Benvenuti nel sito di Giuseppe Pungitore, dell'ing. Vincenzo Davoli, di Mimmo Aracri ed Antonio Limardi, punto d'incontro dei navigatori cibernetici che vogliono conoscere la storia del nostro meraviglioso paese, ricco di cultura e di tradizioni: in un viaggio nel tempo nei ruderi medioevali. Nella costruzione del sito, gli elementi che ci hanno spinto sono state la passione per il nostro paese e la volontà di farlo conoscere anche a chi è lontano, ripercorrendo le sue antiche strade.

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 NEWS ANNO 2022

 

IL  RESTAURO  DEL  TABERNACOLO  DELLA  CHIESA
MADONNA DELLE  GRAZIE – FRANCAVILLA  ANGITOLA

Alle ore 18,30 di domenica 24 luglio ’22 è stato presentato e illustrato ai cittadini convenuti nella chiesa della Madonna delle Grazie (seconda parrocchia di Francavilla) l’intervento di restauro dell’antico tabernacolo ligneo collocato sull’altare maggiore della suddetta chiesa. Il restauro del Tabernacolo è stato eseguito dal trio di Maestri restauratori: Rosario Columbro, Mary Marra e Gerardo Santaguida. Già negli anni passati (2015-2016) la comunità francavillese aveva apprezzato l’operato di questa équipe di artisti vibonesi, che allora avevano provveduto a restaurare la secentesca tela della “Circoncisione di Gesù”, quadro che si conserva nella chiesa del Rosario.
   Domenica 24 luglio, alla cerimonia di presentazione del manufatto sacro, previamente restaurato nel loro laboratorio vibonese, e quindi opportunamente ricollocato sull’altare maggiore della chiesa delle Grazie, sono intervenuti i tre restauratori del Tabernacolo. Il parroco, arciprete don Giovanni Tozzo, non si è limitato a porgere i consueti saluti di benvenuto alle autorità e a tutti i presenti, ed a presentare i tre artefici del restauro, ma nella sua prolusione particolarmente dettagliata ha fornito dati sulla storia del manufatto e soprattutto ha insistito sul significato fondamentale che ogni “tabernacolo” assume nella liturgia eucaristica, momento centrale e culminante di ogni celebrazione o funzione sacra. Riportiamo qui allegata la prolusione di don Giovanni Tozzo.
   Dopo la prolusione del parroco, ha preso la parola il Maestro Rosario Columbro; con l’ausilio di foto e diapositive proiettate su di uno schermo, il M° Columbro ha illustrato visivamente le varie fasi delle delicate operazioni di restauro, a partire dalle fotografie che ritraevano le pessime condizioniin cui si trovava il manufatto sacro, prima di procedere al restauro. Ha poi descritto gli interventi di pulitura, di asportazione croste, macchie, funghi, vernici, colori e altri materiali maldestramente applicati al manufatto ligneo in occasione di precedenti interventi improvvisati e approssimativi. Il progressivo e grave deterioramento del Tabernacolo è stato accentuato dalla forte umidità e dalla polvere, dalla azione di insetti e organismi xilofagi, micidiali per ogni manufatto in legno. Ad assestare il colpo di grazia all’antico Tabernacolo è stata la scelta infelice di legare strettamente i suoi fianchi lignei alle parti murarie dell’altare inserendovi spessori in polistirolo; ma il polistirolo, stretto contro il legno del Tabernacolo, impediva la circolazione dell’aria attorno al manufatto e soffocava il respiro naturale del legno, favorendo il ristagno dell’umido, della polvere e di altri agenti patogeni. Per ovviare a questi gravi inconvenienti i restauratori hanno escogitato la soluzione di ricollocare il Tabernacolo restaurato, ponendolo sull’altare maggiore, ma lasciandolo aperto sia sul retro, sia sui due fianchi, in modo da favorire la circolazione dell’aria e facilitare l’ordinaria pulizia di tutte le parti in vista del sacro manufatto ligneo.
   Al termine della presentazione “tecnica” esposta dal M° Columbro, don Giovanni Tozzo, in qualità di Parroco-Curato e a nome dellacomunità da lui guidata, ha espresso ai tre Maestri vibonesi, Columbro, Marra e Santaguida, il plauso dei Francavillesi per il restauro particolarmente accuratodell’artistico, prezioso Tabernacolo, custodito nel nostro paese da quasi quattro secoli.
                                                                                                                    Vincenzo DAVOLI

PRESENTAZIONE DEL TABERNACOLO SEC. 1600
DELLA CHIESA DELLA GRAZIA  FRANCAVILLA ANGITOLA
DON GIOVANNI B. TOZZO

Buona sera a tutti voi presenti, qui intervenuti per vivere questo momento di condivisione e di comunione, in occasione della presentazione del tabernacolo di questa chiesa (riedificata c.ca 1793), dopo i lunghi e delicati lavori di restauro che lo hanno riportato allo stato originario, Il tempo logora e consuma anche le cose, quando non sono ben custodite e lasciate all’usura degli agenti esterni e ambientali. Notizie storiche certe di questo manufatto non ne abbiamo. Memoria e studi locali lo attribuiscono proveniente dal convento dei PP. Riformati (1621) che dopo il terremoto del 1783, abbandonati i locali dei tre conventi esistenti sul territorio e in seguito alle legislazioni emanate dal governo napoletano contro gli ordini religiosi, ci fu la dispersione e il depauperamento dei beni artistici, degli archivi e biblioteche, conservati nei tre siti religiosi. Esiste però una sola indicazione in merito ed è una richiesta del parroco Raffaele Cambria di Filadelfia, rivolta nel 1811 all’Intendente della Provincia al fine di ottenere «il coro, altarino di legname, Crocifisso e sacri arredi» dei Riformati, «per uso e commodo» della chiesa di s. Barbara in Filadefia (dal libro “Francavilla Angitola — Ricerche e documenti” di Foca Accetta). La richiesta non abbiamo notizie se ebbe seguito o se fu accolta. «L’altarino di legname» di cui si fa cenno, era forse il tabernacolo che abbiamo noi oggi? E’ probabile.                                                          
Il tabernacolo è un’edicola o nicchia chiusa in cui, nelle chiese cattoliche, si custodisce una pisside con l’Eucarestia, con lo scopo principale di recarla a quanti ammalati e anziani, sono impossibilitati a partecipare alle celebrazioni comunitarie. E’ da qui che nasce fin dai primissimi secoli, l’esigenza di conservare le specie eucaristiche, che esprimono inoltre questo non secondario permanere della presenza sacramentale di Gesù nel segno del pane, fuori della s. Messa, I primissimi giorni della Chiesa ancora nascente, era solito a fine celebrazione inviare con i Diaconi le specie eucaristiche consacrate in quella celebrazione, agli inabili alla partecipazione. Certamente segno essenziale di «comunione» con le membra sofferenti della Chiesa, ma anche il modo attraverso cui si afferma e si ritrova la nostra fede nel permanere oltre la celebrazione del Mistero del Corpo e del Sangue di Gesù, che esprimiamo poi solennemente, nella processione appunto del «Corpus Domini». Da questa esigenza poi nel tempo, nasce e si sviluppa la cura e la bellissima pratica del culto eucaristico fuori della s. messa, con adorazioni eucaristiche pubbliche, più o meno solenni, adorazioni private da parte dei fedeli nelle chiese, che porteranno sicuramente ad un certo intimismo (l’eucaristia è celebrazione corale di tutta la Chiesa, che celebra questo mistero sul comando espresso dal Signore Gesù nell’Ultima Cena, prima di affrontare la sua passione e morte e contenuto nelle sue parole: “fate questo in mia memoria, ogni volta che ne mangiate”, ma che rafforzavano la fede in questo permanere della presenza sacramentale di Gesù nel segno del pane eucaristico. Di queste devozioni si sono nutrite intere generazioni di Santi e di cristiani, trovando nel Mistero eucaristico la fonte di ogni spiritualità, conforto in ogni tribolazione e nutrimento per le proprie anime, dialoghi interminabili e brucianti di amore e riverenza (basti ricordare le appassionate preghiere di s. Alfonso M. De Liguori e di s. Tommaso d’Aquino) per questo Sacramento che è centrale in tutta la vita della Chiesa, insieme alla pia pratica della “comunione spirituale”, spesso fatta centinaia di volte dai grandi santi, che esprimevano il desiderio e la volontà di unirsi realmente a Gesù, anche se in quel momento non era possibile non essendoci celebrazione, ma credendo fermamente insieme alla fede della Chiesa che Gesù era lì presente anche se sacramentalmente. Il tabernacolo inoltre richiama quel Tabernacolo vivente che è stato il grembo verginale di Maria SS. la gran Madre di Dio, che ha portato, custodito e nutrito con il suo stesso sangue il Figlio di Dio, che ha posto in lei la sua dimora materiale prima di venire al mondo. Oggi ahimé, forse in maniera troppo frettolosa, abbiamo messo un po’ da parte queste pratiche, ritrovandoci con una fede inaridita, priva di slancio ed entusiasmo di sorta.
Fatta questa doverosa introduzione, noteremo come il tabernacolo, è il cuore stesso di ogni Chiesa. Se un tempo era posto al centro della chiesa, era per indicare come l’Eucarestia occupi il posto centrale non solo nella Chiesa-Tempio, ma anche nella nostra stessa vita, punto di riferimento forte ed essenziale della comunità dei credenti. Oggi, con la nuova liturgia conciliare, è ormai prassi separare e mettere da parte il tabernacolo con le specie eucaristiche, con la volontà pur buona di voler distinguere le due mense: quella della Parola e quella dell’Eucarestia. Nella “Sacrosantum Concilium” documento conciliare che norma la nuova riforma liturgica del 1965, vi leggiamo: «Nella celebrazione della Messa sono gradualmente messi in evidenza i modi principali della presenza di Cristo nella Chiesa. E’ presente in primo luogo nell’assemblea stessa dei fedeli riuniti nel suo nome; è presente nella sua parola, allorché si legge in chiesa la Scrittura e se ne fa il commento; è presente nella persona del ministro; è presente infine e soprattutto sotto le specie eucaristiche: una presenza, questa, assolutamente unica, perché nel sacramento dell’Eucarestia vi è il Cristo tutto intero, Dio e uomo, sostanzialmente e ininterrottamente. Proprio per questo la presenza di Cristo sotto le specie consacrate viene chiamata reale, non per esclusione, come se le altre non fossero tali, ma per antonomasia. Ne consegue che, per ragione del segno, è più consono alla natura sacra della celebrazione che sull’altare sul quale viene celebrata la Messa non ci sia fin dall’inizio, con le  specie consacrate conservate in un tabernacolo la presenza eucaristica di Cristo: essa infatti è frutto della consacrazione, e come tale deve apparire.». Questa disposizione, tuttavia, ha provocato difficoltà in quanto il Santissimo Sacramento è stato posto in linea con le devozioni e così privato della sua centralità e della sua unicità. In molte chiese il grande tabernacolo dell’altare maggiore rimane ancora vuoto e il Santissimo Sacramento giace in un tabernacolo laterale e dimesso. Ciò ha contribuito certamente al collasso della pietà eucaristica nei fedeli e ha ridotto la portata dogmatica dell’Eucarestia e la sua assoluta preminenza nella Chiesa. Si capisce quindi il perché dell’emendamento introdotto nel 2000 nell’Ordinamento Generale della terza edizione del messale romano, che recita: «Conviene quindi che il tabernacolo sia collocato, a giudizio del vescovo diocesano: a) o in un presbiterio, non però sull’altare della celebrazione, nella forma e nel luogo più adatti, non escluso il vecchio altare che non si usa più per la celebrazione; b) o anche in qualche cappella adatta all’adorazione e alla preghiera privata dei fedeli, che però sia unita strutturalmente con la chiesa e ben visibile ai fedeli» (n° 315).
Ricordiamo come in ogni chiesa, la presenza dell’Eucarestia è indicata da sempre con l’accensione accanto al tabernacolo di una lampada perpetua, che arde notte e giorno quasi come la “preghiera incessante a Dio” e il costante riferimento a questo straordinario Mistero del cuore di ogni credente che si reputi tale. Un tempo la porticina dì esso era ricoperta da una tendina chiamata “conopeo”, che assumeva i colori liturgici del tempo o del giorno: bianco, verde, rosso o viola, a seconda che si trattasse di una festa, del tempo ordinario, di un martire o del tempo di avvento e quaresima. Dopo il Concilio Vaticano Il il suo uso è stato reso facoltativo, anche se possiamo trovarlo ancora in qualche posto. Come la lampada la sua presenza vuole appunto indicare la presenza del SS. Sacramento, ma è anche un richiamo, sebbene con fini diversi al “velo” del Tempio di Gerusalemme, che separava il Santo dei Santi la parte più intima e sacra del Tempio, da tutto il resto e che solo al Sommo sacerdote una volta l’anno era lecito oltrepassare per motivi cultuali. Così il tabernacolo è il centro vitale stesso di ogni chiesa. Una chiesa senza tabernacolo è una chiesa morta, senza il motore o spirito che la anima e la rende viva, pur prestandosi alla preghiera e al silenzio raccolto e devoto. “Tabernacolo”, dalla parola latina “tabernaculum”, cioè “tenda”, da cui “taberna”, ossia “casetta composta di tavole di legno”, può essere in realtà composto di diversi materiali: legno, marmi policromi, metalli più o meno pregiati. Nei secoli ha acquisito una tale importanza da assumere forme anche monumentali, come può capitare di vedere in certe chiese come per esempio a Colonia, solitamente gotiche ma spesso anche altrove in chiese barocche. La costante è sempre questa centralità che impone attenzione, devozione e riverenza, rispetto: non è lontano (ma sempre in vigore il tempo in cui appena entrati in una chiesa si genufletteva davanti al tabernacolo sempre al centro della navata principale sull’altare, in ossequio  adorante a quella divina presenza, viva ed efficace del SS. Sacramento. Anzi, entrando si cercava proprio quella lampada accesa come un vero FARO, per non mancare di genuflettere e riverire quella sacra e divina silenziosa Presenza, il che sarebbe stato segno di trascurata e disdicevole indifferenza, segno sicuro di mancanza di fede e del senso della Chiesa. Non è forse vero che oggi moltissimi hanno perso questo riferimento essenziale, girando a cercare e salutare le effigi di tutti i Santi, peggio entrando in chiesa distratti e chiacchierando ma di Gesù Eucarestia neanche si preoccupano o si accorgono? Lui resta sempre il «Deus absconditus», presente ma sempre silenzioso, umile, e discreto, Cuore palpitante di Dio che brucia di Amore per ciascun uomo e nel quale nessuno è mai dimenticato né disprezzato, fosse anche il peggiore degli uomini.

I primi secoli
All’origine nelle case esisteva un luogo dove si conservava con circospezione e cura quel Pane santo, segno di quell’adorazione intima e profonda che già s. Paolo esigeva (iCor 11,28-29) e che s. Agostino ribadiva: «Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo (Enarrationes in Psalmos»>. Le specie eucaristiche a fine messa venivano distribuite ai fedeli che le custodivano gelosamente entro piccoli vasi di creta, di argento o di oro e che portavano a casa per nutrirsene quando ne avevano bisogno. Da uno scritto di s. Cipriano conosciamo l’esistenza di questo culto domestico e che chiamava appunto questi vasi arca o arcula. Anche i sacerdoti avevano facoltà di tenere in casa l’Eucarestia, per poterla portare agli ammalati. Dal sesto secolo, dopo la pace costantiniana, cessa questo uso domestico e si stabilì la prassi di conservare nelle chiese le specie eucaristiche, che quindi dovevano avere un luogo per la conservazione dell’Eucarestia sempre più necessario, che veniva chiamato «Pastoforio» in Oriente e «Sacrarium» in Occidente, attiguo al presbiterio. Ma abbiamo testimonianze anche in s. Ambrogio che chiama quei piccoli vasi encolpia o encolpium. E la Chiesa è sempre stata giustamente gelosa di questo dono che intende circondare di affetto, tenerezza, arte, splendore e preziosità. Mai nulla è troppo per l’Eucarestia perché mai troppo è per Gesù.
Il Medioevo
 Dopo il IX sec., in seguito alla prescrizione di conservare la pisside eucaristica sull’altare si andò affermando la necessità di racchiuderla per sicurezza, entro un contenitore chiuso che alla fine del XIII sec. viene detto «Propitiatorium». Si trattava in questo caso, di un tabernacolo piccolo e mobile che venne adottato soprattutto in Francia ed in Italia. All’inizio del XII sec. compaiono i tabernacoli murali, molto frequenti dal XIII al XV sec., soprattutto in Italia e Germania. Si trattava di edicole incassate nel muro vicino all’altare, con uno sportello munito di serratura decorato da una mostrina, generalmente di marmo, con raffigurazioni a rilievo allusive all’Eucarestia. Alla fine del XIV sec., nel nord Europa si diffonde l’uso di strutture architettoniche verticali, dette edicole del Sacramento, erette a fianco dell’altare, munite di una grata attraverso la quale era visibile l’ostia consacrata posta in un ostensorio; l’uso molto radicato si mantenne sino al XVIII sec. In Italia possono considerarsi vicini a questi esempi nordici i tabernacoli isolati su alto fusto di cui ne esistono vari esempi e che nelle cattedrali e collegiate, erano collocati nelle apposite cappellette dette del SS. Sacramento, mentre negli altri casi, si trovavano sull’altare maggiore.
Dal Rinascimento ad oggi
Alla metà del XVI sec., il vescovo di Verona, Gian Matteo Giberti (1524-1543) introdusse l’uso del tabernacolo eucaristico fisso al centro dell’altare, chiuso da una solida serratura per evitare furti sacrileghi. Questa prassi si diffuse rapidamente in tutta l’Italia settentrionale; fu accolta anche a Milano da san Carlo Borromeo (1564- 1584), e quindi a Roma, dove Paolo IV (1555-1559) e Paolo V (1605-1621) lo imposero nella Diocesi romana, raccomandandolo anche altrove.
I tabernacoli a muro, non più adibiti a custodia per la riserva eucaristica, furono impiegati per riporre i vasetti degli oli santi (spesso tenuti in maniera indebita
come... oggetti, in qualche armadietto di sacrestia...!). Nell’Europa settentrionale, invece, l’adozione del tabernacolo sull’altare fu più lenta, mantenendo a lungo l’uso di quelli di tipo murale e delle edicole eucaristiche.
 Nel 1863 un decreto della Congregazione dei Riti vietava ogni tipo di custodia del Santissimo Sacramento che non fosse il tabernacolo al centro dell’altare maggiore, limitando solo alle cattedrali e alle collegiate l’apposita Cappella del Sacramento
che, pur distinta dalla navata principale, ne era tuttavia collegata, e con la sua preziosità e sacralità veniva ad essere il Sancta Sanctorum della chiesa stessa. Il tabernacolo doveva, inoltre, essere inamovibile (come confermato dalla Sacra
Congregazione dei Riti, il 26 maggio 1938) e non coperto da altri arredi (carte gloria, vasi sacri o reliquari); al di sopra si poteva solo mettere la croce d’altare oppure, temporaneamente, il tronetto per l’esposizione eucaristica.

Subito dopo il Concilio Vaticano II, con la riforma liturgica, molte chiese per aggiornarsi alle nuove regole conciliari: messa celebrata rivolti al pubblico il cui ruolo viene ora valorizzato come assemblea che con-celebra e ha parte attiva nelle celebrazioni; maggiore risalto all’altare della celebrazione come mensa e luogo della celebrazione eucaristica e su cui non doveva essere presente l’Eucarestia prima della nuova celebrazione, per dare preminenza alla nuova celebrazione; mensa della Parola rappresentata dall’ambone dal quale si proclama la Parola, avevano optato di porre sulla mensa della celebrazione un tabernacolo mobile, solitamente in metallo dorato e spesso riccamente decorato con smalti e argento che richiamavano sempre i motivi e i simbolismi eucaristici. Ovviamente anche questa fu una scelta provvisoria, perché la nuova liturgia prevedeva un Tabernacolo fisso e separato dalla mensa della celebrazione, più spesso collocato dilato alle spalle della mensa della celebrazione, diventando non più una parte del presbiterio, ma un luogo separato ove era possibile la preghiera e l’adorazione personale, ma più ancora luogo per riporre le specie eucaristiche per gli ammalati e per quanti non possono partecipare perché impediti, alla celebrazione comunitaria. Con il tempo questi tabernacoli scomparvero per dare spazio a qualche altare laterale -ovviamente dove era possibile - provvisto appunto del luogo per la riposizione, mentre nelle chiese di nuova costruzione esso veniva già previsto completamente separato dalla mensa, in una cappelletta per l’adorazione, spesso del tipo a muro, oppure alle spalle della mensa eucaristica, sempre del tipo a muro o poggiato su di una colonnina generalmente di marmo.
Comunque sia, il tabernacolo, di marmo o di metallo, di legno odi altra materia, più o meno grande ed evidente, è sempre un richiamo alla preghiera, all’adorazione, all’attenzione a quel Dio che ha voluto nascondersi sotto i veli del pane e del vino, per rimanere sempre accanto a noi con la sua presenza salvante e vivificante. Forse oggi una società frettolosa e distratta, sempre alla ricerca di un maggior benessere e di distrazione, che esalta e cura eccessivamente l’immagine e ciò che appare evidente, ha dimenticato il silenzio adorante, la contemplazione, la meditazione, la preghiera, a cui invece da sempre il tabernacolo, segno di questa presenza viva e discreta di Dio, invita e ci indica.
 A conclusione è doveroso un ringraziamento intanto ai restauratori Rosario Columbro, Mary Marra e Gerardo Santaguida che hanno condotto i lavori; la ditta Leonardo Teti da Pizzo che ha eseguito la modifica necessaria dell’altare per l’alloggiamento del tabernacolo; e a quanti hanno contribuito con le loro offerte, a realizzare questo restauro importante costato 4000 € e che diventa un pregio per il nostro paese, ma che soprattutto ci dà occasione e modo di rimettere al centro della nostra vita cristiana, Colui che è fonte, origine e compimento della nostra fede: Gesù Cristo morto e risorto che continua a rimanere realmente vivo e operante, sempre presente fra di noi sotto i segni eucaristici.
DON GIOVANNI B. TOZZO

 

Festa di Santa Maria di Monserrato - Vallelonga 2022


Una festa che unisce e rievoca momenti intensi di fede per la Madonna di Monserrato, che si svolge ogni anno, la seconda domenica di luglio. La festa è preceduta da una lunga veglia di preghiera, e molti pellegrini, vengono a piedi da tutta la provincia. Un tempo i francavillesi devoti alla Madonna, legati all’ obbligo di soddisfare qualche voto, rimanevano tre giorni, a Vallelonga da giovedì a domenica, dormendo in chiesa o nel vicino boschetto. Essi percorrevano in ginocchio la navata centrale fino alla Sacra effigie; altri lo facevano strisciando la lingua sul pavimento. Il momento di più intensa commozione della processione si ha quando la statua della Vergine viene portata in spalla nel vicino boschetto, sotto una grande quercia, detta della Madonna. Qui la processione si ferma; cala il silenzio. E" il momento in cui la Madonna prende possesso del paese. Il nome Monserrato ci porta a Barcellona, su una montagna con le cime a forma di denti di sega; qui fu rinvenuta l’immagine antica della Madonna. Era stata nascosta su questa montagna, per evitare che venisse portata via durante l’invasione dei mori, e poi fu ritrovata da un pastore, sconvolto dal suono divino e da una luce misteriosa che usciva da una grotta. Da allora, furono creati in tanti parti del mondo diversi luoghi di culto, in onore dell’immagine miracolosa della Vergine di Monserrato.
09 luglio 2022

IL “CORPUS DOMINI”  19 GIUGNO 2022

Il “Corpus Domini” è una delle principali, se non la più importante, solennità dell’anno liturgico della Chiesa cattolica; è risaputo che per la comunità di ogni paese la “processione eucaristica” costituisce il momento culminante di tale celebrazione religiosa, poiché vi vengono coinvolte le varie fasce della popolazione. Infatti, in ordine di età, vi partecipano neonati portati in braccio dalle loro mamme e bambini sulle carrozzelle; i ragazzi, che nelle domeniche precedenti hanno ricevuto la Prima comunione, vi sfilano, come protagonisti principali, indossando le loro candide vesti; e poi i giovani e gli adulti (femmine e maschi); senza dimenticare gli anziani che, impediti a intervenire nella processione, si accostano a finestre o portoni per poter quanto meno sbirciare con i loro occhi il passaggio del Santissimo, racchiuso nella teca vetrata dell’ostensorio eucaristico. Ribadita la speciale importanza teologica, religiosa e comunitaria della solennità del “Corpus Domini”,ora in questo resoconto, corredato di molte fotografie, vogliamo sottolineare le caratteristiche della processione del 19 giugno 2022 a Francavilla Angitola.
L’arciprete Don Giovanni B. Tozzo ha recato con le sue mani l’ostensorio eucaristico e, fermandosi presso gli “altarini”, mirabilmente allestiti e addobbati in alcuni punti particolari del paese, ha proceduto alle Benedizioni “rionali”. Come è consuetudine, dietro al Santissimo procedevano il Sindaco avv. Giuseppe Pizzonia, con gli assessori e consiglieri comunali, e con il gonfalone portato da Gianfranco Schiavone. Particolarmente bella, variegata e suggestiva è stata l’infiorata del Corpus Domini 2022; numerose signore, tante ragazze e diversi uomini abitanti in paese o nelle contrade rurali, lungo tutto il percorso dalla processione hanno realizzato una policroma successione di artistici quadri.                                                                                                        
Testo di Vincenzo Davoli
 Fotografie di Giuseppe Pungitore

 

ELEZIONI A FRANCAVILLA ANGITOLA CONFERMATO IL SINDACO USCENTE AVV. GIUSEPPE PIZZONIA

Delusione e amarezza nel gruppo a sostegno di Carmelo Nobile, battuto nuovamente da Pino Pizzonia alle amministrative di Francavilla Angitola. Le aspettative erano differenti e pesa come un macigno il distacco tra le due liste. I voti per il sindaco uscente sono stati 673 pari al 57,52 %, mentre Carmelo Nobile si è fermato a 497 e il 42,48%. Alle urne si sono recati in 1204 per una percentuale del 53,42%. Le schede bianche scrutinate sono state 8 mentre le nulle 26.
Pino Pizzonia con la lista “Lavoriamo per Francavilla uniti si può” ha ottenuto 7 seggi, 3 la lista contrapposta. Di seguito le preferenze ed i candidati eletti (in neretto)

Lavoriamo Per Francavilla

Antonio Caruso 118, Giuliana Caruso 71, Francesco Conidi 90, Anna Fruci 33, Rosario Giampà 31, Foca Antonio Lazzaro 47, Vittoria Manduca 58, Maria Teresa Niesi 15, Gregorio Torchia 76, Bruno Galati 81.

“Democrazia e progresso”

Candidato sindaco: Carmelo Nobile
Vito Bartucca 11, Angelo Curcio 56, Francesco Curcio 46, Vittoria Fiumara 97, Veronica Giampà 50, Emanuele Malta 36, Giuseppe Mazzotta 58, Vincenzo Serrao 38, Giovanni Serratore 50, Vincenzo Umbro 16.

 

25 APRILE – FESTA DELLA LIBERAZIONE
I MARTIRI CALABRESI DELLE FOSSE ARDEATINE

Il 24 marzo 1944, alle Fosse Ardeatine, antiche cave di pozzolana presso la via Ardeatina di Roma, 335 persone tra militari e civili italiani, compresi pochi ebrei stranieri allora presenti a Roma, furono trucidati dalle truppe tedesche come rappresaglia per l’attentato partigiano di via Rasella. L’esecuzione venne compiuta sparando un colpo di pistola alla nuca di ciascun “condannato”. Purtroppo tra le vittime vi furono anche 5 d’origine calabrese, che qui di seguito brevementericordiamo.
BENDICENTI Donato Federico Maria nacque il 18-10-1907 a Rogliano (CS) da Giacinto e da Leonetti Adele. Donato apparteneva ad un’agiata famiglia della borghesia; suo padre Giacinto, che era farmacista, instillò nel figlio giovinetto ideali di democrazia e di libertà. Donato studiò giurisprudenza all’università di Roma e vi si laureò. Una volta laureato, rimase nella capitale per iniziare ad esercitare la professione d’avvocato; a Roma conobbe e sposò Elisa Tedeschi. Dalla loro unione nacquero due figli, prima una femmina, poi un maschio, a cui furono dati i nomi dei nonni paterni, cioè Adele e Giacinto. Sebbene fosse sistemato a Roma, l’avvocato Bendicenti mantenne sempre stretti contatti con Rogliano e Cosenza, dove spesso soggiornava, soprattutto nelle vacanze estive.
Vivendo a Roma, Donato prese a frequentare ambienti della Sinistra e aderì al partito comunista. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 entrò in contatto con esponenti della Resistenza e divenne partigiano nella banda romana del Trionfale, comandata da un compaesano, il colonnello Stanislao Vetere di Rogliano. Bendicenti diventò di fatto un alto dirigente del PCI; nella sua abitazione romana, in via dei Gracchi 195, si riunì sovente la direzione clandestina del partito. Proprio in quella casa, il 3 marzo 1944, c’era stato un breve incontro a quattro dell’avv. Bendicenti con Giorgio Amendola, Mauro Scoccimarro e Giacomo Pellegrini (dirigenti clandestini, che nel dopoguerra sarebbero divenuti tutti e tre parlamentari del PCI). Sennonché pochi minuti dopo che quella riunione si era sciolta ed i tre ospiti allontanati, irruppero in casa alcuni fascisti della squadra speciale del questore Pietro Caruso; catturaronoBendicenti, lo rinchiusero nel carcere segreto di via Principe Amedeo (pensione Oltremare), lo sottoposero a lunghi interrogatori e lo seviziarono (senza che il partigiano-avvocato rivelasse alcunché). Il 24-3-1944 l’avv. Donato Bendicenti fu barbaramente ucciso alle Fosse Ardeatine. I suoi miseri resti sono stati ricomposti nel sacello n. 185 del Mausoleo allestito alle Ardeatine.
Come da decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 133 del 6-6-1958 alla memoria di D. Bendicenti fu conferita la Medaglia d’argento al valor militare. Cosenza e Rogliano gli hanno intitolato una via.
BUCCIANO Francesco, di Alfonso e di Amelia Zigari, era nato a Castrovillari (CS) il 5-8-1894. Nei registri della Resistenza viene presentato come Franco Bucciano, Ufficiale di fanteria e veterano di due guerre, quella libica del 1911-12 (a cui partecipò come giovanissimo volontario) e quella del 1915-18, in cui fu tre volte ferito.Durante il ventennio fascista fu impiegato come ragioniere alla ditta Firmar, ma per la sua attività di tenace oppositore al fascismo fu costretto ad abbandonare il suo impiego e a vivere in ristrettezze economiche. Aderì al Movimento Comunista d’Italia-Bandiera Rossa, ricoprendone un ruolo delicato e importante, poiché doveva organizzare e coordinare una formazione ideologicamente composita e assai variegata, nella quale confluivano anarchici e stalinisti, comunisti bordighiani e trotzkisti. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Bucciano si unì alle squadre partigiane, combattendo contro gli occupanti tedeschi a Porta San Paolo e al Colosseo. Nei mesi seguenti fu impegnato a organizzare e ad assistere i compagni partigiani, partecipando anche ad atti di sabotaggio.  Nel marzo 1944 stava preparando un piano per un’azione clamorosa, far evadere da Regina Coeli i compagnidetenuti; ma un delatore, infiltrato nelle file di Bandiera Rossa, lo denunciò all’OVRA, la polizia segreta fascista. Il 21-3-1944, mentre se ne stava nella sua casa di via Ipponio 8, fu arrestato da “scherani della Banda Koch” e portato dapprima alla pensione “Oltremare” in via Principe Amedeo; da lì trasferito al carcere Regina Coeli; tre giorni dopo la cattura (24-3-1944) fu ucciso alle Ardeatine.
Franco Bucciano era sposato con Isabella De Rossi (di anni 45 nel 1944).
I suoi resti furono ricomposti al sacello n.159 del Mausoleo delle Fosse Ardeatine. Per decisione della Commissione di II grado per le qualifiche partigiane gli fu conferita la Medaglia di bronzo al valor militare, alla memoria.All’esterno della sua casa romana, in via Ipponio 8, è stata apposta una lapide con la scritta: “In questa casa abitò Franco BUCCIANO/del Movimento Comunista d’Italia /che nella lotta/ contro il Nazifascismo / cadde trucidato / alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944”.
FRASCÀ Paolo, nacque a Gerace Superiore (RC) il18-05-1898 dai coniugi FortunatoFrascà e De Franco Teresa. Sul suo conto abbiamo reperito pochissime notizie ufficiali. Il fascicolo,che l’ANFIM (Associazione Nazionale Famiglie Italiane Martiri) gli ha intestato, contiene solo una sua fototessera; lo presenta genericamente come “impiegato” e ne indica il sarcofago (sacello n. 78) al Mausoleo delle Fosse Ardeatine. Lo storico Paolo Palma dell’ICSAIC lo annovera tra i socialistie ricorda la sua militanza in due formazioni partigiane di Roma: 1) nella “banda Napoli”, dove operavail compaesano geracese Giuseppe Albano (divenuto famoso col soprannome di “Gobbo del Quarticciolo”); bandache in verità era comandata da un altro calabrese, il socialistaFranco Napoli, nome di battaglia “Felice”; 2) nella “banda Neri” del Fronte Militare Clandestino di Resistenza.
Un articolo del quotidiano Repubblica di giugno 2018, che commentava una sentenza del Tribunale civile di Roma a favore degli eredi di Frascà, ci fornisce ragguagli sulla vicenda di questo Martire delle Ardeatine. Il Tribunale romano, accogliendo il ricorso presentato da Bruno, figlio del Martire Paolo Frascà, ha condannato lo Stato della Germania a risarcire il figlio Bruno, che, all’epoca dell’uccisione di papà Paolo, aveva solo due anni, per le sofferenze fisiche e psichiche sofferte dal padre. In particolare la sentenza sottolineava che il 27-01-1944, in seguito a delazione di spie italiane, la polizia tedesca aveva prelevato Frascà dalla sua abitazione romana con la scusa di doverlo mandare a un campo di lavoro. In realtà fu portato a via Tasso, dove c’erano la caserma e il carcere delle SS attive a Roma; lì fu recluso per quasi due mesi,tenuto sempre con le mani ammanettate dietro la schiena, e di continuo torturato. Il 24 marzo, giorno dell’esecuzione, dopo che gli era stato detto che il nome suo era stato cancellato dalla lista dei condannati a morte, fu invece condotto alle Ardeatine; dovette sostare per qualche ora nel piazzale antistante alle antiche cave di pozzolana; introdotto infine dentro le Fosse, fu costretto a subire la macabra visione del mucchio di corpi genuflessi dei compagniuccisi prima che toccasse a lui.
Sempre da quella sentenza del 13-6-2018 veniamo a conoscere altre notizie biografiche interessanti. Paolo Frascà era sposato con Gilda Schiavo. Apprendiamo i nomi di alcuni dei loro figli: Teresa (nata nel 1921 a Siracusa, che rinnovava il nome della nonna paterna); Fortunato (1931-2006), che portava il nome del nonno paterno; Bruno (1941-2018), che aveva promosso il ricorso contro lo Stato Tedesco.
Risulta inoltre che nel 1944 che P. Frascà era impiegato all’ ufficio romano, sito in via Sforza 10, rione Monti, della SAIB – Società Anonima Importazioni Bovine, ossia la stessa azienda triestina per la quale lavorava a Budapest il cosiddetto “Schindler italiano”, Giorgio Perlasca.
Al nome di Paolo Frascà è stata intitolata una via di Gerace, sita poco a nord della Cattedrale. Poi a fine gennaio 2020, sempre a Gerace, alla presenza del Sindaco dott. Pizzimenti e di Carla e Federica, nipoti di Paolo Frascà, è stata collocata una “pietra d’inciampo” davanti alla casa natale del Martire geracese trucidato alle Fosse Ardeatine.
VERCILLO Giovanni, figlio di Luigi e di Teresa De Riso, era nato a Catanzaro l’11-10-1908. Laureato in Giurisprudenza, anziché intraprendere la professione d’avvocato, entrò nei ruoli della Corte dei conti. Mentre in Europa divampava la 2^ guerra mondiale, Vercillo era divenuto a Roma “referendario” ossia magistrato che ricopriva la qualifica iniziale della Corte dei conti; Giovanni era celibe e a Roma abitava in piazza Mazzini 27. Nell’estate del 1943, quando alcune sezioni dello Stato Maggiore del Regio Esercitosi trasferirono a Monterotondo, Vercillo in qualità di Ufficiale, fu richiamato in servizio con il grado di Capitano. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, e a seguito della fuga del Re e del governo Badoglio verso Pescara e poi a Brindisi, i Tedeschi assunsero il controllo di Roma. Fu allora che il capitano Vercillo cominciò a prendere contatti con qualche formazione clandestina della Resistenza romana. Probabilmente non prese parte attiva in nessun episodio della lotta armata partigiana a Roma, anche se fu annoverato come Capitano della banda “Fossi”, unità partigiana del Fronte Militare Clandestino della Resistenza.Nel suo fascicolo di Martire delle Ardeatine sono riportate alcune notizie molto interessanti. Il 18 marzo 1944 il capitano Vercillo fu arrestato da un ufficiale tedesco delle SS e da un uomo in borghese; come luogo dell’arresto è indicata genericamente via Lucullo, In quella stessa giornata erano stati arrestati altri due capitani, entrambi accusati di militare nel gruppo partigiano clandestino “Fossi”: il capitano Villoresi era stato arrestato nella sua casa in via Gianturco, e il capitano Azzarita nell’abitazione in piazza Cavour. Ritengo verosimile pensare che Vercillo sia stato dapprima prelevato dalla sua casa in piazza Mazzini, poi forzatamente condotto in via Lucullo 6, dov’era insediato il Tribunale militare tedesco; quindi vi era stato arrestato sotto l’accusa di essere in collegamento con autorità militari alleate anglo-americane. Fu subito trasferito dal Tribunale tedesco in via Lucullo 6 al carcere delle SS, in via Tasso. Mentre Giovanni era detenuto in via Tasso, i suoi familiari, per farlo liberare, si rivolsero in Vaticano e contattarono un alto prelato tedesco, Padre Pancrazio, superiore generale dei Salvatoriani, ma questo tentativo non ebbe successo. Allo stesso modo fallirono i tentativi fatti da Bruno Cassinelli (principe del foro romano e abile penalista) e dall’avv. Toscano, di prosciogliere Vercillo dalle accuse mossegli da parte dei nazifascisti. Il 24 marzo del ’44 fu ucciso alle Ardeatine; il suo cadavere fu poi ricomposto al sacello n.79 del Mausoleo.
Analogamente furono trucidati i suoi colleghi capitani: il corpo di Manfredi Azzarita fu tumulato nel sacello 87 del Mausoleo; quello di Renato Villoresi nel sacello 30. Alla memoria di ciascuno dei due fu conferita la massima onorificenza, ossia la Medaglia d’oro al valor militare. Al nome del Martire Vercillo Giovanni, la sua città natale, Catanzaro, ha intitolato una via del centro cittadino.

LO PRESTI Giuseppe fu il 5° Martire di sangue calabrese, trucidato alle Fosse Ardeatine; in verità era nato a Roma il 31-05-1919 da Antonino e da Marchetti Augusta, ma i suoi genitori erano di Palmi (RC). Giuseppe era il terzogenito ed unico maschio; prima di lui erano nate le sorelle: Maria (del 1915) e Laura (del 1917). Suo padre Antonino era Ufficiale medico dell’esercito (dove arrivò al grado di ten. colonnello) e a lungo prestò servizio, e vi abitò con la famiglia, nella Capitale. Comunque i Lo Presti mantennero sempre stretti legami con la Calabria; a Palmi, l’adolescente Giuseppe frequentò le scuole pubbliche. Poi, per gli studi superiori, Giuseppe tornòa Roma, fu iscritto al Ginnasio Liceo “Tasso” e vi ebbe per compagni di scuola Paolo Pavone, poi partigiano e storico della Resistenza, Carlo Lizzani, poi regista cinematografico, e Ruggero Zangrandi, futuro storico del fascismo.Quindi si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza e si laureò in legge; Giuseppe conobbe una giovane, Graziella Ferrero, con cui si fidanzò.
Quando l’Italia fu coinvolta nella II guerra mondiale, Giuseppe Lo Presti fu chiamato alle armi e divenne sottotenente di complemento d’artiglieria nell’VIII Corpo d’armata. Ma dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43 il nostro Giuseppe, opponendosi ai fascisti e ai nazisti che spadroneggiavano a Roma, si unì ai partigiani socialisti del PSIUP e fu al fianco di Giuliano Vassalli, autorevole esponente del CLN-Comitato di Liberazione Nazionale. Nonostante la giovane età (meno di 25 anni) gli fu affidata la responsabilità di comandante della 6^ zona di Roma (quartieri Appio, Esquilino, Celio).
Per rievocare la sua attività di capo partigiano e di organizzatore della Resistenza romana trascriviamo integralmente la motivazione con cui gli venne conferita, alla memoria, la Medaglia d’oro al valore militare: “Con l’ardire della giovinezza e l’audacia dei forti accorse all’appello della Patria. Ispettore di zona, presente sempre nelle imprese più rischiose, si distingueva per la calma fredda e il valore insuperabile. Animatore infondeva (?) nell’animo dei dubbiosi e li trascinava nelle azioni più ardite. Mentre con nobile senso di altruismo tentava di mettere in salvo un compagno minacciato di arresto, veniva egli stesso catturato e trascinato nel covo di via Tasso¹. Ripetutamente sottoposto alle più inumane sevizie trovava nella propria fede la forza per resistere e tacere fieramente, salvando così la vita dei suoi compagni di lotta. Il piombo nemico, alle Fosse Ardeatine, troncò l’eroica e breve esistenza – Roma, 24 marzo 1944”.
La frase contrassegnata con l’apice (¹) si riferisce alla vicenda dell’arresto di Giuseppe Lo Presti e del fermo di un suo compagno. Il 13-03-1944 Lo Presti fu arrestato a piazza Indipendenza dove era stato attirato con l’inganno di un falso appuntamento con il compagno, Paolo Possamai. I due amici furono tradotti nel covo nazista di via Tasso, diretto da Kappler; subito Lo Presti venne sottoposto ad un incalzante interrogatorio, seguito da terribili torture. Giuseppe resistette alle atroci sevizie e per scagionare Possamai dall’accusa di aver partecipato ad azioni partigiane, addossò su di sé ogni responsabilità, dichiarando che Paolo Possamai era soltanto un amico, chenon vedeva dai tempi dell’università, e casualmente l’aveva incontrato a piazza Indipendenza, dove erano stati fermati. Dalla cella nazista di via Tasso, il povero Lo Presti, stremato e sfigurato dalle torture, fu tradotto al carcere di Regina Coeli, e, pochi giorni dopo, al luogo delle esecuzioni alle Fosse Ardeatine (24 marzo 1944).
Dopo la liberazione di Roma dagli occupanti nazifascisti (4-06-1944) i cadaveri dei Martiri vennero man mano esumati e identificati. Il corpo di Lo Presti fu poi tumulato nel sacello n. 4. Il numero di sacello veniva assegnato seguendo l’ordine di identificazione dei cadaveri; poiché i tedeschi ammassarono i corpi delle 335 vittime uno sopra l’altro in 5 strati, quelli dei Martiri giustiziati per ultimi, trovandosi in cima dell’orrenda catasta, furono i primi ad essere identificati.
Il 25 aprile 1947, secondo anniversario della Liberazione, il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi consegnò ad Augusta Marchetti, madre del Martire, la Medaglia d’oro al valor militare, sopra indicata.Sul muro esterno dell’edificio di via Adige 43a Roma è collocata una lapide con la seguente iscrizione:
“Questa casa abitò / Giuseppe Lo Presti / Giovane di 24 anni / Combattente per la libertà /Dai Tedeschi tolto alla vita / Fosse Ardeatine 24 marzo 1944 / Partito Socialista Italiano”. Al nome di Giuseppe Lo Presti sono intitolate due vie: una al quartiere Torrino di Roma (a sud ovest dell’EUR), un’altra nel comune di Ciampino. Palmi, città d’origine della sua famiglia, ha intitolato, al giovane comandante partigiano e Martire delle Ardeatine, lo stadio di calcio comunale.

                                                                                       VINCENZO   DAVOLI

LA SETTIMANA SANTA 

"Cumprunta" mattina di Pasqua. Il rito, come da tradizione, si è svolto rispettando i momenti che scandiscono e segna­no una storia che da più dì duemila anni commuove e affascina il mon­do. S. Giovanni fa la spola tra Maria Addolorata e il Cristo Risorto.

Chiamata della Madonna Addolorata e la processione del Cristo morto la sera del venerdì. Per comprendere fino in fondo la “Passione di Cristo”, è necessario predisporre il proprio animo, più che la propria mente, all’ascolto e alla meditazione. Ciò che ci accingiamo a fare, infatti,

  L' ultima cena Sempre molto suggestivo il  rito della  la­vanda dei piedi  dei  12 apostoli posti ai piedi dell'al­tare.  Un rinnovarsi, dunque, di quell’ antica sera di oltre duemila anni fa,

 BENEDIZIONE DELLA PALME  I fedeli, recanti   palme,  rami di ulivo e di alloro,  si sono radunati davanti la  chiesa del Rosario in Piazza Solari. Qui il Parroco don Giovanni Tozzo ha rievocato l’entrata festosa di Gesù a Gerusalemme ed ha benedetto le palme e i rami portati dai fedeli. Quindi il corteo si è mosso verso la chiesa di San Foca.  

VINCENZO – 5 APRILE
   Anche se in misura minore rispetto al passato il nome “Vincenzo” è tuttora molto diffuso in Italia. È la versione italiana del nome tardo latino Vincentius, che ovviamente significa “colui che vince”. Grazie ai numerosi santi e beati di questo nome, esso ha avuto una notevole diffusione tra le popolazioni(cattoliche e non) eredi del Cristianesimo di lingua e di rito latino; è invece assente nelle nazioni cristiane orientali legate al rito ortodosso e alla lingua greca. In Italia la maggior parte degli uomini denominati “Vincenzo” e delle donne di nome Vincenza, o Vincenzina, o Enza, festeggia il proprio onomastico il 5 aprile, festa liturgica di San Vincenzo Ferrer, italianizzato in Ferreri (1350-1419) famoso predicatore domenicano, spagnolo di Valencia.
 Qui di seguito riportiamo le versioni del nome Vincenzo in alcune lingue straniere:
-Vincent, in francese, in inglese, in olandese e varie lingue scandinave;
-Vicente, in castigliano e in portoghese; -Vicent, in catalano; -Bikendi, in basco;
-Vinzenz, in tedesco; -Wincenty, in polacco; -Bence, in ungherese; -Vincentas, in lituano.  
A conferma della grande diffusione del nome “Vincenzo” in italiano e nelle sue versioni straniere, si riporta una lista di personaggi che portarono o portano tali nomi; personaggi più o meno famosi, elencati seguendo l’ordine alfabetico del loro cognome. 
AURIOL Vincent (1884-1966), 16° Presidente della Repubblica Francese (1947-1954).
BELLINI Vincenzo (1801-1835), nato a Catania, compositore musicale di fama mondiale; tra i suoi capolavori, La sonnambula – Norma – I puritani.
BONO PARRINO Vincenza- siciliana, Ministro dei Beni Culturali (1988-89).
CALÌ Vincenza(n. 1983) campionessa italiana di atletica dei 100, 200 e staffetta 4x100 metri.
CERAMI Vincenzo (1940-2013), scrittore (Un borghese piccolo, piccolo), giornalista, sceneggiatore prolifico, tra cui dei filmJohnny Stecchino – La vita è bella.
D’AMICO Vincenzo (n. 1954 a Latina), calciatore mezzapunta, “bandiera” della Lazio, vincitrice del campionato italiano di calcio 1973-74.
DECARO “Enzo” Vincenzo, attore teatrale, cinematografico e televisivo.
EMERSON Vincent N. –giovane cantautore del Texas, figlio di madre “apache”, esponente della musica country e cantore del selvaggio west.
FLORIO Vincenzo sr (Bagnara Calabra 1799-Palermo 1868) fondatore della casa vinicola Marsala Florio, delle tonnare di Favignana, di cantieri e compagnie navali. Senatore del Regno (1864-68).
FLORIO Vincenzo jr (1883-1959), industriale, promotore della gara automobilistica “Targa Florio”.
GEROSA Vincenza (1784-1847), Santa bergamasca, fondatrice delle Suore di Maria Bambina.
GIOBERTI Vincenzo (Torino, 1801-1852), sacerdote, scrittore, filosofo, politico del Risorgimento, Presidente Camera dei Deputati del Regno di Sardegna (maggio-dicembre 1848), Presidente del Consiglio dei ministri del Regno Sardo (dicembre 1848-febbraio 1849).
HARRIS E. Vincent (1876-1971)-Architetto inglese, progettista di numerosi edifici pubblici (municipi, ministeri, County Hall, biblioteche).
IAQUINTA Vincenzo- Attaccante dell’Udinese e della Juventus; 40 volte in Nazionale, fece parte dell’Italia, vincitrice del Campionato mondiale di calcio 2006, disputato in Germania.
JANNACCI “Enzo” Vincenzo (1935-2013). Cantautore, cabarettista a teatro, cinema e TV. Tra le sue canzoni qui ricordiamo solo “Vincenzina e la fabbrica”, ritratto di una ragazza emigrata dal Sud intenta ad affrontare la realtà industriale.
KARTHEISER Vincent (n. 1979) attore statunitense famoso soprattutto per la serie TV Angel.
LANCIA Vincenzo (1881-1937) pilota, industriale,fondatore della casa automobilistica Lancia.
MOLLICA Vincenzo (n. 1953) giornalista TV e critico delle varie forme di spettacolo.
MONTI Vincenzo (1754-1828). Poeta, famoso come traduttore dell’Iliade.
NIBALI Vincenzo, campione ciclista, vincitore del Giro d’Italia (2013-2016), del Tour de France (2014), della Vuelta di Spagna (2020).
O' CONNELL Vincent- Contemporaneo, regista inglese attivo in teatro, cinema e televisione.
PRICE Vincent (1911-1993) – Attore americano famoso soprattutto per i film horror; recitò anche nei Dieci Comandamenti di Cecil B. De Mille.
QUERINI Vincenzo (1478-1514) - Nobile veneziano, svolse delicate missioni diplomatiche nei Paesi Bassi, in Inghilterra e in Spagna. Chiusa la carriera diplomatica, entrò nell’Ordine camaldolese.
RUFFO Vincenzo- Compositore musicale veneto del Rinascimento (1508-1593); fu anche Maestro del Duomo di Milano, sotto l’arcivescovo cardinale San Carlo Borromeo.
SALEMME Vincenzo (n. 1957), attore e regista teatrale e cinematografico.
TORRIANI Vincenzo (1918-1996) Famoso organizzatore del Giro ciclistico d’Italia dal 1949 al 1993.
URBANI Vincenzo (n. 1947) Calciatore della Salernitana e del Campobasso (1970-78), poi allenatore.
VAN GOGH Vincent (1853-1890) Olandese, grandissimo Maestro della pittura dell’età moderna.
WYSSVinzenz(n. 1965) scienziato svizzero della comunicazione, professore di giornalismo nella sede di Winterthur dell’Università di Zurigo delle Scienze Applicate.
XIMENES Vincenzo, titolare dell’omonima ditta di autotrasporti di Palagonia (Catania).
YOUNG Vincent D. (n. 1984 a Philadelphia) attore cinematografico e televisivo, famoso soprattutto per la serie TV Beverly Hills (1997-2001).
ZAMPA Vincenzo (n. 1984) Attore pugliese, teatrale e cinematografico (Il ragazzo invisibile).

Nel porgere gli auguri di buon onomastico, in occasione del 5 aprile, sia alle donne di nome Vincenza, o Vincenzina, o Enza, sia ai vari Vincenzo o Enzo, mi piace rilevare come i suddetti nomi compaiano in diversi brani di musica leggera e rap, italiana e internazionale. Abbiamo già accennato al brano di Jannacci “Vincenzina e la fabbrica”; qui di seguito ne vediamo alcuni altri.
Nel 1979 Alberto Fortis diffuse una canzone dal titolo strano “Milano e Vincenzo” che ottenne un notevole successo per le plateali (ma scherzose) invettive che il giovane cantante indirizzava contro il discografico Vincenzo Micocci, poiché costui, dopo averlo scritturato, non gli dava spazio per emergere nel mondo musicale italiano. Da qui le minacce: Vincenzo, io ti ammazzerò … Vincenzo,io ti sparerò … Vincenzo, io ti inseguirò … Vincenzo, io ti prenderò; versi davvero insoliti in una canzone.
Nel 1972 il cantante Don Mc Leanpubblicò la canzone folk intitolata Vincent, un elegiaco tributo ad uno dei dipinti più famosi di Vincent Van Gogh (De sterrennacht 1889 – in olandese), noto come “Starry Night” in inglese, e “Notte stellata” in italiano. Ottenne un gran successo mondiale e spesso viene indicata col verso del ritornello “Starry, starry night”. Particolarmente suggestivaè la versione in italiano (del 2000) di Roberto Vecchioni,con precisi riferimenti ai colori e ai dettagli del quadro, e con accenti di commossa ammirazione per l’uomo Van Gogh.
Nella ballata del rapper americano Jack Harlow, Whatspoppin(del 2020), si racconta Cosa può succederein una qualsiasi città americana. Tra le altre cose, può capitare di andare a mangiare fettuccine da Vincenzo, il tipico ristorante italiano che nella sua insegna ostenta il nome del cuoco che ne è anche il proprietario.
Nel brano cantato da Gigi D’Alessio “100 Ragazze” (2001) c’è ancora un altro Vincenzo: è il ragazzo di una band musicale che, a fine concerto cerca senza successo di rimorchiare una delle 100 ragazze sfrenate e discinte nella folle e vorticosa serata estiva.
   Nella canzone “Sono pronto” (2019) dei rapper trentini Drimer&Ric de Large, rievocando dei fatti successi a Trento si ricordano le lacrime che un certo Andrea aveva versato al funerale di un uomo che portava il nome Vincenzo.
   Nel brano “Follow me” della band di rapper francesi PSY4 De la Rive, uno dei ragazzi, forse un follower, che chattano con Alonso (forsespagnolo?), si chiama Vincenzo, perché tale nome è molto diffuso tra i maschi italiani.
Nella canzone dei POOH – 355 “La posta del cuore” presentata pochi mesi or sono con un filmato You Tube, il nome Vincenzo appare di nuovo sul biglietto dove è scritta la frase più semplice, ma sempre intensa, che due innamorati sono soliti scambiarsi: “Da Vincenzo /a Maria /con Amore.
   L’anno 2006 esce una nuova canzone di Carmen Consoli, intitolata “La dolce attesa”. Stavolta si trattanon di un nome semplice, ma di uno composto. Purtroppo “Vincenzo Maria”è soltanto un bel nome che la donna sognava di attribuire ad un nascituro che non nascerà mai, poiché la dolce attesa
altro non era che una gravidanza isterica.
   Chiudiamo questa rassegna con la canzone “Giacomo Eremita” lanciata nel 2013 dal gruppo rock alternativo Marlene Kuntz. Nel testo della loro canzone si leggono questi versi:
“Se non taci io ti ucciderò /Se non taci io inchioderò /Nervoso e troppo vanitoso per vivere/ Sei
 peggio di Vincenzo e non ci posso credere” / Oh io penso che ti ucciderò / Sì io penso che ti inchioderò”
Chissà se questi versi, alquanto sibillini, alludono a quelli di Alberto Fortis poco sopra riportati, che nel 1979 aveva osato scrivere: Vincenzo, io ti ucciderò”?
 VINCENZO DAVOLI

 

Il secolo di vita del “maestro” Totò Parisi
Festeggiato dai figli, numerosi nipoti, amici e dal sindaco Pizzonia

FRANCAVILLA ANGITOLA - Questo piccolo centro abitato può “vantare” un nuovo centenario. Si tratta dell’insegnante Antonio “Totò” Parisi e conosciuto da tutti come il “maestro”. Pochi giorni fa, infatti, il docente in pensione ha spento 100 candeline in presenza dei 4 figli Vittoria, Vincenzo, Giuseppina e Gianfranco, avuti con l’amata e, purtroppo, defunta moglie Maria Grillo, dei numerosi nipoti, di parenti, di amici e dall’amministrazione comunale guidata dal sindaco Giuseppe Pizzonia.
Si tratta di un traguardo più che soddisfacente, anzi addirittura lusinghiero, considerate le ottime condizioni generali dell’interessato che ancora dimostra una non comune freschezza di pensiero, accompagnata da un invidiabile stato fisico. L’insegnante Parisi ha iniziato la sua attività lavorativa come maestro elementare nel suo paese di nascita e nella limitrofa Filadelfia dimostrando un’elevata preparazione professionale, non disgiunta da un totale impegno personale, tali da meritare rispetto e affetto non soltanto da parte di tutti gli alunni ma anche dalle rispettive famiglie. Ha avuto anche un’esperienza come scrittore con l’interessante e piacevole libro dal titolo “Ritorno al Paese del Drago” dato alle stampe nel 2014.
«Auguri al professore Antonio Parisi - ha affermato l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Giuseppe Pizzonia - per questo straordinario secolo di vita. Un grazie per tutto quello che, con la sua saggezza, umiltà, amore e preparazione, ha dato alla sua straordinaria famiglia e alla comunità francavillese. E non solo».

DARIO CONIDI   

 

Auguri a Totò Parisi
 Il 29 marzo del corrente anno il nostro caro concittadino e amico Prof. Antonio Parisi compie cento anni. Si tratta di un traguardo più che soddisfacente, anzi addirittura lusinghiero, considerate le ottime condizioni generali dell’interessato che dimostra una non comune freschezza di pensiero accompagnata da un invidiabile stato fisico.
        In questo giorno importante per Totò, come confidenzialmente lo chiamiamo in paese, sento il dovere ma soprattutto il piacere di rivolgere all’amico i miei più sinceri e affettuosi auguri di Buon Compleanno, aggiungendovi “presuntuosamente” anche quelli di tutti i Francavillesi che hanno sempre dimostrato nei suoi riguardi sentimenti di amicizia e di rispetto. A tal proposito, e per rendere maggiormente comprensibile il rapporto tra il cittadino Parisi e la comunità francavillese, ritengo opportuno sottolineare la sua indole buona e rammentare nel contempo che egli ha iniziato la sua attività lavorativa come Maestro elementare nel paese di nascita e nella limitrofa Filadelfia dimostrando un’elevata preparazione professionale, non disgiunta da un totale impegno personale, tali da meritare rispetto e affetto non soltanto da parte di tutti gli alunni ma anche dalle rispettive famiglie.
        La felice ricorrenza mi suggerisce opportunamente l’idea di tracciare un profilo della vita di Totò nelle sue linee essenziali e quindi del tutto sintetico, rievocando i momenti più significativi che si sono alternati nel corso dei lunghissimi anni da lui finora vissuti.
        Nel far ciò mi avvalgo anzitutto non soltanto della diretta conoscenza di Totò ma anche del costante rapporto di vicinanza e d’intensa amicizia che egli ha avuto con i miei fratelli Peppino e Micuccio, del quale era addirittura coetaneo e compagno di scuola, ma anche e soprattutto della piacevole e interessante lettura del suo bel libro dal titolo “Ritorno al Paese del Drago” da lui licenziato nel decorso anno 2014.            
   L’infanzia e la prima giovinezza di Totò sono contrassegnate da un susseguirsi di vicende familiari e personali che hanno contribuito in modo determinante alla formazione della sua personalità con esiti conclusivamente positivi. Mi riferisco in particolare alle sue complicate vicende militari nelle  quali si è trovato coinvolto nel corso della seconda guerra mondiale sul fronte  greco-albanese nonché alla sofferta lontananza del padre Vincenzo emigrato in giovanissima età dapprima in Canada e subito dopo negli Stati Uniti, per ragioni di lavoro.  Entrambe le suddette esperienze hanno rappresentato due segmenti non secondari del passato di Totò, da lui sentiti sempre vicini e fra loro connessi, rispetto ad altri vissuti invece debolmente, anche se non del tutto in modo estraneo.  
    Per una legge a volte benevola del contrappasso il nostro amico ha potuto e saputo trovare però la forza necessaria per superare quei momenti difficili attraverso lo scambio di una reciproca promessa d’amore con la bella vicina di casa, Maria Grillo, con la quale ha costruito poi la storia di un comune, felice destino.
    Carissimo Totò, in questo bellissimo e indimenticabile anniversario della tua nascita mi piace saperti circondato, come tu mi hai detto nel corso di una nostra recente telefonata, dai tuoi numerosi familiari che costituiscono una grande e coesa comunità di stretti legami consanguinei e di affetti, proiettata ad estendersi sempre più nel tempo futuro.  
    In mezzo a voi tutti, quattro figli, undici nipoti, undici pronipoti e quattro fra generi e nuore, è anche presente, felice e sorridente nella sua intramontabile bellezza, la tua Maria.    E mi piace immaginarla sulla terrazza della vostra grande e bella Villa Maria, che porta il suo nome, intenta a rivolgere il suo sguardo ammirato verso il fantastico panorama della sottostante e fiorita campagna del Bosco Madonna nonché del vicino mare e del non lontano Stromboli. Proprio come le è accaduto di fare più volte vicino a te in anni felici e purtroppo ormai passati ma mai dimenticati.
        Un forte abbraccio
Roma-Francavilla, 29.03.2022
                                                                                                          Gino Ruperto

              I redattori del sito, Vincenzo Davoli con la moglie Ida De Caria, e Giuseppe  Pungitore con la moglie Concetta Ciliberti, condividendo il messaggio di “Auguri a Totò Parisi” che da Roma gli ha voluto indirizzare l’amico dottor Gino Ruperto, rivolgono all’amato, benemerito Maestro francavillese i loro sinceri auguri.

VICENDE BIOGRAFICHE DI ANTONIO PARISI
INSEGNANTE ELEMENTARE - “MAESTRO DI VITA”

Antonio “Totò” Parisi, figlio di Vincenzo e di Rondinelli Vittoria, è nato a Francavilla Angitola il 29-03-1922 secondo l’anagrafe, ma in realtà, come gli ripeteva mamma Vittoria, era venuto al mondo il 27 marzo 1922. Nella sua infanzia e prima giovinezza soffrì molto per la lontananza di suo padre Vincenzo, emigrato negli Stati Uniti, a New Rochelle, cittadina a nord di New York. Il piccolo Totò riuscì a vedere suo papà per la prima volta solamente a Natale del 1929; il padre rimase a Francavilla fino all’aprile 1930, poi fece ritorno in America. Terminata la scuola elementare, Totò avrebbe voluto studiare alle Medie, però dall’America suo padre lo dissuase a proseguire gli studi. Ma all’età di 15 anni, con l’appoggio della mamma, Totò riprese a studiare, dapprima a Francavilla sotto la guida del prof. Vittorio Torchia e del dotto sacerdote Don Vincenzo Condello, poi a Filadelfia ed anche a Rizziconi (RC); nel 1940 a Reggio Calabria sostenne con successo gli esami del 3° ginnasio (così allora si chiamava la 3^ media). Allorquando l’Italia entrò in guerra (2° conflitto mondiale) Totò andò a Catanzaro a studiare nell’Istituto Magistrale per conseguirvi il diploma e poi diventare insegnante elementare. Sennonché nel gennaio 1942 gli arrivò il precetto di prestare servizio militare.
   Antonio Parisi fu assegnato al 26° raggruppamento artiglieria di Torre Annunziata (NA). Dopo l’addestramento, fu inviato a Sciacca in Sicilia, con l’intento di trasferirlo in Tunisia; invece ritornò in Campania, a Secondigliano e a Caserta, e da lì fu mandato a Sabaudia, dove si specializzò come artigliere addetto alla contraerea. Il 19 luglio 1943, nel giorno in cui gli aerei bombardieri alleati colpirono gravemente le città di Napoli e di Roma (soprattutto lo scalo e il quartiere di San Lorenzo) l’artigliere Parisi ebbe il battesimo di fuoco; la batteria contraerea dov’era Totò, sparando per 4 ore consecutive, riuscì ad abbattere una ventina di aerei nemici. Successivamente, il 31-07-1943, il reparto di Parisi partì da Napoli per essere inviato in Albania. Ad agosto giunse nella cittadina albanese di Pogradec, quasi al confine con la Macedonia e con la Grecia; e lì cambiò specializzazione, poiché d’autorità venne inserito nel Corpo degli Alpini.
   Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Totò Parisi fu preso prigioniero dai Tedeschi, ed essendo molto deperito, per le privazioni alimentari sofferte, fu ricoverato in un ospedale militare italiano, che però era diretto da un capitano medico tedesco di nome “Orazio”, che si rivelò molto diverso dallo stereotipo dei militari teutonici o peggio ancora di quelli nazisti. Per fortuna quell’Ufficiale medico prese a benvolere l’alpino Parisi, che di fatto divenne un suo stretto collaboratore, lavorando al suo fianco sia come infermiere, sia come interprete. Quando quel capitano tedesco fu trasferito in Grecia, l’alpino-infermiere-interprete Totò Parisi rimase al suo fianco, sia a Larissa (Grecia centrale) sia ad Atene. Nella capitale greca Totò si trovava in uno stato di semilibertà ed anche lui abitava in un edificio requisito per alloggiarvi Ufficiali tedeschi. Il capitano Orazio, a cui Totò era legato da un rapporto di sincera amicizia, venne poi trasferito nell’isola di Cefalonia. Da allora il nostro Totò cominciò a maturare l’idea di fuggire dai Tedeschi e di allontanarsi da Atene.
   Nel settembre 1944 Antonio Parisi, in quanto infermiere, dovette partire da Atene con un treno-ospedale che trasportava a Vienna tanti feriti e militari ammalati. Ma mentre transitava nella piana di Larissa il treno fu colpito, mitragliato e bloccato da un aereo inglese, che mieté vittime e feriti. Ricevuti i soccorsi, il treno riprese la sua marcia, ma il viaggio si concluse a Skopje, in Macedonia, perché ulteriori bombardamenti aerei avevano interrotto le comunicazioni ferroviarie verso Vienna; sicché Totò fece rientro ad Atene. Il 20-10-1944 l’infermiere Parisi partì di nuovo con un treno-ospedale, diretto a Vienna. Con uno stratagemma e con l’aiuto di un maresciallo tedesco compiacente, quando il treno arrivò a Salonicco, Totò s’allontanò da quel treno e dalla stazione, e riuscì a trovare rifugio nella casa di Sula e Basilio Karazoglu, sorella e cognato di Sofia, una brava signora greca, che Totò aveva conosciuto mentre dimorava ad Atene. Amichevolmente accolto dai coniugi Karazoglu, i quali erano legati ad alti esponenti della Resistenza greca, il nostro Parisi rimase rinchiuso nella loro casa per 46 giorni, cioè fin quando la regione di Salonicco non fu abbandonata dai Tedeschi in ritirata. Nella speranza di riuscire finalmente a tornare in Italia, Totò Parisi, seguendo anche il consiglio dei Karazoglu, si consegnò agli Inglesi, che dopo la partenza dei Tedeschi avevano preso il controllo di Salonicco.
   Imbarcato su una nave inglese, e dopo una traversata assai tempestosa e durata sei giorni, Totò arrivò al porto di Taranto. Ma rimettere piede sul suolo italiano fu per Parisi e i suoi commilitoni un’esperienza davvero raccapricciante; perché gli Inglesi, anziché lasciarli liberi, li condussero in uno squallido campo di concentramento e li trattarono molto peggio di quanto avessero fatto i Tedeschi in Albania e in Grecia. Per fortuna la detenzione in quel campo di concentramento durò soltanto una decina di giorni. Finalmente tornato libero, il nostro Totò, insieme a un calabrese di San Calogero (Vibo Valentia) il 20-12-1944 partì da Taranto; arrivò in treno alla stazione di Sant’Eufemia Lamezia; da lì con l’ansia di ritornare al paese natio, proseguì a piedi fino alla stazione di Francavilla, e da qui in groppa all’asino di un caro parente arrivò finalmente a casa.
Dopo che a fine aprile 1945 lo stato di guerra terminò in tuttal’Italia, Totò Parisi, rimessosi in forze, pensò di prepararsi a sostenere gli esami di abilitazione magistrale. Per un certo tempo si recò a Roma dove, presso la Pia Società di San Paolo, viveva una zia, Suor Giovanna Rondinelli, che era sorella della mamma Vittoria. La zia suora si premurò di ospitarlo e fece anche conoscere il nipote Totò a Don Giacomo Alberione, fondatore delle Paoline. Poi Antonio fece ritorno in Calabria e, soggiornando a Catanzaro, ricominciò a studiare: a luglio 1946 superò l’esame di ammissione all’ultima classe delle magistrali; nel luglio 1947 conseguì l’agognato diploma magistrale e nel contempo, adempiuti i suoi obblighi militari, fu posto in congedo assoluto.
   Il 28-12-1947 il venticinquenne Antonio sposò la sua amata Maria Grillo. Immediatamente, a gennaio del 1948, iniziò la carriera d’insegnante elementare; il primo mese di insegnamento lo svolse a Capistrano, poi gli fu assegnata una classe maschile per adulti a Francavilla. Ad ottobre 1948 fu nominato insegnante per la scuola rurale in contrada Rozzo di Filadelfia. Per gli anni scolastici 1949-50 e 1950-51 fu trasferito alla scuola rurale (1^ e 2^ elementare) in contrada Sordo-Ziopà di Francavilla. Per l’anno 1951-52 fu assegnato ad una 1ª elementare di Filadelfia Centro.
   I coniugi Totò e Maria furono allietati dalla nascita di 4 figli, due femmine e due maschi, ossia in ordine cronologico: Vittoria, Vincenzo, Giuseppina, Gianfranco. In base alla loro età cominciarono a studiare alle Elementari di Francavilla; ma quando i più grandi dovettero frequentare la scuola media, il loro papà pensò bene di trasferirsi con tutta la famiglia a Pizzo, dove i due grandi potevano studiare alle Medie e i piccoli alle Elementari. Pochi anni dopo, i coniugi Parisi ritennero opportuno fare un passo più lungo, cioè di trasferirsi a Roma, dove ciascun figlio avrebbe potuto completare in modo stabile il proprio corso di studi scolastici. Il capo famiglia presentò domanda di trasferimento nella capitale; la richiesta venne accolta e il Maestro Antonio Parisi fu destinato al 82° circolo Guglielmo Marconi, in viale Alessandrino a Centocelle di Roma. Fu appunto in quella scuola del circolo Marconi a Centocelle, che, il 1° ottobre 1961, il Maestro A. Parisi incontrò per la prima volta quello che sarebbe divenuto uno dei grandi pedagogisti italiani, Fabrizio Ravaglioli. Il direttore didattico della Marconi affidò ad Antonio Parisi, da pochi giorni arrivato a Roma, sia l’incarico di Fiduciario nel plesso della Bellavilla sulla via Casilina, sia l’insegnamento ad una classe 3ª, mentre a Ravaglioli affidò una classe 1ª sempre nel plesso Bellavilla. Tra i due colleghi insegnanti subito si stabilì un’intesa totale ed un rapporto di sincera amicizia, tant’è che Fabrizio scelse proprio Totò come testimone delle sue nozze, celebrate col rito civile in Campidoglio, il 27-12-1961. Diventare intimo amico e testimone d’anello di Fabrizio Ravaglioli, discepolo del famoso Luigi Volpicelli, è stato un titolo di grande vanto per il nostro Antonio Parisi, Maestro con la emme maiuscola. Totò Parisi continuò ad insegnare a Roma fino al 1978, anno del suo pensionamento. Risiedette  con la famiglia nella capitale, prima in via del Pigneto, quartiere Casilino, e dopo in un grande appartamento in zona Torre Spaccata.
   Rimpatriato a Francavilla, per molti anni ha dimorato nella sua palazzina in corso Mannacio al centro del paese. Infine si è trasferito nella sua residenza di campagna, in contrada Bosco Madonna di Francavilla Angitola, da cui si gode una spettacolare visione panoramica sulla piana e sul golfo di Sant’Eufemia, fino allo Stromboli e alle altre isole Eolie. Giustamente il Maestro Antonio Parisi ha voluto denominare questa bellissima e comoda residenza “Villa Maria”, in onore della compagna della sua vita, Maria Grillo. 

 Vincenzo DAVOLI

 

FESTA DI SAN FOCA MARTIRE   3 MARZO 2022
Omelia  di Don Giovanni Tozzo

Quaresima 2022.
Carissimi.
Abbiamo appena iniziato questa S. Quaresima 2022, assoggettandoci al segno austero e purificante dell’imposizione sul capo delle Ceneri benedette. La Chiesa ci richiamava con la Parola di Dio a vivere questo tempo di grazia nella Preghiera, con la Penitenza e con la Carità. Ed ecco che venti di guerra che paventano un possibile allargamento del conflitto, ci fanno ritrovare improvvisamente e tragicamente a doverci confrontare con situazioni dinanzi alle quali mai ci saremmo immaginati di doverci ritrovare, dopo due tragici e catastrofici conflitti mondiali: distruzione, morti, feriti, profughi in fuga dagli scenari di guerra. Nell’immediato la voglia di fare qualcosa, in particolare per i profughi, ci spinge ad agire senza mezzi termini, attivando quello che è il comune e condiviso sentimento di solidarietà umana. Il nostro amatissimo vescovo Attilio, ci ha già dato disposizioni atte ad evitare e a guardarci da interventi isterici, pressappochismo ed improvvisazione, che poco o nulla risolvono. Ci sono leggi e regole severe e ben precise su questo argomento (tra queste quella sulla clandestinità: i profughi dopo 90 giorni di permanenza sul territorio italiano vengono considerati clandestini!), ci sono anche aiuti e interventi dello Stato per finanziare queste iniziative umanitarie. Ma a noi non interessano i FONDI di Stato. La Carità, che è diversa dalla “filantropia” sia fatta nella gratuità e discrezione, nel massimo silenzio e rispetto delle persone accolte ed aiutate e quindi senza proclami e strombazzamenti vari come ci ricordava la lettura del vangelo secondo Matteo proprio giorno delle Ceneri: "…quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e negli angoli delle strade, per essere lodati dalla gente (o per altri motivi e fini…. n.d.r.) In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà." (Mt 6, 2-4). Qualunque altro motivo per cui ci sentiamo pronti ad aiutare e soccorrere è fuorviante e nulla ha a che fare con la Carità e la solidarietà umana. In questi nostri tempi, la gratuità e la solidarietà più spontanea sono merce rara. Soldi e contributi che lo Stato mette a disposizione fanno gola a molti. La Parrocchia è ormai entrata nel secondo anno di attivazione del Banco alimentare e con esso sostiene sul territorio una novantina circa di famiglie e persone bisognose, e non ha mai avuto il desiderio di pubblicizzare quello che va facendo, oltre a varie altre forme di aiuto anche in denaro come è a conoscenza di tutti. Spesso noi ci troviamo nella difficoltà di dover pagare le bollette ormai “salate”, quelle dell’energia elettrica in particolare, ma la Provvidenza in cui crediamo, non ci ha mai abbandonati o lasciati soli, e non abbiamo mai cessato di aiutare quanti si trovano in difficoltà. E’ un vanto? NO! E’ quello che chiamiamo “dovere cristiano” rimanendo consapevoli di essere “servi inutili”, sempre. "Caritas Christi urget nos…; La carità di Cristo ci spinge…" scriveva san Paolo, perché è lì che troviamo la forza ed il genuino coraggio della solidarietà. Non per mero vanto, non per raccattare soldi e contributi dallo Stato, ma perché il Cuore divino di Gesù ci invia a testimoniare il suo amore e la vicinanza a tanti, tantissimi fratelli bisognosi ma che hanno una dignità straordinariamente grande. La Parrocchia per aiutare ed accogliere ha altri canali e organizzazioni come la Caritas, sicuri ed affidabili, anche sul territorio ucraino come sappiamo stanno già operando in rete, con tutte le Caritas del mondo compresa quella nostra diocesana. Quando sarà opportuno la Diocesi ci darà disposizioni chiarificatrici e comunque giorno 13 Marzo si farà una colletta pro Ucraina in tutta la Diocesi che ci invita e ci coinvolge TUTTI. Auguro a tutti voi una santa Quaresima di conversione, come "momento favorevole di salvezza", un ritorno convinto a Dio "perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male", sperando che il suo intervento illumini le coscienze dei governanti e faccia cadere per sempre, dalle mani dei contendenti le armi e gli odi. AMEN
Francavilla
03 Marzo 2022

AL   MAESTRO   STILISTA   FRANCAVILLESE   ALDO   BONELLI
CONFERITA   LA   STELLA AL MERITO DEL LAVORO

Frastornato dalla notevole impennata dei contagi provocati dalla variante Omicron del Coronavirus, finora non ero riuscito a concentrarmi per stilare un mio personale commento ad una delle poche informazioni “confortanti” diffuse nell’anno 2021 in ambito francavillese.
La “lieta novella”, pervenuta a Francavilla Angitola verso metà dello scorso dicembre, è stata quella che annunciava l’assegnazione ad Aldo Bonelli della Stella al Merito del Lavoro.
La senatrice Nunzia Catalfo, Ministro del Lavoro nel Governo presieduto dall’avv. Giuseppe Conte, aveva presentato al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la proposta di conferire ad Aldo Bonelli la suddetta decorazione, unitamente al prestigioso titolo di Maestro del Lavoro.
Come stabilito dal decreto presidenziale, firmato a Roma il 1° maggio 2020, il nome del benemerito premiato, Aldo Bonelli, è stato iscritto nel registro dei decorati della Stella al Merito del Lavoro, al n° 59610. Purtroppo, a causa dell’imperversare del Corona Virus Covid 19, la cerimonia di consegna dell’onorificenza, che di solito si svolge il 1° maggio, è stata rinviata di parecchi mesi.
Finalmente nel pomeriggio del 15-12-2021 nel Palazzo Scaligero di Verona il prefetto dottor Donato Cavagna ha potuto consegnare la Stella al Merito del Lavoro a 17 Maestri del Lavoro di Verona e provincia. Fra i 17 Maestri “veronesi”, insigniti per l’anno 2020, figura un personaggio ben conosciuto a Francavilla Angitola, anche se presentato nell’articolo del quotidiano veronese “Arena” del 16-12-2021 come “Aldo Bonelli di Isaia”. Più dettagliatamente su “Verona Sera” del 18-10-2020 il neo Maestro del Lavoro “veronese” è stato presentato come “Aldo Bonelli di Isaia spa di Casalnuovo”, dove il toponimo Casalnuovo (di Napoli) sta ad indicare la moderna sede di tale azienda manifatturiera, operante da sessanta anni sul segmento “lusso” di abbigliamento maschile e femminile, caratterizzato da un accurato mix di tradizione napoletana ed innovazione contemporanea.
Ma se la zona veronese, e più precisamente-Villafranca di Verona- è la città dove Aldo Bonelli risiede abitualmente,le sue radici familiari affondano in Calabria, in particolare nei Comuni di Francavilla Angitola (luogo di nascita di Aldo) e Filadelfia (dove è nata la sua consorte Veronica Carchedi). Riguardo al gemellaggio di sapore enigmistico esistente tra Villa-franca (luogo di residenza) e Franca-villa(paese natale), Aldo sorridendo lo considera come una benedizione del Signore per non fargli sentire troppo la nostalgia che lo lega al suo paese natio.
Figlio secondogenito del filadelfiese Domenico e della francavillese Teresina Niesi, Aldo Bonelli è nato a Francavilla il 22-02-1954. Mentre studiava alla scuola dell’obbligo, la mamma Teresina stimolò questo suo figliolo assai volenteroso ad andare a bottega come discepolo pressoqualche buon “Mastro” del paese per apprendere i primi rudimenti d’un mestiere artigiano; così Aldo ebbe modo di frequentare, insieme ad altri ragazzi compaesani, il laboratorio del bravo sarto, Mastro Francesco “Ciccio” Bartucca.
La sartoria Bartucca, così come altre botteghe artigianali allora fiorenti a Francavilla (di falegnami, calzolai, tessitrici a telaio, barbieri, fabbri, fontanieri …) oltre ad essere “luogo” dove si apprendevano i primi elementi dell’arte e del mestiere sartoriale, era per i discepoli anche una “palestra di vita”, una vera e propria “scuola” di formazione umana, in cui i giovaniimparavano non solo a servire con garbo e gentilezza la clientela della sartoria,ma anche a trattare con il dovutorispetto ogni membro (sopra tutto gli anziani) della comunità francavillese.
   Conseguita la licenza media, Aldo Bonelli, non potendo proseguire negli studi superiori a causa delle limitate possibilità economiche della sua famiglia, accettò il consiglio di qualche suo parente emigrato a Roma, lasciò Francavilla e si trasferì nella capitale per aver migliori opportunità di trovare un posto di lavoro nel settore sartoriale o dell’abbigliamento; ma essendo molto giovane e ancora alle prime armi,  per 4-5 anni s’accontentò di lavorare come aiutante sarto in alcuni laboratori artigianali di Roma, specializzandosi come apprendista nel taglio sartoriale.Malgradosi fosse allontanato dalla Calabria, ovviamente per comprensibili motivi di lavoro, Aldo è sempre rimasto affettivamente legato a Francavilla e Filadelfia; dopo aver preso in moglie una filadelfiese, Veronica Carchedi, ai due figli ha voluto mettere il nome dei nonni paterni; così la femmina è stata chiamata Teresa, in onore della nonna francavillese Teresina Niesi, e il maschio, Domenico Bonelli, perfetto omonimo del nonno nato a Filadelfia e sistematosi a Francavilla.
   Quando Aldo fu chiamato alle armi, trascorse a Novara la maggior parte della ferma militare, che allora era un servizio obbligatorio. In quella città piemontese, seppure fosse infastidito dall’uggioso clima continentale, tormentato d’inverno dalla nebbia gelida, ed’estate dalle zanzare, ebbe la fortuna di entrare in contatto per la prima volta con il mondo dell’industria tessile, ossia con la “Ermenegildo Zegna”, la prestigiosa società laniera del Biellese, che nella città di Novara aveva edificato stabilimenti per produrre confezioni industriali e moderni capi d’abbigliamento.
Concluso il servizio militare, nel 1977 Aldo fu assunto come sarto specializzato,dalla Zegnadi Novara. Operò in quell’industria per ben 12 anni, dal 1977 al 1989, addetto a svariate mansioni, un vero e proprio “jolly” tra il laboratorio diconfezione e l’ufficio progettazione, dove realizzava abiti disegnati da grandi stilisti come Gianni Versace (nato a Reggio Calabria), Christian Dior, Zegna e vari altri…  Tra macchinari tradizionali,rifinitura a mano e tecnologia computerizzata di nuova generazione, CAD 1 e CAD 2, Bonelli era divenuto il riferimento primario per lo stile e la qualità, con la fortuna di avere due grandi maestri, Sam Pantano(da Pachino/Siracusa) per la modellistica, e Ralph Anania (di Vibo Valentia) famosissimo a livello internazionale in quanto“sarto di vip” quali Frank Sinatra, Ronald Reagan e Marlon Brando.
Avendo una settimana lavorativa ricchissima di impegni, Aldo dedicava i sabati allo studiodella progettazione industriale, frequentandol’Istituto “Secoli” di Milano, di cui era titolare il Cavaliere Carlo Secoli che, intuendo le doti e il talento di Aldo. lo agevolò dilazionandogli il pagamento delle rette scolastiche. L’Istituto Secoli, scuola di formazione professionale nel mondo della moda di alto livello, ha forgiato generazioni di disegnatori, modellisti, tagliatori e cucitori. Aldo vi conseguì due diplomi: -uno sulla modellistica industriale per uomo (classico e casual); -l’altro è un diploma di camiceria.
Nel 1990 Aldo Bonelli si trasferisce alla Industria Confezione Duemila di Verona, n° 2 tra le industrie di abbigliamento del Veronese, insieme all’Abital della prestigiosa “Corneliani”, capofila di un gruppo che conta marchi prestigiosi dell’abbigliamento. Come Direttore della progettazione, produzione e qualità, Bonelli era di fatto il responsabile n°2 dell’Industria Confezioni Duemila, secondo soltanto ai proprietari dell’azienda.
   Fu quindi chiamato dal gruppo Marzotto, che lo voleva come leader team dei settori“Marzotto Uomo/ Uomo Lebole”.Aldo diventa il primo dirigente di tutta la progettazione del gruppo Marzotto, nell’abbigliamento classico e nello sportswear; sviluppa collezioni per “Gianfranco Ferré”,“Missoni”, “Marzotto”, “Lebole”.
Nella memoria di Aldo rimane indelebile il ricordo di Pietro Marzotto che, pochi giorni prima di Natale, aveva convocato il nostro Bonelli nel suo ufficio di presidente del gruppo tessile. Queste le parole di Aldo:“Entrai nell’ufficio del presidente, che visi trovava con la sua consorte; aveva appena ricevuto un regalo dalla Hugo Boss (di cui Marzotto avevala maggioranza del capitale azionario. Essendo prossimo il Natale, il regalo inviato dalla Hugo Boss consisteva in tre orsacchiotti, vestiti con i tre brand: HUGO – BOSS – BALDESSARINI. La consorte consigliava di posizionarli nella libreria dietro la sua scrivania di presidente, perché fosseroin vista a chi entrava rivolgendo lo sguardo verso di lui.Ma lui la contraddiceva dicendo che era meglio posizionarli nella libreria davanti a lui.Perché diceva: «Io voglio guardarli stando seduto!». E quella discussione tra i coniugi durò alcuni minuti”.
In un secondo incontro privato con Bonelli, il presidente Pietro Marzotto volle consegnagli il primo taglio di tessuto “Super 180s” della Guabello (tessitura del gruppo Marzotto), perché si confezionasse un abito personale con quel nuovo tipo di tessuto.
   Il nome di Aldo Bonelli e la sua fama di talentuoso stilista nel mondo dell’abbigliamento di elevata qualità arrivarono alle orecchie di Tonino Perna,l’industriale molisano fondatore della HOLDING ITTIERRE.Quando il dottor Perna concepì l’idea di aprire una nuova azienda di confezione abiti sartoriali di stile classico e young, prima di passare alla fase esecutiva, volle verificare la fattibilità di questo suo progetto innovativo e molto rischioso, e desiderò sentire il parere di alcuni esperti del settore, tra cui il nostro Bonelli. Anche se l’ambizioso progetto poi non andò in porto, Aldo Bonelli rimase orgoglioso di esserestato consultato da un abile capitano d’industria qual era Perna, che in privato aveva convocato Aldo, proprio perché lo riteneva essere uno dei pochi italiani esperti in quel settore.
   Come già preannunciato all’inizio, Aldo Bonelli collaborò invece concretamente, dal 1999 al 2003, con un’altra Casa d’alta moda meridionale, la “ISAIA spa”, fiore all’occhiello della tradizione sartoriale partenopea, ma con un occhio di riguardo per le tendenze innovative della moda contemporanea.
La qualità e lo stile dei suoi capi d’abbigliamento fanno conoscere il nome di Aldo Bonelli anche oltre iconfini italiani. Esordisce all’estero collaborandocon l’azienda portoghese DIELMAR, che produce abiti d’alta gamma sartoriale, della linea maschile e femminile.
All’apice della sua esperienza e professionalità, Aldo Bonelli viene chiamato come team leader “modellista e qualità” presso la SAMSUNG FASHIONin Seul, Corea del Sud, creatore del brand di AltaSartoria LANSMERE, il “numero uno” in Asia.  Qui istituisce ed eleva il concetto di eleganza e raffinatezzadella sartoria ai più elevati standard, divenendo un’icona nel suo settore in tutto il Paese. Nel 2008 viene definito il professionista più eminente della moda sartoriale, com’era scritto in un articolo pubblicato sul più prestigioso giornale del paese “Grandi Maestri”, riguardante i dieci personaggi più prestigiosi a livello internazionale che nel 2008 erano presenti in Corea del Sud.
Bonelli fu elogiato dalle autorità governative per il successo da lui raggiunto in Corea, ed in particolare
venne lodato per la sua bravura professionale dall’Associazione Sudcoreana dell’Alta Moda.
   La notorietà di Bonelli arrivò perfino in Cina; nel 2010 il gruppo cinese “HEILAN Group” di Shangai lo invitò a dare sviluppo al brand WINPOUN, il più importante nella Repubblica Popolare Cinese; grazie anche al contributo geniale di Bonelli il gruppo apre showroom nelle più importanti città della Cina e le sue collezioni sfilano a Pechino e a Shangai.
   Nel 2007 Aldo Bonelli, perfezionando “il protocollo del vestire elegante” realizza un brevetto di camicia con polsino originale e funzionale “Style Cuff”, e deposita la registrazione del brevetto sia nella Corea del Sud (con Samsung Fashion), sia in USA, in Cina, in Italia e nella U.E. (Unione Europea).
Nel 2014Aldo apre l’attività della “Maison Bonelli Sartoria” a Villafranca di Verona, sua città di residenza.Oggi pensionato, Aldo è attivo nel volontariato Scuola Lavoro dell’Associazione Maestri del Lavoro”, per la provincia di Verona.
Bonelli ha ricevuto da tutte le aziende dove ha lavorato attestati di benemerenza per “perizia, laboriosità e comportamento morale” attribuendogli il merito di avere fatto formazione professionale e
di aver contribuito a sviluppare il “made in Italy”. Dalla “Federazione Manager di Verona” è stato giustamente denominato “Ambasciatore della Moda”.
In tutta la sua carriera, Aldo Bonelli ha realizzato collezioni di couture sartoriale o industriale di alta qualità, non solo per le Case dove ha lavorato o con cui ha collaborato, ma anche per marchi della moda famosi nel mondo, come Gianni Versace, Valentino, D&G, Loro Piana, Missoni... e molti altri.
                                                                                                             VINCENZO  DAVOLI

 

 

IL CONVENTO DEI FRANCESCANI RIFORMATI.
Perchè si publicano queste foto dei ruderi del Convento dei Francescani Riformati, edificato tra il 1621 e 1626 in territorio di Francavilla, cosa c'entrano i Filadelfiesi con esso? Semplice, sia il convento 'diruto' degli agostiniani, sia quello dei francescani, dopo il terremoto del 1783, furono posseduti dalla famiglia Serrao. E' la storia delle nostre comunità che ci riporta il passato ai tempi del presente, e più non dico in merito.
Il Convento dei padri francescani riformati di Francavilla, con dieci ettari di terre alberate e un grande castagneto recinti da solide mura, fu venduto dagli eredi del Generale Serrao al sig. Antonio Ruperto di Francavilla. Già il Generale aveva edificato una dimora di campagna su una parte dei ruderi, utilizzando gli altri (come quelli della bellissima chiesa) per stalle o magazzini.
La dimora fu ampliata e migliorata (4 stanze e ampio salone) dal nuovo proprietario. Oggi proprietaria è la signora Eleonora Monteleone in Murmura, residente in Vibo Valentia, unica nipote diretta di Antonio Ruperto. Esiste un loggiato pregevole ricavato con le colonne del chiostro.
I frati costruirono una conduttura interrata(argilla), ancora esistente,per fornirsi di abbondante acqua dalle fonti di Giuda e del Capelvenere (quest'ultima in territorio filaldelfiese).......Meglio guardare e commentare. Solo una precisazione, nella chiesa si sono celebrati matrimoni e sepolture di uomini e donne di varie famiglie, anche di nobile rango, come quella dei Ruffo.
Vincenzo Ruperto.

La nostra bella amata piazza,
ci accolse sempre col sorriso
non nascondendo la sua gioia.
Un giorno ci disse andate,
e con un candido sorriso
ci nascose la sua tristezza.
La nostra bella amata piazza!
Quante volte noi ritornammo,
sempre più bella la trovammo,
sorridente con gioia ci diceva
siete venuti, non ve ne andate.
La nostra bella amata piazza,
da lei vorremmo poter tornare,
ci direbbe con qualche lacrima
siete venuti, sola non mi lasciate.

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