchisce sempre di più, in particolare dopo i lavori pubblicati da Vincenzo Ruperto da Francavilla Angitola, che dopo 50 anni di ricerche, studio e passione per conoscere il passato del borgo natio ha deciso di confezionare un prodotto già visibile a tutti gli appassionati di storia sul sito www.francavillangitola.com diretto da Giuseppe Pungitore.  Un passato che, nonostante angarie feudali e tremende 'flagelli' come epidemie e terremoti, non fu privo di dignità e decoro per rendere vivibile l'intera comunità con le sue arti, il suo commercio e le sue industrie. Ruperto racconta il passato degli antenati, in maggioranza lavoratori della terra come braccianti, proprietari o censuari del feudatario o degli enti ecclesiastici, non mancarono chi viveva nobilmente, con le loro professioni e i numerosi ecclesiastici. Per necessità di sintesi e ricchezza di documentazione si è preferito trattare maggiormente l'età dei Lumi, dal 1600 alla fine del 1700, per conoscere meglio il passato e fare vivere il presente Migliaia di nomi e cognomi, di toponimi di tutto l’Angitolano e i paesi che lo formano sono riportati in una pubblicazione da 700 pagine che per il momento è solamente in digitale e al cui interno trovano spazio: catasto onciario; platea ducale con i beni come l'ex feudo di santa Maria del Corazzo, de benedettini di Salerno, dei Basiliani, platee delle chiese e conventi; documenti su famiglie di notabili locali o di altri comuni; religiosità cattolica e greco orientale, confraternita del Rosario; terremoto del 1783 e la cassa sacra; la grande disputa sulla riedificazione della nuova Francavilla; documenti vari di copia concessione del ducato di Francavilla e di tutto il principato di Mileto alla famiglia Mendoza De Sylva, scritti di Angelo e Giulio Accetta e di Tommaso Mannacio; foto varie. <<La Calabria – ha commentato Vincenzo Ruperto - era una regione molto importante per l'economia del Regno. Furono edificate torri di guardia in tutto il territorio costiero per difendersi dai Turchi. Anche nel territorio di Francavilla, come si vedrà, furono costruiti torri e anche il castello. Sotto la dominazione spagnola si verificò la discesa, dal nord Italia e anche dalla Spagna, di ricchi commercianti attratti dalla grande produzione di prodotti molto richiesti sul mercato europeo, come la sete, sali, ferro e vari altri prodotti, specialmente agricoli. All'inizio del 1600 cominciarono ad arrivare e a bene insediarsi a Monteleone e anche a Francavilla, i genovesi come i Lavagna, i Serra, Lamberti, i Solari che da Asti si erano stabiliti a Genova. La famiglia dei Solari, verso la fine del 1600, attraverso il matrimonio di Michele con una De Cairo, appartenente a una delle più antiche e ricche famiglie francavillesi, arrivarono e Francavilla per stabilirsi sino ai nostri giorni. Con il passare degli anni, negli atti notarili e anche nelle normali corrispondenze, a livello locale, la famiglia Mendoza De Sylva citava solo il titolo di Duca dell’Infantado, aggiungendo soltanto quello di Principe di Mileto. Dopo il 1700 Pizzo fu la sede prescelta. Le cause tra feudatari nella Regia Udienza non mancarono. Importante per la mole di documentazione storica prodotta  fu la causa iniziata nel 1743 tra la duchessa dell’Infantado e il marchese di Vallelonga. I Castiglione Morelli ebbero sempre mire espansionistiche sul territorio degradante lungo il fiume Angitola. Già Nicastrello era divenuto un casale di Vallelonga. Proprio in una causa è stata allegata copia del diploma reale con il quale, tra i tanti privilegi, si consentiva agli eredi e successori di Diego Urtado de Mendoza di giudicare i suoi sudditi anche se il reato fosse stato commesso in altro territorio fuori dei loro feudi. San Nicola fu consolidata come pertinenza della baronia di Vallelonga mediante vendita fittizia, per 38.000 ducati, dal marchese Diego Castiglione Morelli a Ottavio di Gaeta>>.

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VITO   SIMONETTI
REDUCE  DA  CEFALONIA  E  DALLA  PRUSSIA  ORIENTALE

   Vito Pasquale Luigi SIMONETTI nacque a Francavilla Angitola il 4-02-1909, da Antonio, possidente, e da Maria Teresa Condello, casalinga. Fu il primo maschio della sua famiglia, che ap-parteneva al ceto medio del paese, sia dal lato paterno (i Simonetti erano proprietari terrieri ed agri-coltori) sia da quello materno (i Condello erano da molte generazioni a Francavilla i “molinari” per antonomasia). Vito nacque nella casa avita, situata sul lato sinistro del corso del paese, poco sotto  “Tafuri”,tra il corso stesso ed il vico parallelo; l’indirizzo ufficiale di casa Simonetti era allora:vico http://www.francavillaangitola.com/personaggi/vito%20simonetti%20drd.jpgCorso Nuovo n° 11. Prima di lui era nata (settembre 1907) Vittoria Barbara; dopo Vito nacquero due maschi, Michele (nel 1910) e Vincenzo (nel 1916), una donna - Barbara Rachele, del 1918 - ; poi altri due maschi, Giuseppe Luigi (del 1919) e Pasquale Giuseppe (del 1921).
   Da giovane, Vito si occupò della conduzione delle terre di famiglia, ed in particolare s’impegnò nell’olivicoltura, nell’orticoltura, agrumicoltura e frutticoltura; dai Condello invece imparò il mestiere di mugnaio ed apprese i segreti dell’arte molitoria.
  Oggi non si sa dove Vito fosse stato mandato a svolgere il servizio militare in tempo di pace, né si conoscono  con precisione le varie tappe della sua esperienza militare durante la guerra. Comunque gli eventi cruciali ed importanti della sua esistenza furono dapprima il coinvolgimento nell’eccidio di Cefalonia (a cui scampò come per miracolo) e poi la dura prigionia in Germania. Quando l’Italia entrò nella seconda guerra mondiale, Vito Simonetti fu richiamato sotto le armi e fu arruolato come soldato nella Divisione “Acqui”. Nell’estate del 1943 egli faceva parte delle truppe italiane che presidiavano l’isola greca di Cefalonia, nel mar Jonio.    
   Fino alla data dell’8-09-1943 la situazione degli Italiani a Cefalonia era stata molto tranquilla; i nostri fraternizzavano volentieri con la popolazione locale e si verificarono non solo unioni, ma pure alcuni matrimoni  tra militari italiani e donne isolane.   Ma dopo l’armistizio dell’8 settembre (stipulato dagli Italiani con gli Angloamericani) la situazione cambiò radicalmente.  Nei due giorni susseguenti all’armistizio, i Tedeschi, che a Cefalonia contavano soltanto su 1800 uomini (rispetto ai diecimila militari italiani presenti nell’isola) avviarono con prudente cautela delle trattative con il comandante della Div.Acqui, gen. Gandin. Nel frattempo però il ten.col. Hans Barge faceva affluire nell’isola nuove truppe ed armi pesanti tedesche. L’11 settembre Barge mandò un ultimatum agli Italiani, con l’intimazione di consegnare le nostre armi ai Tedeschi. I nostri non cedettero; anzi, il 13 settembre, le batterie del capitano Renzo Apollonio aprirono il fuoco su due grossi pontoni da sbarco tedeschi che volevano scaricare i loro uomini dalle parti di capo San Teodoro. Il comandante Barge rispose con un altro ultimatum che conteneva l’ambigua promessa di far rimpatriare i soldati italiani che consegnavano le loro armi ai Tedeschi. Allora il gen. Gandin chiese ai suoi uomini di pronunciarsi su tre alternative: - il mantenimento della collaborazione con i Tedeschi; - oppure l’accettazione di consegnare loro le nostre armi; - o infine la resistenza armata contro di essi.Tramite un rapido referendum i nostri militari scelsero la via della resistenza armata contro le ingiunzioni tedesche. Il 15 settembre iniziarono le ostilità, che si protrassero fino al 22 settembre: decisivi furono gli interventi di artiglieria pesante e di mezzi corazzati, e soprattutto di 200 aerei Stukas che mitraglia-rono e bombardarono le nostre truppe. Dopo otto giorni di eroica resistenza e dopo la morte in com-battimento di oltre 1300 Italiani, i superstiti asserragliati attorno al capoluogo dell’isola - Argostoli -  quasi completamente distrutto, alle ore 14 del 22-09-43 issarono la bandiera bianca e capitolarono. La vendetta tedesca fu terribile; Hitler stesso aveva ordinato che a Cefalonia «a causa del tradimento della guarnigione non devono essere fatti prigionieri di nazionalità italiana, il generale Gandin e i suoi ufficiali responsabili devono essere immediatamente passati per le armi». Il 24 settembre il gen. Antonio Gandin fu fucilato alla schiena; 340 ufficiali furono giustiziati a gruppetti nel cortile della tristemente famosa “Casetta rossa” nella penisola di San Teodoro, presso Argostoli.  Il cappellano, padre Romualdo Formato, nel suo libro L’eccidio di Cefalonia così presentò la strage: «Tentare di descrivere in tutti i particolari la varia e multiforme opera di decimazione consumata dai tedeschi contro i nostri reparti, sarebbe impresa del tutto impossibile. Pochissimi sono i superstiti che possono raccontare….Ogni consuetudine di guerra fu trascurata e vilipesa! Ogni norma di diritto internazionale fu affogata nel sangue».  Molto esiguo fu il numero di nostri militari sopravvissuti ai massacri di Cefalonia. La Guida Verde Michelindella Grecia (ed. 2002) scrive che essi furono soltanto 34. Il nostro Vito Simonetti fu, per l’appunto, uno dei pochissimi sopravvissuti alla carneficina.   È assai difficile stabilire tutta la verità su come Vito sia riuscito a salvarsi e a sopravvivere all’ec-cidio perpetrato a Cefalonia; la sua vicenda presenta alcuni passaggi rocamboleschi, tante zone di ombra e, viceversa, così pochi elementi sicuri, da destare il sospetto che si tratti di una storia par-zialmente inventata, o desunta dalla trama di qualche fiction o film ispirati a episodi della 2ª guerra mondiale. In verità il nostro Simonetti non amava raccontare le sue vicissitudini di guerra e di pri-gionia; forse temendo di non essere creduto dai Francavillesi, mantenne su tali drammatiche vicende un dignitoso riserbo; solamente a qualche intimo familiare rivelò, peraltro in modo fram-mentario, quanto gli era successo a Cefalonia. Questa mia ricostruzione del modo in cui Vito riuscì a scampare all’eccidio, si basa sui ricordi dello stesso Simonetti (a me pervenuti indirettamente per voce di qualche nipote); sui libri di memorie dei Cappellani, don Luigi Ghilardini e padre Romualdo Formato, testimoni oculari delle stragi; sulla testimonianza preziosa del caporale Pietro D’Agostino (di Feroleto Antico) che, come scampato all’eccidio di Cefalonia e come reduce da campi di prigionia in Germania, visse vicende analoghe a quelle di Simonetti.  Il nostro Vito era uscito indenne dai sanguinosi scontri tra Italiani e Tedeschi, svoltisi dal 13 al 22 settembre nell’isola greca di Cefalonia. Dopo la resa delle nostre truppe, Simonetti, insieme a migliaia di suoi commilitoni, era stato catturato dai Tedeschi. Subito ebbe inizio l’azione di rappre-saglia contro i nostri militari. I Tedeschi si accanirono, in primo luogo e con spietata efficacia, con-tro gli Ufficiali italiani, che vennero uccisi a gruppi ristretti o giustiziati addirittura uno alla volta.I nostri militari di truppa, essendo dieci volte più numerosi  rispetto agli Ufficiali, subirono da parte della Wehrmacht un “trattamento” parzialmente differente. Qualche migliaio di nostri soldati, in particolare quelli che sembravano meno riottosi di carattere, più sani di salute e più robusti come struttura fisica, scamparono alle stragi, non già per ragioni umanitarie, ma per motivi puramente economici. Infatti i Tedeschi intendevano trasferirli in Germania per sfruttarli come manodopera a buon mercato, adibendoli ai lavori più pesanti e pericolosi, in miniere, cantieri, fabbriche e aziende agricole. Invece altri soldati più sventurati vennero massacrati a Cefalonia nella rappresaglia messa in atto prontamente dai Tedeschi. Per lo più questi soldati furono uccisi a raffiche di mitragliatrice, dopo averli radunati in gruppi più o meno folti. L’episodio più grave avvenne in una scuola dove man mano erano stati riuniti 600 nostri soldati, che alla fine vennero falciati dalle raffiche di mitra. Quasi a suggellare ignominiosamente la loro morte, i cadaveri delle povere vittime, anziché essere seppelliti nelle fosse, venivano recuperati dai soldati tedeschi, quindi trasportati sulla costa, e dopo averli adeguatamente  zavorrati con carichi pesanti venivano buttati in fondo al mare prospiciente l’isola. Vito Simonetti fu coinvolto in una di queste esecuzioni di massa; sennonché il nostro soldato, colpito solo di striscio dai tiri del plotone d’esecuzione o dalle raffiche di mitra, cadde a terra tramortito venendo subito coperto e quasi riparato dai corpi dei commilitoni che gli crollavano addosso. Terminata la micidiale sparatoria, nel mentre i Tedeschi si accingevano a recuperare i ca-daveri, per trasportarli sui loro automezzi verso il mare, il nostro Vito, per quanto fosse rimasto gravemente ferito sul fianco posteriore sinistro all’altezza dell’addome, era riuscito a liberarsi dalla morsa degli altri cadaveri (probabilmente con l’aiuto di qualcuno che di nascosto aveva assistito alla strage); quindi era stato allontanato di soppiatto dal luogo del massacro. Nei giorni seguenti Vito fu in qualche modo curato; quindi la sua lunga ferita fu ricucita applicandogli dei punti di sutura.   Non si sa se la cura e l’intervento di sutura siano stati prestati a Vito da parte di sanitari italiani oppure tedeschi; comunque il nostro ferito rimase nelle mani dei Tedeschi, che oramai avevano assunto il controllo dell’isola. Inopinatamente, grazie a questa ferita, Vito scampò una seconda volta alla morte. Infatti i Tedeschi tra fine settembre e primi d’ottobre 1943 predisposero il trasferimento dei prigionieri italiani, catturati a Cefalonia e a Corfù, verso i campi di concentramento e di lavoro in Germania. Per far evacuare dalle due isole questi prigionieri, i Tedeschi disponevano allora di tre piroscafi che, per quanto venissero stivati fino al massimo, non potevano trasportare con un unico viaggio tutta la massa dei nostri militari catturati. Perciò nella prima fase dei trasferimenti dalle isole Jonie verso la Germania furono imbarcati su queste navi da trasporto prevalentemente i prigio-nieri più efficienti o quelli che, quantomeno, si trovavano in discrete condizioni di salute, rinviando ad un secondo tempo il trasporto degli altri, più malandati, ancora infermi o convalescenti, ovvero feriti in via di guarigione, com’erano allora il francavillese Simonetti e il feroletano D’Agostino.  Sennonché per colmo di sventura uno dopo l’altro quei tre piroscafi, urtando contro mine disseminate a migliaia nel mar Jonio o colpiti da bombe sganciate  da aerei inglesi, colarono a picco provocando la morte di migliaia di prigionieri su di essi imbarcati. Il primo piroscafo affondò il 28 settembre 1943; il secondo colò a picco l’11-10-43 ed il terzo affondò il 13-10-43.     Così scrisse il cappellano don Formato: «Se fossi partito il 13 u.s. (13 ottobre 1943) sarei morto in mare, come tanti miei fratelli, i cui cadaveri sono stati portati lontano dalle onde e inghiottiti dalle acque. Qualche cadavere è stato portato a riva, ma in uno stato così orrendo ed irriconoscibile che né io, né il Caporale Pietro D’Agostino…siamo riusciti ad identificare».  A causa di queste gravi sciagure i trasporti dall’isola di Cefalonia furono per qualche tempo sospesi. Finalmente il 3-11-43 un altro piroscafo partì dal porto di Argostoli per trasferire i militari italiani superstiti verso i campi di concentramento e di lavoro sparsi nei paesi del III Reich (Austria, Germania, Boemia e Moravia, Polonia). È probabile che anche Simonetti sia stato evacuato da Cefalonia il 3-11-1943, per essere destinato ad un campo di prigionia e di lavoro coatto della Germania settentrionale.  Il viaggio, prima in nave e poi in treno, che partendo da Cefalonia aveva come destinazione ul-tima qualche località della Germania del nord, già di per sé faticoso ed estenuante per l’eccessiva durata, diventava per i prigionieri un’esperienza terribile poiché si svolgeva in condizioni letteral-mente bestiali. Il cappellano don Accorsi così scrisse nel suo libro“Fuellen -Il campo della morte”:   «Per giorni sepolti vivi nel carro di ferro, e la fame, e la sete, e il rullo delle ruote che macinano, e l’incubo e la morte, la morte di molti! E non è finito!... Un carro sudicio immondezzaio ha inghiot-tito i nostri poveri stracci e sotto e sopra i nostri stracci, i fratelli moribondi». Come altri presi prigionieri a Cefalonia, anche Vito Simonetti fu costretto a percorrere un lunghis-simo itinerario per giungere a destinazione. È verosimile che per compiere l’intero viaggio dall’isola greca alla meta finale, situata nella lontana Prussia nord-orientale, ci sia voluto più di un mese, a causa dei frequenti rallentamenti nella marcia dei treni, di continue improvvise fermate lun-go la linea ferroviaria, dei molti trasbordi da un convoglio all’altro, e di presumibili soste presso qualche “Durchgangslager”, ossia in quei “campi di transito” dove i prigionieri potevano, alla bell’e meglio, lavarsi e pulirsi, nonché ricevere qualche misero rancio. Ho incontrato parecchie difficoltà a individuare il nome esatto e l’ubicazione precisa della località dove Simonetti venne internato al termine del lungo viaggio di trasferimento. I suoi parenti mi dicevano genericamente che Vito era stato tenuto prigioniero nella Germania del nord. Per fortuna mi han dato in visione, ed ho potuto esaminare con cura, un documento ufficiale rilasciato a Simonetti dai Tedeschi. Grazie a questa opportunità, non solo ho potuto vedere una sua foto di quel triste periodo, ma da quel documento sono riuscito anche ad estrarre ed acquisire dati, informazioni e varie interessanti notizie. Il 13 ottobre 1944 le autorità tedesche rilasciarono a Vito Simonetti, che sicuramente allora era sprovvisto di documenti di riconoscimento, un “Vorlaeufiger Fremdenpass”, cioè un “Passaporto provvisorio per stranieri”.       L’autorità che rilasciò quel passaporto era indicata tramite un timbro  “Der Landrat”, ossia “Il Consiglio regionale”,  entità  del Reich germanico presente nei capoluoghi
di distretto, più o meno equivalente alla Prefettura o alla Questura di una provincia italiana. Sulle pagine del passaporto di Simonetti appare una stampigliatura con bollo circolare che porta al centro l’immagine di un’aquila posata su una svastica (la croce uncinata, simbolo del III Reich); lungo il bordo del bollo è riportata per esteso la denominazione del Landrat che rilasciava il passaporto. Con molta difficoltà si riesce a leggere la seguente scritta in tedesco: Landrat des Kreises………., ossia  Consiglio regionale del distretto di…….Il nome del capoluogo di distretto, inciso sul timbro con caratteri gotici e molto minuscoli è davvero difficile da decifrare; tuttavia confrontando paziente-mente questo nome inciso sul timbro con quello che era stato scritto a mano con la penna su due pa-gine del passaporto, sembra di poter leggere qualcosa come “Hätzen”, oppure “Lätzen” o “Lötzen” . Nel territorio della Germania attuale però non c’è nessun capoluogo di distretto con un nome del genere. Per fortuna poco tempo fa, nel libro di Martin Gilbert “La grande storia della seconda guerra mondiale”, ed. Arnoldo Mondadori, 2010, a pag. 725 mi è capitato di leggere questa frase:     “Sul campo di battaglia, il 23 gennaio (1945), la IV Armata tedesca, che aveva presidiato la fron-tiera della Prussia orientale, si ritirò dalla fortezza di Lötzen”. Così scoprivo finalmente che in Prussia orientale, all’estrema periferia dei territori del III Reich, c’era una città di una certa impor-tanza denominata in lingua tedesca Lötzen. Dopodiché consultando l’Atlante internazionale del Touring Club Italiano (ed.1977), nell’indice dei nomi ho scoperto che la città prussiana di Lötzen, che si può scrivere anche Loetzen, da quando è passata alla Polonia, ha assunto il nome polacco di Gizycko. Fu proprio quella Loetzen (ora Gizycko) la città dove Vito Simonetti venne deportato come Internato Militare Italiano – I.M.I..
   Oggi Gizycko è una città di 31.000 abitanti; ubicata su un istmo tra due specchi d’acqua pittore-schi, è diventata un importante centro di villeggiatura della regione dei Grandi Laghi della Masuria nella Polonia nord-orientale. Nel Medioevo i monaci tedeschi cavalieri dell’Ordine Teutonico ave-vano colonizzato quella regione insediandovi villaggi e cittadine (fortificate con torri, castelli o for-tezze) talvolta abbellite con palazzi, chiese ed altri edifici monumentali. Questa regione fu la culla di uno Stato che nei secoli successivi crebbe in estensione, in fama e in potenza militare, espanden-dosi dal piccolo Ducato originario fino a diventare il grande Regno di Prussia. Nell’ambito della Prussia orientale la regione dei Laghi Masuri, di cui Lötzen faceva parte, fu teatro di eventi impor-tanti nella storia tedesca: ad esempio nella I guerra mondiale, nel 1914, proprio in questi luoghi l’ar- mata tedesca, sotto il comando del feldmaresciallo Hindenburg, riportò grandi vittorie sull’esercito zarista russo. Poi nella II guerra mondiale, ad appena 30 km ad ovest di Loetzen, nella foresta di Rastenburg (ora detta in polacco: Ketrzyn) Hitler aveva fatto insediare il suo Quartier generale, de-signato con il lugubre nome “Tana del lupo” (Wolfsschanze). Da quel luogo ai margini del Reich, il Fuehrer seguiva l’andamento della guerra sia lungo il fronte russo, sia nel resto d’Europa; da quella “tana del lupo” Hitler impartì ordini, direttive, comandi che sconvolsero il mondo e distrussero la vita di milioni di esseri umani.
   Lassù nel Quartier generale di Rastenburg, il 20 luglio 1944 il Fuehrer visse ore particolarmente drammatiche. Alle 12,42 di quel giorno, fortunosamente scampò ad un attentato messo in atto dal conte von  Stauffenberg, Ufficiale delle forze tedesche della riserva; l’esplosione della bomba uccise quattro Ufficiali in riunione con Hitler, mentre il Fuehrer se la cavò, riportando solo una lieve scalfitura ad una mano. Per quanto colto di sorpresa e scosso dall’attentato, Hitler recuperò subito il suo sangue freddo ed immediatamente prese le prime spietate contromisure per scoprire ed eliminare i congiurati che avevano ordito il complotto. Nel pomeriggio di quella stessa giornata a Rastenburg doveva arrivare Mussolini, per incontrarsi con Hitler e con lui fare il punto dell’anda-mento della guerra. All’arrivo il Duce si congratulò con il Fuehrer per lo scampato pericolo; poi l’incontro tra le due delegazioni proseguì in un’atmosfera alquanto tempestosa. Hitler era visibil-mente agitato e furibondo per il complotto ordito da esponenti delle sue stesse Forze armate. Il col-loquio con il Duce procedette in modo frammentario e sbrigativo, continuamente interrotto da mes-saggi in arrivo,  da squilli di telefono, dagli ordini concitati  che Hitler impartiva a destra e a manca,
a chi gli era vicino e a chi si trovava a Berlino. Dopo un rapido accenno alle difficoltà che in quel momento la Germania attraversava, il Fuehrer deviò il colloquio verso il suo tema preferito, quello delle armi nuove e segrete che presto avrebbe messo in campo e che avrebbero ribaltato in suo favo-re le sorti della guerra. Alla fine del colloquio Mussolini, perorando la causa di migliaia di nostri soldati che, dopo essere stati catturati dai Tedeschi, erano costretti a lavorare in Germania, discri-minati e sfruttati sotto lo status di internati militari, anziché di prigionieri di guerra, ottenne da Hitler la promessa che in futuro sarebbero stati utilizzati in modo più consono alle loro capacità e attitudini, ed avrebbero goduto di un trattamento migliore. Forse anche Vito Simonetti ne trasse qualche beneficio; il rilascio del passaporto ne costituirebbe la prova.
   Esaminiamo attentamente tale documento, partendo dalla fotografia che ci offre una nitida imma-gine di Simonetti al tempo della sua permanenza a Loetzen. Vito è ritratto in abito civile; sotto un giubbotto grigio indossa una maglietta in tinta scura, con una chiusura lampo. L’espressione del volto, lo sguardo dei suoi occhi sembrano velati da una patina di malinconia. Simonetti, seppur di-messamente vestito, si presenta nel complesso come un uomo di aspetto gentile, dai lineamenti http://www.francavillaangitola.com/personaggi/vito%20simonetti%20dr.jpgregolari, con il volto dalla pelle liscia, pulito, senza rughe o segni di cicatrici. Su due angoli della foto era stato impresso il bollo del Landrat. Al di sotto c’è la firma del titolare “Simonetti Vito”, vergata con calligrafia molto chiara. Di fianco alla firma appare un bollo circolare con la dicitura in italiano “Comitato Regionale Lombardo”; venne impresso un anno dopo quando Vito, finalmente rimpatriato, aveva sostato a Milano.
Tutte le pagine del passaporto furono punzonate al bordo inferiore con il numero  38816G42.
La pagina dei dati personali venne compilata nel modo seguente (in carattere corsivo e tradotti in italiano sono riportati i dati che nel documento originale furono compilati a mano ed in tedesco):
      -    Nazionalità:  italiana
      -    Mestiere:  mugnaio
-          Luogo di nascita: Francavilla Angitola, prov. Catanzaro
-          Data di nascita: 9 febbraio 1909
-          Residenza o luogo di soggiorno:  temporaneamente a Lötzen
-          Corporatura: media
-          Viso:  rotondo
-          Colore degli occhi:  castano
-          Colore dei capelli:  nero
      -    Segni particolari:  taglio ricucito con sutura sul fianco posteriore sinistro e due dita senza le   
            unghie.
Il taglio sul fianco sinistro corrisponde a quella ferita che Simonetti riportò a Cefalonia nei giorni della rappresaglia tedesca. L’indicazione delle “due dita senza le unghie” è invece un particolare assai strano: i Francavillesi, che lo conoscevano, ricordano che Vito al ritorno dalla prigionia aveva alcune dita, non solo prive di unghie, ma parzialmente amputate delle falangi. Non si sa come mai Vito avesse subito queste amputazioni alle dita; se siano da addebitare a ferite non curate a dovere o invece a infezioni; oppure se siano state provocate da torture inflittegli, o più semplicemente se fossero conseguenza di qualche infortunio accidentale alle mani occorsogli mentre lavorava al http://www.francavillaangitola.com/personaggi/vito%20simonetti%20br.jpgservizio dei Tedeschi. La questione delle dita amputate rimane avvolta nel  mistero. Comunque per tali mutilazioni gli venne giustamente corrisposta una pensione minima da invalido di guerra.
   Come ambito territoriale di validità il passaporto valeva unicamente nel Reich germanico e in Italia. Riguardo alla durata di validità c’era scritto:   “Il passaporto non è più valido a decorrere dal 24 ottobre 1944, a meno che non venga prorogato”.                     Seguiva la seguente certificazione:
“Si attesta qui di seguito che il titolare è la persona ritratta nella fotografia e che ha vergato di suo pugno la firma posta sotto la foto stessa. Lötzen, il 13 ottobre 1944”.
L’autorità emittente era indicata con la stampigliatura “Der Landrat” e con una firma illeggibile poste a fianco del bollo ufficiale – l’aquila sopra la svastica. L’ultima pagina compilata dall’autorità
tedesca conteneva un visto d’uscita, impresso su una pagina bianca con apposita stampigliatura. Nel visto è scritto:     “74/44        -       Franco di tasse per il rilascio      -     Annotazione di visto a Vito Simonetti  per  un solo viaggio di uscita  dal territorio del Reich, attraverso  un valico  di frontiera ufficialmente riconosciuto, con meta l’Italia.
Il visto può essere utilizzato per attraversare la frontiera fino al 24 ottobre 1944.
                    Lötzen, il 13 ottobre 1944
                                       Il Landrat
                                                        firma illeggibile”
Per quanto illeggibile, la firma sul visto è la stessa di chi rilasciava il passaporto.
   In realtà il rilascio del passaporto abbinato ad un visto d’uscita di validità così breve (10 giorni ap-pena) nascondeva molti inganni. In quel periodo gli stessi cittadini tedeschi incontravano difficoltà a viaggiare individualmente e liberamente nel territorio del Reich. A maggior ragione gli internati militari, come Vito Simonetti, in Germania non avevano alcuna libertà e possibilità di movimento.  I loro viaggi erano “trasporti” a gruppi, effettuati a bordo di autocarri militari o di carri merci ferro-viari, sotto la scorta di pattuglie tedesche di vigilanza; erano per lo più faticosi trasferimenti da un campo di lavoro/prigionia all’altro. Nell’autunno del 1944 la situazione delle truppe tedesche ai confini orientali del Reich si fece drammatica; il 16 ottobre l’Armata Rossa irruppe nella Prussia orientale. Le strade, che passavano per quelle contrade e che attraversavano città come Loetzen e Rastenburg, subito si riempirono di sfollati e profughi che fuggivano verso occidente. Quel 16 otto-bre l’avanguardia dell’Armata Rossa arrivò a soli 50 chilometri da Loetzen. Forse, sotto l’incalzare delle truppe sovietiche, le autorità tedesche decisero di spostare verso occidente anche gli internati italiani; quindi, illudendoli di dargli un permesso per rientrare finalmente in Italia, fornirono loro un passaporto. Anche se il visto d’uscita aveva una validità assai breve, quel passaporto costituiva pur sempre per i nostri internati un prezioso documento d’identità personale. In assenza di informazioni precise io arrischio a collocare la partenza (o meglio l’evacuazione) di Simonetti da Loetzen in una data compresa tra il 16 ottobre e il 20 novembre 1944, giorno in cui Hitler lasciò per sempre il suo Quartier generale di Rastenburg. Dopodiché nel racconto delle vicende di Vito Simonetti, non aven-do trovato – per un periodo di tempo abbastanza lungo – nessuna notizia su di lui, sono costretto a fare un volo nello spazio e nel tempo, saltando da Loetzen/Prussia Orientale (novembre 1944) a Milano (probabilmente a maggio/giugno 1945).  Per fortuna sono riuscito a ricavare, da quel prezioso passaporto tedesco, qualche informazione frammentaria sul passaggio di Vito per il capoluogo lombardo, al momento del suo rimpatrio; pec-cato che non sia segnata alcuna data, cosicché non si può sapere quanto sia durata la sua sosta a Milano. Un timbro a bollo circolare ci informa che Simonetti passò presso un “Comitato Regionale Lombardo”, non meglio identificato. Sicuramente si recò presso il “Comando Piazza di Milano”del C.L.N.A.I. – C.V.L., ossia Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia – Corpo Volontari della Libertà, che aveva assunto il governo amministrativo della città; il passaggio di Simonetti attraverso gli uffici del CLNAI è confermato sia da un bollo circolare, sia da una stampigliatura rettangolare che porta una dicitura molto significativa “assistenza militari internati in Germania”.  Simonetti passò ancora da un altro ufficio del Comitato Liberazione Nazionale, così precisamente designato: “C.L.N. – Città di Milano – Ufficio Assistenza Rimpatriati Germania”. Nei suddetti uffici ed in altri centri d’accoglienza di Milano, non menzionati esplicitamente, Vito trovò aiuto, assistenza materia-le, vitto e alloggio.   Qualche organismo assistenziale, forse del CLN, gli diede del danaro contante; precisamente un timbro attesta l’erogazione della somma di mille lire: “Pagato il sussidio in L. 1000”, seguito dalla firma di Simonetti a mo’ di ricevuta.     Sul passaporto sono riportati altri due appunti interessanti.
- 1) La parola “Indumenti” seguita da una sigla e dal numero 200 (coperto da un tratto di penna, come per fare una cancellatura); dovrebbe segnalare che a Vito, rimpatriato dalla Germania, erano stati forniti degli indumenti.

- 2) Un indirizzo scritto a matita:  “S. Lucia Foglietti  /  Via G. Uberti  2   /     MI”.
Chi era questa donna? La S. potrebbe indicare “Signora” o forse “Suora”; chissà se era un’addetta http://www.francavillaangitola.com/personaggi/vito%20simonetti%20cr.jpgall’accoglienza dei militari rimpatriati? Forse una familiare di qualche eventuale compagno di prigionia di Simonetti? O chissà quale altra persona?
   Dopo la sosta a Milano, Vito Simonetti poté finalmente tornare a casa, in famiglia, alla sua terra natale. Ma per il resto della sua esistenza, come un marchio incancellabile, come stigmate indelebili portò, impressi sul suo corpo e nel profondo del suo animo, i segni delle sofferenze fisiche e morali patite prima a Cefalonia e poi in prigionia. Sebbene fosse un uomo di gradevole aspetto ed il primo maschio di una stimata famiglia, Vito non volle prendere moglie. Introverso, schivo e riservato, diffidente con gli estranei, anziché sprecare il suo tempo con la gente del paese, preferiva trascorrere le sue giornate in campagna, a vigilare sui lavori e sui raccolti agricoli stagionali. Nel tardo pomeriggio ritornava nella casa paterna; nella quiete domestica assaporava momenti di serenità; alle volte giocava e scherzava con qualcuno dei nipoti, circondato dall’affetto dei familiari. Vito Simonetti morì all’improvviso a Francavilla il 7 ottobre 1965, all’età di 56 anni.
   Non avendo avuto modo di conoscerlo personalmente mi piace rievocarne la figura negli anni della sua maturità tramite i versi affettuosi del “ritratto” che gli ha dedicato suo nipote, il dottor Enzo Simonetti:
Zio  Vito
Grande, calvo, senza più riccioli,
col sorriso sempre sul viso.
Ad ogni tuo passo, della casa degli avi,
vibravan le travi pazienti ed antiche.
Sulle mani, sul corpo, dolenti
di Cefalonia le stimmate avevi.
Non le ostentavi, a chi di noi domandava,
rispondevi: - Dovere -,
poiché nella Patria credevi.
Camicie a scacchi, sol per te
da Ninì preparate.
Di velluto l’immensa giacca indossavi.
Nelle tasche, che mai avean fine,
arance, nespole e mandarini
dalla valle dei Duchi portavi.
Da Cottura, tornando per casa,
mandorle, prugne e ciliegie rosate,
per le sorelle ed i nipoti adorati.
Quell’ultima sera, la famiglia d’intorno,
a lungo giocasti con Materesa,
poi salutasti dicendo: - Presto ritorno -,
Al mattino, venne piangendo Michele
per dire a Luigi della tua dipartita.

Poche delucidazioni per meglio individuare località e persone indicate nella poesia:
-   Ninì: colei che confezionava camicie a Vito era la cognata Nina Rondinelli, moglie del fratello Giuseppe Luigi Simonetti, e madre di Vincenzo, autore della poesia.
valle dei Duchi: valletta piuttosto pianeggiante sulla riva sinistra del rio Talagone; essendo      facilmente irrigabile era terra particolarmente ubertosa; suddivisa in minuscoli fazzoletti vi si coltivavano ortaggi e legumi prelibati, nonché diverse specie di agrumi e altre piante da frutto. La gente di Francavilla la chiama valle dei “Luchi”; ma essendo posta immediatamente a ponente e sotto il castello dei Duchi dell’Infantado, secondo Enzo Simonetti doveva essere un tempo l’orto più bello, il giardino d’agrumi, il “barco dei Duchi”, antichi Signori di Francavilla.                                         -    Cottura: in molti paesi calabresi questo toponimo designa quegli appezzamenti rurali, spesso in vicinanza dei centri abitati, dove, per la feracità del suolo e la felice posizione ed esposizione del terreno, si praticavano le coltivazioni più redditizie e più pregiate, la  coltura per eccellenza, in dialetto “cottura” .                                                                                                                                          -    Materesa: vezzeggiativo per Maria Teresa Simonetti, la nipotina con cui zio Vito amava giocare; figlia di Luigi e sorella di Vincenzo, autore della poesia.                                                                                        -    Michele e Luigi, entrambi fratelli di Vito Simonetti.

                                      ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
   Concludendo il racconto delle vicissitudini di guerra e prigionia di Vito Simonetti, voglio esternare questa mia considerazione. Vito, primo maschio dei Simonetti, come internato militare venne trasferito, a sua insaputa, a neppure 30 km di distanza dalla “tana del lupo”, il luogo da cui Hitler dirigeva le operazioni e controllava l’andamento della guerra. A sua volta Vincenzo, terzo maschio dei Simonetti, per rispettare il giuramento di fedeltà allo Stato italiano, come funzionario amministrativo del Ministero degli Interni, seguì a Salò il governo della Repubblica Sociale Italiana, trovandosi così vicinissimo a Mussolini. Pertanto le alterne vicende della guerra portarono i fratelli, Vito e Vincenzo Simonetti, a risultare i due francavillesi che si trovarono più vicini “topograficamente” ai due attori principali sulla scena del secondo conflitto mondiale, il Fuehrer tedesco e il Duce italiano. Nessun altro francavillese venne a trovarsi tanto vicino ad Hitler come capitò a Vito Simonetti; nessun francavillese fu vicino a Mussolini quanto lo fu Vincenzo Simonetti.

                                                                                                         VINCENZO  DAVOLI

(Fonti: archivio Ins. Vincenzo Simonetti; trascrizioni di Vincenzo Davoli)

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LEGAMI TRA IL SITO DI FRANCAVILLA ANGITOLA E IL MONDO GRECANICO

Negli ultimi mesi il nostro sito www.francavillaangitola.com ha stabilito speciali relazioni di amicizia con il mondo e la gente dell’antico e nobile territorio “grecanico” nell’estremità meridionale della provincia di Reggio Calabria. Già dal mese di giugno viene diffuso dal nostro canale YOUTUBE FRANCAVILLATV un video riguardante la “Festa della Tarantella” svoltasi il 17 giugno scorso a Gallicianò di Condofuri; tale video ha ottenuto un enorme successo ottenendo più di diecimila visualizzazioni in soli 3 mesi (un vero record per il nostro canale). Ora invece pubblichiamo un lungo articolo, redatto dall’ing. Vincenzo Davoli, dedicato ad un eroico militare di Montebello Ionico, Francesco FOTI, Caduto nel 1936 nella campagna di guerra d’Africa Orientale e perciò decorato con Medaglia di Bronzo al valor militare

FOTI Francesco
Uscito indenne dalle prime due guerre in cui aveva combattuto (guerra italo-turca del 1911-12, e guerra mondiale 1915-18), Francesco Foti fu poi l’unico “montebellisciano” a morire durante la campagna di guerrain Africa Orientale (1935-1939).Francesco nacque a Montebello Ionico il 18-11-1890, figlio primogenito di Natale Foti e di Giuseppa Cozzucoli; denunciando la sua nascita all’Ufficiale di Stato Civile di Montebello, il padre diede al neonato ben quattro nomi: Francesco Paolo Leonardo Giovanni. I primi due nomi Francesco Paolo indicano chiaramente che la famiglia Foti era molto devota a San Francesco di Paola. Dopo Francesco, i coniugi Foti ebbero altri 5 figli, di cui 2 maschi e 3 femmine.
foti 1.jpg   Dopo aver studiato alla scuola elementare, Francesco cominciò presto a lavorare in campagna insieme a suo padre Natale. Dichiarato abile alla visita di leva, fu poi arruolato nelle file della fanteria. Non avendo reperito il suo Foglio matricolare, non sappiamo in quali reggimenti e in quali città egli abbia prestato servizio militare;ma una bella fotografia, che ritrae Francesco in divisa militare, con il volto adornato da due pittoreschi baffi con le punte all’insù, grazie all’indirizzo del fotografo che l’aveva scattata, ci fa capire che il giovane Foti prestava servizio militare a Torino, forse agli inizi del 1912. Probabilmente in quello stesso anno fu mandato in Libia per combattere nella guerra che l’Italia aveva mosso alla Turchia per conquistare una colonia sulla sponda africana del Mediterraneo.
foti 2.jpgNel 1915, quando l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria, Francesco fu richiamato alle armi e mandato sul fronte di guerra. Del periodo della 1ª guerra mondiale si conserva una fotografia, piccola di formato, ma molto interessante. Francesco Foti vi è ritratto in tutta altezza, mentre posa ai piedi della scala d’accesso ad una casa. Ha la testa coperta col cappello da soldato di fanteria, fatto di stoffa floscia e con visiera rigida di colore scuro. Sul suo volto spiccano le nere sopracciglia e i baffi più corti, ma anche più folti di quelli che esibiva nella foto di Torino. Sotto la corta mantellina, lasciata aperta, Francesco indossa il completo militare in grigioverde, con la giacca chiusa sul collo, e i pantaloni inseriti negli alti stivali. Appoggia sul petto le braccia conserte e tiene le gambe leggermente di sbieco,
Con l’armistizio del 4-11-1918 finirono le operazioni di guerra sul fronte italo-austriaco, e Foti, rientrato in paese, riprese a lavorare in campagna, coltivando i terreni di proprietà della sua famiglia. Poi nel 1920, risultando ancora libero da vincoli coniugali,pur essendo arrivato all’età di 30 anni, Francesco, per migliorare le proprie condizioni economiche, decise di emigrare per qualche tempo negli Stati Uniti. Rimase in America per alcuni anni; lavorando alacremente raggranellò un gruzzoletto di dollari, e con quel denaro, quando rimpatriò, poté acquistare un oliveto nelle campagne di Montebello.
Finalmente nel 1926, all’età di 36 anni, Francesco si unì in matrimonio con Concetta Giordano. Le nozze furono celebrate nel paese di origine della sposa, ossia a Pentedattilo, il vicino, pittoresco borgo dell’area grecanica, territorio di antica, nobile lingua e cultura. I coniugi si sistemarono a Montebello, dove Francesco svolgeva l’attività di agricoltore, lavorando nelle sue diverse terre, coltivate a seminativi, ad oliveto, a “giardino” di agrumi. La loro unione fu allietata dalla nascita di 4 figli, due maschi e due femmine: al primogenito, nato il 1° gennaio 1928 fu dato lo stesso nome del nonno paterno, Natale Foti; il secondo, nato nel gennaio 1931, fu chiamato Domenico; Giuseppa venne al mondo a giugno del 1934; ed infine Francesca, nacque nel gennaio 1936, quando suo papà Francesco (che purtroppo mai poté vederla da vicino) era già arrivato in Africa Orientale.
   Nell’inverno 1934-35, e più precisamente tra il 5 e l’11 febbraio, Mussolini, sia come Capo del Governo, sia in qualità di Ministro della Guerra, emanò ordini di “mobilitazione per misure di carattere precauzionale” alle Divisioni dell’esercito “Gavinana” e “Peloritana”, e nel contempo richiamò alle armi i militari della classe 1911. In effetti queste due prime Divisioni e successivamente altre unità sia del Regio Esercito (“Sila”, “Sabauda”, “Gran Sasso”), sia della Milizia (tra cui la “21Aprile”, la “1° Febbraio” e la “28 Ottobre”) vennero mobilitate o appositamente costituite per essere inviate, principalmente in Eritrea, e in misura minore in Somalia, per poi intervenire nella guerra in Africa Orientale che l’Italia avrebbe mosso,mirando alla conquista dell’impero d’Etiopia. Galvanizzati dalla martellante propaganda fascista che presentava l’Etiopia come un paradiso terrestre, un territorio ricchissimo di risorse naturali, agricole e minerarie, decine di migliaia di italiani si arruolarono volontari nelle file delle Divisioni di Camicie Nere della Milizia. In particolare il 7-8-1935 fu costituita una nuova Divisione della Milizia, denominata “Tevere”, ed articolata in 4 Legioni di Camicie Nere, tra cui la 219ª “Vittorio Veneto”, formata da ex-combattenti della Guerra 1915-18e comandata dal lombardo Consolegenerale Enzo Galbiati, anch’egli reduce e ferito nella Grande Guerra. Il nostro Francesco Foti, che già aveva combattuto nelle due precedenti guerre (prima in Libia nel conflitto italo-turco, poi nella Grande Guerra contro l’Austria-Ungheria), seguendo l’esempio di tanti ex-combattenti., volle partecipare come volontario alla spedizione in Africa Orientale e così fu assegnato come Camicia Nera alla 219ªLegione che appunto raggruppava i legionari, che erano veterani di guerra.
Era passato poco tempo da quando la sua domanda di arruolamento nella Legione era stata accolta, che subito Francesco dovette prepararsi a partire per l’Africa Orientale. Prima di lasciare Montebello, Francesco affidò i 3 figlioletti (Natale, Domenico e Giuseppa) e la cara moglie alle cure dei suoi genitori, Natale e Giuseppa, che, per quanto fossero anziani, erano assai attenti e premurosi verso i nipotini e la nuora Concetta. D’altra parte la stessa Concetta passava un periodo particolarmente delicato, essendo in avanzato stato di gravidanza, con la previsione di partorire a gennaio 1936 il suo quarto bambino; per tale ragione era accudita con attenzione e cura sia dai predetti suoceri che daisuoi genitori ed altri familiari (i Giordano di Pentedattilo).
Nell’ottobre del 1935 Foti partì dalla Calabria per raggiungere Capua, dove in caserma o nei vicini accampa-menti venivano radunati i legionari in procinto di partire per l’Africa. Dopo un breve periodo di preparazione militare, alquanto approssimativa, la Legione “Vittorio Veneto”, insieme a tutte le altre unità della Divisione “Tevere”, fu spostata a Napoli, dove il 13 dicembre 1935 fu passata in rivista da Re Vittorio Emanuele III. Il giorno seguente, 14 dicembre, ben 2600 legionari (tra cui probabilmente il nostro Foti) s’imbarcarono a Napoli sul piroscafo “Sardegna”. A bordo della nave, insieme a ufficiali e sottufficiali, c’era il gen. Enrico Boscardi, comandante della “Tevere”. La sera del 14-12-1935 la nave salpò da Napoli. Il resto della Div. “Tevere” fu imbarcato su altri piroscafi. Dopo circa 14 giorni di navigazione i legionari sbarcavano a Mogadiscio; di modo che l’intera Divisione arrivò in Somalia tra la fine del 1935 e i primi giorni del 1936. Tuttavia lo sbarco a Mogadiscio era un’operazione molto lunga e complessa: poiché i fondali del tratto di mare antistante il capoluogo somalo sono poco profondi, i piroscafi, non potendo attraccare ai pontili, si fermavano al largo. Dalla nave i passeggeri venivano trasbordatisu natanti a chiglia piatta (tipo le “maone”) o su barconi a motore o su motoscafi veloci (questi ultimi ovviamente riservati agli ufficiali e ad altri personaggi eminenti), che li trasportavano fino alla terraferma. Quando il mare era calmo o leggermente mosso, i passeggeri trasbordavano sui natanti scendendo con una scaletta; le merci, come anche i passeggeri, nel caso di mare agitato, scivolavano invece su dei teloni calati dal ponte della nave per mezzo di gru. Trascorreva mediamente una mezz’ora per ogni viaggio di spola dalla navealla terra, sommando il tempo di trasbordo da nave a barcone, il tempo di viaggio e quello per lo sbarco finale sul pontile; cosicché per lo sbarco completo di tutti i passeggeri e di tutte le merci (zaini, armi, munizioni, strumenti e attrezzi vari) trasportate da una grossa nave come la “Sardegna” occorrevano parecchie ore, se non addirittura qualche giorno. All’inizio del nuovo anno, 1936, il nostro legionario, Francesco Foti, venne comunque acquartierato in uno dei vari accampamenti o fortini, sorti a Mogadiscio o negli immediati dintorni. Quando finalmente si sistemò, Francesco ricevette la notizia che a Montebello la moglie aveva felicemente dato alla luce (gennaio 1936) una seconda femmina, a cui fu dato il nome Francesca.
La Legione “Vittorio Veneto” si fermò dalle parti di Mogadiscio per oltrequattro mesi (da gennaio a maggio 1936), e in quel periodo non prese parte ad alcun combattimento. Di quel lungo periodo trascorso da Foti a Mogadiscio gli eredi conservano un documento interessante. Si tratta di una cartolina postale scritta di pugno da Francesco e inviata alla moglie, indicata col seguente indirizzo: Alla Signora / Giordano Concettina Foti/ Montebello Ionico / Prov. di Reggio Calabria. Era un modello speciale di cartolina postale stampata apposta per le Forze Armate Africa Orientale, esente da tassa per l’Italia e le sue colonie; metà della facciata riservata alle comunicazioni del mittente era occupata da una cartina geografica dell’Africa Orientale. Poiché la scala di rappresentazione era molto ridotta (1:30.000.000) sembrava che le due antiche colonie italiane di Eritrea e di Somalia fossero abbastanza vicine, mentre la distanza in linea d’aria tra i porti di Massaua e di Mogadiscio era di 1800 km, e il viaggio via mare da Massaua, sul Mar Rosso, a Mogadiscio, nell’Oceano Indiano, durava almeno una settimana. Francesco scrisse la cartolina in data 2-5-1936; sul bollo di partenza si riesce a leggere: Mogadiscio – 05/5/36; sul bollo d’arrivo si legge: Montebello Ionico – 26/5/36.   Ecco il testo della cartolina:
foti 3.jpg“Cara sposa, vengo spesso a farti sapere delle mie buone notizie riguardo la salute e mi auguro sentire lo stesso da te e tutti in famiglia. Sono contento che nella tua mi dicevi che Giuseppina si è guarita e questo è il mio piacere. Non altro da dirti, ricevi i miei saluti assieme e baciami i nostri cari figli e saluto ai miei genitori, come pure a tutti i tuoi di famiglia e infine a(t) te con affetto di cuore che sempre ti ………   tuo aff.mo sposo   Ciccio -- Somalia Italiana 2-5-1936 “. 
   Il tono di tutta la cartolina è molto affettuoso e assai rasserenante; notiamo in particolare come i nomi delle persone siano scritti nella versione diminutiva, perché ritenuta più familiare; già nell’indirizzo, al posto di Concetta compare il diminutivo “Concettina”; l’inizio è “Cara sposa”; poi “mie buone notizie”…“sono contento”; quindi  la gioia nell’apprendere che “Giuseppina è guarita e questo è il mio piacere”; “baciami i nostri cari figli” ... “con affetto di cuore” …. “tuo aff.mo sposo Ciccio”. Da questo breve scritto si intuisce che, nonostante l’enorme distanza e i tempi lunghi di trasmissione della corrispondenza (ci volevano tre settimane perché la posta dalla Somalia arrivasse in Calabria; ed altrettanti in senso opposto) i coniugi Ciccio (ossia Francesco) e Concettina si scambiavano frequentemente notizie sulle condizioni della famiglia e sullo stato della loro salute; comunque dallo scritto non trapela nessuna notizia su eventuali preoccupazioni, pericoli o disagi sofferti nei lunghi mesi che Francesco trascorse a Mogadiscio; in questa cartolina, scritta il 2-5-36 e spedita da Mogadiscio il 5-5-36, Foti non accenna ad una partenza del suo reparto verso l’Etiopia. Dopo l’occupazione di Harar (8 maggio 1936) e la proclamazione dell’impero italiano d’Etiopia (9-5-1936) anche Foti e i legionari della “Vittorio Veneto” si mossero dalla Somalia ed arrivarono dapprima ad Harar e, alcuni giorni dopo, a Dire Daua, vivace cittadina commerciale e soprattutto la principale stazione della ferrovia Addis Abeba – Gibuti, unica linea ferroviaria di collegamento tra l’Etiopia e l’Oceano Indiano (golfo di Aden).
Con l’inizio della stagione delle grandi piogge (maggio-giugno), le vie di comunicazione dell’Etiopia (più che altro erano piste carovaniere) divenivano impraticabili; le nostre truppe ed il personale italiano civile, presentinell’Etiopia centrale e in Addis Abeba, in quel periodo potevano essere riforniti solamente attraverso la ferrovia di Gibuti. Per proteggere l’arteria ferroviaria e difendere la linea e i treni da eventuali attacchi di ribelli o di briganti furono installati lungo il percorso diversi presidi militari, affidati a reparti del Regio Esercito o a legionari della Milizia. Alla legione “Vittorio Veneto”, dove militava Foti (Camicia Nera della 1ª Compagnia) ed alla 220ªLegione fu assegnato il compito di controllare il tratto di 35 km da Dukam (km 43 da Addis Abeba) fino a Moggio (km 78).Mentre a giugno la ferrovia fu esposta a qualche azione di disturbo, tentata da banditi comuni, nella settimana dal 6 al 12 luglio fu invece colpita da una serie di gravi e cruenti attacchi da parte della grossa e ben munita banda che si era formata nelle alture circostanti sotto il comando del degiac Ficrè Mariam. Il degiac (alto dignitario della corte del Negus, con grado militare quasi equivalente al nostro “generale”) aveva radunato alcune migliaia di soldati abissini sbandati, di arbegnuoc (o patrioti combattenti) e di ribelli armati vari (i cosiddetti shiftà).Per le perdite elevate subite dai nostri militari in quei giornidi luglio 1936 (oltre a centinaia di feriti, si contarono 72 morti, di cui ben 22 erano calabresi), quegli attacchi ai treni, alle stazioni, ai presidi e ai villaggi vicino alla ferrovia furono l’episodio più grave avvenuto in Africa Orientale dopo la fine ufficiale della guerra e la proclamazione dell’impero (5-9 maggio 1936).
Gli attentati alla ferrovia (con rotaie divelte e linee telefoniche tagliate);i vari attacchi alla linea ferroviaria, ad alcune stazioni, e a treni che percorrevano la tratta Moggio-Dukam; gli assalti contro nostre postazioni di presidio e contro depositi di munizioni, seguiti da scontri e combattimenti aspri e cruenti, nonché la ribellione antitaliana degli indigeni locali, furono provocati dalla falsa notizia, diffusa ad arte, che Addis Abeba fosse circondata e stava per essere riconquistata dalle milizie dei figli di Ras Cassà, e che gli italiani con il viceré Graziani, assediati nella capitale, stavano per essere sopraffatti. Qui ricordiamo solamente quegli episodi in cui direttamente, o indirettamente, fu coinvolto la C.N. Foti.La località più importante della tratta ferroviaria Dukam-Moggio era denominata Les Addas dai francesi, che erano proprietari della ferrovia per Gibuti; in italiano era chiamata Addà (oppure Ada). Posta a circa 1900 metri d’altitudine, Les Addas era conosciuta ed anche frequentata come meta di escursioni e di visita a 5 pittoreschi laghi, siti nelle vicinanze, e all’Azienda Agraria di Biscioftù, il più vasto ed attrezzato centrosperimentaledi colonizzazione agricola dell’Etiopia. La zona maggiormente colpita dagli attentati e dagli attacchi abissini del 6 e 7 luglio fu proprio il territorio attorno al presidio militare italiano, al villaggio indigeno e alla stazione di LesAddas. Il Centurione Angelo Dragoni, comandante della 1ª Compagnia del 219° Battaglione della Legione “Vittorio Veneto” era a capo delle Camicie Nere che presidiavano quella zona. Già nella notte tra il 5 e il 6 luglio nel presidio di Addà si erano uditi numerosi colpi di fucile sparati a circa 6-7 km verso ovest, in direzione di Addis Abeba; nella mattinata del 6 luglio un plotone di CC.NN., guidato dal Capomanipolo Pietro Fanti, fu mandato in ricognizione verso quella zona, da dove nella notte erano giunti gli spari. Dopo aver oltrepassato per un paio di km la località di Biscioftù, il plotone di Fanti si trovò di fronte un gruppo di armati abissini così numeroso, che subito dovette arrestarsi e schierarsi in ordine di combattimento per contrastare l’attacco nemico. Poi, vista la netta superiorità numerica di quegli armati del degiacFicrè, il plotone ripiegò a Biscioftù. Per aiutare le CC.NN. di Fanti a fronteggiare gli abissini, davanti a Biscioftù furono piazzate due mitragliatrici pesanti Fiat, ed anche grazie al loro intervento i nostri fermarono l’attacco sferrato in quel luogo, sito ad ovest degli Addas.
Nel primo pomeriggio del 6 luglio FicrèMariam sferrò un altro poderoso attacco; dopo aver occupato il villaggio indigeno di LesAddas, puntò ad assalire la vicina stazione ferroviaria; ma i legionari di quel presidio ferroviario (tra cui la C.N. Foti) pur contando su una forza nettamente inferiore al nemico, resistettero agli assalti abissini. Non riuscendo ad occupare la stazione degli Addas, alcune centinaia di armati del degiacFicrè si spostano di un km verso levante andando all’assalto di un treno viaggiatori che era diretto ad Addis Abeba. Oltre a numerosi viaggiatori civili (diverse donne e bambini, dieci prigionieri abissini, alcuni dipendenti postali e qualche impiegato italiano mandato in missione ad Addis Abeba) a bordo del treno si trovavano una trentina di militari di truppa (tra cui 25 carabinieri che scortavano i prigionieri) e 5 Ufficiali di vari Corpi e di vario grado. Al violento fuoco dei fucilieri abissini i nostri risposero sparando con moschetti e fucili (e i pochi Ufficiali, con le loro pistole) e contrattaccarono con le raffiche di una mitragliatrice piazzata sul vagone di coda del treno stesso. Nella gragnuola della fucileria il treno dovette arrestarsi; messo in allarme dalla sparatoria ininterrotta, un plotoncino di Camere Nere arrivò di corsa dalla vicina stazione degli Addas ed aiutò quelli del treno a rintuzzare l’attacco nemico; scortato da queste Camicie Nere, il treno riprese la sua marcia e subito raggiunse la stazione degli Addas, dove però regnava, soprattutto tra gli indigeni, molto spavento e gran confusione. Comunque verso le 17,30 il treno ripartì alla volta di Addis Abeba. Sennonché, dopo aver percorso quasi 6 km, il treno all’improvviso sobbalzò; la locomotiva deragliò e tutto il convoglio si bloccò presso un casello ferroviario, denominato Zalalakà. Per impedire la circolazione dei treni, in quel punto era stati asportati diversi metri di rotaie; e in prossimità degli Addas erano stati tagliati i fili del telefono, sia dal lato ovest (verso Addis Abeba) sia sul lato est (verso Gibuti). Sotto i colpi di fucile delle bande abissine appostate nei paraggi, subito caddero uccisi il ten. col. Mercanti ed alcuni carabinieri. Gli altri riescono a scendere dal treno e trovano riparo dietro il recinto e dentro il fabbricato del casello.  Nonostante la penuria di munizioni e l’esiguo numero di uomini armati (appena una quarantina dei difensori poteva disporre di un fucile o moschetto) gli asserragliati di Zalalakà tengono testa per quasi ventiquattro ore ai ripetuti attacchi delle bande abissine o ai tiri micidiali dei cecchini acquattati in quelle lande acquitrinose. Avendo capito, a causa della sparatoria persistente, che il treno era stato fermato ed assalito dai ribelli abissini, il Centurione Dragoni del 219° Battaglione partì a piedi dagli Addas con 30 volontari (molte Camicie Nere e 5 della Guardia di Finanza) per andare a soccorrere i viaggiatori del treno bloccato a Zalalakà; ma contrastati dagli uomini di Ficrè, solo una dozzina di volontari e lo stesso Dragoni arrivarono salvi al casello assediato, quando era già iniziata la sera del 6 luglio. Ormai consapevole del gravissimo pericolo in cui si trovavano gli asserragliati nel casello, sia i viaggiatori superstiti del treno deragliato, sia i 12 volontari venuti con lui dagli Addas, il centurione Dragoni sparò nel buio della notte 3 razzi rossi per segnalare alla guarnigione più vicina, quella di Addas, il grave pericolo che incombeva sul casello di Zalalakà e per invocare l’intervento di soccorsi. Agli Addas il Capomanipolo Iridio Mantovani vide comparire nel cielo i 3 razzi rossi, sparati appunto per chiedere soccorso; subito radunò 34 Camicie Nere del Plotone Comando, 1ªCompagnia del 219° Btgl, per andare con un camion a soccorrere gli assediati di Zalalakà; dei 34 legionari, ben 15 erano calabresi. Ma il drappello del Capomanipolo Mantovani fece purtroppo una brutta fine; avventurandosi verso ponente eattraversando terreni accidentati, il camion ebbe difficoltà d’orientamento sia per la notte oscura, sia perché fuorviato dagli spari che provenivano da tante direzioni. Procedendo al buio e sotto la pioggia a dirotto, il camion dei soccorritori vagò per tutta la notte, e si spinse molto più ad ovest, senza accorgersi di aver oltrepassato di vari chilometri la zona del casello di Zalalakà. All’alba di martedì 7 luglio i legionari si ritrovarono addirittura nei pressi di Dukam, e subito furono circondati da forze nemiche nettamente superiori. I soccorritori ed il Capomanipolo si difesero strenuamente sparando tutte le cartucce di cui disponevano; lanciate le ultime bombe a mano, cercarono alla fine di difendersi con le baionette ed i pugnali.Morirono tutti quanti, eccetto la C.N. Vincenzo Brunetti, che, gravemente ferito e coperto dal cadavere di qualche suo commilitone, fu ritenuto morto dagli abissini assalitori, che scapparono velocemente al sopraggiungere di un treno mandato in soccorso dei nostri soldati.
Intanto nel crepuscolo del 6 luglio anche la situazione agli Addas era diventata assai critica; a causa del taglio delle linee telefoniche la stazione era isolata, non poteva comunicare con le stazioni vicine, né lanciare fonogrammi con richieste di soccorso.Oltre a contare alcuni feriti ricoverati in qualche stanza adibita ad infermeria, la guarnigione di Les Addas si era indebolita fortemente, dopo che ben 65 nostri militari erano andati in soccorso dei viaggiatori del treno deragliato a Zalalakà (dapprima il drappello del Centurione Dragoni; e poi il tentativo del drappello di Mantovani, conclusosi tragicamente). Approfittando delle gravi difficoltà in cui si trovavano i nostri militari rimasti a difendere Les Addas (tra i quali era la C.N. Francesco Foti) la banda di Ficrè Mariam, sul far della sera del 6 luglio, tornò ad attaccare il presidio e la stazione. Proponendosi di annientare definitivamente il presidio e di occupare la stazione, l’attacco riuscì particolar-mente violento, poiché questa volta si mossero insieme sia gli armati di Ficrè, muniti di efficienti fucili, sia gli abitanti di Addas, i quali, pur essendo disarmati o brandendo armi rudimentali, erano insorti anch’essi contro i conquistatori italiani. Nell’oscurità della sera e nel buio della notte gli scontri a Les Addas furono molto furiosi; a guidare i nostri legionari, posti a difendere quell’importante presidio, erano rimasti solamente due Tenenti, e più precisamente i Capi manipolo Fanti e Bellinello. Contro gli attaccanti che vantavano una netta superiorità, le Camicie Nere opposero una fiera resistenza; i combattimenti furono tanto intensi che agli orecchi degli assediati presso il casello di Zalalakà arrivava nitida l’eco di quanto stava succedendo agli Addas: sparatorie ininterrotte, scoppi di bombe a mano, urli vari, esplosioni, crepitii di mitragliatrice. Grazie alle motivazioni che accompagnano la concessione di onorificenze al valor militare (Medaglia d’Oro per Pietro Fanti; e Medaglia di Bronzo per Francesco Foti ed altri 8 suoi commilitoni) possiamo ricostruire le circostanze in cui il nostro legionario Foti eroicamente morì.
   Il Capomanipolo P. Fanti della 220ª Legione, che nella ricognizione fatta al mattino di quel 6 luglio, dalle parti di Biscioftù, era stato leggermente ferito, quando rientrò agli Addas assunse di fatto, insieme a Bellinello, il comando del plotone di CC.NN. posto a difesa di questa località. Quando i ribelli di Ficrè Mariam andarono all’attacco, il Com.te Fanti fronteggiò coraggiosamente gli irruenti avversari, finché non venne assalito alle spalle da nuclei nemici edagliabitanti del villaggio insorto;a quel punto Fanti e i legionari che riuscirono a seguirlo (tra cui il nostro Foti del 219° Battaglione), con grande ardimento e sprezzo del pericolo si aprirono la strada a colpi di bombe a mano per mettersi in una posizione più idonea alla difesa. Quando poi Fanti s’accorse che i nemici stavano per impadronirsi di un deposito di munizioni, insieme ai legionari rimastigli vicino, corse a difendere quel deposito. Francesco Foti e i suoi commilitoni combatterono valorosamente perché il nemico non si impadronisse del deposito munizioni, e cessarono di battersi soltanto quando caddero, colpiti a morte, davanti al deposito che invano i ribelli avevano cercato di conquistare. Insieme a Foti, davanti a quel deposito munizioni, la sera del 6-7-1936, morirono altre 8 Camicie Nere. Tutti quei 9 Caduti erano dell’Italia meridionale; qui ricordiamo quanto meno i nominativi dei cinque calabresi Caduti per difendere il deposito:
Camicia Nera scelta Angelo Nicastri di Falerna (CZ); C.N. Luigi Sinopoli di Satriano (CZ); C.N. Giuseppe Costa di Grotteria (RC); C.N. Foti Francesco di Montebello Ionico; C.N. Pellegrino Giuseppe di Careri (RC).
A tutti i 9 venne concessa la Medaglia di Bronzo al valor militare (alla memoria) con la seguente motivazione, uguale per tutti:“Legionario di un plotone di CC.NN. posto a difesa di importante posizione attaccata da forze ribelli soverchianti e dagli abitanti del villaggio insorti, dava prove di ardimento e di sprezzo del pericolo e si apriva la strada a colpi di bombe a mano. Accortosi che i nemici stavano per impadronirsi di un deposito di munizioni, accorse col proprio Ufficiale ed i suoi compagni a difesa del deposito stesso compiendovi nuovi atti di valore finché colpito a morte cadeva sul posto che aveva strenuamente difeso- Les Addas 6 luglio 1936”.
   Riguardo al Capomanipolo Pietro Fanti vogliamo ricordare che, piazzandosi a difesa del deposito munizioni, venne ferito al volto dallo scoppio di una bomba lanciata dai ribelli, in maniera così grave da restare cieco per il resto della sua esistenza. Ma l’eroico Ufficiale, vincendo il grandissimo dolore agli occhi, continuò a dare disposizioni per l’estrema difesa del deposito. Quando finalmente sopraggiunsero i rinforzi, lo trovarono vivo anche se esausto per il sangue perduto; stringendo ancora nelle sue mani ferite due bombe a mano da lanciare addosso agli assalitori, si dichiarò orgoglioso di aver impedito col proprio sacrificio la conquista del deposito.  A P. Fanti, esaltato come “fulgido esempio di virtù militare” fu concessa la Medaglia d’Oro al valor militare.
Grazie al sacrificio di Fanti e di tante Camicie Nere, i nostri legionari, pur perdendo momentaneamente il controllo della stazione di Addas, si asserragliarono davanti al deposito munizioni e sulle alture sovrastanti i laghetti di Biscioftù, e così riuscirono a contenere gli assalitori, mantenendoli a distanza grazie alle micidiali raffiche delle nostre mitragliatrici pesanti.
   Quella stessa sera del 6 luglio un centinaio di Camicie Nere del 219° Battagl., guidate dal Console Galbiati, partite dal presidio di Moggio a bordo di 4 autocarri per andare a soccorrere quelli di Addas, di cui non si avevano più notizie dopo l’interruzione delle linee telefoniche, appena giunsero alla stazione di Addas ingaggiarono una lotta furibonda contro gli abissini che l’avevano occupata. Combattendo per tutta la notte e senza esclusione di colpi, con tutte le armi di cui disponevano, con i moschetti e con le baionette, con lanci di bombe a mano, con pistole e pugnali, i legionari soccorritori riuscirono a ricacciare gli abissini dalla stazione e respinsero le loro controffensive. La riconquista della stazione fu però pagata a caro prezzo: tra i soccorritori si contarono morti e feriti, tra cui lo stesso Console Galbiati. Colpito gravemente all’avambraccio destro da un proiettile che gli fratturò il radio, Galbiati fu in qualche modo soccorso e sommariamente medicato; il braccio ferito fu stretto tra due stecche di legno e fasciato con qualche pezza di stoffaapprontata lì per lì come una benda. Poi, col braccio ferito appeso al collo e con la divisa tutta imbrattata di sangue, Galbiati riprese subito a combattere e non si fermò se non quando i suoi legionari ripresero il controllo della stazione.
   Il mattino del 7 luglio alla stazione di Addas si presentò uno scenario terrificante, una devastazione paurosa: il terreno era cosparso di decine di morti, sia abissini sia italiani; da più parti s’udivano grida e lamenti di feriti. In quella situazione caoticai nostri legionari si preoccuparono anzi tutto di rintracciare i commilitoni feriti, di metterli in salvo portandoli in luoghi riparati e di approntare ad essi le prime cure. Solo in un secondo momento provvidero a recuperare i cadaveri dei loro compagni, disseminati nei diversi luoghi di Addas dove italiani e abissini si erano scontrati. Non fu impresa semplice riuscire a rintracciare i cadaveri di tutti i nostri soldati periti in quei combattimenti; per di più alcuni cadaveri, essendo orribilmente deturpati, trucidati o mutilati, non sempre venivano immediatamente identificati.In un primo sommario bilancio delle perdite sofferte dalle nostre Legioni, quando ancora non erano stati identificati tutti i cadaveri dei soldati scomparsi, la Camicia Nera Francesco Foti e tre suoi commilitoni, deceduti per difendere il deposito munizioni, vennero annoverati tra i “dispersi”nel bollettino n° 13, intitolato ALBO DELLA GLORIA, contenente i nominativi dei militari Caduti in A.O.I.- Africa Orientale Italiana, nel mese di luglio 1936; il bollettino fu pubblicato il 7 agosto sui principali quotidiani italiani. Anche nella prima comunicazione ufficiale della sua scomparsa, Francesco Foti per due volte fu indicato come disperso.
Gli eredi conservano la minuta di una lettera che il Console Enrico De Biase, allora comandante della 163ª Legione di Reggio Calabria, indirizzò a qualche gerarca fascista della federazione reggina o di Montebello Ionico per avvisarlo della scomparsa di Foti; nella lettera è riportato il telegramma firmato addirittura dal Capo di Stato Maggiore della Milizia(MVSN) gen. Luigi Russo. Ecco il testo completo del manoscritto:
“Il comando generale della M.V.S.N. telegrafa: «Camicia nera Foti Francesco di Natale 219 legione disperso scontro ribelli avvenuto Les Addas Biscioftù giorno 6 luglio – indirizzo famiglia Montebello Ionico. Capo di S.M. f.to Russo».
   Affido pertanto alla S.V. il delicato incarico di partecipare con tutta cautela quanto sopra alla famiglia rivolgendo vivissime e sentite parole di conforto a nome di S.E. Russo Capo S.M. della Milizia mie personali et legionari 163.
   Come da accordi presi dallo scrivente con il Segretario federale V.S.  comunicherà la notizia anche al  segretariopolitico ed al Podestà coi quali se lo crederanno si recherà dalla famiglia del disperso.
V.S. curerà inoltre di richiedere alla famiglia stessa una fotografia del loro congiunto trasmettendola allo scrivente coi cenni biografici (anzianità di iscrizione al Partito, benemerenze, professione ecc.) specificando se celibe o coniugato. In quest’ultimo caso comunicherà il nome della moglie ed il numero dei figli.             
    Il console
comandante la legione
f.to Enrico De Biase “
    Per ripristinare l’ordine e riprendere il controllo del territorio limitrofoalla linea ferroviaria, il Viceré Mar. Graziani inviò da Addis Abeba la brigata del gen. Gallina, forte di 3000 ascari eritrei, conosciuti come acerrimi nemici degli abissini. Ma prima che gli ascari arrivassero nel pomeriggio del 9 luglio agli Addas ed a Moggio, i ribelli abissini, per evitare di scontrarsi con i temuti avversari, si erano già dileguati. Non avendo potuto colpire i ribelli armati, gli ascari eritrei si accanirono contro gli abitanti dei villaggi abissini, che erano insorti contro l’Italia: né si limitarono a distruggere e bruciare i loro tucul e villaggi, ma depredarono i loro raccolti, razziarono tutti i loro animali (bovini, ovini, caprini, galline...) e, per potersi muovere piùfacilmentesenza essere intralciati dai capi di bestiame più lenti, macellavano per primi gli animali più grossi e più pesanti.
foti 4.jpg   Intanto si concludevano le operazioni di rinvenimento e di identificazione dei cadaveri dei militari periti nei sanguinosi scontri con gli abissini. Finalmente fu ritrovato anche il cadavere del legionario Francesco Foti; la sua identità venne accertata sia dal Centurione Dragoni, comandante la 219ª Legione, sia dal Centurione Emilio Palmarocchi. Quando la sua salma fu infine ricomposta, la bara venne benedetta dal cappellano della Legione, il Centurione don Luigi Rutto, e quindi sepolta nel cimitero militare italiano allestito agli Addas.Gli eredi di Foti conservano una foto della sua tomba, scavata ai piedi della grande croce cimiteriale; un semplice cartello, inchiodato ai bracci di una piccola croce in legno, che recava la scritta  
DIVIS. CC.NN.  TEVERE/
219^ LEGIONE  / C.N. FOTI FRANCESCO, serviva ad indicare l’ubicazione della sua tomba nel cimitero.
Il 7-9-1936 quando fu pubblicato il 14° bollettino dei nostri Caduti in A.O.I., Foti e gli altri 44 militari, che nel precedente bollettino erano stati segnalati come dispersi nei vari scontri avvenuti nelmese di luglio 1936, furono riconosciuti come sicuramente deceduti.Nel frattempo gli affranti congiunti del povero Foti, accogliendo la richiesta del Console De Biase, gli avevano trasmesso una fotografia del loro Caduto, con diversi dati biografici e di famiglia. Fu così preparato un breve articolo commemorativo del Caduto Foti da pubblicare su Il Popolo d’Italia, il quotidiano ufficiale del Partito Nazionale Fascista. Si conosce il giorno (11) e l’anno (1936) ma non il mese in cui il trafiletto apparve sull’organo del PNF; verosimilmente fu pubblicato l’11 agosto oppure l’11 settembre 1936. Titolo dell’articolo: Foti Francesco: Presente!Dopo le prime 6 righe di testo fu inseritala fototessera del Caduto; concentrato in una colonna, questo è il testo completo del trafiletto:
foti 5.jpg
Foti  Francesco : Presente!
MONTEBELLO  JONICO,   11   --
Fra i Caduti nell’azione contro l’orda dei selvaggi
ribelli, è pure compreso Foti Francesco di Natale,
da Montebello Jonico,veterano della guerra libica,
cuipresepartenegli  anni1911- 1912e della
guerraitalo-austriaca, durante la quale combatté
ininterrottamentedal1915 all’armistizio.
Il povero Foti era volontario della gloriosa divi-
Sione Tevere, alla quale apparteneva, sin dall’otto-
bre 1935.
Ottimo giovane sotto tutti i rapporti, fascista del-
la prima ora,lasciafra tutti i suoi camerati, il più
sentitoeamarorimpianto, perché tutti lo stima-
vano e lo circondavano di vero affetto.
Lascia inoltre la giovane moglie e quattro teneri
bambini,dicuil’ultima è nata dopo la sua parten-
zaper l’A.O..
Al Segretario del suo Fascio, il Foti così scriveva
dalla zona dicombattimento:«Sono orgoglioso di
servireanch’iola Patria e il Fascismo, inqueste
terre lontane, dove certamente liquideremo     i
 vecchi conti».
Tutte le Camicie Nere del Comune di Montebello,
dalla riva del mare, riunite intorno al nome glorio-
sodi Foti Francesco,levano ben alto il braccio    gagliardo, nell’espressione virile del saluto romano
e gridano profondamente commossi:
Camerata Foti Francesco:  Presente!

   Nel 1940 l’Istituto Poligrafico dello Stato pubblicò un grosso volume intitolato ALBO D’ORO DEI CADUTI PER LA FONDAZIONE DELL’IMPERO, contenente i nominativi degli italiani deceduti nella campagna di guerra in Africa Orientale negli anni 1935, 1936 e fino a maggio 1937. I Caduti furono ripartiti in ordine alfabetico in base alla provincia di nascita; nel capitolo della provincia di Reggio Calabria, a pagina 788, venne presentato: FOTI Francesco  /  di Natale  /  Camicia Nera della M.V.S.N. – nato il 1910 a Montebello Ionico  /  deceduto il 7 luglio 1936 XIV – Les Addas in combattimento  /  Medaglia di Bronzo sul campo  /  alla memoria. Quindi era riportato il testo completo della motivazione per la quale era stata concessa, alla memoria, la suddetta Medaglia di Bronzo. Il numero romano XIV stava ad indicare l’anno 14° dell’Era Fascista, contata a partire dalla Marcia su Roma (28-10-1922.

Abbiamo già scritto che al Francesco Foti, per aver difeso con altri 8 commilitoni il deposito munizioni presso Les Addas, fu subito conferita sul campo la Medaglia di Bronzo al valor militare. L’anno seguente, su proposta di Mussolini, allora Ministro della Guerra, e dopo la registrazione del provvedimento alla Corte dei Conti il 19-8-1937 (reg. 32 – foglio 351), il Re Imperatore Vittorio Emanuele III in data 20 agosto 1937 sanzionò la predetta concessione della Medaglia di Bronzo, con l’aggiunta del soprassoldo di lirecento annue, alla memoria della Camicia Nera Foti Francesco. Natale Foti, figlio primogenito del Caduto Francesco, come cimelio prezioso di famiglia custodisce l’attestato di concessione della suddetta onorificenza al valor militare conferita al suo glorioso padre, corredato sul bordo superiore, a sinistra con un distintivo/medagliacommemorativa della 1ª guerra mondiale, al centrocon la vera e propria Medaglia di Bronzo per la morte nel 1936 in A.O.I., a destra con la medaglia/ricordo della partecipazione di Francesco Foti alla guerra di Libia nel 1912.
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FESTA DELLA MADONNA DELLE GRAZIE 
16 SETTEMBRE 2018


Quest’anno la festa francavillese della Madonna è capitata il 16 settembre, il parroco don Giovanni Tozzo celebrando la messa solenne alle ore 10,30, subito seguita dalla processione per le vie del paese. Nella mattina di domenica la festa è stata allietata dalla banda musicale di Filadelfia, nonché dai fuochi pirotecnici.  la festività della Madonna delle Grazie, che si rinnova nell'omonima antica ed artistica Chiesa, situata a breve distanza dai ruderi del Calvario vecchio e dalla Chiesa di S. Pietro (al cui interno vi era una cappella intitolata a tale Madonna) divenne dopo la sconsacrazione di quest'ultima la seconda chiesa del paese. Mons. Carafa nel 1763 l'elevò alla dignità di chiesa parrocchiale emanando un decreto di divisione che cercava di mettere fine alle continue dispute tra i due parroci di S. Foca. Salomonicamente il vescovo assegnò la nuova parrocchia al più giovane dei due preti. Più volte danneggiata dai sismi venne sempre restaurata e riaperta al culto. E' particolare la devozione e l'attaccamento dei francavillesi alla Madonna lignea che si trova all'interno di questa chiesa, opera dell'intagliatore Vincenzo Scrivo da Serra S. Bruno, che la completò nel 1796.

 

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FESTA ESTIVA DI SAN FOCA A FRANCAVILLA ANGITOLA – AGOSTO 2018

Giorno 12, seconda domenica di agosto, si è svolta la festa estiva del Santo Patrono di Francavilla: la prima messa è stata celebrata alle ore 8 da Padre Tarcisio RONDINELLI, il quale, come ben si sa, fu battezzato con il nome Foca. Quindi alle ore 11 l’arciprete Don Giovanni Battista TOZZO ha officiato la messa solenne,  alla fine  della messa sul sagrato della chiesa si e’ svolta la  cerimonia di offerta e benedizione dei dolci tradizionali, a forma di serpe, preparati in onore del Santo in quanto protettore dai morsi di serpenti e bisce.
Alle ore 17,30 Don Giovanni Tozzo ha celebrato una seconda messa prima dell’inizio della processione. Sia nella giornata di sabato 11 che in quella di domenica 12  agosto, la banda musicale   del maestro Gugliotta di Filadelfia  ha allietato la festa percorrendo le vie del paese. Alle ore 18,30 ha avuto inizio la lunga processione.  Dietro alla statua del Santo e al gonfalone comunale, recato da Gianfranco Schiavone . procedeva l’Amministrazione  guidata dal dall’ avv. Giuseppe PIZZONIA. La processione si è conclusa sul sagrato della chiesa parrocchiale dove i fedeli hanno intonato la tradizionale litania; La cerimonia religiosa si è conclusa con il bacio della reliquia del Santo Patrono.
Come da programma predisposto dal Comitato organizzatore della Festa, presieduto dall’Arcip. Don Giovanni Tozzo, nella serata di sabato 11 agosto sul palco allestito in piazza Solari si è esibito “ANNA AUTIERI”  la  Cover  di Laura Pausini . Protagonista della serata musicale di domenica 12 è stato  il cantautore calabrese  Mimmo  Cavallaro . Una piazza Michele Solari piena fino all’inverosimile come la non si vedeva ormai da anni. Mimmo Cavallaro e la sua band hanno reso omaggio nei migliori dei modi il patrono della cittadina San Foca, deliziando il pubblico e, di fatto, concludendo le celebrazioni. Il comitato è andato sul sicuro, poiché il cantautore di Caulonia è uno dei pochi che ancora riesce a trascinare il pubblico in piazza. Durante lo spettacolo, in parte mandato in diretta sulla web tv dei Calabresi nel mondo www.kalabriatv.it e sul sito www.francavillaangitola.com, l’artista reggino ha presentato l’ultimo lavoro discografico “Calanchi” un album di inediti in studio magistralmente prodotti da Tony Canto in commercio dal Novembre 2017. Un primo singolo dal titolo “L’Europa che danza” era già stato pubblicato, accompagnato da un video girato da Giacomo Triglia e riproposto all’interno della scaletta insieme a brani storici che lo hanno reso famoso nel mondo. Nella diretta del concerto, sono stati numerosi gli emigrati intervenuti, che per impossibilità varie non hanno potuto partecipare all’appuntamento. Sana musica calabrese accompagnata da artisti musicali quali: Gabriele Albanese, Andrea Simonetta, Silvio Ariotta e Francesco Carioti, ai quali si è aggiunto il ballo della tarantella grazie alla performance di Valentina Donato. Gli organizzatori della festa, nel finale hanno voluto ringraziare i presenti e in particolar modo l’artista calabrese per avere onorato il Santo Patrono. D'altronde Mimmo Cavallaro è un artista che da 6-7 anni va per la maggiore e nell’ultimo periodo è stato protagoniste in due piazze molto importanti a livello mondiale: Buenos Aires e Toronto, due grandi città che accolgono milioni di calabresi emigrati. Francavilla Angitola ha così potuto ballare per oltre due ore di spettacolo, in quella che sarà ricordata come una serata storica, almeno per il pubblico arrivato. Anche quest’anno gli archi con luminarie multicolori sulle vie principali del paese, La festa si è conclusa in bellezza, poco dopo la mezzanotte di domenica con i fuochi d’artificio.

 

 

A Vibo Marina, Pizzo e Francavilla Angitola la 25 ^ Festa della Gente di Mare dedicata a San Francesco di Paola

 

Anche quest’anno la Festa è andata bene…” , la festa è quella che a metà luglio, da ben 25 anni, si celebra nei comuni di Francavilla Angitola e Pizzo, è la Festa della Gente di Mare in onore di San Francesco di Paola.  La manifestazione si ricollega all’antica devozione verso il Taumaturgo Paolano molto sentita dai pescatori, dai marittimi e da tutte le persone legate al mondo del mare. La festa in questi anni ha avuto un notevole sviluppo, allargandosi da Paola a tanti altri centri calabresi  legati a San Francesco grazie  all’impegno dagli ideatori ed organizzatori Vincenzo Davoli, Gianfranco Schiavone e Giuseppe Pungitore che curano il sito www.francavillaangitola.com, nonché di Giovanni Bianco, Emanuele Stillitani, Franco Di Leo, Francesco La Torre e grazie al sostegno del Vescovo  di Mileto, dei Padri Minimi e del clero diocesano, di varie associazioni di volontariato e protezione civile ed alla collaborazione della Guardia Costiera, risulta essere oggi la più importante Festa della Gente di Mare in Italia.

Il 14 luglio è arrivata a Vibo Marina la reliquia  della “Salvietta ”,  il vero  volto di San Francesco di Paola,  custodita a Benincasa di Vietri sul Mare (SA).  Con il consenso entusiastico di   Padre Bibaki Nzuzi, parroco di
Santa  Maria  delle Grazie e San Francesco di Paola a Benincasa, la Reliquia è stata portata  dal Priore Giuseppe Galdoporpora  e da Giuseppe Manzi,  Vice presidente affari economici della parrocchia. Al porto di Vibo Marina  era ormeggiata  il nave CP 920  “Gregoretti” inviata appositamente alla 25° Festa della Gente di Mare dal Comando Generale delle Capitanerie in sostituzione della nave “Dattilo” impossibilitata a lasciare la base di Catania .  Dopo lo scambio dei saluti preliminari,  si sono aperti i lavori del Convegno sulla figura del Com.te Luigi Dattilo. Il  convegno si è svolto nel piazzale antistante la Capitaneria di Vibo Marina ed è stato moderato  dal dott.  Giovanni Bianco, Console del Touring Club. Dopo i saluti di benvenuto rivolti a tutti presenti  dal Cap.Freg. Rocco Pepe, Comandante Capitaneria di Porto vibonese ; sono intervenuti l’avv. Giuseppe Pizzonia, Sindaco di Francavilla Angitola;  il dott. Cesare Cordopatri, presidente della Pro loco di Pizzo; il dott. Vincenzo De Maria, presidente della Pro loco di Vibo Marina, e i due ufficiali comandanti di unita’ navali della Guardia Costiera, il Cap. Corvetta  Antonello Ragadale, Comandante in 2^ della Nave “Luigi Dattilo”, e  il Tenente di Vascello Carmine Berlano,  Comandante della  "B. Gregoretti", ancorata al porto.   Sulla figura  gloriosa  del Comandante Luigi Dattilo hanno relazionato
dapprima il nipote di Dattilo, il medico dott. Gaetano Luigi Sposaro (che con parole affettuose ha ricordato il suo caro “nonno” );  il presidente del comitato festa della Gente di Mare, ing. Vincenzo Davoli, si è soffermato  sulla carriera  del comandante  e sulle navi intitolate a Luigi Dattilo; lo storico Franco Cortese ha  ricordato con  orgoglio  di aver incontrato e conosciuto personalmente  il glorioso comandante Dattilo che ha onorato  la città marinara di  Pizzo.  
Il comitato organizzatore della festa  ha quindi consegnato al vice comandante  Antonello Ragadale, della  nave “Luigi Dattilo”, il  premio “Charitas  Paterna”, opera realizzata dall’orafo crotonese Michele Affidato.  Il comandante Ragadale  ringraziando per il riconoscimento ricevuto, ha assicurato di consegnarlo al comandante capo della nave  Dattilo, Ten. Vascello Federico Panconi, che lo farà collocare a bordo della nave mettendo tutto l’equipaggio  sotto la protezione di San Francesco di Paola. Il Com.te Panconi a sua volta, in segno di ringraziamento ha voluto donare  all’orefice crotonese Affidato  il Crest ufficiale  della Nave Dattilo.

Il 15 luglio il corteo con la reliquia, insieme alla “Barca di Benincasa” e alla statua di San Francesco, custodite presso il Locamare (Com.te Francesco Caretto) si è diretto a Pizzo dove una miriade di barche ha effettuato la tradizionale traversata fino a Colamaio1 dove è stata recitata la Preghiera del marinaio con la benedizione e il lancio della corona in onore di tutti i Caduti del mare.  Il ristorante Refresh  di Colamaio1 ha offerto alle autorità convenute un gradevole  rinfresco.  Il corteo con la banda musicale di Capistrano si è poi trasferito in contrada Olivara di Francavilla, presso il viadotto di San Francesco.  Sul palco installato nel piazzale di contrada Olivara, gli amici di Vietri,  Priore Giuseppe Galdoporpora e Giuseppe Manzi, hanno collocato la Salvietta di Benincasa, la più preziosa  Reliquia di San Francesco di Paola custodita in Campania. Qui  la Santa Messa è stata concelebrata da Don Giovanni Battista Tozzo, parroco di Francavilla, da Padre Ivano Scalise del convento dei Minimi di Sambiase,  e da Don Vincenzo Barbieri, già rettore del santuario della Madonna di Monserrato  a Vallelonga. La funzione è stata accompagnata dai  canti e dalle musiche della corale “Voce del silenzio” di Pizzo istituita dal dott. Francesco La Torre .  Al termine della messa si è svolta la cerimonia di consegna, al Presidente della Protezione Civile della Regione Calabria Carlo Tansi, del  riconoscimento “Charitas Paterna” opera dall’orafo  Michele Affidato. Accompagnato da Franco Di Leo della Protezione Civile Vibonese.  il dott  Tansi, dirigente responsabile dell’U.O.A. della “Protezione Civile” calabrese è stato premiato dal comitato organizzatore   per il suo assiduo impegno rivolto alla salvaguardia del territorio calabrese,  troppo  spesso colpito da eventi  calamitosi di ogni genere. Sono intervenuti alla manifestazione il Cap.Freg. Rocco Pepe, Comandante della Capitaneria di Porto di Vibo, il Mar.  Francesco Caretto, Com.te  della Locamare di Pizzo,  il sindaco  di Francavilla Angitola Avv. Giuseppe Pizzonia, il sindaco di Capistrano, avv. Marco MARTINO   l’ass. del comune di Pizzo  dott.ssa Giorgia Andolfi; da Reggio Calabria l’ Amm. Francesco Ciprioti e il  Luogotenente   Matteo Donato.
La serata  è stata  allietata con balli e canzoni suonate dal karaoke condotto dal francavillese  Emanuele Giuseppe  Limardi.

 

 

IL VERO VOLTO DI SAN FRANCESCO DI PAOLA
NOTIZIE  STORICHE  ED  IL  PRODIGIO  SECONDO LA TRADIZIONE


Nel 1483 l'umile Eremita cala­brese nel recarsi in Francia, passò per Salerno . Tutto il popolo accolse con trionfo questa visita andandolo incontro e venerandolo per ri­cevere la sua benedizione. Chi ebbe singolare privilegio furono i coniugi Capograssi, appar­tenenti  a una famiglia antica, illustre e pia, ma destinata  ad estinguersi perché tutti i figli che nascevano morivano in tenera età. I coniugi, molto umili, narrarono a San Francesco la loro storia infelice; quest'ultimo ne ebbe compas­sione promise di pregare per loro assicurando che la situazione sarebbe cambiata. La profe­zia ben presto si avverò e la famiglia mante­nutasi numerosa si trasferì a Sulmona ove an­cora oggi vi sono dei discendenti. La tradi­zione narra che in uno dei giorni in cui il Santo era a consumare il suo pasto magro,si accorse che un pittore,di nascosto cercava di ritrat­tarlo. L'umile Francesco, in segno di disap­provazione si coprì il volto can la salvietta e Dio, a esaltare il suo Servo, compie un grande prodigio sul lino di essa restano i lineamenti del volto. Nel 1856, narra ancora la tradizione i discendenti della famiglia Capograssi. forse ispirati dal Santo, per evitare la peste si ritira­rono a Benincasa. Terminata l'epidemia, al­cuni di essi restarono in questo villaggio e do­narono alla chiesa madre intitolata a Santa Maria delle Grazie e San Francesco di Paola la reliquia della salvietta che è custodita e ve­nerata e i resti dei due fortunati coniugi sono deposti a piè dell'altare. La salvietta con il vera volto del Santo viene portata in processione accanto alla statua del Santo Patrono l'ultima domenica di agosto di ogni anno quest'anno si festeggerà il 30 agosto.

25^  Festa Della Gente Di Mare
       Francavilla Angitola,  Pizzo
       30 giugno -14-15 luglio 2018

    Da 24 anni nei Comuni di Francavilla Angitola  e Pizzo  (VV)   si  celebra  a metà  luglio  la Festa della Gente di Mare  in onore di San Francesco di Paola. Tale manifestazione si ricollega    all’antica devozione verso il taumaturgo Paolano assai sentita dai pescatori, dai marittimi  e da tutte le persone in  vari modi  legate  al mondo del mare. Nelle ultime edizioni, in concomitanza con il 5° Centenario della morte (1507-2007) e del 6° Centenario della nascita del Santo (1416-2016), la festa  ha avuto un notevole sviluppo,  allargandosi  dai centri calabresi più legati a San Francesco (Paola, Pizzo, Francavilla Angitola, Catona e Reggio Calabria, Nicotera, Tropea,  Soriano Calabro, Paterno Calabro, Fuscaldo)  alla Sicilia, andando prima a Messina e poi  a Milazzo (2008-2009).      La “Festa della Gente di Mare”, grazie  all’impegno dagli ideatori ed organizzatori della festa, ing. Vincenzo Davoli, Gianfranco Schiavone e Giuseppe Pungitore, che curano anche il sito internet   www.francavillaangitola.com., nonché dell’Avv. Giovanni Bianco, del  dottor Emanuele  Stillitani della Proloco di Pizzo, di Franco Di Leo del Centro Italiano Protezione Civile di Pizzo, del  Dott.  Francesco La Torre, già Responsabile  del reparto  di Riabilitazione Psichiatrica  di Pizzo, e della Cooperativa Sociale  “La Voce del Silenzio” Onlus di Pizzo, e grazie al pregiato sostegno del Vescovo  di Mileto, dei Padri Minimi e del clero diocesano, di varie associazioni di volontariato e protezione civile ed alla collaborazione entusiastica  della Guardia Costiera,  al sostegno di Enti e Autorità civili e religiose,  risulta essere  in Italia   la più importante Festa della Gente  di Mare.  Nell’edizione del 2009 era presente la Campania, con la reliquia della “Salvietta” del Taumaturgo, conservata nella chiesa di Benincasa  a  Vietri  sul Mare (SA);  La reliquia venne benevolmente  concessa con il  beneplacito  di  Mons. Orazio Soricelli,   Vescovo Amalfi - Cava dè Tirreni  e Arcivescovo  di Amalfi, sede  della gloriosa  e  più antica  Repubblica  Marinara italiana. In molte edizioni della Festa, la  statua  di San Francesco di Paola è stata  accompagnata  dalla Madonna Pellegrina  del Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime, appositamente presente per  espresso volere  della compianta Natuzza Evolo  di Paravati, che nella sua esemplare esistenza  ha sempre  manifestato una  grande devozione al Santo Patrono di Calabria.  In occasione della 15ª edizione della Festa, luglio 2008, per la prima volta è stato realizzato l’emblema itinerante una speciale effigie di San Francesco di Paola che  venne in mente ad un gruppo di amici della provincia di Vibo Valentia, attivi sostenitori della Festa della Gente di Mare in onore del medesimo Santo.  Con vivo entusiasmo e raffinato gusto gli artisti Antonio La Gamba e Yury Kuku crearono prontamente una pregevole opera in bronzo dorato, di dimensioni tali da essere facilmente spostabile nelle differenti sedi dove negli anni futuri si sarebbe svolta la Festa della Gente di Mare.   Dal 15 luglio 2017 l’emblema è custodito a Francavilla Angitola, culla della Festa e sede del suo comitato organizzatore. Il 30 Giugno 2018 l’emblema viene consegnato, alla Città di Paola  luogo natale del Patrono della Gente di Mare e della Calabria, e vi resterà per l’ anno solare 2018-2019. 

IL QUOTIDIANO DEL SUD 13 -7-2018

ARTICOLO DI FRANCO VALLONE

GAZZETTA DEL SUD 12-7-2018

ARTICOLO ANTONIO SISCA

FESTA DI SANTA MARIA DI
MONSERRATO – VALLELONGA
6-8 luglio 2018


Una festa che unisce e rievoca momenti intensi di fede per la Madonna di Monserrato, che si svolge ogni anno, la seconda domenica di luglio. La festa è preceduta da una lunga veglia di preghiera, e molti pellegrini, vengono a piedi da tutta la provincia. Un tempo i francavillesi devoti alla Madonna, legati all’ obbligo di soddisfare qualche voto, rimanevano tre giorni, a Vallelonga da giovedì a domenica, dormendo in chiesa o nel vicino boschetto.
Essi percorrevano in ginocchio la navata centrale fino alla Sacra effigie; altri lo facevano strisciando la lingua sul pavimento. Il momento di più intensa commozione della processione si ha quando la statua della Vergine viene portata in spalla nel vicino boschetto, sotto una grande quercia, detta della Madonna. Qui la processione si ferma; cala il silenzio. E’ il momento in cui la Madonna prende possesso del paese. Il nome Monserrato ci porta a Barcellona, su una montagna con le cime a forma di denti di sega; qui fu rinvenuta l’immagine antica della Madonna. Era stata nascosta su questa montagna, per evitare che venisse portata via durante l’invasione dei mori, e poi fu ritrovata da un pastore, sconvolto dal suono divino e da una luce misteriosa che usciva da una grotta. Da allora, furono creati in tanti parti del mondo diversi luoghi di culto, in onore dell’immagine miracolosa della Vergine di Monserrato.

 

DEVOTI DELLA MADONNA, IN PARTENZA A PIEDI DA FRANCAVILLA ANGITOLA A VALLELONGA

 

Raduno Nazionale del Pastore Tedesco
Campo sportivo di  Francavilla Angitola (vv) 8 luglio  2018


Organizzato  dalla  sezione SAS  di  Lamezia  Terme responsabile Antonio Amendola in collaborazione con  Pino Pellegrino e con il patrocino  dell Comune di Francavilla Angitola.  Società Amatori Schäferhunde, la società specializzata che mira a svolgere ogni più efficiente azione per migliorare, incrementare e valorizzare la razza del cane da Pastore Tedesco ed a potenziarne la selezione e l'allevamento.
Ha contato oltre centoventi esemplari la SAS Lamezia Terme , impegnati i padroni con i rispettivi amici a quattro zampe dalle 9 della mattina fino alle 17 in un susseguo di gare a colpi di bellezza, portamento ed abilità sotto il giudizio di vari professionisti.
sulla base di diverse caratteristiche prime fra tutte il sesso e l'età seguite poi dalla lunghezza del pelo Pareri e giudizi anche dal giudice.
Un'atmosfera di sana competitività nata dalla passione dei presenti per i pastori tedeschi, una razza equilibrata e propensa all'addestramento ed utilizzata per questo in diverse operazioni di sicurezza, si pensi ad esempio all'aiuto che offrono alla polizia cinofila. Nonostante un'indole coraggiosa e temeraria questi cani si prestano più che volentieri ad essere compagni di giochi per i più piccoli.

 LA  PRIMA GIORNATA  DELLA  25^  FESTA  DELLA  GENTE  DI  MARE
CELEBRATA  A  PAOLA  SABATO  30  GIUGNO  2018

Le manifestazioni della 25^ Festa della Gente di Mare hanno avuto inizio sabato 30 giugno a Paola, città natale di San Francesco, a Cui la Festa stessa è dedicata in quanto Patrono celeste della Gente di Mare italiana. Un pullman ha trasportato nella città del Santo un folto gruppo di pellegrini provenienti soprattutto da Francavilla Angitola e, in misura minore, da Pizzo, a cui si sono uniti due amici di Capistrano (VV) e altri due francavillesi, uno dei quali residente a Roma (Vito Torchia) e l’altro proveniente da San Francisco, California – USA, (il medico dottor Gregorio Torchia). Tutto il gruppo di pellegrini era guidato e accompagnato dall’avv. Giuseppe Pizzonia (Sindaco di Francavilla A.), dal professore Armando Torchia (Assessore francavillese alla Cultura), e dagli organizzatori della Festa, ing. Vincenzo Davoli, Giuseppe Pungitore e Gianfranco Schiavone. Da Capistrano (paese calabro molto devoto al Taumaturgo Paolano, al Cui santo nome è intitolata la locale banda musicale), sono intervenuti: l’impiegato comunale Vincenzo Ferruccio, meglio conosciuto come “Gigi”, in quanto simpatico cantante, chitarrista e compositoremusicale; Domenico Greco, devotissimo al Santo, in qualità di Cavaliere del Sovrano militare Ordine costantiniano di San Giorgio, antica istituzione cavalleresca legata alla Casa Reale dei Borbone, il cui Regno delle Due Sicilie fin dal 1738 ha come suo Patrono, San Francesco di Paola.
   Poco prima delle ore 11, sul piazzale antistante il Santuario, il gruppo di pellegrini, guidati dal Sindaco Pizzonia e dall’ing. Davoli, è stato ufficialmente accolto e cordialmente salutato dall’avv. Roberto Perrotta, Sindaco di Paola, e dal dr. Francesco Aiola, Assessore delegato ai rapporti con il Santuario. Quindi l’amico paolano, Giacomo Giuliano Soria, membro dell’Associazione Amici di San Francesco di Paola nel Mondo, ha accompagnato i pellegrini ad assistere alla Santa Messa, celebrata nella nuovaBasilica. Terminata la Messa, c’è stata la visita guidata ai vari luoghi del Santuario: fornace, fontana della Cucchiarella, bomba inesplosa, ponte del diavolo, romitorio, antico chiostro, chiesa antica e Cappella delle reliquie. Osservando al di là del torrente Isca il lungo edificio, un tempo adibito a Convitto per gli studenti delle Medie Superiori, Giuliano Soria, conversando con uno della nostra comitiva, il fisioterapista e terziario Pino Procopio di Pizzo, ha prima scoperto, e poi ricordato, con emozione e nostalgia, che cinquanta or sono erano stati con quel Pino, studente di Pizzo, compagni di scuola nel Convitto paolano; ma dopo d’allora non si erano più rivisti.
Dopodiché la comitiva ha consumato e condiviso fraternamente la colazione a sacco, nel Refettorio dei pellegrini, aperto a tutti i visitatori del Santuario. La colazione è stata allietata dalle musiche e dalle canzoni intonate da “Gigi” Ferruccio. Nel pomeriggio la comitiva si è trasferita in centro città, per ammirare le varie chiese, ed in particolare quella edificata là dove sorgeva la casa natale del futuro Santo, figlio di Giacomo e di Vienna da Fuscaldo. A pochi passi della chiesa/casa natale del Santo i visitatori, e specialmente i pizzitani, hanno ammirato il grande, magnifico mosaico in piastrelle realizzato dai giovani della Cooperativa “La voce del  silenzio” di Pizzo, guidati dal maestro ceramista Luigi Dal Forno di Vietri sul Mare (SA). Realizzato nel 2012, durante la precedente sindacatura dell’avv. Roberto Perrotta, il mosaico celebra i 50 anni dalla proclamazione di San Francesco da Paola a Patrono della Calabria. Pertanto nel mosaico sono raffigurati: la penisola calabrese con i luoghi dove è più diffusa la devozione al Santo; il Sommo Pontefice Giovanni XXIII, che, il 2 giugno 1962, l’aveva, per l’appunto, proclamato Patrono della Calabria.

CONSEGNA   DELL’EMBLEMA  ITINERANTE  ALLACITTÀ  DI  PAOLA

Nel tardo pomeriggio di sabato, a partire dalle ore 18,30, nella Sala del Consiglio Comunale, ospitata nell’ex Convento di Sant’Agostino, si è svolta la cerimonia di passaggio dell’Emblema itinerante della Festa della Gente di Mare, dal Comune di Francavilla Angitola alla Città di Paola, che lo custodirà nell’anno 2018-2019.  Il Sindaco di Francavilla, avv. G. Pizzonia, scortato dal gonfalone del suo Comune, ed accompagnato da tutta la comitiva giunta a Paola, recava con le sue braccia la magnifica effigie del volto del Santo Paolano, realizzata in bronzo dorato, nel 2008, congiuntamente da due artisti, il vibonese Antonio La Gamba e l’ucraino Yuri Kuku. Il vice Sindaco di Paola, accogliendo il Sindaco ospite, ha scambiato con lui un breve saluto amichevole. L’intera cerimonia è stata coordinata e diretta dal dottor Giovanni Bianco, Console del Touring Club Italiano – TCI e Presidente del Club di Territorio (lametino e vibonese) del medesimo TCI.
   Nella sua dotta, seppur concisa, prolusione il dott. Bianco ha subito evidenziato che per celebrare il 75° anni-versario della proclamazione di San Francesco di Paola a celeste Patrono della Gente di Mare italiana (giugno 1943) il Comitato organizzatore, con un’iniziativa azzeccata, aveva scelto Paola come sede della prima giornata della 25^ Festa, essendo Paola sia città di mare, sia luogo di nascita di San Francesco. Molto opportunamente quest’anno la cerimonia d’apertura della Festa si svolge a giugno, un mese speciale per San Francesco, venerato siacome Patrono della Gente di Mare, sia come Patrono della Calabria. Tra gli eventi successi in passato nel suddetto mese, il dott. Bianco ha ricordato la data del 2 giugno 1962, quando Papa Giovanni XXIII, con il breve Lumen Calabriae, proclamò San Francesco di Paola, Patrono della Calabria. Cinque anni prima, il 16 giugno 1957, Papa Pio XII, per celebrare i 450 anni del transito al Cielo di Francesco di Paola (1507), aveva letto un memorabile radiomessaggio in cui, tra l’altro, diceva:
“Diletti figli, gente di mare della nazione italiana! Voi che Ci ascoltate mentre solcate gli oceani a bordo di potenti navi; voi, umili pescatori delle spiagge italiane, lavoratori operosi dei porti e dei cantieri, voi che lavo-rate sulle navi mercantili che si fregiano della sacra immagine del Taumaturgo, recante incisa l’invocazione “ad lituseducPatriae”, guidaci al patrio lido…..Rinnovate nella memoria la dolce figura delSanto  nell’episodioprodigioso del passaggio dello stretto di Messina sul suo sdrucito mantello posato sulle onde.”
Sapendo che la relazione ufficiale della manifestazione da celebrare a Paola il 30 giugno avrebbe avuto per tema, Il volto di San Francesco, come motto del convegno si è scelto proprio il paterno incitamento pronunciato da Pio XII nel radiomessaggio del 16-6-1957: “Rinnovate nella memoria la dolce figura del Santo”.
  Quindi il dottor Bianco ha dato la parola agli amministratori di Paola e Francavilla perché porgessero i loro saluti. In sostituzione del Sindaco avv. Perrotta, assente per impegni fuori Paola precedentemente assunti, ha porto i saluti di benvenuto nella città di San Francesco il vice sindaco Antonio Cassano, luogotenente della Guardia di Finanza. L’avv. Giuseppe Pizzonia ha ringraziato gli Ammistratori di Paola, ed in particolare il vice sindaco Cassano e l’assessore Francesco Aloia, per la distinta e calorosa accoglienza tributata non solo a lui, ma a tutta la comitiva giunta appositamente a Paola; né ha dimenticato di ringraziare l’avv. Perrotta per essersi per lo meno premurato di dare il benvenuto a lui ed alla comitiva giunti alle 11 sul piazzale del Santuario.
L’ing. Davoli, presidente del Comitato organizzatore della Festa della Gente in onore di San Francesco, ha ricordato la storia dell’Emblema itinerante, che nel corso di dieci anni ha fatto tappa non solo in Comuni molto devoti al Santo Paolano, ma anche in sedi prestigiose di Enti operanti sul mare o sulle coste, come la Capitaneria di Porto di Vibo Marina, la base della VI Squadriglia navale a Messina, la Capitaneria di Porto di Gioia Tauro. Ringraziata l’amministrazione di Paola, per la cordiale accoglienza, l’ing. Davoli ha voluto salutare tre amici paolani di vecchia data, e presenti nella sala consiliare: Padre Domenico Crupi dell’ordine dei Minimi; Francesco Chiappetta, già comandante dei Vigili Urbani di Paola ed ora in quiescenza, e l’amico Giuliano Soria, prima menzionato.
   Padre Domenico Crupi OM, da alcuni anni operante nel Santuario di Paola, nonostante i vari impegni concomitantiper eleggere i nuovi Correttori Provinciali e Generale dell’Ordine dei Minimi e i direttivi dei Terziari, ha desiderato intervenire personalmente nel convegno in Municipio, per salutare i tanti amici provenienti da Pizzo e da Francavilla, nonché il dottor Bianco, venuto da Lamezia Terme; ha quindi elogiato gli Amministratori di Paola e Francavilla ed il Comitato organizzatore della Festa della Gente di Mare per aver programmato questo incontro speciale,giusto nel 75° anniversario (1943-2018) della proclamazione di San Francesco a celeste Patrono della Gente di Mare italiana.
Il prof. Armando Torchia, in qualità di Assessore alla Cultura a Francavilla Angitola, si è unito ai saluti e ai ringraziamenti rivolti ai Padri Minimi ed agli Amministratori della Città di Paola.
   Finalmenteil Sindaco di Francavilla Angitola, che l’aveva tenuto nel 2017-18, ha affidato l’Emblema con la sacra effigie di San Francesco alla Città di Paola perché lo custodisca in Municipio nel 2018-19, consegnandolo solennemente nelle mani del Vicesindaco Antonio Cassano.
   Il momento di più elevato spessore culturale della manifestazione è stata la relazione intitolata “Il volto di San Francesco”pronunciata dalla dottoressa paolana Angelina Marcelli. Ricercatrice e docente all’E-Campus
universitario di Novedrate (CO) e membro del direttivo della “Fondazione San Francesco di Paola”, la prof.ssa Marcelli ha svolto una relazione magistrale, accuratamente tratta da testimonianze registrate nel Processo cosentino e nel Processo turonense, preliminari alla canonizzazione di San Francesco di Paola, decretata quasi 500 anni or sono (1519) da papa Leone X. I presenti hanno ascoltato con viva attenzione le chiare parole della prof.ssa Marcelli, molto apprezzando il contenuto profondo e originale della sua relazione. A beneficio dei visitatori del nostro sito www.francavillaangitola.com confidiamo di pubblicare, nei prossimi giorni, quanto meno una sintesi della pregevole relazione della prof.ssa Angelina Marcelli.
   Ha concluso i lavori il dottor Francesco Aloia, assessore delegato alla cultura e ai rapporti con il Santuario di Paola, che tanto si è prodigato, in collaborazione con il Comitato Festa della Gente di Mare e con il dottor Bianco del TCI, a predisporre accuratamente l’incontro istituzionale ed il convegno nella Sala del Consiglio Comunale. Tutti i presenti hanno ringraziato l’assessore Aloia per l’atteggiamento fraterno e simpatico con cui sono stati accolti dagli Amministratori della Città di San Francesco e l’hanno elogiato per aver organizzato l’evento in maniera sobria e comunque impeccabile.

                                                                                                        Testo di Vincenzo Davoli
                                                                                                        Fotografie di Giuseppe Pungitore

ALBUM

 

25^  Festa Della Gente Di Mare
In Onore di San Francesco Di Paola
Francavilla Angitola – Paola                                                                         

    Sabato 30 giugno
Il  Comitato organizzatore della festa, in occasione  del  Solenne Passaggio dell’ Emblema  itinerante di San   Francesco di Paola dal Comune di  Francavilla Angitola   alla   Città  di Paola nella  giornata  di sabato 30 giugno, organizza  un Pullman  da Francavilla Angitola  a Paola .
 
Programma
-Partenza alle  ore 10.00 da viale Kennedy,  per la Città di Paola.
- Santa Messa al Santuario
- Pranzo a sacco
- Ore 18.00  consegna della scultura itinerante - Convegno sulla figura di San Francesco di Paola
-Ore 21 - Partenza per Francavilla Angitola
Tutti i cittadini che  vogliono partecipare prendano  contatto con il comitato organizzatore  CELL.    3387367782

   IL  COMITATO
GIANFRANCO SCHIAVONE

     25^  FESTA DELLA GENTE DI MARE
        PAOLA  30 GIUGNO 2018
“Ravvivate nella memoria la dolce figura del Santo"

In occasione della cerimonia del  passaggio  dell’ Emblema  Itinerante, che raffigura il volto di San Francesco, dal Comune di  Francavilla Angitola alla Città di Paola, nella Sede Municipale di Paola  a partire dalle ore 18.00 di sabato 30 giugno  si terrà un incontro istituzionale ed un convegno dal titolo   "Ravvivate nella memoria la dolce figura del Santo". Dopo i saluti  del   Sindaco di Paola, Avv. Roberto Perrotta,   del Sindaco di  Francavilla Angitola,  Avv. Giuseppe Pizzonia,  e del Presidente del comitato,  Ing. Vincenzo Davoli,  i lavori  dell’ incontro-convegno saranno coordinati dal dott.  Giovanni Bianco  Console  del Touring Club  Italiano.
 Relazioneranno   la dott.ssa  Angelina Marcelli (“Il volto di Francesco”) e  un rappresentante O.M.  del Convento di Paola.  Le conclusioni saranno affidate a Francesco Aloia,  Assessore alla Cultura del comune di Paola .

Francavilla  Angitola 18 giugno 2018                            Il  Comitato Organizzatore

“FESTA DELLA TARANTELLA” GALLICIANÒ (RC)   17 GIUGNO  2018
“L’ARIA  SUONA I SUONI DELL’AREA”

Gallicianò è un borgo di circa 40 abitanti, frazione del comune di Condofuri, in Provincia  di Reggio Calabria . Il paese “più greco” in Italia dove ancora gli abitanti parlano la lingua grecanica, siamo nella punta dello Stivale italiano. Un paesaggio con una atmosfera magica e a tratti surreale . In questo giorno di festa tante ricette tipiche calabresi, balli e canti popolari,   “sonu a ballu.. cultura .. buon cibo”. Con la partecipazione  del  gruppo folkloristico  “la Tarantola” di  Capistrano diretto  con grande  professionalità  dalla signora LunaLeo Augurusa . Alla festa erano presenti diverse persone   di Francavilla Angitola,  amanti del folklore calabrese. La grande festa con tarantelle, danze e canti calabresi  è  stata organizzata  da Ciccio Nucera che  porta avanti le tradizioni della propria terra, le tradizioni grecaniche, lo fa con la musica, con la poesia, con la danza e con l’animazione culturale e artistica della piccola comunità del reggino, portando la vitalità e la gioia delle melodie grecaniche in giro per l’Italia e l’Europa.

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In preparazione della 25° festa della Gente di Mare  in onore di San Francesco di Paola.

Simpatico  Incontro  al Parco degli ulivi  a Francavilla Angitola   in preparazione della 25° festa della Gente di Mare  in onore di San Francesco di Paola. Presenti   con il Comitato  organizzatore della festa ( Ing. Vincenzo Davoli , Gianfranco Schiavone e Giuseppe Pungitore) erano presenti il Sindaco e Vice Sindaco di Francavilla  Avv. Giuseppe  Pizzonia  e  Geom. Domenico Anello, il Sindaco di  Capistrano  Dott.  Marco Martino  il Mar. Mimmo  Greco  di Nicastrello  /Capistrano , la  presidente provinciale  dell’ Club   UNESCO , Dott/ssa  Maria Loscrì,   Vincenzo Ferruccio, componente della banda musicale “San Francesco di Paola”  di Capistrano,    che  interverrà  alla festa del mare  ed altri amici  di San Nicola  da Crissa e di Pernocari.

 

PROCESSIONE DEL “CORPUS DOMINI” A FRANCAVILLA ANGITOLA – 3 GIUGNO 2018


Il “Corpus Domini” è una delle principali, se non la più importante, solennità dell’anno liturgico della Chiesa cattolica; è risaputo che per la comunità di ogni paese la “processione eucaristica” costituisce il momento culminante di tale celebrazione religiosa, poiché vi vengono convolte le varie fasce della popolazione. Infatti, in ordine di età, vi partecipano neonati portati in braccio dalle loro mamme e bambini sulle carrozzelle; i ragazzi, che nelle domeniche precedenti hanno ricevuto la Prima comunione, vi sfilano, come protagonisti principali, indossando le loro candide vesti; e poi i giovani e gli adulti (femmine e maschi); senza dimenticare gli anziani che, impediti a intervenire nella processione, si accostano a finestre o portoni per poter quanto meno sbirciare con i loro occhi il passaggio del Santissimo, racchiuso nella teca vetrata dell’ostensorio eucaristico. Ribadita la speciale importanza teologica, religiosa e comunitaria della solennità del “Corpus Domini”,ora in questo resoconto, corredato di molte fotografie, vogliamo sottolineare le caratteristiche e le novità riscontrate nella processione del 3 giugno 2018 a Francavilla Angitola.
L’arciprete Don Giovanni B. Tozzo ha recato con le sue mani l’ostensorio eucaristico e, fermandosi presso gli “altarini”, mirabilmente allestiti e addobbati in alcuni punti particolari del paese, ha proceduto alle Benedizioni “rionali” accompagnate dal canto del “Tantum ergo”e dalle musiche eseguite dalla Banda musicale AMPAS di Filadelfia. Come è consuetudine, dietro al Santissimo procedevano il Sindaco avv. Giuseppe Pizzonia, con gli assessori e consiglieri comunali, e con il gonfalone portato da Maurizio Serrao. Tra le innovazioni di quest’anno: il crocifero e i 4 uomini che reggevano le aste del baldacchino indossavano per la prima volta una lunga veste bianca; l’ombrello processionale, che in passato veniva sorretto dal Sindaco o da un Amministratore comunale, quest’anno è stato portato da Lorenzo Malta, che indossava anche lui una lunga veste bianca, come gli addetti al baldacchino.
Particolarmente bella, variegata e suggestiva è stata l’infiorata del Corpus Domini 2018; numerose signore, tante ragazze e diversi uomini abitanti in paese o nelle contrade rurali (Cannalia, Forgiaro/Cardirò, Sordo ecc.) lungo tutto il percorso dalla processione hanno realizzato una policroma successione di artistici quadri usando materiali differenti, ma soprattutto petali e fiori, e poi terriccio scuro, grani di riso bianco,  segatura variamente colorata, ecc..Negli spazi più ampi (piazze, sagrati delle chiese, slarghi del corso) il lastrico stradale è stato ricoperto con dei magnifici grandi tappeti floreali, mentre alcuni tratti delle vie più strette sono stati accuratamenteadornati con disegni floreali imitanti le lunghe “guide”o le cosiddette “preghiere” dei tipici tappetini persiani. Complimenti vivissimi e doverosi ringraziamenti a tutte le persone che si sono impegnate a realizzare le diverse composizioni dell’artistica infiorata.
                                                                                                         Testo di Vincenzo Davoli
                                                                                             Fotografie di Giuseppe Pungitore

DI GIUSEPPE PUNGITORE

Cerimonia 2 Giugno Festa della Repubblica

– Piazza Martiri d’Ungheria   Vibo Valentia.
Si celebra la Festa della Repubblica in ricordo del referendum che in quello stesso giorno, nel 1947, decretò il passaggio dell’Italia da un sistema politico monarchico a uno repubblicano.

ASS. MICHELE CARUSO

 Celebrata la solennità del Corpus Domini

Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea


Giovedì  31 maggio è stata Celebrata in città la solennità del Corpus Domini, cioè del Corpo del Signore. Dopo la solenne liturgia eucaristica presieduta di monsignor Luigi Renzo  presso la   Basilica-Cattedrale di Mileto, si è svolta la processione che si è snodata lungo le vie del centro storico.  Che fin dalla data del suo insediamento ha voluto dare alla cerimonia organizzata nella millenaria sede episcopale una caratteristica di unicità, ma anche delle tante comunità parrocchiali che in gran numero vi partecipano annualmente. La processione del “Corpus Domini”, svoltasi ieri a Mileto,  ha testimoniato la presenza dei ragazzi della prima comunione, di centinaia di associati delle varie confraternite, di moltissimi sacerdoti e religiosi, delle realtà ecclesiastiche e laicali attive sul territorio. L'evento religioso ha avuto inizio alle 18.30 circa con la solenne Celebrazione eucaristica presieduta dal presule miletese all'interno dell'imponente Chiesa Basilica-Cattedrale, alla presenza, tra l’altro, delle massime autorità civili, politiche e militari del territorio. Allietata dal locale coro polifonico.
Successivamente, quasi all’imbrunire, una processione chilometrica si è diramata per le suggestive vie della cittadina normanna, “portando” nelle case addobbate a festa il “Corpus Domini”, in uno scenario che ha dato spunto a diversi momenti di riflessione e di raccoglimento, caratterizzato da canti, preghiere e brani propagati in filodiffusione per tutta la sede episcopale. Particolarmente sentita è stata l’uscita del Santissimo Sacramento dalla chiesa madre della diocesi, nell’occasione addobbata con una stupenda infiorata realizzata anche quest'anno dalla comunità di Potenzoni, raffigurante il volto della Madonna . A seguire il “Corpus Domini”, accompagnato da un gruppo di carabinieri in alta uniforme, ha percorso la via Conte Ruggero e il corso Umberto I preceduto da centinaia di confratelli e da decine di stendardi delle varie congreghe, attive nelle varie parrocchie della diocesi. Ad accoglierlo, uno stuolo di petali di rose e di piccole infiorate sparse per strada, di arazzi posti sui balconi delle case, di vasi di ginestre posizionati sui davanzali e sui marciapiedi, di manifestini religiosi affissi sui muri. Semplici gesti di devozione cristiana, La processione solenne, si è conclusa a sera inoltrata sul sagrato della cattedrale, con l’ennesimo gesto di alto valore simbolico-religioso che l’ha contraddistinta: la paterna benedizione solenne, impartita da un commosso monsignor Renzo a tutti i fedeli presenti. 

 

Affreschi  di Pierre-Auguste Renoir - Nella chiesa madre di Capistrano, un paese situato nell’entroterra delle serre calabresi, in provincia di Vibo Valentia.

 

Festa Di  San  Filippo  Neri
a Nicastrello   di Capistrano  
 
Sabato 26 Maggio 2018 a Nicastrello, piccolo e antico paese situato tra San Nicola da Crissa e Capistrano, situato nel bosco “Fellà”. E' stata celebrata la festa di San  Filippo Neri .
A conclusione della santa messa presieduta da Don Antonio Calafati, parroco di Capistrano, si e' svolta la processione con le recita delle tre litanie rispettivamente per Monterosso, San Nicola Da Crissa e Capistrano.

 

CAROL VALENTE PREMIATA AL CONCORSO DI POESIA MILITESE


Giorno 15 maggio, presso la Sala conferenze ''Monsignor Vincenzo De Chiara'' del Seminario Vescovile di Mileto, si è svolta la cerimonia di premiazione della XX.ma edizione del Concorso di Poesia Militese, riservato agli alunni della scuola primaria, media e superiore di tutto il territorio della provincia. Grande la partecipazione di alunni, genitori, docenti e cittadini giunti da vari paesi. Encomiabili gli organizzatori che, come il professore poeta Lino Bulzomì, con impegno e passione, hanno ormai realizzato uno dei più importante eventi culturali della provincia. E' intervenuto anche il Vescovo della diocesi mons. Renzo.
Per Vibo Valentia è stata premiata Carol Valente, alunna della V classe Sez. A dell'Istituto Comprensivo 1° Circolo, scuola Primaria Don Bosco, con la poesia ''Stelle sul Mare'. Contenta e sorridente è stata festeggiata nella sua classe dagli alunni, dalla infaticabile dirigente dell'Istituto, professoressa Domenica Cacciatore, e dalla docente Mariella Vozza, alla quale non è mancato il ringraziamento dei genitori, Basilio e Vanessa Ruperto, per avere dato alla figlia, con passione e grande professionalità di educatrice, un'ottima istruzione nei cinque anni di frequenza della prestigiosa scuola primaria Don Bosco.

DI GIUSEPPE PUNGITORE

La poesia di Carol
STELLE SUL MARE

Il mare è cupo e buio.
Ma ecco spuntare la prima stella!
Così bella e luminosa
come un diamante!
Racconta alle onde
storie lontane nel tempo.
Poi, d’ un tratto,
uno, cento, mille, milioni di luci
palpitanti di vita
avvolgono le acque scure
con un velo scintillante!
Sembra che il cielo e il mare
si siano scambiati di posto.

 

Giro d’Italia 11 maggio  2018,  

la tappa calabrese da Pizzo a Praia a Mare


Tappa interamente sulla statale 18 destinata alle ruote veloci del gruppo. Si percorre quasi tutta la costa tirrenica della Calabria da Pizzo fino a Praia A Mare .

Video  e interviste inedite della tappa del Giro d'Italia Pizzo - Praia a mare

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Immagini della partenza

FIRMA PRIMA DELLA PARTENZA

L'intervista a Domenico Pozzovivo

Gianluca Callipo Sindaco di Pizzo

Michelangelo MIRABELLO - Consigliere Regione Calabria.


Kalabriatv.it e il nostro sito www.francavillaangitola.com pronti per regalarvi il Giro d’Italia Gregorio Riccio - Nicola Pirone e Giuseppe Pungitore

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TROFEO SENZA FINE

PARTENZA

FESTEGGIAMENTI IN ONORE DI SAN FRANCESCO DI PAOLA
PIZZO 6 MAGGIO 2018

La leggenda di Piramo e Tisbe


Vincenzo Ruperto
(Liberamente tratta dalle Metamorfosi di OVIDIO, Libro  quarto, versi 55-166)
Piramo era tra i giovani il più bello, Tisbe superava in bellezza tutte le fanciulle del paese. Abitavano con le loro famiglie case contigue nello stesso rione.
Si conoscevano sin da bambini, giocavano assieme e, diventati giovani, s'innamorarono. Pensavano di coronare il loro amore con il matrimonio, ma i loro genitori, che da qualche tempo non andavano d'accordo, si opposero. Non solo vietarono loro il fidanzamento ufficiale, ma finanche di parlarsi e salutarsi. Si creò una grande inimicizia tra le loro famiglie.
Nei cuori dei due giovani la fiamma dell'amore non si spense, anzi divampò di più, manifestandosi con gli sguardi, con i cenni e segni tipici degli innamorati.

 
Le loro case, essendo contigue, avevano la parete in comune, dove nel tempo si era formata una sottilissima fessura quasi invisibile, notata per primi dai due giovani e subito da loro utilizzata per le loro conversazioni.
Per giorni e giorni stavano attaccati alla parete per scambiarsi parole d'amore, dichiarando il loro comune desiderio di potersi incontrare come avviene per i veri amanti.
Un giorno, verso l'imbrunire, Piramo disse a Tisbe:
- ''Tisbe, il nostro amore è grande, non può continuare a nascondersi temendo l'ira dei nostri genitori. Il nostro amore è come un fiore unico e prezioso, un fiore che dobbiamo proteggere e far crescere, non può essere tenuto nascosto nel buio di una stanza, deve sorridere e fare gioire con la sua bellezza chiunque lo ammiri e odori il suo profumo.''-
Tisbe: -''Piramo, il tuo respiro d'amore è il mio, il mio cuore è il tuo. Quale sarebbe la tua proposta perché il nostro fiore esca dal buio e sorrida alla luce del sole?''-
Piramo:-''Verso la mezzanotte eludiamo la sorveglianza dei familiari, il cielo è sereno e con la luce della luna piena e delle stelle si può percorrere il viottolo che conduce al grande gelso che si trova presso il fonte prima di inoltrarsi nella foresta. Ci fissiamo appuntamento presso il piede del gelso e decideremo cosa fare e dove andare. I genitori dovranno essere messi sul fatto compiuto e non ostacolare più i nostri sogni.-'
Tisbe fu d'accordo e si lasciarono per andare a preparasi per la fuga.
Prima della mezzanotte Tisbe, dopo avere aperto con cautela la porta senza provocare alcun rumore, fu la prima a uscire. Con il volto coperto da un bianco velo, giunse ai piedi dell'albero e si sedette in attesa di Primo.
Dopo poco tempo una leonessa sopraggiunse per dissetarsi presso la fonte; aveva le fauci sporche di sangue per avere ucciso alcuni buoi.
La povera Tisbe si spaventò e fuggì riparandosi in una grotta, lasciando cadere il velo bianco che andò a posarsi sulle erbe ai piedi del gelso.
La leonessa, dopo essersi dissetata, passando in quel posto e si mise a lacerare il velo con la bocca ancora insanguinata, poi tranquilla si ritirò nella foresta.

Piramo, arrivato più tardi, vide impresse nel terreno le orme della belva e vide anche il velo macchiato di sangue. Disperato e piangente si mise a gridare:
-“ Tisbe, mia adorata, tu eri la fanciulla più degna di vivere felicemente a lungo. Per mia colpa non ci sei più; io ti ho ucciso, perché io ti ho fatto venire di notte in questo luogo pieno di rischi; mia è la colpa per non essere venuto prima ed essere il mio corpo sbranato dalla crudele belva. O luna e stelle che dal cielo avete visto, e non salvato la mia amata, due amanti moriranno questa notte. Voi belve feroci, venite a sbranare il mio corpo e divorare le mie carni come quelle della mia amata Tisbe.''-
Prese il velo insanguinato di Tisbe e, dopo averlo tante volte baciato e bagnato con le lacrime, lo portò sotto l'albero del gelso dicendo:
-''Impregnati ora anche del mio sangue!”-
E s’infisse nel fianco la spada. Mentre moriva, steso a terra, la tolse dalla ferita e il sangue cominciò a scorrere abbondante, impregnando con i suoi spruzzi non solo il velo, ma anche le radici e i frutti pendenti dell'albero.
Si videro i frutti mutarsi in neri e la radice, inzuppata di sangue, tingerli di colore purpureo, d'allora furono chiamate more.
Tisbe, rimessasi dalla paura, tornò sul luogo dell'incontro e inorridì nel vedere il povero amante steso a terra in un lago di sangue, si mise subito a gridare invocando il suo nome e Primo udendola aprì i suoi occhi per l'ultima volta.
Tisbe, strappandosi i capelli, abbracciando il corpo dell'amato e baciando le sue ferite diceva:
-''Piramo, quale sciagura ti è capitata per toglierti a me. Rispondimi!''-
Piramo, udendo la voce dell'amata, aprì i suoi occhi e dopo averla vista li richiuse.
Tisbe, disperata per la sua morte, afferrò la spada e si trafisse il petto mortalmente posandosi accanto al corpo dell'amato. Prima di morire si narra che con gli occhi rivolti verso le fronde del gelso, pronunciò queste parole:
-'' Neanche dalla morte potrai da me essere strappato, o mio sventurato Piramo. Ti seguirò anche da morto e sarò la tua compagna anche da morta. E voi, o infelici genitori, che avete contrastato il nostro amore, voi miei genitori e quelli di Piramo, vi prego, non rifiutate che i nostri corpi siano composti nella medesima tomba.''-
E rivolta al gelso:
'- Ma tu, albero, che con i tuoi rami ora ricopri il misero corpo d’un solo, e tra poco coprirai le salme di due, conserva i segni della morte e abbi per sempre frutti neri che convengano al lutto, ricordo del sangue di entrambi!”
E morì accanto al suo Piramo.
Tuttavia i loro voti commossero gli dei, commossero i genitori: il frutto del moro, quando è maturo, assume un colore cupo, e le ceneri avanzate al rogo riposano in una stessa urna”

.

 

Nota- Il carattere corsivo per significare la migliore traduzione dei versi latini.

 

 CELEBRAZIONI  IN ONORE DI SAN FRANCESCO DI PAOLA


PAOLA    4 maggio 2018 ==---. L'Ammiraglio Francesco Ciprioti - Vice Presidente della Sezione Calabria del Nastro Verde , unitamente al Segretario Luogotenente Matteo Donato , e al Sig. Gianfranco Schiavone del Comitato Festa Gente di Mare di Francavilla Angitola si sono recati a Paola per partecipare alle celebrazioni  in onore di San Francesco di Paola che  quest’anno assumono un particolare significato in quanto coincidono con la commemorazione del 75^ anniversario della proclamazione del  Santo come Patrono della Gente di Mare della Nazione Italiana, avvenuta per benevolenza del Sommo Pontefice Pio XII, il 27.3.1943, con il breve apostolico “Quod sanctorum patronatus”.
Hanno assistito alla Santa messa officiata da Mon. Francescantonio NOLE’ – Arcivescovo Metropolita  di Cosenza – Bisignano ,  alla presenza di Autorità Civile e Militari Locali, Provincialie Regionali compresi numerosi sindaci .
Presente alla cerimonia anche il Sindaco della città francese  di FREJUS, ove è particolarmente venerato il Santo Calabrese per aver scacciato dalla città, nel 1483, il flagello della peste.

             Donato – Ciprioti – Sindaco di Frejus–Schiavone


TV CIMOLI – Comandante  Ufficio Circondariale Marittimo Cetraro
PadreIvano SCALISI – da Sambiase
CF  PEPE – Comandante Capitaneria Porto Vibo Valentia
Ammiraglio Ciprioti
Sig. Schiavone- Comitato festa gente di mare Francavilla Angitola
LuogotenenteDonato

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Paola 4 maggio 2018 ---In occasione dei solenni festeggiamenti in onore San Francesco di Paola l'Ammiraglio Francesco CIPRIOTI , il Luogotenente Matteo Donato  e Gianfranco SCHIAVONE del Comitato “ Festa della Gente di Mare “ di Francavilla Angitola hanno inteso omaggiare, con un scultura raffigurante la sacra effigie del Patrono della Calabria e della Gente di Mare, la famiglia di imprenditori operante a Paola titolari del ristorante A’BBUBBAZZA .
Si tratta di una consuetudine ormai rodata attraverso la quale Ciprioti e Schiavone vogliono mantenere il sentimento speciale che lega Reggio Calabria e il quartiere di Catona in particolare e Francavilla Angitola con quelle realtà Calabresi in cui è più consolidato il legame con ciò che San Francesco rappresenta.

FESTEGGIAMENTI REGIONALI IN ONORE DI SAN FRANCESCO DI PAOLA - OFFERTA OLIO E ACCENSIONE DELLA LAMPADA VOTIVA – PAOLA, 2 MAGGIO 2018
Il Sindaco di Francavilla Angitola, avv. Giuseppe Pizzonia, insieme al Comitato Festa della Gente di Mare in onore di San Francesco Di Paola, hanno partecipato alla solenne cerimonia di accensione della Lampada Votiva dei Comuni calabresi, nel Santuario di San Francesco, a Paola il 2 maggio 2018.

 

RAPIDA  VISITA  DI  DON ENRICO  TRIMINÌ  A  FRANCAVILLA ANGITOLA (25-4-2018)

Dopo molti anni di assenza, finalmente Don Enrico Triminì è tornato a rivedere Francavilla, suo paese natale. Don Enrico, accompagnando una ventina di fedeli delle due parrocchie dove da anni svolge il suo ministero pastorale, San Grato e Sant’Antonino di Saluggia (arcidiocesi di Vercelli), venuti a visitare la Calabria con un breve, ma intenso pellegrinaggio, è voluto passare anche da Francavilla, anche se qui ha potuto fermarsi soltanto per un paio d’ore. I pellegrini vercellesi, a bordo di un pulmino,sono arrivati nel nostro paese verso le ore 10 del 25 aprile. Dopo una breve sosta davanti all’antica casa dei genitori di Don Enrico (Vincenzo e Lucia Triminì) presso il Monumento ai Caduti, gli ospiti sono arrivati in piazza Solari, dove sono stati amabilmente accolti da P. Tarcisio Rondinelli, dall’ing. Vincenzo Davoli, da Giuseppe Pungitore (che ha filmato e fotografato i vari momenti della visita) e dal consigliere, ing. Foca Antonio Lazzaro, in rappresentanza del Sindaco avv. Pizzonia, impegnato nella concomitante Festa della Liberazione celebrata dalla Prefettura a Vibo Valentia. Dirigendosi verso la chiesa di San Foca, l’ing. Davoli ha brevemente raccontato la storia di Francavilla, delle sue chiese, dei tre conventi, dei terremoti, dei bizantini che inculcarono nei primi abitanti la devozione per San Foca.
All’interno della chiesa parrocchiale, Padre Tarcisio, rievocando le sue varie ricerche compiute in Siria e Terrasanta, riguardo a San Foca, ad antiche chiese dedicate allo stesso Martire (venerato come protettore dai morsi dei serpenti), a Mosè e al Monte Nebo, ha voluto illustrare a Don Enrico e agli ospiti vercellesi il suo progetto di collocare, in un punto opportuno di Francavilla, il gruppo monumentale con le statue di San Foca e di Mosè, con la scultura del serpente attorcigliato attorno al bastone, prefigurazione di Cristo crocifisso.
  Sempre dentro la chiesa, si sono incontrati e salutati Don Enrico e Don Giovanni Battista Tozzo, attuale Arciprete di Francavilla, che ha invitato Don Triminì a celebrare Messa nel dì festivo di San Marco evangelista, nella chiesa dove lo stesso Enrico era stato battezzato, 60 anni or sono. Conclusa la Messa, gli ospiti vercellesi sono scesi a Pendino, a visitare la casa di Padre Tarcisio, autentica e mirabile “Oasi francescana” incastonata nel rione più antico di Francavilla.
Qui il nostro frate francescano ha mostrato le diverse opere d’arte e i lavori di vario genere (pirografie, pitture, stampe, vetrate, intarsi lignei, collane, rosari, orecchini, braccialetti ecc.) da lui stesso realizzati prevalentemente con materiali poveri e naturali, ma tutti con inconfondibile e mirabile senso artistico. A tutti i pellegrini, e specialmente alle signore, P. Tarcisio ha regalato i suoi semplici, artistici monili e copie dei tre libri che finora ha scritto. Dopodiché gli ospiti vercellesi hanno visitato la zona dei ruderi restaurati, con il moderno anfiteatro incastonato tra antiche case contadine, tra magazzini e frantoi oleari, ed in fondo il caratteristico Calvario di stile greco-bizantino. Conclusa la visita a Francavilla, Don Enrico Triminì e i suoi parrocchiani pellegrini si sono trasferiti nella vicina Pizzo.
   Mi piace salutare il francavillese-vercellese Don Enrico e tutti i devoti a San Foca, tuttora residenti a Francavilla o emigrati in altre regioni italiane o addirittura all’estero, ripetendo le stesse parole che Egli mi scrisse quando ci tenemmo in contatto prima di pubblicare il nostro libro sui Parroci e Sacerdoti di Francavilla Angitola “Il popolo di Dio in cammino”:
Voglia San Foca continuare ad essere il nostro protettore per tenere distanti dai nostri corpi e dalle nostre anime i “serpenti velenosi” del nostro tempo, in modo che possiamo conseguire il premio eterno.

   Testo di Vincenzo Davoli
                                                                                                                                       Fotografie di Giuseppe Pungitore

ALBUM

 

FESTEGGIAMENTI  REGIONALI  IN ONORE DI SAN FRANCESCO DI PAOLA
OFFERTA OLIO E ACCENSIONE DELLA LAMPADA VOTIVA  –  PAOLA, 2 MAGGIO 2018

Con avviso trasmesso dal Sindaco della Città di Paola, avv. Roberto Perrotta, in data 26 aprile 2018, il Sindaco di Francavilla Angitola, avv. Giuseppe Pizzonia, è stato ufficialmente invitato a partecipare alla solenne cerimonia di accensione della Lampada Votiva dei Comuni calabresi, che si terrà nel Santuario di San Francesco, a Paola il prossimo 2 maggio, con inizio alle ore 16,30. I tre Comuni calabresi prescelti per offrire quest’anno l’olio per la Lampada Votiva sono: - AMANTEA (in rappresentanza della provincia di Cosenza); -LAMEZIA TERME ( per quella di Catanzaro); - ROCCELLA IONICA (per quella di Reggio Calabria).
Aderendo al cortese invito del Primo Cittadino del luogo natale del Santo Patrono della Calabria, il Comune di Francavilla Angitola sarà rappresentato direttamente dal Sindaco, avv. Giuseppe Pizzonia, e dal Gonfalone comunale. Per la solenne cerimonia il Sindaco francavillese sarà accompagnato dai membri del Comitato organizzatore dell’ultraventennale Festa della Gente di Mare in onore di San Francesco da Paola, che saranno particolarmente lieti di salutare i numerosi amici e conoscenti di Amanteae di Lamezia Terme, con i quali da molti anni intrattengono rapporti di cordiale fraternità, e anche di poter incontrare e conoscere fedeli e devoti del Taumaturgo Paolano, provenienti dall’altro versante marino della penisola calabrese, dall’antica e nobile Roccella Ionica.
La Lampada Votiva sarà accesa dal Presidente della Giunta Regionale, Mario Oliverio, che, in tale circostanza, rivolgerà il suo messaggio alla Calabria.

 

      LA NAVE  “ LUIGI DATTILO”   A PIZZO  MARINA PER   LA 25° FESTA DEL MARE - LUGLIO  2018


 IL COMANDANTE GENERALE DEL CORPO DELLE CAPITANERIE DI PORTO, AMM.  GIOVANNI PETTORINO  RISPONDENDO  POSITIVAMENTE  ALLA RICHIESTA AVANZATA  DAL NOSTRO  COMITATO  PER  OTTENERE  LA PRESENZA DELLA NAVE  “ LUIGI DATTILO”  ALLA 25°  FESTA DELLA GENTE DI MARE IN ONORE DI SAN FRANCESCO DA PAOLA,  HA  DATO  MANDATO  AL  CAPO REPARTO  CV  (CP)  PIL.  SERGIO LIARDO, DI TRASMETTERE  AI VARI   ENTI LOCALI DELLA CAPITANERIA  DI PORTO –  GUARDIA COSTIERA,  LETTERA DI POSTA ELETRONICA CERTIFICATA  CON CUI   AUTORIZZA   LA SUDDETTA NAVE “DATTILO”   A PARTECIPARE,  A  META’ LUGLIO 2018,  ALLA FESTA DELLA GENTE  MARE NELLE ACQUE DI  VIBO  E  PIZZO MARINA. LA QUI DI SEGUITO LA LETTERA .

 

CONVEGNO REGIONALE AINSPED - LAMEZIA TERME
21 APRILE 2018  “CENTRO CONGRESSI  PRUNIA” SAMBIASE


“L'équipe socio-psicopedagogica nella lotta alle dipendenze, alla marginalità e alle devianze sociali”  
- E’ stato un grande successo per la Pedagogia Italiana  il Convegno Regionale AINSPED a Lamezia Terme. Al  convegno organizzato dal   presidente dell’ AINSPED,  dott. Davide Piserà, e  dalla Dr.ssa   Daniela Romagnino, Pedagogista, hanno partecipato  la Dr.ssa  Raffaella Buccieri  Docente di Storia dell’Arte,  il Dr.  Romeo Aracri  Medico  di Famiglia, e la  Psicologa Bianca Iero.  
Finalmente si parla di équipe, e finalmente i professionisti di area pedagogica, medica e clinica cominciano a collaborare attivamente ad un grande progetto collettivo per il benessere dei cittadini.  L’Associazione Internazionale Pedagogisti ed Educatori (A.I.N.S.P.E.D.) nasce a gennaio 2017 con l’obiettivo di istituire un gruppo di lavoro incentrato sulla tutela e lo sviluppo completo delle professioni di Educatore e Pedagogista, anche al di fuori dei nostri confini nazionali, promuovendo la tutela giuridica e formativa dei lavoratori e degli studenti, organizzando convegni e congressi per promuovere e far riconoscere il ruolo e la professionalità dei professionisti di area educativo/pedagogica in tutte le sue diverse espressioni e articolazioni specialistiche: Pedagogista, Educatore Professionale Sociale; sia in ambito pubblico che privato.
L’Associazione si preoccupa di fornire tramite enti accreditati, scuole, associazioni, studi pedagogici, regioni e comuni, il giusto apporto formativo ai professionisti con la realizzazione di corsi di alta scuola per accrescere le competenze metodologiche ed operative dei lavoratori. Oltre a proporre Leggi Nazionali e raccolte firme col solo vantaggio degli educatori e dei pedagogisti. Siamo collocati in diverse regioni, ogni sede regionale può organizzare autonomamente tutti gli eventi necessari per i professionisti e gli studenti del territorio di pertinenza.
La nostra forza sta nel rapporto qualitativo dei servizi che doniamo ai nostri soci, da nord a sud, e della possibilità degli stessi di proporre cambiamenti, miglioramenti ed eventi nei loro territori per far sì che il nostro supporto e la nostra presenza sia costante e dettata dal supporto alla categoria.

IL QUOTIDIANO DEL SUD 16 APRILE 2018

ARTICOLO DI DARIO CONIDI

Catona di Reggio Calabria festeggia San Francesco di Paola  Patrono della   Calabria e della Gente di Mare


Come da consuetudine domenica 15 aprile si sono concluse, con una numerosa partecipazione di fedeli Catonesi, Messinesi, di Pizzo Calabro e Francavilla Angitola, le iniziative civili e religiose programmate per onorare San Francesco di Paola – Patrono della Calabria e della Gente di Mare d’Italia .
Quest’anno, essi assumono un particolare significato in quanto coincidono con la commemorazione del 75^ anniversario della proclamazione del  Santo come Patrono della Gente di Mare della Nazione Italiana, avvenuta per benevolenza del Sommo Pontefice Pio XII, il 27.3.1943, con il breve apostolico “Quod sanctorum patronatus”.
Momenti clou delle manifestazioni sono state :  
SABATO 14 aprile = Giornata della Gente di Mare = S. Messa in onore di tutti i caduti del mare officiata da Mons. Salvatore NUNNARI – Arcivescovo Emerito di Cosenza - alla quale hanno partecipato i rappresentanti delle Autorità locali, delle Forze Armate e di Polizia nonché i Presidenti ed i Soci delle seguenti Associazioni d’Arma operanti nella Provincia di Reggio Calabria con i propri vessili: Ass.Naz.Marinai d’Italia di Reggio Calabria e Siderno--Ass.Naz.Ufficiali in Congedo –Ass.Naz.Sottufficiali in congedo – Ass.Naz. Guardia di Finanza in congedo –  Ass.Naz. Genieri e Trasmettitori in congedo – Ass. Naz. Bersaglieri – Ass. Naz. Carabinieri di Reggio Calabria ---Lega Navale di RC – Club vela latina di Catona --compreso il gruppo dei Soci appartenenti alla Sezione Calabria del Nastro Verde composto da Ciprioti – Mandalari e Donato .
Domenica 15 aprile  .  Dopo la S. Messa, al  grido dei  fedeli “ oggi e sempre evviva San Francesco “ è iniziata la solenne processione del Santo per le vie del quartiere di Catona con sosta alle ore 10.30 sulla spiaggia  antistante il monumento al marinaio ove si è proceduto ,  alla lettura della preghiera del Marinaio , alla benedizione e  lancio in mare della corona di alloro offerta dal Sindaco del Comune di Francavilla Angitola ( VV) Avv. Giuseppe PIZZONIA – presente alla cerimonia -- in memoria di tutti i caduti del mare , mentre   le unità  navali della Capitaneria di Porto  di Reggio Calabria e della Guardia di Finanza rendevano  gli onori militari e salutavano con squilli di  sirene il festoso evento e la banda musicale   suonava “ il silenzio fuori ordinanza “ .  
Ammiraglio  Francesco Ciprioti   
Catona 17 aprile  2018

DOMENICA DI PASQUA rinnovato 

l’ appuntamento  con la “cumprunta”   

1 APRILE 2018


 
I riti della Settimana si sono conclusi domenica mattina con quello antichissimo dell'Affruntata, o Cumprunta, o Svelata, la rappresentazione drammatica dell'incontro tra il Cristo risorto e la Madonna Addolorata che segna la Pasqua cristiana. In pazza Solari , ha avuto luogo l'incontro tra la Madre celeste e il Figlio Risorto. Il rito, come da tradizione, si è svolto rispettando i momenti che scandiscono e segnano una storia che da più dì duemila anni commuove e affascina il mondo. San Giovanni fa la spola tra Maria Addolorata e il Cristo Risorto. La statua di San Giovanni è stata trasportata dai portantini per tre volte con passo svelto, quasi di corsa, in un'atmosfera gioiosa e di attesa. Quindi subito dopo l’incontro ha avuto luogo la processione per le vie del paese. Cristo è stato portato davanti alla non più Mater Dolorosa, ma Gloriosa e a San Giovanni. Un momento molto importante per la comunità tutta che, intorno ad un evento religioso e storico si ritrova e si riconosce in un' identità d'appartenenza, unita dallo stesso desiderio di rinascita spirituale e sociale. La sacra rappresentazione della  mattina di Pasqua  che  ogni anno richiama  nel paese natale  non solo i francavillesi  trasferiti in altri centri calabresi ,  ma anche  molti altri  emigrati  in Italia e  all’ estero. La processione  del Cristo Risorto è stata allietata dalla banda musicale di Filadelfia,  offerta  dall’amministrazione comunale di Francavilla Angitola  guidata dall’avv. Giuseppe  Pizzonia

VENERDI’ SANTO 30 MARZO 2018

 

GIOVEDI’  SANTO DELL’ ANNO 2018  -  ULTIMA  CENA

 

PASSIONE E MORTE DI GESU’
Francavilla  Angitola 28 marzo 2018

La Settimana Santa è la settimana nella quale il Cristianesimo celebra gli eventi di fede correlati agli ultimi giorni di Gesù Cristo, riguardanti soprattutto la sua passione,  morte e resurrezione. Anche nel nostro paese  si è cercato di proporre e consolidare questa tradizione organizzando una grande rappresentazione che vede coinvolti,  la Fondazione culturale “Le Torri”  con il suo presidente Michele Condello,   in collaborazione con il Comune di Francavilla Angitola  guidato dal Sindaco Avv. Giuseppe Pizzonia, e con la partecipazione di  diversi attori e comparse che interpretavano gli apostoli, i discepoli ed altri personaggi presenti nella passione, crocefissione e morte di Gesu'.  

PASSIONE E MORTE DI GESU, è il titolo dell'evento che si è svolto   ai Ruderi di Pendino   ed è stata  diretto da Michele Condello con la collaborazione di Franco Barbarossa, e la partecipazione di Don Giovanni Battista Tozzo, parroco di San Foca Martire. Una rappresentazione che ricrea  verosimilmente gli ambienti di 2000 anni fa. Riproponendo quelle che sono le tappe fondamentali che hanno segnato il cammino e la sofferenza di Cristo, come il processo dinnanzi al popolo  al fianco di Barabba, la decisione di Ponzio Pilato con la tipica immagine del lavaggio delle mani, le tre cadute della Via Crucis, ed infine la toccante crocifissione. La rappresentazione ha avuto un grande successo ed è stata particolarmente apprezzata. Personaggi ed interpreti: Gesù –Giuseppe Torchia / Misandro –Franco Barbarossa / Nizech – Maurizio  Piserà / Maria – Giusy Serrao / Giovanni - Gregorio Serrao / Maddalena –Teresa Anello / Pilato –Armando Torchia / Caifa- Roberto Pizzonia / Barabba –Sergio Mancari / Disma – Maurizio Galati / Gisma – Domenico Pizzonia  / Veronica – Giovanna Serratore  / Simone – Sergio Mancari /Longino – Francesco Gigliotti  /Giuseppe –Francesco Monterosso /Nicodemo – Paolo Pizzonia  /Centurione – Fabio Tino /Paggio – Cristian Pisera /Paggio- Antonio Bartucca / Guardie –Maurizio Galati - Domenico Pizzonia  /Pie donne –Anna Bonelli-  Carmela Preziuso ed altre.
 Voce fuori campo – Michele Condello / Cantori inni sacri – Foca Fiumara e  Annita Caruso.

di Giuseppe Pungitore

Benedizione delle Palme  25 marzo   2018


I fedeli, recanti   palme,  rami di ulivo e di alloro,  si sono radunati nella  chiesa del Rosario in Piazza Solari. Qui il Parroco don Giovanni Tozzo ha rievocato l’entrata festosa di Gesù a Gerusalemme ed ha benedetto le palme e i rami portati dai fedeli. Quindi il corteo si è mosso verso la chiesa di San Foca. La parte più commovente della Messa è stata, come ogni anno, il racconto evangelico della Passione di Cristo , recitato a più voci. E’ seguita l’omelia del parroco.  La settimana santa comincia con la festa delle palme.

Fondazione Culturale “Le Torri

Pasqua 2018

Passione di Cristo

La rappresentazione racconta le ultime ore della vita di Cristo. Tradito da Giuda Iscariote, è arrestato e portato dinanzi ai capi dei Farisei che lo condannano a morte. Ponzio Pilato, governatore della Palestina, ascoltati i capi d’imputazione, offre al popolo infuriato di scegliere se salvare la vita del Nazareno o quella di Barabba, noto criminale. Gesù è flagellato dai soldati romani e riportato dinanzi a Ponzio Pilato. Poichè il popolo ha scelto di salvare la vita di Barabba, il Governatore si lava le mani ad indicare che non vuole essere coinvolto nella scelta. Gesù è costretto ad attraversare Gerusalemme e a salire sul Golgota portando sulle spalle la croce. Giunti in cima al monte, Gli sono trafitti mani e piedi con i chiodi e drizzata la croce davanti agli occhi straziati della madre Maria e delle pie donne, tra cui Maria Maddalena. Alle tre del pomeriggio, Gesù muore, mentre il cielo è squarciato da fulmini e si strappa la tenda del tempio di Gerusalemme.

 

GLI  80  ANNI  DEL  CAV. GIUSEPPE  CIMA  (AMANTEA 13-03-2018)
E LA FESTA DEL PAPÀ NEL GIORNO DI SAN GIUSEPPE – 19 MARZO

Il 19 marzo, pur capitando sempre di quaresima, è una grande solennità liturgica del calendario religioso,in quanto in tale giorno si celebra San Giuseppe, sposo della Beata Vergine Maria. Conseguentemente in tale ricorrenza vogliamo porgere calorosi auguri di buon onomastico a parenti e conoscenti, vicini e lontani, insomma a tutti gli amici di nome “Giuseppe”, senza dimenticare le donne, i giovani e gli anzianiche portano questo bel nome, o le tante varianti (femminili, diminutivi, vezzeggiativi): Giuseppa, Giuseppina, Pinella, Peppino, Pino, Beppe, Beppino, Pippo, ecc.
Inoltre, da molti anni, nel calendario civile, la giornata del 19 marzo è designata come “Festa del papà” in onore di tutti i genitori, prescindendo da quello che è il loro vero nome personale.
Oggi 19 marzo 2018, oltre ad inviare gli auguri a tutti i “Giuseppe” e ai papà che conosciamo, vogliamo menzionare in modo particolare un carissimo amico, il Cavaliere Giuseppe CIMA di Amantea, il quale, appena sei giorni or sono, cioè lo scorso martedì 13 marzo, è arrivato allo importante traguardo degli 80 anni.
Abbiamo avuto il piacere di intervenire alla festa dell’80° compleanno del Cav. Giuseppe Cima, che, per l’occasione ha offerto a parenti, autorità ed amici un prelibato pranzo nel ristorante “La Tonnara” di Amantea. Come si può vedere dal servizio fotografico e dal filmato, realizzati e curati da Giuseppe PUNGITORE (uno dei cari amici a cui porgere gli auguri del 19 marzo) alla suddetta festa del 13 marzo in Amantea erano presenti anzitutto nipoti, figlie e figli del Cav. Cima, alcuni dei quali arrivati appositamente da molto lontano. Tra gli intervenuti alla festa ricordiamo due autorevoli amici del Cav. Cima: il Sindaco di Amantea, dottor Mario PIZZINO, ed il Sindaco di San Martino di Finita (CS), Cav. Armando TOCCI; accompagnati dal dottor Angelo COSENTINO, Presidente della ANCRI (Associazione Nazionale Cavalieri al merito della Repubblica)– Sezione di Cosenza. Venuti appositamente da Catona e da Reggio Calabria, i due Cavalieri Ufficiali Mauriziani, già in servizio attivo nel Corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera, Ammiraglio Francesco CIPRIOTI e Luogotenente Matteo DONATO. Altri rappresentanti della Guardia Costiera, quali il Capitano di vascello CRISEO da Bova Marina/Vibo Valentia, il Comandante MARRELLO, il Sottocapo di 1ª classe(NP) Marco MAROZZO. L’Esercito, ed in particolare il Reggimento “Sirio” dell’Aviazione Leggera, di stanza presso l’aeroporto di Lamezia Terme, era autorevolmente rappresentato dal Ten. Col. Medico Giampiero PANZA. Da Francavilla Angitola partecipava un organismo fraternamente gemellato con la Sez. ANMI di Amantea, ossia il Comitato organizzatore della Festa della Gente di Mare in onore di San Francesco da Paola, nelle persone del Presidente ing. Vincenzo DAVOLI, di Giuseppe PUNGITORE (con la consorte Concetta CILIBERTI),e del fondatore/animatore Gianfranco SCHIAVONE.
Si sono stretti al fianco del benemerito Cav. G. Cima, fondatore ed ora Presidente emerito del Gruppo intitolato a “Vittorio Morelli”, sezione ANMI di Amantea, tanti concittadini e soci ANMI, tra cui l’attuale Presidente, Rocco RAGADALE, il Maresciallo Maurizio DE CARLO, il Segretario Franco FORTUNA, i soci ALOE, MODESTINA, il medico dottor BORSANI, il teologo professor Eligio MOTOLESE. Scusandoci per qualche inevitabile dimenticanza, dovuta al grande numero di partecipanti alla festa, vogliamo esprimere al caro amico Giuseppe Cima i nostri auguri di felice compleanno e buon onomastico, ripetendo il saluto tipico ai naviganti: Buon vento, Cavaliere CIMA!

                                                                                                   Articolo di Vincenzo DAVOLI
                                                                                   Foto e filmati di Giuseppe PUNGITORE


IL MESSAGGIO
di Don Giovanni Battista  Tozzo

“Cristo è risorto!” - “È veramente risorto!”. Nel vangelo di San Giovanni, i racconti della Pasqua ci riportano l’esperienza di fede che i primi cristiani, a partire dai Dodici, hanno avuto del Cristo Risorto. Esperienza lenta e graduale, certamente non priva di fatica e di dubbi. Non si tratta solo di visioni e di apparizioni che, senza la Parola, restano comunque muti ed insignificanti, ma di qualcosa di molto più profonda. È a partire dall’incontro personale ed esistenziale con Colui che - Crocifisso di fronte al mondo - non è più prigioniero della morte, e che illumina e ‘trasfigura’ tutta la nostra vita. Questa realtà ci chiama e chiede ad ognuno di noi, come a Tommaso, di “non essere più incredulo ma credente.; come a Pietro, di passare da una vaga ‘simpatia e amicizia (philia)’ per il Signore ad un vero “amore (agape)’ che richiede l’adesione a Cristo Risorto con la nostra vita e che si manifesta nell’amore verso tutti i fratelli; come ai due discepoli di Emmaus, di credere alla Parola che egli ci ha lasciato senza più tentennamenti e titubanze. È attraverso questi “contatti o toccamenti” con il Signore Risorto - come veniva invitato anche san Tommaso da Gesù che possiamo sperimentare anche noi la resurrezione del Crocifisso Salvatore. Siamo pronti a credere e a sperimentare anche noi nella nostra storia personale e comunitaria, questa nuova Vita che annulla e sconfigge la nostra morte mentre vince il nostro peccato? Allora, allegria, fratelli: Cristo è risorto! Si, è veramente Risorto! Alleluia.
 

AUGURI !     DON  GIOVANNI BATTISTA TOZZO

 

 CELEBRATA A PIZZO LA FESTA DEL 157° ANNIVERSARIO DELL’UNITA’ D’ITALIA


Oggi 17 marzo 2018 con inizio alle ore 10:30 in Pizzo presso l’Aula Magna dell’Istituto Omnicomprensivo -Sezione Nautica ed Aeronautica è stato festeggiato il 157° Anniversario dell’Unità d’Italia. La Festa è stata organizzata dall’Associazione Culturale Gioacchino Murat Onlus in collaborazione con il Comune di Pizzo, l’Istituto Omnicomprensivo ed il Parco Regionale del Decennio Francese in Calabria.
La celebrazione prevista dall’art. 1, comma 3, legge 23 novembre 2012, n. 222) che così recita:« La Repubblica riconosce il giorno 17 marzo, data della proclamazione in Torino, nell’anno 1861, dell’Unità d’Italia, quale «Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera», allo scopo di ricordare e promuovere, nell’ambito di una didattica diffusa, i valori di cittadinanza, fondamento di una positiva convivenza civile, nonché di riaffermare e di consolidare l’identità nazionale attraverso il ricordo e la memoria civica».
Presenti le Autorità Civili e Militari di Pizzo, un folto gruppo di soci e simpatizzanti dell’Associazione culturale G. Murat Onlus di Pizzo ed alcune classi del Biennio dell’Istituto con i relativi professori. Con un’Aula Magna riempita fino all’inverosimile ha introdotto l’evento culturale il Presidente dell’Associazione Murat Onlus il dottore Giuseppe Pagnotta che ha ricordato a tutti la ricorrenza del 17 marzo sancita dalla legge che dà una risposta concreta al bisogno sentito da molti di ricordare gli uomini e gli avvenimenti del Risorgimento.
Al Centro della Festa un tavolo con quattro relatori che hanno ricordato con brevi interventi alcuni dei principali eventi e relativi protagonisti del Risorgimento Meridionale. Il Prof. Vincenzo Villella, che prossimamente presenterà un libro su Murat, ha ricordato il tentativo di unità di Re Gioacchino Murat, la Prof.ssa Vincenzina Perciavalle ha affrontato nel suo intervento la tematica della Carbo – Massoneria con i moti del 1820-21 ed il sacrificio di Michele Morelli. Il Dott. Vincenzo Ruperto ha centrato il suo intervento sui movimenti rivoluzionari del 1848 che portarono alla Battaglia dell’Angitola ed al Sacco di Pizzo. La serie d’interventi è stata completata dal Prof. Domenico SORACE che ha trattato il personaggio Benedetto MUSOLINO con sullo sfondo l’epopea garibaldina e la spedizione dei Mille. Ha condotto l’evento il Prof. Daniele Marino. Durante la Festa sono stati eseguiti musiche e canti patriottici a cura del Soprano Claudia Andolfi accompagnata dal Maestro Francesco ARENA. La Festa è stata conclusa, nella soddisfazione generale con grandi complimenti ed applausi ai relatori ed agli organizzatori. Un applauso particolarissimo e meritatissimo ai ragazzi dell’Istituto che hanno seguito i lavori nel massimo silenzio ed partecipato attivamente allo stesso, attraverso la preparazione di pannelli illustrativi del Risorgimento italiano e calabrese in particolare. Al termine l’esecuzione dell’Inno Nazione ha concluso la festa.
Pizzo li 17/3/2018
IL PRESIDENTE

Dott. Giuseppe Pagnotta

Il Prof. Vincenzo Villella

Prof.ssa Vincenzina Perciavalle

Dott. Vincenzo Ruperto

Claudia Andolfi accompagnata dal Maestro Francesco ARENA

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Verso l'Unità d'Italia- 1848- Memorie della Battaglia sul fiume Angitola
Intervento di Vincenzo Ruperto

La nostra regione, nella sua storia, fu terra di conquista da secoli, prima e dopo la nascita di Cristo. Un crocevia di diverse civiltà con varie dominazioni che hanno lasciato il segno negli usi e costumi, nella lingua, economia e società.
Fu il popolo calabrese profondamente scosso da fenomeni distruttivi della natura (terremoti, alluvioni, epidemie etc.), ma più scosso fu dal dispotismo dei regnanti, specie in periodo feudale, e da leggi repressive nei confronti dei ceti popolari. E il popolo angariato si sollevò più volte nella speranza di avere più liberta e benessere.
Tralascio di parlare delle classi sociali che si sono formate nei secoli, come la borghesia nell'800, il secolo dei grandi avvenimenti che portarono alla nostra unità nazionale.
Un pellegrinaggio molto faticoso e lungo verso il santuario dell'Unità, fatto su strade piene d'insidie, tracciate su aspri sentieri, attraversando monti, colline, pianure, fiumi, mare, boschi e campi deserti con incontri felici o infelici e scontri che lasciavano morti e feriti.
Nei libri di scuola la storia c'è narrata per i grandi avvenimenti, che riguardano nazioni e continenti, con le loro istituzioni, i loro governanti, i loro ministri, le loro guerre di offesa o di difesa, aristocratici e alta borghesia finanziaria o commerciale, il popolo dei subalterni, la plebe come si usa dire quasi con spregio, ha voce in capitolo quando si rivolta contro le ingiustizie sociali di chi governa o amministra, anche a livello locale; se vogliamo fare la storia delle nostre comunità, dobbiamo conoscere il loro passato di fatti e misfatti, di persone e di luoghi, di usi e costumi.
La battaglia dell'Angitola del 1848, è molto importante per la nostra storia locale, che si unisce alla storia dell'unità nazionale attraverso personalità di gran rilievo, personalità note per i loro scritti, il loro pensiero, la loro azione, i loro ruoli, sono un'occasione per ricordare coloro, quasi tutti giovani, che morirono in combattimenti, che riportarono ferite, che furono giustiziati, carcerati, esiliati, che tanto dolore portarono nelle loro famiglie.
In quasi tutte le città e comuni del Regno la Carboneria e la Massoneria si erano radicati con le loro vendite e logge, circoli locali segreti di cittadini per lo più colti e benestanti, ispirati all'idea di fratellanza e libertà, di riscatto sociale, di cambiamento del sistema istituzionale, alcuni preferendo al sistema monarchico quello repubblicano, ideale del Mazzini o di Benedetto Musolino.
Chi erano questi promotori e adepti nei comuni dell'Angitola, della Calabria Media in genere, dove attinsero il nuovo pensiero? Come detto, erano quasi tutti rampolli di famiglie nobili o benestanti, pochi quelli di modeste condizioni economiche. Studiavano nei reali collegi e si addottoravano nelle varie discipline a Napoli, e proprio nei reali collegi appresero le nuove idee. Con il Settembrini a Catanzaro e a Monteleone con Onofrio Simonetti, entrambi emeriti professori e amici. Onofrio Simonetti era nato a Francavilla nel 1796 e morì nel 1862 a Monteleone, allievo del dotto canonico Potenza, fu medico, filosofo, letterato, si occupò di materie scientifiche, fu socio di numrose accademie italiane ed europee, fu autorevole e apprezzato educatore. Lasciò numerosi scritti per fare conoscere la cultura calabrese. Famosa la sua opera su 'La filosofia di Dante nella Divina Commedia', sulla storia del pensiero filosofico calabrese, da Pitagora a Campanella e Galluppi.
Tra i suoi allievi furono uomini come Benedetto Musolino di Pizzo, Michele Bello di Gerace Severino Serrao di Filadelfia, Francesco Servello di Francavilla (quest'ultimo era nipote ex sorore e morì per infarto alla vigilia dell'arrivo di Garibaldi ed ebbe la nomina, alla memoria, di prefetto, ossia di Intendente del Regno, aveva partecipato alla battaglia dell'Angitola). Aveva vinto il concorso in magistratura di ultimo grado, ma gli fu vietato ricoprire la prestigiosa carica e anche di esercitare la professione di avvocato. Fu amico di Stocco, Mazzei, De Nobili e di tanti altri ferventi patrioti. Assieme al farmacista Farina faceva parte della loggia francavillese, ben rappresentata e attiva. La famiglia Servello, dopo l'Unità, si trasferì a Pizzo per il matrimonio del medico Servello Domenico fu Raffaele con una Panella. Discendenti di questa famiglia furono Raffaele, magistrato, Francesco Antonio, professore d'ingegneria navale a Trieste, Manfredi avvocato.
Nel 1847 era scoppiata una rivolta sullo Ionio reggino, precisamente a Gerace e comuni limitrofi, promossa da alcuni giovani carbonari, alcuni amici e compagni di scuola di Benedetto Musolino come Michele Bello. Chiedevano la Costituzione e alcune rivendicazioni come l'uso dell'acqua marina, vi era il divieto di usarla per scopo alimentare. Fu mandato a sedare la rivolta il generale Ferdinando Nunziante. Furono catturati i principali promotori ossia Michele Bello, Pietro Mazzone, Gaetano Ruffo, Domenico Salvadori, Rocco Verduci che furono giustiziati, il generale aveva la potestà di salvare loro la vita imprigionandoli, ma non lo fece, erano giovani studenti in giurisprudenza a Napoli, dove avevano stretto amicizia con altri patrioti calabresi. Erano giovani romantici, poeti e sognatori di un'Italia unita.
La drammatica fine della rivolta di Reggio e dei martiri di Gerace suscitò ovunque sdegno e commozione non solo nel regno delle due Sicilie, ma anche nel resto d'Italia e attirò l’interesse della stampa dei paesi liberi.
A Milano le dame adottarono la moda di indossare il cappello alla calabrese in segno di solidarietà. Il 1847 reggino fu, a tutti gli effetti, il preludio del 1848 e della battaglia sul fiume Angitola.
Agli inizi del 1848 Ferdinando II concesse la Costituzione. 11 18 aprile si svolsero le elezioni con ordine, con grande entusiasmo e molta affluenza. Benedetto Musolino fu eletto deputato. Subito si capì il suo doppio gioco del sovrano e la sua intenzione a non renderla operativa, giustificandosi con gli alleati della triplice, austriaci per primi, di averla concessa perché costretto dalle sommosse esplose nelle province del regno, e con insorti e deputati sostenendo che era impedito dagli alleati. Scoppiarono le rivolte e Fedinando II, chiamato re bomba per l'uso delle armi nel sedare qualsiasi tumulto, sciolse di fatto- il parlamento. Deputati e e rivoluzionari protestarono energicamente, ma invano e e si decise di organizzare militarmente i vari gruppi d'insorti nelle province del regno. Benedetto Musolino fu uno dei più attivi e assieme ad altri si portò a Cosenza per organizzare la rivolta calabrese. Fu eletto in Cosenza un Governo Provvisorio, composto di cinque membri con poteri dittatoriali, sino alla convocazione del nuovo Parlamento . II Musolino fu uno dei Cinque : esercitò le funzioni di Ministro della Guerra.
Per la Calabria si affidò l'incarico di comandante al generale Francesco Stocco, un barone nativo di Adami di Decollatura, furono mobilitati in pochi giorni quasi 4.000 rivoluzionari.
Di questi ben 2.000 furono destinati nella Calabria Media, precisamente al campo di Filadelfia. Gia nei comuni dell'Angitola i rivoluzionari erano in piena azione con i loro seguaci. Gruppi di rivoluzionari, sotto la guida di Fabiani di Maida, risalirono le sponde tortuose del fiume Angitola e si diressero alle Ferriere di Mongiana, dove riuscirono a prendere 24 barili di polvere e ben due cannoni.
Era stato incaricato di nuovo il generale Nunziante a sedare le rivolte scoppiate in tutto il monteleonese. Un esercito regio di ben 2.000 uomini sbarcò a Pizzo. Il generale aveva sottovalutato la gravità della situazione e aveva pertanto tranquillizzato la truppa di non temere pericoli dagli insorti.
Si sbagliava, rimase colpito dall'audacia dimostrata da alcuni giovani insorti, come Paolo Vacatello di Pizzo, che nella rada di Santa Venere assalirono un veliero per impossessarsi di 25 barili di polvere sabotando l'intero carico destinato alle truppe borboniche. Paolo era nipote di donna Francesca Vacatello, moglie del dott. Antonio Catalano, medico a San Pietro a Maida e oriundo di Francavilla, la coppia non ebbe figli.
L'esercito borbonico, responsabile ancora il Nunziante, il 29 giugno commise il più vile e scellerato eccidio, dopo avere saccheggiato, razziato Pizzo si accani tonto contro la famiglia di B. Musolino. Fu bruciato il palazzo, il vecchio genitore fu sgozzato a punta di baionetta ; il fratello primogenito Saverio, illustre Avvocato, fucilato ; la madre, un altro fratello e la cognata Rosina Scaglione, morti pochi mesi dopo di crepacuore; tutte le altre proprietà urbane e rurali messe a ruba e devastate. si sentirono delusi e ingannati dai loro superiori, sfiduciati infierirono contro la popolazione, perpetrando violenze di ogni genere. Nunziante fu costretto a dimorare a Pizzo (così il cronista).
Ritornando alla battaglia dell'Angitola. Il campo dei rivoltosi a Filadelfia fu male organizzato, si dormiva sulle strade, i mezzi di sussistenza erano scarsi, era insomma, come qualche cronista ed ebbe a dire, una Babele.
Erano arrivati i più prestigiosi e influenti rivoluzionari da Catanzaro, Sambiase, Nicastro, Maida, Cortale e da quasi tutti i comini del bacino dell'Angitola.
Palazzo Serrao a Filadelfia accolse numerose personalità come il Griffo, generale delegato da Stocco come comandate del campo. Palazzo Mannacio a Francavilla ospitò il maggiore D'Olio, D'Ippolito e Mazzei di Nicastro, De Nobili e De Riso di Catanzaro con altri nobili. I fratelli Vincenzo, Fabrizio e Annibale Mannacio parteciparono alla battaglia dell'Angitola.

Il ponte sul fiume Angitola ancora non era stato costruito, quello esistente era provvisorio e di legno. Quello che oggi possiamo ammirare, anche se non percorribile, fu ultimato dopo il 1848, vera opera dì ingegneria. Era stato costruito per unire la strada che portava a Reggio e anche alle Serre per arrivare a Soverato, dazio si seconda classe mentre quello di Pizzo era di prima classe. L'unica strada che da Napoli arrivava a Reggio era la Via Grande, l'ex Popilia dei romani che all'Angitola si tagliava in due.
Piccola nota, un certo progresso nei nostri comuni si era avuto tramite alcune produzioni come il gelso, vigneti, oliveti, e lavori artigianali di pregio, ma non vi erano infrastrutture come porti e strade, eccettuata la Via Regia (attuale autostrada) e fu progettato e costruito il ponte sull'Angitola per unire la strada per Reggio e per realizzarne una nuova che dall'Angitola portasse in territorio di Argusto per arrivare a Soverato (la strada delle Serre ancora non è stata ultimata).
E lo scontro avvenne, e fu vera battaglia in un territorio vasto, da monte Coppari, da dove origina l'Angitola alla sua foce, dalla sua Piana sino alle alture di Curinga e al ponte della Madonna delle Grazie, prima Campolongo. Si combattè con armi da fuoco e all'arma bianca. I rivoltosi non superavano le 300 unità, mentre i soldati regi erano di gran numero superiore e protetti anche da due navi con cannoni, che stanziavano tra la foce del fiume Angitola e il Turrina. Dal campo di Filadelfia non arrivarono rinforzi e il Griffo, delegato da Stocco come comandante di quel campo, fu lento o riluttante a intervenire ad accerchiare i regi posizionandosi tra il Trevio e il Fondaco Apostoliti. Un suo intervento poteva avere altro esito.
 Gli insorti si ritirarono riparando nei boschi o fuggendo verso Curinga, inseguiti dal Nunziante. Al ponte delle Grazie i regi furono sorpresi da un nutrito gruppo d'insorti, molti provenienti da Sambiase e Nicastro, tra i quali spiccano i nomi di Giovanni Maria Cataldi e del nipote Giovanni Nicotera, anche nipote di Benedetto Musolino.  Il curinghese Francescantonio Bevilacqua, simpatizzante dei nazionali, vedendo bruciare il suo casino, mobilitò i suoi dipendenti a unirsi ai rivoltosi. Fu teso un vero e proprio agguato alle truppe del Nunziante, che atterrito ripiegò verso il mare protetto dalla nave Archimede. Ricevuti i rinforzi, via mare e via terra, costrinse i rivoltosi a ripararsi fuggendo tra i boschi delle alture di Curinga. Le perdite dei regi furono consistenti, quelle dei nazionali pochissime. Alle Grazie furono fatti fucilare dal Nunziante : Angelo Morelli, Ferdinando Barone De Nobili, Giuseppe Mazzei, Andrea De Summa, Giuseppe De Fazio, Giovambattista Alessio, Antonio Scaramuzzino, Ferdinando Miscimarra, Felice Saltalamacchia e altri due giovani siciliani dal nome rimasto sconosciuto.
Finì nel sangue la battaglia sull'Angitola, gli insorti furono sconfitti e messi in fuga. Se ci fosse stato maggiore collegamento tra loro e, il campo di Filadelfia, secondo alcuni esperti, l'esito della battaglia poteva essere diverso. Alcuni, come B. Musolino e il nipote Giovanni Nicotera, ripararono all'estero, Corfù, Malta e Francia, altri subirono processi e carcere a Ventotene, come il Castaldi, altri ritornarono ai loro patri lari, senza subire carcere per le raccomandazioni avute da parenti molto influenti nell'amministrazione borbonica, altri, come i contadini e dipendenti dei vari proprietari terrieri, ritornarono ai loro tuguri, alcuni restarono patrioti e seguirono sia Giovanni Nicotera a Sapri sia Garibaldi a Napoli.
 Giovanni De Fiore di Maida, assieme al Fabiani, protagonista rivoluzionario, partecipando all'incursione di Mongiana e alla battaglia dell'Angitola, in una sua monografia afferma:
'Soffocata nel sangue la rivoluzione calabrese, come doveva accadere, perché abbandonata alle sole sue forze dalle altre province, la reazione si scatenò in un modo strano contro il paese. Onorato lo spionaggio, la dottrina e la civiltà sospette; Amministrazioni, leggi, istruzioni in mano di gente abbietta, e solo alla causa regia devota. Esilio, carceri, galera ad uomini non colpevoli di altro di avere amato la costituzione, che lo stesso sovrano aveva largito.''
Fu l'epoca del romanticismo, poeti e scrittori non mancarono tra i rivoluzionari insorti. Vi fu un patriota prete poeta, Giuseppe Monaldo (Filadelfia 1820-ivi 1911). Fu parroco della chiesa di San Giorgio a Pizzo, spirito rivoluzionario e veramente laico. Le sue poesie si tramandavano oralmente nei paesi angitolani. Trovati gli scritti, sono stati pubblicati a cura del nipote Servello. Il Monaldo descrive la storia, la nostra storia con versi in dialetto.
E voglio recitare alcuni versi, dove immagina una vecchia signora, pizzitana, che racconta la sua vita, la vecchia signora, parafrasata è la gente della nostra terra, dei nostri luoghi, dell'Angitola per essere chiari:


''Su' vecchia, e'nd'aju avutu 
Malànni cu la pala,
E giùru ca la guàla
De mìa non 'nci sarà.

'Ncignài de li prim'ànni 
Mu 'nsàccu sempre guài, 
E quantu'ndi passài, 
Cu' diàvulu li sa?

Lu terremuòtu lu vitti (1783)
Curcàre casi 'n terra, 
E fàmi, pèste e guèrra 
'Ndi vìtti pùru ccà!

E vitti pùru a Rùffu 
Supra'na mula jànca,
Chi a mànu dèstra e mànca 
Facìa diavularì.

'Stu riègnu vitti puru 
Quagghjàtu de Francìsi, 
De bràvi fàcci'mpìsi 
'Nda vitti cumpagnì.

Tri vuòti lu colèra 
Lu vitti chi 'nfuriàva, 
De ccà chi si scupàva
La miègghju gioventù.


'Ncí pizzicài! e si piènzu 
A chiju guài assassìnu 
Mi stringe 'u cularìnu, 
M'acchjàppa'u tremotò.

Lu Quarantuòttu vìtti 
Chiji galiuòti brutti, 
Chi ni sdogàru tutti 
Gridàndu: Viva'u Rre!


La rugna paisana (pizzitàna) 
Chi mìsi ed anni dura, 
Io l'eppi de criatùra 
E grattu puru mo'.

E'n tàntu cu'sti guài 
No' vòzzi mai finire, 
No' vozzi mai morìre, 
Lu dìcu 'n verità….

Monaldo, noi e l'Angitola siamo ancora qua.

Festa di San Foca Martire 5 marzo 2018


 La festa liturgica del 5 marzo in onore di San Foca Martire si è svolta  con la Messa solenne delle ore 10,30 celebrata dal Parroco Don Giovanni Tozzo,   la pioggia ha impedito lo svolgimento della processione. In forma ufficiale era presente il Sindaco, avv. Giuseppe Pizzonia , accompagnato dal vice Sindaco Domenico Anello e altri  membri della maggioranza,  con il gonfalone del Comune. A conclusione della Messa sono stati distribuiti i taralli a forma di serpe, preparati con particolare cura da alcune donne di Francavilla e  poi benedetti al momento dell’Offertorio.  Infine si è proceduto al bacio della reliquia del Santo.    San Foca nacque, dicesi ad Antiochia in Siria, nel primo secolo dell’era volgare e patì il martirio nella città dove ebbe i natali , sotto l’imperatore Traiano nell’anno 107. Di professione fu prima soldato ma poi, deposte le armi si mise a fare il giardiniere. Fu a quanto pare di una generosità straordinaria. La sua casa era l’ospizio di quanti ci capitavano. Accusato di professare il cristianesimo , furono mandati in casa sua degli sgherri, perché lo ammazzassero. Il modo come egli li tratta e quel che avviene di lui si vedrà dal canto. La festa di S. Foca  ricorre il 5 di marzo ma si celebra la seconda domenica di agosto c’è la processione con la musica S. Foca è rappresentato da un mezzo busto in legno , alla mano sinistra ha ravvolto un serpe d’argento che con la lingua gli lecca il mento, nella destra ha una palma. Abbiamo detto in principio che S. Foca fu anche soldato. Di fatto quando i Saraceni erano in cammino per andare a Francavilla, il protettore del paese si presentò loro vestito da guerriero. I Saraceni Gli domandarono della strada ed Egli li condusse per una via tortuosa attraverso un bosco, dove, gira e rigira finalmente si spersero. Il rispetto che, secondo la tradizione gli portarono i serpenti della caverna dove Egli fu gettato , lo ha naturalmente costituito protettore contro si fatta specie di animali massime se velenosi. A conferma di che, mi piace di riferire non le parole di S. Gregorio Torinese, che a quanto pare, attestò, pel primo il prodigio; ma quelle recenti del citato autore del Cenno biografico:’’.. l’esperienza (dice il professore Onofrio Simonetti) ci assicura tuttavia che quanti sono morsi dalla vipera ed hanno la ventura di toccare la soglia della chiesa ove di Lui havvi Statua o Reliquia sono immediatamente tornati a  ridente sanità’’ Peccato che Santu Foca sia così poco conosciuto!

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E' online un innovativo servizio di comunicazione ideato per promuovere il nostro paese, Francavilla Angitola  ed il territorio circostante. il servizio è realizzato dal sito www.francavillaangitola.com . l'obbiettivo  della nostra  web   francavillatv   è   quello di diffondere via internet in streaming con il motore di ricerca youtube  una serie di  filmati riguardanti  momenti ed eventi del nostro paese, della sua antica cultura, delle sue tradizioni religiose,  delle varie manifestazioni  che si svolgono  nel tempo,  con l'intento di far conoscere  gli angoli caratteristici non solo di Francavilla, ma  della   provincia  di Vibo Valentia. Se  volete iscrivervi  basta collegarvi con  un pc, televisore smart,  tablet,   telefonino, cliccate su youtube,  cercate  francavillatv, nella nostra pagina c’e’ il tasto rosso   iscriviti , ogni pubblicazione di un video arriverà un messaggio di avviso . Grazie

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Festa del 157° Anniversario Giornata dell'Unità d'Italia

sabato 17 marzo dalle ore 11:00 alle ore 13:00 Istituto Omnicomprensivo di Pizzo - Sede Centrale di Riviera Prangi

« La Repubblica riconosce il giorno 17 marzo, data della proclamazione in Torino, nell'anno 1861, dell'Unità d’Italia, quale «Giornata dell'Unità nazionale, della Costituzione, dell'inno e della bandiera», allo scopo di ricordare e promuovere, nell'ambito di una didattica diffusa, i valori di cittadinanza, fondamento di una positiva convivenza civile, nonché di riaffermare e di consolidare l'identità nazionale attraverso il ricordo e la memoria civica. »
(Parlamento italiano, art. 1, comma 3, legge 23 novembre 2012, n. 222)

Il Risorgimento italiano è stato un fatto storico che ha coinvolto anche gli uomini del Sud. Noi con questa giornata vogliamo iniziare un percorso che ricordi questi uomini per sempre.
Rientra nei nostri obiettivi dare continuità annuale alla Festa dell'Unità Italiana senza vincolarla ad un comune in particolare. Al Centro della Festa poniamo un talk show con dei relatori che ricorderanno con brevi interventi alcuni dei principali protagonisti degli eventi che hanno caratterizzato il Risorgimento Meridionale. Ricorderemo il tentativo di unità di Re Gioacchino Murat, il sacrificio di Michele Morelli, i movimenti rivoluzionari del 1848 che portarono alla Battaglia dell'Angitola ed al Sacco di Pizzo, l'esperienza personale del Garibaldino pizzitano LO PRESTI che seguì i MILLE con Garibaldi ed infine l'opera del più grande garibaldino di Pizzo Benedetto Musolino. Interverranno il Prof. Vincenzo Villella, il Dirigente Scolastico Elena De Filippis, la Professoressa Vincenzina Perciavalle, il Dott. Vincenzo Adolfo Ruperto, il Prof. Domenico Sorace Domenico, condurrà il Prof. Daniele Marino. Durante la Festa saranno eseguiti musiche e canti patriottici. Al termine è previsto un incontro dibattito con tutti gli intervenuti. La Festa verrà chiusa con l'esecuzione dell'Inno Nazionale.

“QUANDO  C’ERA  IL  PCI”
PUBBLICATI GLI ATTI DEL CONVEGNO TENUTO A VIBO VALENTIA IL 28-04-2016

Negli ultimi giorni dello scorso gennaio, le Edizioni Thoth di Mario Vallone, San Nicolò di Ricadi (VV), hanno finito di stampare il libro, curato dai fratelli Amerigo e Walter Fiumara, che raccoglie gli atti (Introduzione, Relazioni, Interventi e Testimonianze, Conclusioni) del convegno svoltosi il 28-4-2016 a Vibo Valentia, a Palazzo Santa Chiara, sede del Sistema Bibliotecario Vibonese, diretto dal dottor Gilberto Floriani. Lo stesso direttore Floriani ha moderato il convegno, a cui è stato dato un titolo suggestivo, dal tono quasi nostalgico,“QUANDO C’ERA IL PCI”, seguito dal sottotitolo assai significativo “Protagonisti raccontano dalla fondazione (95°) allo scioglimento (25°)”.
   Amerigo FIUMARA non è solamente uno dei curatori della pubblicazione degli atti del convegno, ma è stato l’autentico ideatore, promotore e fattivo organizzatore di quella manifestazione di alto livello storico, politico e culturale.
Giustamente è toccato all’ingegnere Fiumara il compito di aprire i lavori; ed Amerigo ha pronunciato a braccio la sua introduzione, intensa ma volutamente breve, al fine di lasciare spazio più ampio, anzitutto ai relatori ufficiali, e poi agli altri ospiti (compagni comunisti, amministratori comunali, sindacalisti, esponenti femminili, dirigenti del PCI o di altre formazioni della Sinistra) appositamente invitati ad intervenire al convegno per esporre le loro personali testimonianze di militanti comunisti calabresi oppure le loro riflessioni su tematiche più vaste (Il PSIUP tra Sinistra socialista e PCI; Rifondazione Comunista e altri movimenti, dopo lo scioglimento del PCI; Il PCI e il mondo cattolico).
Molto opportunamente la raccolta degli atti è stata corredata con fotografie e brevi note biografiche, sia dei tre relatori principali, sia degli altri undici che sono intervenuti nella seconda parte del convegno.
   Il piemontese Aldo AGOSTI, professore emerito di Storia contemporanea all’Università di Torino, ed autore di molti libri sulla storia dei movimenti politici della sinistra e dei suoi protagonisti, ha dato inizio al convegno vibonese con una magistrale prolusione volta a rintracciare i caratteri originari e specifici del PCI. Lo storico torinese, adoperando il termine tesi, tante volte udito nei congressi e in dibattiti del partito comunista, ha dato alla sua relazione il seguente titolo: “Undici tesi sul PCI: un’interpretazione storica”.
   La seconda relazione porta il titolo “PCI e URSS: spunti di storia globale del comunismo”. È stata svolta dal giovane ricercatore calabrese dell’Università di Firenze, dottor Andrea BORELLI, specializzato nella Storia dell’Europa orientale e della Russia contemporanea.
   La terza relazione “PCI e sinistra extraparlamentare” è stata svolta dal prof. Michele DE LUCA, docente di Roma, ma originario di Parghelia. Il prof. De Luca per il convegno vibonese aveva voluto redigere, non una banale e ritrita relazione, ma una sorta di piccolo trattato storico sui Movimenti della Sinistra e sui rapporti tra PCI e gruppi extraparlamentari negli anni Sessanta del Novecento; un “saggio critico”esaustivo e ben documentato, che l’Autore pensò di articolare in una successione di capitoli distinti, ma tra loro correlati: La contestazione giovanile e le radici del Sessantotto; La condizione femminile; Il Movimento degli studenti del ’67; Gli “esordi” del Sessantotto; L’operaismo; Il Sessantotto; Per saperne di più sul Sessantotto.Tuttavia in quel pomeriggio del 28-4-2016, a causa dei tempi necessariamente ristretti concessi a ciascun oratore, il prof. De Luca poté svolgere la sua relazione solo per sommi capi. Cosicché i curatori del volume ora pubblicato, molto lodevolmente hanno deciso di inserire, in codesto libro che raccoglie gli atti del convegno, la versione completa ed integrale della relazione/saggio critico che il prof. Michele De Luca aveva preventivamente redatto per poi presentarlo nell’importante manifestazione del 28-4-2016 a Vibo Valentia.
   Oltre alle sopra menzionate tre relazioni ufficiali, il libro degli atti racchiude anche gli interventi degli altri 11 oratori. In particolare sono stati pubblicati  i testi scritti che gli autori avevano appositamente preparato per poi divulgarli con i loro interventi nel convegno vibonese. Qui di seguito sono indicati gli autori e titoli dei vari interventi.
- Learco ANDALÒ, bolognese, attivo militante del PSIUP e del PCI, nel suo intervento intitolato “Dal PSIUP al PCI (Atti del convegno nel 50° del PSIUP)” ha riferito sui treargomenti principali trattati a Bologna (il 10-10-2014) in un convegno sul PSIUP, di cui lo stesso Andalò era stato tra i promotori, ossia: 1) Composizione e componenti del PSIUP; 2) Scioglimento del PSIUP e adesione al PCI della grande maggioranza dei militanti psiuppini;
3) Dal passato al presente: quali ideali? Quale sinistra?
- Franco DANIELE, già assessore comunale a Dinami, ha pronunciato con passione la sua testimonianza personale di fondatore, insieme a Cossutta, Libertini, Garavini, del partito della Rifondazione Comunista:“Dal PCI a RC – Il compagno Cossutta”.
- L’on. Costantino FITTANTE, già sindaco di Sant’Eufemia Lamezia, poi deputato del PCI, nel suo intervento intitolato“Il PCI e la fusione di Lamezia Terme” ha ricordato le varie vicende che portarono alla formazione del grande Comune  calabrese .
- Franca FORTUNATO, attiva militante comunista, sindacalista, docente, giornalista e scrittrice – vibonese d’origine, poi trasferita a Catanzaro - ha raccontato la sua avvincente personale testimonianza di “Donna nel PCI”.
- Giuseppe LAVORATO, già deputato e sindaco di Rosarno, da sempre impegnato nella lotta contro le mafie a difesa dei lavoratori e dei migranti, ha riferito su “Il PCI per il lavoro e la democrazia contro le mafie”.
 - Gino RUPERTO, di Roma, ma profondamente legato a Francavilla Angitola. Dottore in Giurisprudenza, alto funzionario dell’ENPAS. Iscritto al PCI dal 1951, ha poi aderito al PDS, ai DS e quindi al PD. Attingendo allo scrigno della sua lunga militanza nel partito (in particolare nella sezione “Ludovisi” di Roma), il dottor Ruperto nel suo intervento “Comunisti calabresi a Roma” ha ricordato le figure di alcuni comunisti calabresi che si distinsero sulla scena politica nazionale, quali l’avv. Fausto Gullo (Ministro dell’Agricoltura, e poi della Giustizia), l’on. Mario Alicata (fine ideologo e direttore dell’Unità), l’on. Ugo Vetere (secondo Sindaco comunista di Roma), il sen. Argiroffi, medico di Taurianova (colto e sensibile poeta, oltre che uomo politico) e l’on. Pasquale Poerio (abile oratore, considerato il “Di Vittorio della Calabria”). Ma Ruperto non ha dimenticato quei “compagni” e amici conosciuti a Nicastro, luogo dei suoi studi liceali, come i fratelli professori Italo e Ciccillo Reale, Gianni e Graziella Riga, Costantino Fittante, Armando Scarpino (con cui riannodò stretti legami di amicizia durante le sue due legislature al Senato).
- Mario PARABOSCHI, lombardo di nascita e calabrese d’adozione; in Calabria dirigente del PCI, poi del PDS, dei DS e del Partito Democratico. A causa del notevole ritardo accumulato dagli oratori che si erano succeduti al microfono, Mario Paraboschi, anziché leggere, ha preferito consegnare il testo della sua comunicazione “La struttura del PCI”con la raccomandazione che venisse pubblicata, inserendola nel volume che avrebbe raccolto gli atti del convegno.
- Pasquale ZANFINO, militante del Movimento Studentesco e del PCI, consigliere e sindaco di Acri (1992-98), nel suo intervento “Il PCI ad Acri – Il Sindaco Rocco” ha presentato un  breve excursus storico su Acri, considerata “cuore rosso della Calabria” per il gran numero di militanti nei partiti di Sinistra, e per merito di vari Sindaci comunisti, sui quali spicca la figura luminosa di Angelo ROCCO, dapprima segretario della sezione del PCI in Acri, quindi Sindaco, che tanto si spese per lo sviluppo sociale, urbanistico, economico e culturale di tutto il territorio comunale e dei suoi cittadini, in qualunque contrada essi abitassero.
   Per quanto concerne gli altri  interventi, di cui neppure gli autori avrebbero potuto fornire il testo scritto, poiché li avevano pronunciati a braccio;  per questi  casi sono state utilizzate le trascrizioni dei discorsi registrati grazie alla diretta televisiva. Il francavillese Giuseppe Pungitore, oltre ad effettuare la trasmissione in diretta streaming attraverso il proprio  sito www.francavillaangitola.com – FRANCAVILLA TV, ha provveduto, con encomiabile cura e con pazienza certosina, a trascrivere i  discorsi dei seguenti oratori.
- Giuseppe CORIGLIANO, giovanissimo Sindaco di Rocca di Neto (1985-95), Assessore della Provincia di Crotone, dirigente del PCI, del PDS e dei DS, ed ora Presidente della Fondazione Enrico Berlinguer a Crotone, nel suo intervento “Il PCI nel Crotonese”, ha sottolineato il profondo radicamento che il partito ha avuto nel territorio crotonese, la provincia più“rossa” di tutta la Calabria.
- Giuseppe CRISTOFARO, nativo di Bonifati (CS), dove è stato anche Sindaco; Amministratore comunale ad Acri, dove è tuttora Presidente della Fondazione “Vincenzo Padula”. Con la testimonianza “Il PCI ed il mondo cattolico” ha riferito delle sue vicende ed esperienze personali, particolarmente interessanti, perché vissute da un “cattolico del dissenso”, un uomo che è stato Parroco ad Acri e contemporaneamente attivo militante comunista.
- Gianni SPERANZA, già Sindaco di Lamezia Terme dal 2005 al 2015, trattando di“Ingrao ed il suo rapporto con la Calabria” ha rievocato un momento esaltante della sua militanza nel Movimento Studentesco e nella FGCI, quando nella campagna delle elezioni politiche del 1972, fu al seguito di Pietro Ingrao, allora capolista del PCI nella circoscrizione calabrese. Quantunque fosse ancora minorenne e perciò non potesse nemmeno votare, il giovane Speranza accompagnò l’autorevole esponente nel suo giro elettorale per la Calabria, visitando anche i centri più ostili al partito comunista; così Gianni poté sperimentare dal vivo quanto fosse profondo il rapporto di Ingrao con la gente e le contrade calabresi.
   Molto opportunamente al prof. Aldo Agosti è spettato il compito di trarre le conclusioni del convegno; ci piace ripetere  alcune sue parole, stralciandole appunto dal suo discorso finale. Pur nella crisi della Sinistra, tra quanti hanno militato nelle file comuniste rimane comunque viva “la speranza che la politica, sorretta dall’azione collettiva organizzata e dalla tensione morale, possa cambiare il mondo o per lo meno contribuire a rendere il mondo migliore ….  Anche un convegno organizzato con pochi mezzi in una piccola città dell’Italia meridionale può rappresentare un contributo significativo a tenere vive, insieme, la memoria del passato e la fiducia nel futuro”.
Riportiamo infine quanto è scritto nell’ultima pagina di copertina del libro che raccoglie gli atti del convegno: “Ricordare a distanza di venticinque anni dallo scioglimento del PCI la stagione politica che lo vide protagonista della vita italiana non è un atto dovuto in chiave nostalgica, ma un modo per proporre una riflessione storica di ampio respiro”.
Per chiudere in bellezza il  volume degli atti ,  i curatori Amerigo e Walter Fiumara,  hanno inserito nell’ ultima  pagina del libro,  la  famosa  poesia  “Lode al comunismo”, del grande drammaturgo e  poeta tedesco  Bertold  Brecht, fervente comunista.

                                                                                                    Vincenzo DAVOLI

FRANCAVILLA ANGITOLA 12-02-2018

CARNEVALE FRANCAVILLESE : UN SUCCESSO
Un pomeriggio di svago e di  divertimento
 Domenica 11 febbraio 2018


  «Un successo oltre le aspettative, frutto della collaborazione messa in campo dall’Amministrazione comunale guidata dal Sindaco avv. Giuseppe Pizzonia   e l’associazione AGF , che rappresentano le forze sane di un’intera comunità». C’è aria di soddisfazione nella sede  del palazzo municipale di Piazza Solari  per il “Carnevale francavillese ”, concretizzatosi con il raduno delle maschere e dei carri al Viale del  Drago, con la sfilata lungo le vie del paese e la tappa finale  in piazza S. M. Degli Angeli. Un pomeriggio di svago e di sano e puro divertimento per le tantissime persone adulti  e bambini  Un «motivo d’orgoglio», insomma, per l’Amministrazione di Francavilla Angitola . Una domenica molto speciale, all’insegna del divertimento, della libertà di espressione e dell’allegria, senza nessun limite di età.

Scatti fotografici per rivivere le storie del passato

Foto che richiamano ricordi. Ricordi che ne richiamano altri e riportano con un tuffo alla Francavilla del passato, alle persone che vi hanno vissuto, suscitando sentimenti di amore, affetto, nostalgia. Ricordi che uniscono sotto la bandiera di una microstoria comune, un'identità chiamata "radici", fatta di tradizioni, avvenimenti, personaggi. E uno scatto dopo l'altro, ripercorrono il passato, per chi l'ha vissuto, per chi lo ho sentito raccontare, per chi ormai lontano dalla sua terra, figlio anche di un'altra lingua e di un altro Paese, difficilmente trova chi glielo possa raccontare. Scatti fotografici che fanno rivivere momenti di vita comune, come la festa patronale in onore di San Foca Martire, della  Madonna delle Grazie,  attraverso un lunghissimo arco temporale. Conducono passo, passo, a ripercorrere le zone, le vie, le piazze, di Francavilla di oggi , soffermandosi ad ammirare paesaggi, passando per le chiese,  edifici architettonici, e altri  immagini che hanno fatto storia del nostro paese .

 

Raccolta differenziata potenziata
Cassonetti dei rifiuti rimossi


FRANCAVILLA  ANGITOLA -  Prosegue, da parte dell’amministrazione comunale guidata dal   Sindaco Giuseppe Pizzonia, la graduale rimozione dei  cassonetti dei rifiuti dislocati nel territorio comunale di questo centro abitato.
Ciò è stato previsto per l’ottimizzazione del servizi raccolta differenziata con la modalità “porta a porta”.
Mercoledì scorso sono stati rimossi in contrada “Sordo-Scordari” e in località “Stazione”.
Mentre giovedi 1 febbraio  dovrebbe essere la volta di quelli ubicata  via Vittorio Torchia (nei pressi dei giardinetti adiacenti il cimitero comunale) e delle contrade “Castel dell’Uovo”, ‘Mancino”, “Nuzzo”, ‘Forgiaro”, “Liscia ”, “Bosco Madonna”, “Trivio”, “Calcarella” ed “Eccellente”.
il  Comune, che sta facendo seguito a questa graduale rimozione di tutti i bidoni della spazzatura presenti sul territorio francavillese, invita «pertanto, gli abitanti a seguire le istruzioni per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani indicate nella brochure consegnata con il secchio dell’umido. L’amministrazione comunale ringrazia i cittadini per la collaborazione».


ONORANZE  AL COMANDANTE LUIGI DATTILO

NEL 55° ANNIVERSARIO DELLA MORTE


La mattina di giovedì 25 gennaio 2018, ricorrendo il 55° anniversario della sua morte, con un’austera cerimonia svoltasi prima nel Duomo di San Giorgio e poi nel cimitero di Pizzo, è stato ricordato l’intrepido Comandante Luigi DATTILO, Medaglia d’Argento al Valor di Marina, deceduto a Pizzo il 25-1-1963. Per la speciale ricorrenza sono convenuti nella chiesa di San Giorgio numerosi cittadini di Pizzo (amministratori, docenti, studenti, marittimi e marinai, estimatori del valoroso Ufficiale); vari rappresentanti del mondo della Capitaneria di Porto – Guardia Costiera, sia in servizio attivo, a terra o imbarcati su natanti, sia già collocati in quiescenza; nonché alcuni amici della “Gente di Mare” venuti soprattutto da Francavilla Angitola.
  L’arciprete Don Pasquale ROSANO, Parroco di San Giorgio, ha celebrato la messa in suffragio del valoroso Com.te Dattilo; la funzione religiosa è stata accompagnata dalle musiche e dai canti melodiosi intonati dalla Corale della Cooperativa “La Voce del Silenzio” di Pizzo. La gentile Signora Carlotta DATTILO vedova Sposaro, amata figlia del Comandante Luigi, purtroppo impedita dagli acciacchi connessi alla sua veneranda età, è stata comunque “spiritualmente” presente ai vari momenti della funzione. Invece il nipote, dottor Gaetano SPOSARO, che tanto si era impegnato ad organizzare in maniera austera e solenne le cerimonie in onore del diletto nonno materno, non ha potuto parteciparvi in quanto, proprio nel pomeriggio della vigilia (24-01-2018), è stato assalito da dolori così forti che hanno indotto i suoi congiunti a ricoverarlo all’ospedale civile di Vibo Valentia.
Il Sindaco di Pizzo, dottor Gianluca CALLIPO, in qualità di “Primo cittadino” di una comunità che vanta antiche e nobili tradizioni marinare, ha ringraziato i presenti e soprattutto gli ospiti venuti da fuori, da luoghi vicini (come Vibo Valentia, Francavilla Angitola) o più lontani (Amantea, Reggio Calabria), appositamente convenuti, insieme a numerosi cittadini pizzitani, per rendere omaggio al glorioso Comandante Luigi Dattilo.
Il capitano di fregata Rocco PEPE, attuale Comandante della Capitaneria di Porto di Vibo Valentia Marina, rievocando la lunga carriera di L. Dattilo, svolta pressoché interamente nel Corpo delle Capitanerie di Porto-Guardia Costiera, ne ha sottolineato in particolare il servizio prestato come Comandante della Capitaneria di Porto proprio a Pizzo, prima che la sede della Capitaneria fosse trasferita a Vibo Marina. A fianco del Com.te Pepe era il Comandante Francesco CARETTO, attivo dirigente dell’Ufficio Locamare-Guardia Costiera di Pizzo.
Spiccava tra i presenti una scelta rappresentanza dell’equipaggio della nave ammiraglia della flotta della Guardia Costiera italiana, designata con la sigla CP 940, e denominata“Luigi Dattilo”. Tale delegazione era guidata da un giovane Ufficiale di Amantea, Antonello RAGADALE, che dal 1° ottobre 2017 è diventato comandante in 2ª di questa unità intitolata al glorioso Com.te Dattilo. Nel biennio precedente (dall’ottobre 2015 al 30 settembre 2017) l’Ufficiale A. Ragadale è stato comandante del pattugliatore CP 204 intitolato al Capitano di Porto Michele Fiorillo,  Medaglia d’Oro al Valor di Marina. La sezione A.N.M.I. di Amantea, denominata Gruppo “Vittorio Morelli”, fondata dall’attivissimo Cav. Giuseppe Cima ed attualmente presieduta da Rocco Ragadale, genitore del suddetto Comandante, è orgogliosa di annoverare tra i suoi soci un brillante e sensibile Ufficiale come Antonello Ragadale. Il giovane Comandante di Amantea, operando prima sul pattugliatore “Fiorillo” ed ora sulla nave ammiraglia “Luigi Dattilo”, ha partecipato a numerose e complesse operazioni di soccorso agli sventurati migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo. Per le sue capacità professionali e per le sue qualità umane il Comandante Antonello Ragadale si qualifica come degnissimo, autentico erede dei due gloriosi decorati al Valor di Marina (Michele Fiorillo e Luigi Dattilo) a cui giustamente sono stati intitolati i due natanti a bordo dei quali Ragadale ha prima svolto (pattugliatore Fiorillo) e ora sta svolgendo (nave ammiraglia Dattilo) il suo servizio di Ufficiale.
   Sfidando le incertezze climatiche della stagione invernale, da Reggio Calabria sono venuti a Pizzo, appositamente per rendere omaggio al valoroso Luigi Dattilo, il Contrammiraglio Francesco CIPRIOTI e il Luogotenente Matteo DONATO. Sebbene già da alcuni anni siano in quiescenza, entrambi sono considerati e stimati in Calabria come “colonne” del Corpo delle Capitanerie di Porto– Guardia Costiera. Sono soci della benemerita associazione del Nastro Verde, in qualità di Cavalieri Mauriziani. Nella sezione Calabria del Nastro Verde ricoprono importanti ruoli: l’ammir. Francesco Ciprioti è Vicepresidente, mentre il luogotenente Matteo Donato è il Segretario della suddetta Sezione.
   Tra i cittadini di Pizzo presenti alla cerimonia spiccavano i soci del gruppo della locale sezione A.N.M.I., intitolata al cannoniere Filippo Posca, Medaglia d’Argento al V.M., accompagnati dal loro presidente, Diego BARTOLUZZI; lo stimato storico, professore Francesco CORTESE, e diversi giovani studenti delle Scuole Medie.
Dal vicino comune di Francavilla Angitola sono convenuti il signor Nicola Caruso della Ditta PALERMO Ferro Battuto, che nel recente passato ha realizzato pregevoli opere artistiche legate alla figura di San Francesco da Paola; il Comitato organizzatore della ultraventennale Festa della Gente di Mare in onore di San Francesco da Paola. A nome del suddetto Comitato, da sempre estimatore del glorioso Comandante Dattilo, Gianfranco SCHIAVONE ha offerto una corona d’alloro e di fiori, cinta con un nastro tricolore, da deporre nel cimitero di Pizzo sulla tomba di Luigi Dattilo, racchiusa nella cappella della famiglia Curcio; quindi, parlando a nome dei familiari del valoroso Comandante, che non hanno potuto partecipare alla cerimonia, lo stesso Schiavone ha salutato e ringraziato cittadini ed autorità presenti, e soprattutto quelli venuti da lontano.
Giuseppe PUNGITORE, del sito www.francavillaangitola.com, ha realizzato il servizio fotografico della cerimonia.

 

IL  COMANDANTE  LUIGI  DATTILO  E  I  PATTUGLIATORI 

A LUI  INTITOLATI

Luigi Dattilo nacque il 18 novembre 1883 a Castellammare di Stabia, antica città della Campania affacciata sul golfo di Napoli, conosciuta per il suo porto e specialmente per gli storici cantieri navali, dove nel 1835 fu costruita la prima goletta a vapore, nel 1876 la prima corazzata italiana, e soprattutto perché poi, nel 1931, vi fu varato un bellissimo veliero, la famosa Nave scuola “Amerigo Vespucci”. In località Ponzano sorge la basilica di Santa Maria; nell’adiacente convento era insediata una prestigiosa scuola dove i giovani novizi studiavano per essere ammessi nell’Ordine dei Minimi; ed i Padri Minimi del convento alimentavano nella popolazione stabiese, e soprattutto tra i marittimi, una grande devozione per San Francesco da Paola.
Da giovane, Luigi Dattilo frequentò il Ginnasio-Liceo classico. Terminati gli studi classici, volle entrare nelle Forze Armate; si arruolò nel Corpo dei bersaglieri e, grazie al suo titolo di studio, vi rimase per due anni con il grado di Ufficiale. Nel 1904 lasciò il Regio Esercito per entrare nei ranghi delle Capitanerie di Porto, un Corpo sicuramente più congeniale ad uno come Luigi, nato e cresciuto in una città di mare, e soprattutto erede di uno dei più illustri Ufficiali della Marina del Regno delle Due Sicilie. In quegli anni del primo Novecento il giovane Ufficiale prestò servizio prevalentemente nei mari e nelle isole che circondano la Sicilia. Nel marzo 1913, quando era Ufficiale di Porto nell’isola di Lampedusa, Luigi Dattilo fu protagonista di un episodio memorabile, ricordato negli annali delle Capitanerie di Porto come un’impresa eroica, anche se compiuta in tempo di pace: il salvataggio di una barca di pescatori in procinto di inabissarsi nei flutti del mar Mediterraneo flagellato dalla tempesta. Per il grande coraggio e le notevoli capacità professionali a predisporre prontamente e poi a dirigere personalmente le operazioni di soccorso dell’equipaggio della barca da pesca,  il Re d’Italia, Vittorio Emanuele III, con decreto firmato a Roma il 3 maggio 1914, gli conferì la Medaglia d’Argento al Valor di Marina con la seguente motivazione:«Ufficiale di Porto Luigi Dattilo – Per aver organizzato e diretto, uscendo dal porto di Lampedusa con un piccolo trabaccolo in condizioni di tempo e di mare tali da rendere pericoloso e mal sicuro il ritorno, il salvataggio  della barca da pesca “S. Antonio” che riusciva a rintracciare a oltre venti miglia dall’isola ed a ricondurre con grande stento in salvo nel porto la notte del 9 maggio 1913».
Il “trabaccolo” era un veloce, agile veliero, un piccolo bastimento con due alberi a vela, utilizzato per la pesca o per trasporto merci o per soccorrere natanti in difficoltà.
Durante la Prima guerra mondiale (1915-1918) Luigi Dattilo, in qualità di Comandante del porto di Lampedusa, talvolta fu impegnato in missioni a bordo di unità navali della Marina Militare italiana e su navi della flotta inglese, la famosa Royal Navy. Terminata la guerra, il nostro Comandante prestò servizio in diverse Capitanerie di Porto, lungo i vari mari che bagnano le coste italiane; a Brindisi sul mare Adriatico; a Taranto (nel 1929) e Catania sul mar Ionio; sullo Stretto di Messina, a Reggio Calabria, dove ricoprì l’incarico di Direttore Marittimo (1926-1929); nel Canale di Sicilia, a Porto Empedocle e di nuovo a Lampedusa; sul mar Tirreno, nei due luoghi cruciali della sua vita, Castellammare di Stabia, sua città natale, e Pizzo, dove fissò la sua dimora definitiva. In quegli anni Pizzo era sede dell’importante Capitaneria di Porto del Basso Tirreno. Dal gennaio 1930, quando fu collocato in ausiliaria, abitò stabilmente a Pizzo. In questa cittadina il Com.te Dattilo era benvoluto, stimato e rispettato da tutti, ma era particolarmente popolare tra la cosiddetta “Gente di Mare” e tra i devoti a San Francesco da Paola: pescatori; uomini delle tonnare; marinai e Ufficiali arruolati nella Marina militare e nella Guardia Costiera – Capitanerie di Porto; marittimi della Marina mercantile; lavoratori addetti alla conservazione del tonno e  di altri pesci;  sportivi del mare (nuotatori, velisti, canottieri, subacquei ); Padri e Frati dell’Ordine dei Minimi; priori e terziari della Confraternita di San Francesco da Paola. Ritiratosi dal servizio attivo, nel 1949 promosse, insieme al Com.te Ventura e al Cav. Ilario Tranquillo, la costituzione della Sezione pizzitana dell’A.N.M.I. (Associazione Nazionale Marinai d’Italia) con Gruppo intitolato al cannoniere Filippo Posca, Medaglia d’Argento al V.M.. Quindi nei primi anni Cinquanta fu solerte animatore ed accurato docente dei corsi di formazione per la navigazione. In passato i gradi degli arruolati nei ranghi del Corpo delle Capitanerie di Porto erano più simili a quelli dell’Esercito che non a quelli della Marina Militare; cosicché il comandante Luigi Dattilo, che aveva il grado di Tenente Colonnello di Porto, era invece conosciuto e simpaticamente salutato da amici e conoscenti con l’epiteto di Colonnello.
   Luigi Dattilo morì a Pizzo venerdì 25 giugno 1963, all’età di 80 anni; con le rituali, solenni onoranze funebri venne sepolto in una decorosa tomba nel locale cimitero.
Per fare conoscere la figura del valoroso Comandante anche alle giovani leve del Corpo delle Capitanerie di Porto (militari, graduati, sottufficiali e ufficiali) e per mantenere viva la memoria di quell’Uomo coraggioso, al glorioso nome di Luigi Dattilo sono state intitolate due navi importanti della flotta della Guardia Costiera.
La prima unità a Lui intitolata è stata la nave CP 903 “Luigi Dattilo”; era un pattugliatore d’altura della classe “Saettia Mk II”, costruito nel cantiere di Muggiano/La Spezia. Lungo 52,80 metri e dotato di 4 motori diesel Isotta Fraschini, poteva raggiungere la velocità massima di 31 nodi; aveva una autonomia di 1800 miglia marine, e contava su un equipaggio di 29 uomini; era munito di una mitragliera prodiera Oerlikon da 20 mm e di due mitragliatrici da 12,7. Nel novembre 2002 il pattugliatore fu consegnato al Corpo delle Capitanerie di Porto, avendo per madrina la signora Carlotta, figlia del Comandante Luigi Dattilo. Fu assegnato alla VI Squadriglia Guardia Costiera, di stanza nella base navale di Messina; da quel porto strategico prontamente poteva salpare per svolgere manovre, missioni e operazioni di vario genere nel basso Tirreno, nell’Adriatico e nello Ionio, e più in generale nel Mediterraneo centrale. Vogliamo ricordare due distinte occasioni in cui abbiamo avuto il piacere di visitare il CP 903 “Luigi Dattilo”, attraccato al porto di Vibo Marina.
 La prima volta fu il 2 ottobre 2003, quando la signora Carlotta Dattilo, ed i figli Maria Luisa e dottor Gaetano Sposaro, accompagnati da varie autorità di Vibo Valentia, da Franco Falcone, allora Sindaco di Pizzo, da tanti soci del gruppo A.N.M.I. di Pizzo, intitolato a “Filippo Posca”, e da vari cittadini napitini, estimatori del valoroso Com.te Dattilo, salirono a bordo del pattugliatore, dove vennero distintamente accolti dal comandante della nave, Capitano di Corvetta Antonio Catino.  Al comandante del pattugliatore CP 903 intitolato al glorioso Luigi Dattilo, la sezione A.N.M.I. volle donare il proprio “crest” e un quadro in argento, raffigurante Pizzo, la città dove Dattilo scelse di abitare nella seconda parte della vita, e dove poi morì nel 1963. Il vicecomandante della nave, Ten. di vascello Gianluca D’Agostino, accompagnando gli ospiti visitatori, come un colto e simpatico cicerone, fornì ad essi precise informazioni sulle caratteristiche della nave e sulle principali operazioni che l’equipaggio era in grado di svolgere, grazie ai motori e alle moderne attrezzature elettroniche di cui la nave era dotata.
   Il CP 903 “Luigi Dattilo” tornò a solcare le acque antistanti Vibo Marina e Pizzo nelle giornate del 16 e 17 luglio 2011, in occasione della 18^ Festa della Gente di Mare in onore di San Francesco da Paola. Accogliendo la vibrante richiesta della Signora Carlotta e il pressante invito del Comitato organizzatore della Festa (ing. Vincenzo Davoli, Giuseppe Pungitore e Gianfranco Schiavone), il pattugliatore, che allora era comandato dal Ten. di vascello Gian Luigi Bove, attraccò la mattina di sabato 16 luglio nel porto di Vibo Marina. Accompagnando la Signora Carlotta, diletta figlia del Com.te Luigi Dattilo, nonché madrina della nave, salirono a bordo del pattugliatore: il Cpt. Fregata Luigi Piccioli, allora Com.te della Capit. Porto di Vibo Valentia Marina; il Maresc. Domenico Malerba, Com.te del Locamare di Pizzo; il Maresc. Fausto De Caria, di Francavilla Angitola, allora dirigente il Locamare di Amantea; il Ten. Col. Giovanni Legato della Guardia di Finanza, operativa  dalla base aerea di Vibo; un nucleo di soci del Gruppo A.N.M.I. di Pizzo; Giuseppe Galdoporpora della Confraternita di San Francesco da Paola, in Benincasa di Vietri sul Mare (SA) e quindi corregionale del compianto Com.te Dattilo, stabiese di nascita; il Sindaco di Francavilla Angitola, dottor Carmelo Nobile, con il Vicesindaco avv. Antonella Bartucca e con l’Ass. Angelo Curcio; il dottor Francesco La Torre con una rappresentanza della Coop. “La Voce del Silenzio” di Pizzo. Il Com.te Bove e i membri d’equipaggio accolsero con cordiale simpatia la madrina della nave, Signora Carlotta, e gli altri visitatori. Dopo i saluti di rito, il dottor La Torre, direttore del Centro di riabilitazione psichiatrica di Pizzo, consegnò al Comandante Bove un artistico mosaico, a 4 piastrelle di ceramica, raffigurante la “Nave Dattilo messa sotto la protezione di San Francesco da Paola”, appositamente realizzato dai giovani ceramisti della Coop. La Voce del Silenzio di Pizzo. Nel pomeriggio di domenica 17 luglio il pattugliatore CP 903 rese omaggio al Com.te Dattilo navigando sulle acque di Pizzo come scorta d’onore ai barconi, ai motoscafi, ai gommoni e alle motovedette che compivano la traversata in onore di San Francesco, Patrono della Gente di Mare, lungo l’itinerario dalla Marina di Pizzo fino al Lido Colamaio 2.
Nell’anno 2014 il pattugliatore CP 903, ormai fuori servizio, fu alienato dal Corpo delle Capitanerie di Porto e ceduto al Servicio Nacional Aeronaval de Panama (Centro America).
   Il 19 dicembre 2012 fu varato un moderno e più potente pattugliatore d’altura, che è stata la prima di due navi gemelle, progettate per essere le nuove “ammiraglie” della flotta della Guardia Costiera italiana; vennero costruite, una dopo l’altra, negli stabilimenti della Fincantieri a Castellammare di Stabia, città natale del Comandante Dattilo. Poiché il primo esemplare, indicato con la sigla CP 940, fu intitolato a Luigi Dattilo, nel linguaggio della Guardia Costiera si usa dire  che appartengono alla  “Classe Dattilo”. La nave gemella, designata come CP 941, è stata intitolata a Ubaldo Diciotti.
Il pattugliatore CP 940 ha avuto come madrina ufficiale la Signora Carlotta Dattilo, che, non potendo essere a Castellammare nel giorno del varo, è stata rappresentata dai nipoti Massimo Dattilo e Carla Di Marcantonio.
Ciascuno dei due pattugliatori della classe Dattilo ha le seguenti caratteristiche: - lunghezza dello scafo 94,2 metri; - larghezza 10,5 m; - dislocamento a pieno carico, 3500 tonnellate; - dotato di 2 motori diesel Isotta Fraschini, ciascuno con potenza di 2289 kW; - velocità massima 18 nodi (33 km/h); - autonomia di 3000 miglia (alla velocità di 17 nodi); - equipaggio di 41 uomini; - può ospitare max. 600 profughi. Sul pattugliatore si trova un ponte di volo, su cui si possono posare elicotteri Augusta Bell/AB 412 oppure Augusta Westland/AW 139, ed un’ampia zona poppiera dove collocare autoveicoli e containers; per accedere a tale parcheggio i veicoli varcano un largo portellone poppiero e percorrono la successiva rampa. Dotato di gru per carico e scarico e di impianto antincendio, il pattugliatore dispone di sofisticati sistemi radar per intercettare mezzi aeronavali, e per individuare macchie di inquinamento eventualmente presenti sulla superficie del mare. La nave è di norma armata con 4 mitragliatrici MG Beretta; inoltre nella zona di prora, in casi di emergenza, può essere installato un cannone OTO Melara 76/62 Super Rapido. Per controllare l’attività di navi mercantili o di natanti da pesca, sotto il ponte di volo per elicotteri sono alloggiate 4 imbarcazioni gonfiabili e a scafo semirigido, che, correndo alla velocità massima di 35 nodi, possono abbordare le unità sospette.
Come segnalato pressoché quotidianamente dai giornali e dalle reti televisive, i pattugliatori gemelli CP 940 “Dattilo” e CP 941 “Diciotti” sono stati ininterrottamente impegnati a controllare i traffici navali nel settore centrale del Mediterraneo e a fornire il loro supporto logistico in operazioni di soccorso a natanti, motoscafi e gommoni stracarichi di migranti africani o provenienti da Stati asiatici; in molte operazioni umanitarie hanno preso a bordo centinaia di scampati al naufragio, e talvolta decine di cadaveri  di persone annegate o decedute per incidenti vari. Sempre encomiabile è stato l’operato degli uomini di equipaggio e dei loro comandanti. Tuttavia, non potendo elencare tutti i loro nomi, abbiamo comunque il dovere di ringraziarli tutti quanti, e di ricordare per lo meno i nominativi di alcuni Ufficiali (Comandanti dei summenzionati pattugliatori, impegnati in operazioni di soccorso) che negli anni passati abbiamo avuto il piacere di conoscere e di incontrare personalmente. La nostra gratitudine e stima per:
-Antonio CATINO, già Capitano di Corvetta e Comandante del pattugliatore CP 903 “Luigi Dattilo” (anno 2003); attualmente Capitano di vascello, in servizio presso la Direzione Marittima Puglia e Basilicata Ionica.
-Gianluca D’AGOSTINO, Tenente di vascello e vicecomandante del CP 903 “Luigi Dattilo” nel 2003; rimase in servizio sul vecchio pattugliatore “Dattilo” fino al 2007.
A gennaio/marzo del 2012 fu impegnato nelle operazioni di soccorso alla “Costa Concordia” presso l’isola del Giglio. A fine luglio 2014 intervenne nelle operazioni di trasferimento del relitto della nave dal Giglio a Genova.
Promosso Capitano di fregata e incaricato del comando del nuovo pattugliatore CP 941 “Ubaldo Diciotti”; ha diretto molte operazioni di soccorso naufraghi nel Canale di Sicilia. Il 20/4/2016 nella Camera dei deputati, nella cerimonia in onore della Guardia Costiera, ha fornito la sua personale toccante testimonianza sulle missioni compiute dalle unità navali della Guardia Costiera italiana. Il 30/6/2016 come comandante della CP Diciotti ha prestato soccorso a centinaia di migranti naufraghi, provvedendo anche al doloroso recupero, e trasporto fino al porto di Catania, dei cadaveri di 10 donne tragicamente annegate.
-Antonello RAGADALE, di Amantea (CS). Ricordiamo soltanto alcune delle molte missioni navali svolte dal giovane Ufficiale. Come comandante della CP 408 “Mario Grabar” nel 2005 prestò soccorso a migliaia di profughi che si allontanavano via mare dall’Albania. Promosso Capitano di Corvetta, come comandante del pattugliatore CP 904 “Michele Fiorillo” (dall’ottobre 2015 al 30 settembre 2017) ha computo addirittura 73 missioni di soccorso nel Canale di Sicilia e in vari tratti del Mediterraneo centrale, percorrendo 28.900 miglia marine e soccorrendo 8900 migranti. Giustamente il 2 giugno 2017 è stato nominato Cavaliere della Repubblica Italiana. Dal 1° ottobre 2017 presta servizio come Comandante in 2^ sul moderno pattugliatore d’altura CP 940 “Luigi Dattilo”.
-Gianluigi BOVE, incontrato e conosciuto il 16 e 17 luglio 2011 a Vibo Marina, quando comandava il vecchio pattugliatore CP 903 “Luigi Dattilo”, giunto nella nostra costa per la 18^ Festa della Gente di Mare. Trasferito al comando della CP 920 “Gregoretti” è stato impegnato in diverse operazioni di controllo delle attività di pesca e in missioni di soccorso a naufraghi e migranti provenienti dalle coste africane. Nel settembre 2017, col grado di Tenente di vascello è stato nominato Comandante della Guardia Costiera di Marsala.

  Ricerche dell’ing. Vincenzo DAVOLI
                                                                                                                                      Fotografie di Giuseppe PUNGITORE

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LA  CITTA’ PERDUTA: BORGO ANTICO  DI  FRANCAVILLA ANGITOLA


Francavilla Angitola, vista dall’esterno sembra un drago addormentato ma addentrandosi nelle sue piccole strade si può godere del suo stile medioevale e, seguendole fino alla fine di ripidi pendii, dove si può ammirare un piccolo parco archeologico incastonato in un luogo da lungo tempo abitato: “Pendino”. E’ un parco archeologico dove reperti archeologici concorrono a mantenere quella eredità storica che è l’abitato di Francavilla Angitola conserva in suoi diversi ambiti; queste opere edilizie documentano momenti diversi della storia di Francavilla Angitola. Essendo fabbriche cinquecentesche andate in rovina, riutilizzate e riadattate in epoche successive. Elementi propri di un’architettura originariamente prestigiosa, come marcapiani a listello tufaceo, archi a spigoli in conci tufacei a squadro, piattabande, architravi, lesene e cornici realizzate con pietre da taglio e in alcune parti arricchite da elementi decorativi. Particolare attenzione merita la chiesa delle grazie distrutta dal terremoto e ricostruita poi tra il 1791-1793 conserva un’artistica statua della Vergine (a. 1796) opera dello scultore Vincenzo Scrivo di Serra San Bruno. Inoltre custodisce un pregevole CIBORIO ligneo opera di un artigiano locale, riccamente lavorato con fantasiose colonnine e  mirabili intarsi. Sulle alture di fronte la fontana “Fischìa” sono visibili, affacciandosi dal belvedere del parco archeologico, i resti della chiesa di San Pietro e il calvario greco. Nell’attuale sito negli ultimi anni, dopo alcuni lavori di recupero e restauro si è ricavato un piacevole ambiente che viene utilizzato per varie manifestazioni. Imponenti sono gli avanzi di tre conventi dei domenicani, dei riformati e quello degli agostiniani. Il primo si trova nella piazza principale del paese (Piazza Solari) e gli altri due fuori dal centro urbano.

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francavillatv youtube
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Ex Lsu si ai contratti


Mattina  del 4 gennaio 2018 anche il  Comune  di Francavilla Angitola ha deliberato! Un grazie dal profondo del cuore al Sindaco Giuseppe Pizzonia , al Vice sindaco Domenico Anello e a tutta la Giunta del comune di Francavilla Angitola che nonostante le perplessità iniziali alla fine ha deciso di prorogare il contratto per il 2018...assumendosi le proprie responsabilità... Il Sindaco ha sottoscritto l’accordo che prevede la deroga per un altro anno dei 9 Lsu in organico, una volta constatato la copertura finanziaria, per non esporre i firmatari dei decreti a future accuse di danno erariale come prevedono le vigenti norme in materia.  Per Lavori Socialmente Utili (LSU) si intendono le attività che hanno per oggetto la realizzazione di opere e la fornitura di servizi svolte mediante l'utilizzo dei soggetti percettori di sostegni al reddito, quindi in stato di svantaggio nel mercato del lavoro (disoccupazione, mobilità, cassa integrazione guadagni straordinaria) che, in questo modo,  sono impiegati a beneficio di tutta la collettività. In una nota di rassicurazioni del governatore Oliverio, ieri sera, è giunta dall’ufficio stampa della Giunta regionale sulla contrattualizzazione Lsu/Lpu. In merito alla Legge n. 147/2013, che stabilisce il processo di contrattualizzazione a tempo determinato per cinquemila Lsu/Lpu calabresi e la proroga dei termini dei contratti per il 2018, al fine di tranquillizzare ulteriormente i sindaci e garantire il lavoro a quanti sono interessati, il presidente della Giunta regionale, Mario Oliverio, ha diffuso una ulteriore nota integrativa il cui testo è il seguente: “Facendo seguito alle note Prot. Siar n. 398046 del 22/12/2017 e Prot. Siar n. 400934 del 28/12/2017, si ribadisce la volontà della Regione ad assumere le iniziative necessarie alla costruzione di percorsi coerenti con le vigenti disposizioni legislative, anche attraverso l’apertura di un confronto con i Ministeri competenti ed una proposta di Legge che la Giunta regionale proporrà per l’approvazione al Consiglio, con l’obiettivo di incentivare il pre-pensionamento ed ipotesi di mobilità territoriale a favore dei lavoratori contrattualizzati, tenendo conto delle specifiche condizioni dei comuni e degli enti interessati”.

4-1-2018

CONCERTO DI NATALE


Martedì 2 Gennaio  2018,  L’AMA CALABRIA insieme   all’Associazione Musicale "FILAGRAMMA" diretta da Maria Rosa  Capomolla   di Filadelfia,  con  lo scopo di promuovere la produzione, la conoscenza, la diffusione dei valori culturali a carattere musicale. In collaborazione con l'Amministrazione Comunale di Francavilla Angitola guidata dal Sindaco  Giuseppe Pizzonia, erano presenti il Vice Sindaco Domenico Anello, l’Ass. alla Cultura Armando Torchia.  Hanno  Presentato un bellissimo concerto di Natale  “Jazz&Christmas songs”   del  nuovo gruppo  “Filagramma Jazz 6tet”,  composta da Ferruccio Messinese, piano; Francesco Gugliotta , sax baritono; Vito Procopio, sax contralto;Giuseppe Gugliotta, basso, Daniele Raspa,sax tenore; Carmelo Pellegrino, drums. gruppo  costituitosi  in questi giorni, che per la prima volta si e’ esibito in un concerto al pubblico,  mostrando la sua bravura  proprio   nella  nostra chiesa di San Foca Martire  a Francavilla Angitola. Seguito da numerose persone  che hanno apprezzato non solo i brani tipicamente jazzistici ma anche le tradizionali melodie natalizie arrangiate i versione jazz.

IL VICE SINDACO DOMENICO ANELLO

PRIMA PAGINA.COm -  ANNO 2017

Rappresentata la Natività

di DARIO CONIDI

---   L’amministrazione comunale guidata dal sindaco Giuseppe Pizzonia ha voluto riproporre il Presepe vivente per far rivivere la Natività di Nostro Signore. Il Presepe vivente si è svolto lo scorso 27 dicembre fra i meravigliosi ruderi di Pendino che hanno fatto da splendida cornice. L’interessante iniziativa si è avvalsa della collaborazione, oltre che dall’amministrazione comunale guidata da Pizzonia, anche di numerosi cittadini che si sono prodigati dando vita a questa suggestiva rappresentazione sacra.
Dunque, in ogni angolo delle rovine di Pendino si è dato vita a un ambiente diverso come la reggia di Erode, i venditori ambulanti, le donne al lavatoio, la falegnameria, la “bettola”, il calzolaio, il forno, la capanna  con i personaggi della Natività. Ciò che ha colpito il numeroso pubblico intervenuto non è stata solo la capacità di chi si è speso per dare vita a questa bella iniziativa, ma anche il modo in cui è stato predisposto il Presepe vivente per il fatto che si è riusciti a radunare, in ogni scena, oggetti e arnesi ormai scomparsi e che sono stati essenziali allo svolgimento della vita quotidiana del lavoro degli artigiani.
Nel corso della manifestazione, è stata anche inscenata la visita dei tre Magi al “Divino bambinello” seguita da quella dei pastori. Una rappresentazione suggestiva che ha visto protagonisti centinaia di francavillesi che, magistralmente, si sono immedesimati in tutti i ruoli richiesti da questa rappresentazione sacra e ammirati dal numeroso pubblico intervenuto. Per l’ottima riuscita della manifestazione non sono mancate le congratulazioni ai numerosi “attori” che, con entusiasmo, hanno “interpretato” i vari ruoli a loro assegnati.
Il sindaco Giuseppe Pizzonia commentando e complimentandosi per l’iniziativa, ha inteso riaffermare la sua «piena e totale collaborazione dell’amministrazione verso tutte quelle iniziative che si intendono adottare per migliorare e rilanciare la cultura che, potrebbe essere un buona occasione per aggregare, non solo dal punto di vista locale». Ancora, la serata è stata allietata da musiche natalizie e da degustazioni di prodotti gastronomici tipici che vengono preparati proprio nel periodo di Natale.  

il Quotidiano del Sud - 29/12/2017    

FOTO DI FRANCESCA DE LIGUORI

Auguri natalizi

--- Francavilla Angitola (VV) 21 dicembre 2017. L'Ammiraglio Francesco Ciprioti - Vice Presidente della Sezione Calabria del Nastro Verde , illustre esponente della Capitaneria di Porto e Guardia Costiera di Catona (Reggio Calabria), in occasione dello scambio di auguri natalizi 2017 - 2018 ha consegnato all'Avv. Giuseppe PIZZONIA - Sindaco del Comune di Francavilla Angitola ( VV ) - il Calendario Storico Mauriziano 2018.

 

RECUPERO CENTRO STORICO : L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI FRANCAVILLA INCONTRA IL POLITECNICO DI MILANO

ARTICOLO DI VITO CARUSO

Nei giorni 6 e 7 di dicembre, il Prof. arch. Antonello Boatti, del dipartimento di architettura e pianificazione del politecnico di Milano, accompagnato dagli architetti Silvia Paolini e Maria Polimene, ha effettuato una visita nel nostro paese, con l’intento di raccogliere dati ed informazioni per poter realizzare un master plan (studio di base generale) per il comune di Francavilla Angitola ed in particolare per il recupero urbanistico ed abitativo del borgo di Pendino.
 la delegazione e’ stata accolta  con favore e con grande interesse dal sindaco avv. Giuseppe Pizzonia e dalla giunta. All’incontro era presente anche il Dr. Vito Caruso, nato a Francavilla Angitola e residente a Milano da molti anni, che ha promosso  e sostenuto l’iniziativa, dopo aver organizzato diversi incontri preparatori presso la facoltà di architettura del politecnico di Milano.
 Dopo un incontro preliminare in comune, e’ stata compiuta una visita di tutte le vie del paese per valutare da vicino lo stato del patrimonio abitativo, delle strade e dei servizi principali. in ogni punto si sono fatte valutazioni